Vendola vince e D’Alema tramonta.

La vittoria di Nichi Vendola nelle primarie del PD per la scelta del candidato alla presidenza della regione Puglia ha tre significati fondamentali: la sconfitta pesante di D’Alema a casa sua, la sconfessione della leadership di Bersani da parte di una fetta consistente dell’elettorato, la radicalizzazione a sinistra del partito.

Il successo ha avuto proporzioni straordinarie, con quasi il 75 % dei consensi (73 a 27). Date le posizioni estreme di Vendola, dissimulate apparentemente dal tono gentile e affabile che il governatore uscente e ora rientrante sempre usa, non ci sono possibili doppie interpretazioni. Lo stesso Vendola lo annuncia: “questo risultato evidenzia lo scollamento tra la dirigenza del partito e il suo elettorato: se non verrà riavviata una dialettica a due canali, dove anche i dirigenti ascoltano le istanze della base, il PD non riuscirà mai a battere il centrodestra a livello nazionale”.

A parte il fatto che le posizioni di Vendola sono tali che mai trionferanno in Italia, come dimostra la Storia passata, è comunque chiaro che l’elettorato del PD è ancora prevalentemente comunista e la componente “liberal-chic” ha solo un’egemonia mediatica ma priva di fondamento. Dunque destinata a franare, magari attraverso scissioni e rotture.

Di sicuro è iniziato il tramonto definitivo della stella di D’Alema: questa batosta, dopo tutto l’impegno a sostenere il rivale di Vendola, è un segnale di sconfessione pari a una sfiducia aperta. Oramai anche D’Alema appartiene al passato, a tenerlo in vita rischiandone i colpi di coda possono essere solo le cariatidi del centrodestra abituate ad averlo come referente. Ma adesso D’Alema è rappresentativo solo della sua pur ampi clientela, non è più un leader riconosciuto dal popolo.Vendola

Quali partiti per i cattolici? Quelli con valori cattolici

“Sui movimenti politici non e’ il compito nostro dare giudizi particolari di merito”. Lo afferma il card. Angelo Bagnasco in risposta alle domande su possibili nuove aggregazioni di centro poste dai giornalisti nella conferenza stampa conclusiva dell’Assemblea dell’Episcopato a Assisi. “I cattolici – ricorda – possono difendere le loro convinzioni e valori la’ dove sono, cioe’ ovunque siano, con coerenza, come ha sempre ricordato la Chiesa anche con pronuncimenti recenti”.

Questa dichiarazione sancisce una volta per tutte che la Chiesa non ha un partito politico di riferimento, ma sono i cattolici a dover fare riferimento ai valori della Chiesa quando si impegnano in politica. Pertanto per un cattolico è impossibile essere coerente con la Chiesa all’interno di un partito ateo e comunista; è impossibile all’interno di un partito progressista, cioè relativista; è impossibile all’interno di partiti che incitano all’odio.

Oggi, in Italia, restano solo l’UdC e gli schieramenti definiti semplicisticamente “di centrodestra” a non avere vizi dottrinali insuperabili, ivi compresa la Lega Nord nel momento in cui ribadisce con forza la sua storica e inequivocabile distanza da ogni forma di razzismo, cioè da quell’accusa che i nemici politici ripetutamente le hanno mosso contro strumentalizzando frasi non ufficiali pronunciate da taluni esponenti in sagre e comizi, peraltro decontestualizzandole dalla realtà in cui sono state sporadicamente (e anche stupidamente) pronunciate. Peccato, perché significa che la sinistra (PD compreso) è ancora legata al relativismo filosofico e al socialismo economico, due dottrine che la Chiesa ha apertamente condannato, come ha condannato apertamente le posizioni dei partiti della destra xenofoba e postfascista.

Una volta di più la Chiesa si dimostra coerente e non direttamente coinvolta nella politica attiva.

bagnasco

Anche l’on. Calearo lascia il PD

Dopo le defezioni di Rutelli a Roma, Dellai nel Trentino, Cacciari a Venezia e Chiamparino a Torino, il Partito Democratico perde un altro pezzo: il parlamentare on. Calearo di Vicenza si è dimesso, dichiarando di aderire al gruppo misto perché non più in sintonia con la natura del PD.

