Nell’ambito delle riflessioni sull’opportunità, o meglio sulla necessità, di unire l’Europa dall’Atlantico agli Urali affinché possa “respirare con entrambi i polmoni”, proponiamo una breve riflessione stimolata da uno degli intellettuali di maggior spessore dell’Oriente Europeo, il boemo Cardinale Spidlik, grande amico del polacco papa Giovanni Paolo II. Sono tre domande, ognuna delle quali contiene un mondo di significati che sono proprio quello che il nostro giornale, umilmente, cerca di far emergere giorno dopo giorno. …
INTERVISTA
1) Eminenza, che cosa l’Oriente cristiano può significare e dare come patrimonio culturale all’Europa e all’Occidente di oggi?
«Credo che l’Oriente cristiano potrà ora dare un suo contributo veramente efficace. Il motivo è semplice: gli slavi sono stati gli ultimi ad essere stati battezzati e proprio per questo il loro apporto, rispetto ad altre culture europee, è entrato più tardi nella coscienza universale. Il grande Solov’ëv riteneva che questo apparente deficit fosse un segno provvidenziale per il ruolo “in fieri” che proprio gli slavi avrebbero potuto giocare nella società che verrà ma anche per il futuro del cristianesimo».
2) Il cardinale Giacomo Biffi nel 2007, durante gli esercizi spirituali alla Curia romana, citando l’«Anticristo» di Solov’ëv, ha detto che esso potrebbe celarsi oggi in un pacifista così come in un ecologista, annacquando così l’essenza del messaggio cristiano. Qual è la sua opinione a riguardo?
«Concordo con la preoccupazione del cardinale Biffi. L’Anticristo viene presentato come l’uomo ideale, che pensa di risolvere tutti i problemi umani adoperando bene la ragione e la volontà, ma senza Cristo. Il suo successo finisce in una catastrofe mondiale. Il rischio, a ben vedere, è in fondo evidente, seppur con connotati diversi, anche nella nostra cultura e mentalità corrente, che vuole vivere senza Dio».
3) Citando il suo amato Dostoevskij sarà, secondo lei, la bellezza a salvare il mondo?
«Credo di sì. Anche Solov’ëv amava citare questa frase. Il suo significato più autentico è quello di superare l’aspetto estetico. Il “bello” è ciò in cui si riesce a vedere un elemento che lo supera, elevandolo. Il carbone e il diamante, ad esempio, sono chimicamente uguali. Eppure il carbone è brutto perché in esso non vediamo nient’altro. Al contrario il diamante è bellissimo perché vi risplende la luce. I gradi della bellezza sono diversi. Ma non c’è dubbio che la sintesi e il paradosso di tutto questo è racchiuso nella figura del Cristo, che raccolse su di sé le grandezze ma anche le miserie dell’umanità nell’Incarnazione».







