Anche ad un osservatore non troppo distratto appare in modo evidente che qualsivoglia situazione, problema, sociale, sanitario, scolastico, lavorativo, ecc pensa sempre che i relativi protagonisti chiedano sempre e solamente: “Quanto mi è dovuto secondo i miei diritti”. Non esiste mai un richiamo a quanto io posso dare nella situazione che mi coinvolge, io attendo e lotta per i miei diritti che mi sono dovuti. Così i doveri coincidono con i diritti, fino a trasformare ogni dovere in solo diritto. La prova più evidente di ciò è dovuta alla crisi economica, dove si spera o di tornare all’indietro all’usato modo di vivere, di produrre, di fare politica ecc. o di non pagare mai in prima persona non solo la crisi stessa, ma anche qualsiasi diritto che io ritengo debba essere assolutamente realizzatomi. Così nessuno vuole che il proprio lavoro, il servizio di cui gode, sia ridotto o magari eliminato. A me è dovuto questo e quello, non so se agli altri. La cosiddetta solidarietà si esprime solo quando non costa nulla, non inficia i miei diritti e soprattutto serve a fare bella figura, magari apponendo la propria firma su questo o quel documento che viene esibito come attestazione di avvenuta solidarietà. I diritti che, si dice, sono stati conquistati sono eterni, inamovibili, nello stesso momento si disserta e si afferma che il diritto è solo un qualcosa di storico, che passa a seconda del tempo che lo produce, ma questo vale teoricamente, quando si cerca di porlo in atto, allora il diritto diventa universale, eterno e nel suo contenuto quasi metafisico, nel senso dell’assoluta impossibilità che possa divenire qualcosa d’altro.
Fini intellettuali sui giornali, alla radio e in ogni altra occasione, continuano ad affermare che non vi è nulla di importante, nulla di trascendente, nulla di valido, tutto, copiando male Einstein, è relativo, tranne i miei diritti. Tutto mi è dovuto, quando a me, nulla io devo. Abolito Dio, che cosa è rimasto: lo Stato che ha cercato di essere il sostituto del divino e sappiamo bene come è finito e quali danni ancora produce con l’illusione che tutto possa essere, su questa terra, perfetto, senza problemi, dove ognuno avrà appunto quello che gli è dovuto. Lo Stato, quale l’occidente ha pensato e soprattutto ha costruito è moribondo, perché ha supposto di sostituire al dovere, alla riflessione sul bene e il male delle proprie azioni, solo il diritto, mai sottoposto a critica morale. Lo Stato oggi si presenta solo come un riconoscitore dei diritti di ciascun individuo e di realizzatore degli stessi. Le complesse riflessioni intorno al bene comune o al bene civile, appartengono al passato, non è riconosciuta la comunità umana come insieme, ma essa è tutt’al più una somma di singoli, che possono avere insieme solo diritti comuni. Basti pensare che nemmeno la buona educazione è più considerata un bene per le relazioni tra individui. Ognuno fa quello che vuole, quello che la sua dimensione psicologica gli detta di fare e nessuno deve interferire. Quando obtorto collo il diritto interviene, lo compie solo perché non può farne a meno, ma la colpa non è che in parte del soggetto, essa deriva dal fatto che gli è stato impedito in qualche modo l’esercizio della sua volontà. Se possiedo un’automobile veloce, mi deve essere garantito il diritto di andare a una determinata velocità. La mia volontà utilizza l’auto per la velocità che può raggiungere, è colpa della società che me lo impedisce con regolamenti che non corrispondono al mio volere. Così chiunque tenti in qualche modo di “regolamentare” di diritti, diviene al minimo autoritario, al massimo un fascista nell’accezione, senza conoscenza che al termine viene data. Nessuno può prescrivere alla mia volontà il modo con cui essa vuole esprimersi. Nell’ambito lavorativo non quanto può produrre vantaggi, ma quanto è a mio vantaggio e così via.
Non esiste più il senso di colpa, roba da Chiesa Cattolica, che è bene attaccare sempre e comunque, ci si son messi perfino i preti, che parteggiano e debellano, contro questo o quello, dimenticandosi che un pastore è pastore di tutti. Io non ho doveri, e quindi non posso avere colpe. Chi cerca almeno di riflettere sui doveri, come misura della propria vita sociale e personale è considerato un codino reazionario che si lega a ciò che è solo passato, mai avvenire, come se si potesse costruire un mondo di soli diritti individuali. Se poi qualche cosa va storto, per favore non lamentiamoci e non piangiamo i figli che muoino affogati nell’alcol e nelle droghe di vario tipo al suono di infernali rumori, almeno!
Italo Francesco Baldo