Chi governa deve perseguire il bene comune

Incontrando gli amministratori della regione Lazio il pontefice Benedetto XVI ha pronunciato, tra le altre, le seguenti parole:

La crisi che ha investito l’economia mondiale – come è stato ricordato – ha avuto conseguenze anche per gli abitanti e le imprese di Roma e del Lazio. Allo stesso tempo, essa ha offerto la possibilità di ripensare il modello di crescita perseguito in questi ultimi anni. Nell’Enciclica “Caritas in veritate” ho ricordato che lo sviluppo umano per essere autentico deve riguardare l’uomo nella sua totalità e deve realizzarsi nella carità e nella verità. La persona umana, infatti, è al centro dell’azione politica e la sua crescita morale e spirituale deve essere la prima preoccupazione per coloro che sono stati chiamati ad amministrare la comunità civile. È fondamentale che quanti hanno ricevuto dalla fiducia dei cittadini l’alta responsabilità di governare le istituzioni avvertano come prioritaria l’esigenza di perseguire costantemente il bene comune, che “non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene”. Affinché ciò avvenga, è opportuno che nelle sedi istituzionali si cerchi di favorire una sana dialettica perché quanto più le decisioni e i provvedimenti saranno condivisi tanto più essi permetteranno un efficace sviluppo per gli abitanti dei territori amministrati.

Il concetto di “bene comune” è stato il cardine della riflessione politica della cultura cristiana per tutti i suoi 2000 anni di storia. Fino all’avvento delle ideologie materialiste era impensabile fare un ragionamento sulla politica prescindendo da questo punto di partenza e di arrivo, poi a qualcuno è venuto in mente che, forse, dietro al “bene comune” si poteva individuare un riflesso dell’etica cristiana e allora sono cominciati i distinguo e le prese di distanza. Il colmo dell’ipocrisia, dopo un secolo di discussioni tra liberali che ambiscono al bene di ciuascuno per se stesso e socialisti che ambiscono al bene dello Stato indipendentemente dai singoli, si è raggiunto quando si è preso coscienza dell’assurdità di certe distinzioni. Siccome si trattava di riconoscere la validità di un concetto, ma non si era disposti a riconoscere un errore e c’era (c’è ancora) il timore di riconoscere la validità della riflessione del cristianesimo sulla politica e sulla società, il solito genio ha inventato l’espressione “interesse generale”.

Sia chiaro, i termini non sono e non saranno mai equivalenti: c’è una differenza sostanziale, addirittura ontologica, tra “bene” e “interesse”. Il primo mira al perseguimento di ciò che è BUONO-GIUSTO-VERO, l’altro alla realizzazione di ciò che viene ritenuto UTILE-LEGALE-MIGLIORE. Il più grande limite della pur ottima Prima Parte della costituzione italiana consiste proprio nell’aver soggiaciuto su questo punto all’orgoglio di quelle forze culturalmente avverse alla definizione del “bene comune” (non solo nel senso della locuzione) e di aver sempre citato al suo posto il suddetto “interesse generale”. Le parole pesano come macigni e se la Repubblica Italiana ha preso la china e la deriva che conosciamo in parte lo si deve anche a questa impostazione.

Un ultima riflessione: è bellissimo avere un pontefice che stimola la riflessione su temi grandi e importanti ogni volta che apre bocca, ma è molto triste che questo debba accadere anche per le grandi questioni della politica, perché questo significa che chi se ne occupa è privo delle capacità e dello spessore necessari. Non era così, fino a 20 anni fa.benedetto xvi

Berlusconi: “Non prevalebunt”

Il Premier Silvio Berlusconi si ripresenta in gran forma dopo la seduta del Consiglio dei Ministri e spiega alla stampa quanto discusso.

Innanzitutto chiarisce l’impossibilità di ridurre le tasse in un periodo in cui la crisi economica mondiale ha ridotto notevolmente il reddito imponibile e di conseguenza il gettito fiscale; lo Stato non riuscirebbe a garantire gli standards attuali si spesa se riducesse l’imposizione. Comunque il Governo si impegnerà a semplificare il sistema impositivo, riducendo il numero delle aliquote fiscali progressive. Certo non sarebbe male sentir parlare chiaramente anche di taglio degli sprechi, dato che la congiuntura economica sembrerebbe fatta apposta per giustificare anche dei generosi e salutari colpi di forbice.