Su questo giornale avevamo ampiamente anticipato le conseguenze della scontata vittoria di Bersani, uomo di D’Alema, e quanto sta accadendo non fa altro che dimostrare come fummo facili profeti. D’altro canto la politica è una materia scientifica (c’è perfino la Facoltà di Scienze Politiche anche se nessuno sembra dargli peso…), sebbene sia praticata per lo più da persone improvvisate e da molti maneggioni e faccendieri….

Comunque, l’on. Calearo ha motivato la sua uscita dal PD con un’analisi corretta: “la vittoria di Bersani – dice – è la vittoria di un modo di concepire il PD che non mi appartiene. Bersani è un’ottima persona e un amico, ma la sua idea è quella di un partito socialdemocratico e cattocomunista con una concezione del mondo del lavoro e dell’impresa di stampo tosco-emiliano. Io vengo dal Triveneto e provengo da una cultura completamente diversa. Avevo aderito al progetto di PD di Walter Veltroni, ma quel progetto è naufragato definitivamente con la sconfitta di Franceschini alle primarie. La mia uscita dal partito è la logica conseguenza”.

Analisi ineccepibile: sembra quanto abbiamo scritto il giorno prima della vittoria di Bersani annunciandola anche nelle proporzioni, tanto era scontata.

Diverso è il nostro giudizio sulla visione politica dell’on. Calearo per il futuro. Egli dichiara di volersi impegnare per dare vita a un “partito nuovo” che raccolga i delusi di PdL e Lega Nord e al tempo stesso conservi i voti della “mozione Franceschini”, cioè l’ex-Margherita per capirsi – ammesso che ci si possa capire in questo ginepraio autoreferenziale che è diventato il centrosinistra italiano. Questo soggetto politico nuovo Calearo lo vorrebbe fare insieme a Dellai, Rutelli e Veltroni….. Non ci sono commenti, ovviamente.

La sola cosa che possiamo dire è che Calearo appartiene a quella categoria di persone che si buttano in politica convinti che sia la cosa più naturale della terra: era un imprenditore, è membro della ricca borghesia e di una famiglia in vista nella piccola e provinciale Vicenza, in questo contesto si sente importante per diritto di nascita e quindi pensa di avere diritto e dovere di fare il politico, dopo aver fatto il presidente degli industriali.
Peccato che la verità delle cose sia diversa: la politica sarebbe una cosa seria e dovrebbe essere lasciata a chi ne capisce, per il bene della gente. Calearo è un imprenditore? Vada a lavorare… Chi può rappresentare, seriamente, se non qualche cordata di amici con interessi comuni? Rappresentare il popolo è un compito che si svolge dal basso, non discendendo tra la plebe partendo dal castello in collina. Siamo in democrazia, non in aristocrazia. Per governare il popolo bisogna condividerne l’anima, il sentimento comune, conoscerne l’umore e l’odore. Serve il cuore, non il portafoglio pieno che sta nella tasca davanti al cuore. Serve il cervello, ma pieno dei frutti di sudate carte e libri consumati, non di ammanicamenti e conoscenze per ottenere scorciatoie.

Ci possiamo permettere una facile previsione, dunque: il sig. Calearo continuerà a venire riciclato di qua o di là, perché in una città piccola dalla mentalità servile come Vicenza è facile sembrare grandi, bastano 4 soldi. Ma di sicuro non inciderà minimamente sulla politica del Paese, l’apice della sua “carriera” lo ha già toccato e dall’apice si può solo scendere.

Magari, lo ritroveremo a fare il sindaco fra qualche anno oppure avrà qualche altro ruolo visibile. Ma non significa nulla. Non c’è sostanza.

Davide Lovat
Calearo

PD: niente di nuovo, vince D’Alema

Come volevasi dimostrare, o anche come avevamo largamente anticipato perfino nelle percentuali previste: Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico, che dimostra di essere un partito più di sinistra che di centro-sinistra dato che la somma dei voti di Bersani (51%) e Marino (16%) fanno esattamente i 2/3 della base, cioè molto più di quanto era emerso dalla fase congressuale, riservata agli iscritti (la somma dava 60%).

