SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI
….. Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.”……
(Commento al Vangelo di don Pierangelo Rigon)
Oggi si proclama il Vangelo secondo san Matteo (5, 1- 12)
Il 1 novembre, festa di Ognissanti, la Liturgia ci fa ascoltare le Beatitudini.
E’ il grande esordio al “discorso della montagna”, contenuto nei capitoli 5,6,7 del primo Vangelo, cioè quello di San Matteo.
Giustamente si è soliti considerare questo discorso del Signore come la “magna charta” del cristianesimo, cioè la legge fondamentale che dovrebbe guidare orientamenti e scelte di chi ha deciso di seguire Gesù Cristo e di farne il maestro e il modello di vita.
Le beatitudini non sono umanamente comprensibili, rappresentano l’assurdo eretto a criterio di ragione.
Credo che nessun uomo sapiente, o considerato tale, in tutta la storia dell’umanità, abbia detto qualcosa di simile.
Dunque, chi le ha pronunciate o è folle, o vuol scherzare, o è Uno che ha veramente capito il senso della vita perché è proprio la Vita stessa.
I cosiddetti “santi”, quelli che oggi la Chiesa festeggia perché sono certamente nella gloria di Dio (lo attesta la parola infallibile del Pontefice Romano quando li canonizza) hanno preso molto sul serio queste parole.
Tant’è che, molti di loro, sono stati considerati dei pazzi.
Ogni beatitudine scardina sicurezze acquisite e modelli di pensiero fortemente propagandati, specialmente oggi.
Ci si potrebbe domandare quale vantaggio abbiamo a vivere così. Perché dovremmo farlo? “Perché – dice Gesù – avrete la ricompensa nei cieli”.
La dottrina cristiana ci parla di “Paradiso”: è là che vivono i Santi, è la che abita Dio, è là che noi speriamo di giungere dopo una vita vissuta da buoni.
Naturalmente nessuno di noi può definire il Paradiso, anche se proprio molti Santi, già in terra, hanno avuto la grazia di contemplarlo; insieme al suo opposto, l’inferno.
La maggior parte di noi, però, può solo immaginarlo perché – come dice la II lettura della Messa del 1° novembre (un versetto della I lettera di San Giovanni) – “ciò che saremo non è stato ancora rivelato”.
E’ come dire: “non lo sappiamo”.
La vita cristiana è un dato di fatto (perché il Battesimo ci ha costituiti realmente “figli” di Dio e “fratelli” di Gesù Cristo, il primogenito), ma è anche al tempo stesso un cammino che si realizza nel tempo che ci è dato di vivere.
Attimo per attimo, perciò, siamo chiamati ad essere cristiani, secondo le indicazioni di Gesù, facendo delle Beatitudini il programma, la scala che ci porta in Paradiso.
Sappiamo bene che c’è chi, anche in molti salotti televisivi, ride di tutte queste cose con il sussiego tipico dell’intellettuale laico o del “cristiano maturo”.
Noi, poveri cristiani della strada, cresciuti con il catechismo del vecchio parroco, noi ci fidiamo di tutto quello che abbiamo appreso.
Sappiamo che non vi è inganno in questo insegnamento perché esso risale agli Apostoli che l’hanno udito dalle labbra del Nazareno, il Crocifisso e Risorto.
Il “Santo di Dio” è Lui!
Nella sua infinita bontà Egli ci partecipa questo dono, rendendoci non tanto “impeccabili”, ma capaci, fosse anche dopo innumerevoli cadute, di risalire ogni volta la china e di guardare in alto.
Non aspirare alla Santità, non credere alla Santità, irridere la Santità, è scegliere una vita mediocre o che tale, prima o poi, si rivelerà agli altri e anche a noi stessi.
Come aveva ragione Léon Bloy, quando affermava: “Non c’è che una tristezza al mondo, ed è quella di non essere santi”.

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