Poi si concentra sulla riforma della giustizia: «Nella riforma che stiamo esaminando – afferma -riproporremo l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado». E poi: «Quando si parla di processo breve c’è una calunnia e una menzogna di fondo. Con le modifiche che faremo, il processo in Italia resta comunque lungo, tra i più lunghi d’Europa, ma almeno ci saranno tempi certi».«In Italia – aggiunge – i tempi del processo sono i più lunghi previsti in Europa, quindi non si può definire processo breve quello che facciamo. Il processo resta lungo, ma almeno con tempi definiti»

Infine muove una critica a quelle trasmissioni in TV dove la politica viene proprosta come una continua rissa da pollaio, cosa che contribuisce a distorcere l’immagine della classe politica e incrina sempre più la fiducia dei cittadini nelle istituzioni; concludendo, denuncia il clima da aggressione continua al quale egli è sottoposto da molto tempo ad opera della stampa, ma anche da parte della magistratura che annovera tra le sue fila “certi magistrati peggiori di Tartaglia”. Salutando i giornalisti ha aggiunto “Non prevalebunt”!

Ora, se Berlusconi si limitasse a dire quello che pensa sarebbe ampiamente sufficiente per alimentare il dibattito politico e la polemica in esso connaturata; ma il premier non riesce proprio a togliersi il vezzo di citare le Sacre Scritture riferendole a se stesso. “Non prevalebunt” lo disse Gesù Cristo consacrando Pietro a capo della Chiesa mentre la fondava: le fiamme dell’inferno “non prevarranno” su di essa. E’ proprio necessario continuare a scrivere le battute di Benigni, continuando ad alimentare questo clima da macchietta teatrale? Evidentemente sì, se lo fa. Avrà i sondaggi dalla sua parte.

E intanto la democrazia italiana declina sempre più verso una sua sottoforma: la sondaggiocrazia teleguidata. Se dopo questa crisi economica il Paese non saprà voltare pagina, ne vedremo delle brutte!berlusconi messia

In Politica servono moralità e persone competenti

napolitano giorgioNAPOLI
Giorgio Napolitano dice che per partecipare costruttivamente alla vita pubblica ci vogliono abnegazione e voglia di svolgere una missione nell’interesse generale, e capacità che non si improvvisano, perchè «la politica non può vivere di dilettantismo», ma «quel che più conta è la moralita» della politica.

Non importa, spiega il presidente della Repubblica, da dove uno arriva all’impegno politico e neppure in quale schieramento va. «Ci si schieri liberamente a destra o a sinistra, in politica le cose che contano sono la nobiltà, il senso del limite, anche del ruolo alto e insostituibile della politica, e la dedizione all’interesse generale». Non sono parole leggere, con i tempi che corrono e le inchieste che coinvolgono personaggi pubblici. Il caloroso applauso che sale dalla Sala dei Baroni del Maschio Angioino, gremita di pubblico e ospiti illustri, dice che sono parole largamente condivise. Napolitano partecipa alla commemorazione pubblica di Maurizio Valenzi, storico sindaco di Napoli scomparso pochi mesi fa e di cui si celebra oggi il centenario dalla nascita.

Non si può che sottoscrivere ogni singola parola pronunciata in questa circostanza dal Presidente della Repubblica, magari cogliendo l’occasione per fare un piccolo promemoria ai nostri lettori, con una chiosa finale.

Il promemoria: la parola “Politica” stava in origine alla comunità delle persone come la parola “Etica” sta ancora al singolo individuo; per così dire potremmo dare la definizione “Politica = Etica della pòlis” giacché questa è l’origine del termine in greco. Vale a dire quella branca della filosofia pratica che si occupa di stabilire cosa è bene per l’uomo nella sua dimensione sociale. L’idea che la Politica avesse come unico scopo il perseguimento del “bene comune” e che solo con comportamenti etici fosse lecito esercitare il “potere” durò fino al 1520, quando Macchiavelli scrisse “Il Principe” nel quale rompeva il tabù dell’onestà obbligatoria e della moralità intrinseca nello svolgimento del ruolo di politico. La frase “Il fine giustifica i mezzi” riassume perfettamente il pensiero di Niccolò Macchiavelli, benché egli non l’avesse mai scritta in questa forma.