Si confermano quindi tutte le considerazioni che avevamo fatto nelle settimane passate e ciò lascia presagire che anche le previsioni non tarderanno a concretizzarsi. L’area dell’ex-sinistra DC non ha futuro in questo ambito, può solo portare voti in cambio di “caréghe” ma non avrà mai incidenza politica e programmatica. Questione di tempo e ci sarà una scissione, dunque.
Questo per il Paese è un bene. Sia chiaro, non è un bene che l’opposizione sia così inadeguata e priva di prospettive reali; anzi, questo è un male gravissimo, perché si lascia il campo libero a forze politiche che, avendo la certezza della vittoria, non sono costrette a misurarsi sulla qualità della politica con tutte le magagne che derivano da questa condizione. Ma è un bene perché questa Sinistra non è degna di aspirare al governo di un Paese importante come l’Italia.
La vicenda Marrazzo è solo l’ennesimo caso che dimostra come la Sinistra sia abituata a stracciarsi le vesti per la pagliuzza nell’occhio dell’altro, quando ha una trave nel suo. Una trave che a giudicare dal caso Sircana prima, dalla passata elezione del travestito Wladimiro Guadagno “Luxuria” in Parlamento poi, e ora dal caso Marrazzo, la Sinistra desidererebbe tanto non avere nell’occhio, ma in un altro posto.

Per questo motivo, più di tutti gli altri relativi all’inettitudine politica, è un bene che il PD abbia premiato ancora D’Alema attraverso il suo fido Bersani: questa gente ha un problema e vorrebbe che lo avessero tutti quanti per sentirsi finalmente “normali”. Non è un caso che la prima dichiarazione di Bersani sia stata proprio “Siamo noi, quelli normali”.
Caro Bersani, a noi le travi piacciono solo per costruire e, nella peggiore delle ipotesi, che ci cadano in testa se sbagliamo. Certe altre passioni tenetevele per voi, che il popolo è già stato messo in ginocchio dalle politiche allegre delle sinistre mondiali che governarono tra fine secolo scorso e inizio millennio: è una posizione scomoda dalla quale le persone “normali” desiderano rialzarsi, non aspettano un trave d’importazione brasiliana….bersani e d'alema

Libertà di stampa formato islamico

islam e libertàRIAD – Una giornalista saudita è stata condannata a 60 frustate per aver partecipato a uno show televisivo durante il quale un uomo ha parlato delle sue esperienze sessuali. Rozanna al Yami è la prima donna a subire una sentenza del genere. La giornalista è accusata di aver preparato il programma e di averlo pubblicizzato su Internet.

Durante il programma, mandato in onda dal canale satellitare libanese LBC, Mazen Abdul Jawad avrebbe descritto la sua attivissima vita sessuale, fornendo anche particolari decisamente hot. L’avvocato della giornalista, Sulaiman al Jumeii, ha detto all’Ap che non processare al Yami davanti ad un tribunale specializzato in questioni di media è una violazione delle leggi saudite. Abdul Jawad è stato condannato a cinque anni di reclusione e 1.000 frustate.

A questo punto vorremmo sentire il commento dei candidati alle primarie del Partito Democratico sui seguenti punti: introduzione dell’ora di religione islamica nelle scuole, limitazione della libertà di stampa che pone l’Italia tanto indietro nelle classifiche mondiali preparate dall’intellighentia internazionalista di sinistra, dimissioni di Piero Marrazzo che ha confessato di avere la debolezza di frequentare transessuali per sordidi incontri omosessuali pur essendo un padre di famiglia, vittoria al Festival del cinema di Roma di un film che tratta di omosessuali naziskin danesi (in romanesco “un firm de frosci”) e progetto alternativo di governo del Paese. Soprattutto l’ultimo punto, da parte di questa gente, ci interessa non poco in vista di una sempre più opportuna revisione della Legge Basaglia…..

Lega razzista? E allora PD assassino!

