Sognava la Jihad, predicava contro lo Stato e contro la democrazia, accumulava armi tanto da avere un piccolo arsenale, diceva di essere pronto «a farsi saltare per aria». Non in Pakistan o in Iraq, non in un Paese dove vige la Sharì’a e la si vuole prservare dal Grande Satana che è l’Occidente, ma a Detroit, una delle città più industrializzate degli USA conosciuta anche come la capitale dell’automobile. Il suo nome era Christopher Thomas, 53 anni, poi cambiato in Luqman Ameen Abdullah dopo la conversione all’Islam; è stato ucciso dall’Fbi durante un conflitto a fuoco. Sei dei suoi seguaci sono stati arrestati in una serie di raid contro una setta islamista a Detroit e Deborn, cittadina statunitense che ospita una folta comunità mediorientale.
Gli agenti federali indagavano da tempo sul gruppo “Umma” (il termine Umma nel Corano indica la comunità mondiale dei credenti islamici) al quale era legato Abdullah con un buon numero di discepoli, cittadini afro-americani molti dei quali hanno abbracciato l’Islam in carcere, secondo una moda diffusa fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. La fazione che predica l’imposizione della legge islamica e segue un’interpretazione molto radicale della religione è stata fondata anni fa da un personaggio famoso, Jamil Abdullah Al Amin, alias Rap Brown, il membro delle “Pantere nere” attualmente in prigione per l’omicidio di due poliziotti.
Dopo aver raccolto numerose prove a carico di Luqman Abdullah, l’Fbi ha deciso di passare all’azione. C’erano informazioni circa il possesso di armi da fuoco di questi fanatici che si dedicavano anche ad attività illecite. Gli agenti si sono presentati in forze davanti ad un deposito di Detroit all’interno del quale c’era l’imam. Gli hanno intimato di arrendersi, ma Abdullah ha aperto il fuoco uccidendo un cane-poliziotto. È seguita una sparatoria che ha visto soccombere il leader della gang.
Negli Stati Uniti operano diverse micro-organizzazioni di ispirazione islamista. Di solito sono composte da persone di colore e da immigrati venuti dall’area caraibica che aderiscono all’islam come atto di ribellione verso la società dei bianchi verso i quali nutrono violenti sentimenti razzisti, spesso mescolano la politica con attività illecite, dai furti a crimini più seri. Il punto di contatto possono essere piccole moschee, ma è più facile che reclutino i loro membri in carcere dove rabbia e frustrazione disperata trovano nel Corano una valida sponda per evitare il pentimento e sfogare le proprie pulsioni di vendetta dando loro una patina di spiritualità.
Mentre nel resto dell’Occidente si susseguono senza soluzione di continuità episodi del genere, sempre più numerosi, in Italia ancora si continua a discutere sul modo di “privilegiare l’insegnamento dell’islam buono su quello radicale”. Una frase da ignoranti e priva di senso, ma sembra impossibile darne fuori. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, come dice il vecchio adagio….