La chiosa: se è vero che Macchiavelli infranse il principio di moralità dell’uomo politico, è altrettanto vero che egli mai si sognò di ipotizzare che l’uomo di governo potesse essere un incompetente. Anzi, per lui doveva essere perfettamente istruito in tutte le cose della politica. A compiere il disastro che ci ha portati alla situazione attuale è stato il Sessantotto che, scimmiottando la Rivoluzione Culturale Maoista di quegli anni, introdusse il principio che chiunque fosse in grado di essere eletto poteva rappresentare il popolo. Era una contestazione del sistema scolastico che per i sessantottini fungeva da strumento di perpetuazione del potere della borghesia.
I risultati li vediamo: il politica è pieno di medici, interessati alla carriera nelle ULSS; di geometri, interessati alle operazioni edilizie; di avvocati, annoiati dai tribunali e convinti di poter legiferare perché hanno studiato come si applicano le leggi (mentre il politico deve sapere “perché” si fa una legge invece di un’altra, e questo non te lo insegnano a Giurisprudenza); infine faccendieri di ogni risma, per seguire dalla stanza dei bottoni i loro interessi privati. Tutti questi, dopo essere stati eletti, si montano la testa e credono davvero di “essere” dei politici per il semplice fatto che “esercitano la politica”. Ma la differenza abissale tra “fare” e “essere” non si può colmare con il semplice titolo di “onorevole”: se sei un ignorante, lo sei anche da “onorevole”.

Pretendere la moralità da politici non formati adeguatamente, o addirittura completamente ignoranti in Politica, è solo un’utopia per non dire una stupidaggine vera e propria. Il Presidente Napolitano fu uno dei maggiori corresponsabili della caduta di livello della classe politica italiana, essendo stato un uomo di punta del Partito Comunista Italiano proprio nella stagione post-Sessantottina. Dopo 40 anni serve a poco lamentarsi dei danni causati dagli sbagli propri, come a poco serve riconoscere di aver sbagliato nell’appoggiare la repressione sovietica a Praga nella primavera del 1968. Anche noi, che continuiamo a denunciare l’idiozia degli uomini che sposano le tesi della Sinistra, troviamo poca consolazione nel renderci conto di avere ragione sempre quando non serve più a nulla. E’ un destino maledetto, ricorrente fin dai tempi della guerra di Troia.

(“Cassandra di Priamo” – consultare wikipedia per i lettori di sinistra)

La Sinistra e la libertà di stampa

SantoroContinua martellante come un mantra tibetano, da 15 anni ininterrottamente, lo slogan della sinistra che sta consegnando definitivamente il Paese al berlusconismo: Berlusconi è padrone dei media, non c’è libertà in Italia! Attenzione: non stanno consegnando l’Italia a Berlusconi che, con sua buona pace, è un comune mortale di 73 anni suonati, quindi ormai un vecchio! Qualcuno scommetterebbe su altri 15 anni di Berlusconi, seriamente? Il problema è che si sta affermando il “berlusconismo” cioè quella forma di cialtronismo, di modo improvvisato di fare politica da parte di faccendieri ignoranti del bene comune, che per imitazione del Premier si sono buttati sulla cosa pubblica senza la minima preparazione specifica, convinti che bastino un po’ di buon senso e un bel sorriso rassicurante sopra a una cravatta per servire adeguatamente il popolo.

La Sinistra non si rende dunque conto che con questa solfa continua e noiosa lo ha stufato il popolo, che non è scemo. Il popolo sa benissimo che Berlusconi non è quel che si dice uno “stinco di santo”, nemmeno un “imperatore-monaco”; anzi – diciamolo pure – il popolo sa benissimo che non si tratta nemmeno di uno statista. Lo sa bene, il popolo, che Berlusconi si è improvvisato nella politica per due ragioni: uno, per pararsi il “didietro” dagli amici di Di Pietro che, nel 1992, avevano spazzato via tutti i suoi uomini di riferimento dentro al Palazzo; due, perché da cittadino (qualsiasi) e da imprenditore (straordinario, questo sì!) era stufo dell’inettitudine della residuale classe politica della Prima Repubblica.

Il popolo, peraltro, non è nemmeno cieco e sordo: Berlusconi è proprietario di un impero mediatico, come privato cittadino; ma è stato l’unico baluardo che ha garantito all’Italia almeno un duopolio contro il monopolio assoluto della Sinistra che, nel 1992, aveva oramai completato l’occupazione di tutti i luoghi del potere secondo i dettami della Rivoluzione Gramsciana, tecnica rivoluzionaria italiana sulla via del comunismo. Peccato che il comunismo, nel frattempo, fosse bello che morto! lasciando senza idee e senza niente da dire i suoi orfanelli politici.

Berlusconi ha quindi incarnato il totem del Nemico Assoluto di questi “poveri orfanelli”, poiché si è seduto a tavola senza invito proprio quando la torta pareva pronta per essere mangiata, e se l’è mangiata lui! facendo grande uso per la propaganda di quei mezzi di comunicazione costruiti, ottenuti e sviluppati grazie alle compiacenze di cui godeva presso la corte di Bettino Craxi.