Ecco il classico esempio di informazione sbilanciata in favore della Sinistra e contro la Lega Nord.
Tutti ricorderanno l’episodio, poi rivelatosi una bufala, di quel manifesto razzista comparso su Facebook a nome della sezione della Lega nord di Mirano (VE). Giornali, TV, radio, opinion-makers, perfino la solita parte della stampa internazionale, tutti a stracciarsi le vesti su quel “fatto inaccettabile” che, una volta dimostratosi falso, è diventato comunque “sintomatico, perché se si può concepire uno scherzo del genere significa che sotto c’è un fondo di verità”.
E giù, per giorni, con frasi demenziali e idiote come quella appena riportata.
Adesso invece succede che un segretario di una sezione politica del PD, reo confesso peraltro e costretto a dimettersi dalla carica, si chiede su Facebook “possibile che nessuno sia in grado di ficcare un proiettile in testa a Berlusconi?”.
Come il gatto che la fa e poi la copre, i media nazionali riportano la notizia di malavoglia, sempre specificando che il PD ha subito espulso il responsabile e che si tratta di un episodio isolato e insignificante.
Isolato e insignificante? E quelle centinaia di lettere sui forum dei giornali? E le decine e decine di telefonate in diretta a tutte le trasmissioni radiofoniche nazionali?
Il parossismo con cui si cerca inutilmente di attribuire alla Lega Nord l’etichetta infamante di partito razzista (inutilmente perché è talmente falso da risultare ridicolo) è secondo solo alla frustrazione isterica e sincopata di migliaia di elettori e di centinaia di esponenti del PD che vorrebbero vedere Berlusconi morto, in qualunque modo.
Che dire? Primo, la serietà che serve nella vita di tutti i giorni, ancor più se ci si occupa di politica, invita a raccomandare un comportamento sobrio e a collegare il cervello alla bocca, sempre e in ogni luogo. Vale per tutti. Secondo, risulta evidente che il problema della stampa in Italia non riguarda la libertà, bensì l’onestà. Terzo, sempre di più con l’avanzare degli anni noi Veneti ci rendiamo conto di che brutta gente siano gli Italiani, a cui ci hanno sottomesso i Francesi e i Prussiani 145 anni fa. Maledetta quella volta che Napoleone, 212 anni fa, è venuto da queste parti e ha creato i presupposti per questa conseguenza nefasta!
(articolo di DAVIDE LOVAT)PD prima e dopo