In 15 anni poco è cambiato sugli assetti proprietari dei media: la Sinistra continua ad essere largamente dominante nel settore dei giornali, Berlusconi in quello delle TV private e, quando governa lui, riesce anche a neutralizzare la concorrenza della RAI, nonostante l’occupazione quasi militare che i suoi avversari ne avevano fatto mentre erano al Governo. Al massimo, se vogliamo, rispetto a 15 anni fa il clima si è infervorato e incattivito esteriormente, ma forse è solo apparenza e per certi versi è meglio che i conflitti siano dichiarati, democraticamente parlando.

Concludendo, la manifestazione in programma per sabato a Roma per la “libertà di stampa” continua a fare il gioco dell’uomo di Arcore, come le tre trasmissioni televisive “Ballarò-Annozero-Che tempo che fa”. Una Sinistra che fosse seria, davanti al re della comunicazione, cosa dovrebbe/avrebbe dovuto fare? Affrontarlo sul campo della comunicazione? O sarebbe meglio affrontarlo sul campo della proposta politica e dei contenuti?

Se un operaio di 95 Kg dovesse sfidare il mago Silvan, lo affronterebbe a una partita a poker? O non sarebbe meglio il “braccio di ferro”?

Solo che per sfidare qualcuno sui contenuti e sulla proposta politica servono le idee e i cervelli che le producono. Dopo la caduta del Muro di Berlino, simbolico atto dell’implosione del comunismo, da sinistra arriva invece solo un elettroencefalogramma piatto con un rumore continuo di protesta sterile contro Berlusconi a sostituire il sibilo del macchinario che segnala la morte cerebrale.

Per noi leghisti, finché Berlusconi è un alleato, tutto grasso che cola….

Il card. Bagnasco ci invita a riflettere

Il card. Bagnasco, presidente della CEI, durante una Lectio Magistralis tenuta per spiegare i contenuti dell’ultima enciclica del Papa, ha detto che di fronte al grave deterioramento dei comportamenti nella vita associata l’etica viene sostenuta dai comportamenti buoni degli individui. Di fatto, un richiamo alle persone perché acquisiscano consapevolezza della responsabilità di ciascuno nel condurre una vita individuale eticamente retta, in modo da fronteggiare il degrado della vita sociale.

Questo offre un’occasione per una breve riflessione sull’uomo e la sua duplice dimensione di essere individuale e di essere sociale. Gli antichi Greci, padri della filosofia occidentale, chiamavano “ES” quella dimensione dell’uomo che riguarda la sua sola interiorità e la sua esistenza in quanto individuo in rapporto con se stesso; e sul suffisso “ES” avevano costruito il termine da cui noi abbiamo derivato la parola “ETICA”, che sta a indicare quella dottrina filosofica che studia ciò che è bene e ciò che è giusto  fare, o non fare, per l’uomo inteso come “ES”.

Ma l’uomo è anche sociale e i Greci chiamarono “POLIS” la dimensione dell’uomo in relazione con gli altri uomini, e infatti per analogia le città – in Greco – si chiamarono Polis. Nella dimensione “POLIS” l’uomo si interroga su cosa sia giusto e cosa sia bene fare, o non fare, esattamente come per la dimensione “ES”; quella branca della filosofia pratica che si occupa di individuare i comportamenti virtuosi da tenere nella Polis, e quelli viziosi da evitare, fu chiamata POLITICA.

Fino al XVI secolo, quando arrivò il pensiero macchiavellico, la politica era considerata come l’arte per il perseguimento del “Bene comune”, da raggiungere attraverso azioni virtuose: per ottenere fini buoni si devono utilizzare mezzi buoni. Ma da quando venne introdotto il concetto che “il fine giustifica i mezzi”, cioè che solo l’obiettivo conta senza riguardo alla bontà delle azioni compiute per raggiungerlo, l’azione politica dei governanti è stata separata dal vincolo dell’etica individuale. Un buon Principe deve saper essere volpe o leone – diceva Macchiavelli – secondo l’opportunità e la convenienza.

Sommando a questa nuova concezione della filosofia politica la dottrina individualista che conseguì alla svolta antropologica cartesiana, diventa facile capire come dopo 5 secoli la politica sia diventata solo una lotta per la conquista del potere fatta da tutti contro tutti, ciascuno per soddisfare i propri scopi personali.

I cattolici, a cui il card. Bagnasco si rivolge principalmente, ma anche tutte le persone di retta coscienza, sono chiamati a riflettere su queste parole e ad agire pensando al futuro delle generazioni, del Paese in cui vivono, e financo al futuro della propria anima.