Il lungo “parto” del nuovo PD

Dopo i 3 discorsi programmatici dei candidati alla segreteria – Bersani, Franceschini e Marini – finalmente si è capito qualcosa di più di cosa sarà il PD.
Se vincerà Bersani, che ha vinto i congressi degli iscritti militanti del partito, ci sarà una riedizione del vecchio Ulivo di Prodi. Praticamente un ritorno al passato motivato dall’idea che l’Ulivo fu in grado di vincere le elezioni, sebbene non sia riuscito a governare a causa delle sue contraddizioni e sia arrivato a impallinare il prof. Prodi in entrambe le esperienze di Governo. L’idea di Bersani è di riproporre le idee e i contenuti politici della proposta prodiana, magari riuscendo a chiarirli meglio anche al popolo che è rimasto con l’impressione di un gran numero di buoni propositi, ma troppo fumosi e generici per poter essere tradotti in azione politica di governo. Comunque Bersani va in questa direzione, in continuità con l’evoluzione compiuta da quell’elettorato che si è riconosciuto nelle trasformazioni da PCI a PDS, da PDS a DS, e da DS alla confluenza nell’Ulivo.
Se vincerà Franceschini prevarrà l’anima della Margherita con l’idea della vecchia sinistra DC, quella dei “cattolici maturi” che ascoltano la Chiesa solo quando conviene e che della Verità Cristiana credono solo a ciò che non costa fatica, quelli che si sono inventati un Concilio Vaticano II diverso nei contenuti da quello vero, avendolo scambiato per il 1968, quelli che vanno a messa tutte le domeniche, che fanno volontariato e attivismo di parrocchia, ma poi sono per il divorzio e per l’aborto, sono per il pacifismo politico ma anche per il conflitto sociale di classe e per certe forme di pauperismo comunistoide che nulla ha a che fare con il messaggio cristiano o con quello di san Francesco; quelli che trovano sempre un posto di lavoro grazie alla “pretagna”, per loro e per i loro parenti; quelli che si sentono migliori, che puntano il dito, che accusano gli altri di tutto, però sommessamente, perché “non sta a me giudicare”… Anche ai tempi di Gesù c’erano degli Ebrei con queste caratteristiche, quelli estremamente ligi alle regole esteriori e sempre pronti a criticare ed emarginare: erano i Farisei.
Siccome Franceschini perderà le primarie, è probabile che escano dal PD per dialogare con Casini circa l’edificazione di un nuovo soggetto di “Centro di area cristiana”, magari lo faranno anche, e poi si divideranno ancora. Tanti auguri…
Se vincesse Marini, ma è molto difficile, il PD aprirebbe le porte a buona parte dei dispersi della sinistra più radicale, quelli che ancora hanno voglia di stare dentro le istituzioni e non si propongono più di fare la rivoluzione permanente trotskysta antisistema; in pratica si parla dei Verdi, dei Socialisti, di alcuni Comunisti snob dell’alta borghesia (soprattutto centromeridionale). L’ipotesi è molto difficile, anche se è ipotizzabile un buon risultato di Marini alle primarie che inviterebbe Bersani ad aprire canali di dialogo utili soprattutto a livello locale.
In definitiva, pensiamo che il PD approderà alla riedizione ammodernata dell’Ulivo prodiano e non è nemmeno da escludere che Prodi possa venire riesumato al momento opportuno per qualche ruolo importante.
Concludiamo perciò con una considerazione: probabilmente il PD non ha la base elettorale sufficiente per vincere le elezioni e rimarrà all’opposizione, però ha dimostrato di saper essere chiaro verso l’elettorato che è nelle condizioni di sapere bene chi e che cosa vota, grazie alle modalità del Congresso.
Negli altri partiti italiani, oggi, non c’è la stessa chiarezza. A onor del vero, questo va detto!PD nasce

Bersani, il PD e la “Questione Centrale”

Dove è nato Pier Luigi Bersani? A Bettola. Non ridete, è in provincia di Piacenza. Dove è eletto Bersani? Nella circoscrizione XI dell’Emilia-Romagna. Il padre era un meccanico benzinaio e lui è laureato in filosofia con una tesi sulla storia del cristianesimo e la figura di Papa Gregorio Magno. E’ sempre stato nel Partito comunista, è diventato Presidente della Regione Emilia-Romagna, ministro ora diventerà segretario del Pd. E’, finalmente, l’uomo giusto al posto. Questa è la mia convinzione ed è anche una vecchia predizione nel mio libro “Un’altra Italia: ovvero come risolvere la questione centrale”. Ma già con Franceschini ci si stava avvicinando all’obiettivo. Bersani sarà un leader di un partito che rappresenta il Centro Italia.
Il leader di una “lega democratica” che finge di rappresentare tutto il Paese, finge di essere un partito nazionale, ma che di fatto ha il proprio focolaio di riferimento in Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria e nelle Marche. Motivo per il quale la sinistra italiana è sempre minoranza e motivo per il quale la Lega Nord non è il primo partito territoriale d’Italia.
Se c’è un intenzione politica di dividere il Paese questa non è nell’idea del federalismo quanto nell’idea che ci sarebbe qualcuno più legittimato di altri a governarlo. E il Centro Italia ha sempre tentato di delegittimare chiunque non esprimesse il partito politico più forte nel Centro Italia. E’ stato così con la Democrazia cristiana (Andreotti il gobbo mafioso, Cossiga il gladiatore scritto con la K iniziale, Fanfani piccolino come Brunetta…) dal serio al faceto, o al gossip come si dice oggi.
Del resto la “lega” l’hanno inventata nel Centro Italia mica a Varese. Signore e Trocino, che hanno scritto un libro sul Carroccio, raccontano che nel 1975 l’allora Presidente dell’Emilia-Romagna, che non era Bersani, ma Guido Fanti, lanciò l’idea della “Padania e di una grande Lega del Po, un accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia.” Capito?
Il sociologo Fausto Anderlini ricorda che le leghe bracciantili sono nate proprio in Emilia-Romagna ed erano basate sulla chiusura totale agli immigrati e ai “crumiri” che arrivavano dal Veneto e da altre regioni limitrofe; gente che veniva picchiata a sangue se non stava alle regole. La Lega Nord, insomma, non ha inventato un bel niente. Ha semplicemente raccolto e rielaborato quello che i titolari hanno abbandonato, almeno in Centro Italia. Ed è per questo che la Lega Nord potrà sfondare anche in quelle regioni: perché è come un ritorno alle origini. Senza dimenticare che, nel nostro Paese, là dove è nato il comunismo si è, poi, sviluppato anche il fascismo.
Dario Franceschini è stato un assaggio, ma troppo spurio e troppo cattolico per essere autenticamente espressione del Centro Italia; luogo di riferimento anche per i vecchi repubblicani antipapisti dell’area tra Ferrara e Ravenna e Rimini. Oggi, in una crisi profonda delle ragioni della sinistra, tocca al nucleo fondante: se fallirà anche la rappresentanza di Bersani la sinistra italiana non esisterà più. Ecco perché, consciamente – ma mi pare, come al solito, molto più inconsciamente – il maggiore partito di sinistra, oggi, è costretto a scegliere un leader che sia un rappresentante autentico, radicato nel proprio territorio, espressione “pura” del proprio dna. Bersani, insomma, non è un Veltroni e meno che meno un ex radicale come Rutelli.
Il Partito comunista, diventato Partito democratico, sta scegliendo la sua ultima carta per la sopravvivenza. Dovrà elaborare il nuovo, se c’è, dell’Italia centrale. E su questo ci ritorneremo. Questo significa, in linea generale, che il nostro Paese è avviato verso una trasformazione radicale perché si tratterà attraverso la dinamica politica tra PdL, Lega Nord e Pd (che insieme raccolto intorno all’80% del voto politico) di trovare un nuovo equilibrio. Il PdL rappresenterà il Sud e se non lo farà in pieno nascerà un vero e proprio “partito del Sud”, la Lega Nord rappresenterà il Nord e il Pd rappresenterà il Centro Italia. E’ sempre stato così durante la, cosiddetta, seconda Repubblica, ma la retorica dello stato unitario ha sempre coperto la realtà e reso gli italiani incoscienti delle reali dinamiche politiche ed economiche di fondo.
Oggi che la crisi avanza, che l’impossibilità di governo si fa sempre più palese, che il dibattito sui governatori si arroventa ognuno dovrà acquisire consapevolezza della realtà e, soprattutto, mostrare la propria vera faccia. I comunisti e post-comunisti nel nostro Paese non l’hanno mai fatto perché hanno potuto costruire un’énclave nel bel mezzo del Paese; fatta di mezzadria e poi di cooperative, costruendo una rete fitta tra politiche locali, economia, finanza e cultura mediatica e rappresentanza nazionale che ha permesso al Pci, e poi ai suoi derivati, grazie alla dominanza delle ideologie, di presentarsi come partito a caratura nazionale. Ma non è così: anche Bersani sarà un leader – sicuramente il più adatto in questo momento storico – di un partito territoriale. E in quanto tale un partito che potrà fare chiarezza solo se dichiarerà chi vuole rappresentare. I partiti nazionali hanno “giocato” a rappresentare le diverse classi sociali, i partiti territoriali e post-ideologici sono trasversarli ma imperniati su territori di riferimento perché rappresentano diverse mentalità.
Si smetta, allora, di criticare la Lega Nord su localismo e territorialità e ognuno si assuma le proprie responsabilità politiche.
Oggi, in Italia, se guardiamo da dove arriva il consenso, non troviamo più partiti politici di caratura nazionale e dunque, per ora, l’asse Bossi-Berlusconi è il meglio che possiamo avere perché rappresentano il miglior compromesso nazionale con il legame tra il Sud e il Nord. Dove va l’Italia Centrale? Attendiamo la risposta da Pier Luigi Bersani.
(di ANTONIO GESUALDI)
.Bersani