Intervista a Ferretti, un reduce dell’anima

L’ex cantante punk filosovietico Giovanni Lindo Ferretti racconta in un’intervista all’Osservatore Romano la storia della sua vita cambiata. L’Altra Campana la propone ai suoi lettori, consigliando vivamente la lettura del libro “Reduce” prima di leggere anche “Bella gente d’Appennino”, due libri meravigliosi scritti da un uomo che ha avuto un percorso in cui molti si possono riconoscere, magari senza averlo ancora completato. E può aiutare a trovare la strada per la pace interiore, condizione necessaria per apprezzare il dono della vita.

“La comunione dei santi resiste anche all’invasione dei media”
di Andrea Possieri

Un ex cantante punk convertito al cattolicesimo o, più semplicemente, un punk cattolico. Giovanni Lindo Ferretti, spesso, viene presentato con questo ossimoro che si trasforma velocemente in un’etichetta dal sapore agrodolce. Prima di tutto, però, l’ex cantante dei “Cccp. Fedeli alla linea” è un “reduce” delle battaglie ideologiche del Novecento. Un superstite che ha “fatto la pace” con la propria famiglia e che è “tornato a casa” tra le montagne dell’appennino tosco-emiliano.
Raggiungere la dimora di Giovanni Lindo Ferretti, in questo gelido inverno, non è un’impresa da poco. Lasciata alle spalle l’autostrada, superati insidiosi tornanti innevati, una minuscola carreggiata ricca di curve e di ponti ci introduce a Cerreto Alpi, piccolo borgo di montanari e allevatori, “un postaccio in alto, scosceso e aspro, sporco d’umanità e di bestiame”. È qui che ha vissuto e che vive quella “Bella gente d’appennino” (Milano, Mondadori, 2009, pagine 198, euro 17) che dà il titolo all’ultimo libro di Ferretti.

Sul tuo ultimo libro hai scritto che “la casa in ristrutturazione e un tumore alla pleura” ti hanno “ancorato alla vita” e ti hanno aiutato a salvarti. Da cosa ti hanno salvato?
Mi hanno salvato da una dissipazione vitale. Dissipare la vita, per me, non è stata una questione di grandi idee ma un problema di quotidianità. La mattina mi alzavo tardi, bighellonavo, preparavo un concerto e, infine, mi esibivo sul palco. Una vita che pensavo fosse libera ma che, invece, era schiava di ogni moda stagionale. La malattia che dovevo affrontare e la casa da ristrutturare, che avrebbero potuto essere considerate soltanto una doppia disgrazia mi hanno obbligato a fare seriamente i conti con la vita e mi hanno aiutato a cambiare radicalmente la mia quotidianità.

Sembra quasi che ci sia un parallelo tra la malattia del corpo e la casa in rovina.
Effettivamente, la ristrutturazione della casa di famiglia, dove sono nato e cresciuto ha a che fare con un’idea che travalica la mia singola esistenza. Inizialmente, volevo rimetter mano soltanto al tetto, poi, però, è venuta un’alluvione e la casa si è riempita d’acqua. Così sono sceso alle fondamenta e non avevo abbastanza soldi. Due gravosi problemi: salvarmi la vita, non far crollare la mia venerabile dimora. Partendo da questi due dati, profondamente negativi, ho accettato la realtà e sono andato avanti, cominciando a ringraziare Dio per ciò che avevo.

Tutto questo, però, accadeva in un momento di particolare successo.
Sì, grossomodo tra il 1999 e il 2001, nel periodo in cui il mio gruppo musicale, i Csi (Consorzio suonatori indipendenti), è diventato troppo fortunato e io sono salito sul palcoscenico, per ben due anni, con gli occhi bendati per non vedere niente e la speranza che i concerti finissero alla svelta. Già prima della malattia, comunque, avevo iniziato a pensare che la vita che mi ero costruito non era di così grande interesse e gradimento come avevo immaginato e continuavo con sempre maggiore insoddisfazione pensando che occorresse cambiare radicalmente: fornire un senso alla mia vita, tornarmene a casa.

Nelle tue canzoni, comunque, c’è sempre stata un’attenzione alla dimensione spirituale.
Non sono mai stato ateo e ho sempre avuto una visione carnale della dimensione della Creazione. Quando mi sono distaccato dalla Chiesa cattolica non ho abbandonato l’idea della Creazione. Per un periodo ho subito il fascino dell’islam. Poi ho iniziato a coltivare un grande amore per la letteratura e la storia ebraica – che è già quasi “un ritorno a casa” – e per un periodo di tempo ho frequentato il buddismo.

Alla fine, però, c’è stato il ritorno al cristianesimo e alla casa di famiglia.
Quando sono tornato a vivere nella casa della mia famiglia, a Cerreto Alpi, c’era ancora un prete in paese. Sono andato da don Guiscardo e gli ho esposto tutti i miei problemi e i miei dubbi. Don Guiscardo mi ha risposto che non c’era molto da discutere. Ogni giorno, non solo la domenica, c’era la messa. E poi c’erano le festività durante l’anno. Ho riscoperto la dimensione al tempo stesso naturale e liturgica dell’anno solare. Tornare a casa, per me, ha significato tornare nella casa della mia famiglia e risentirmi generazione su generazione. Chi mi guarda, guarda anche mio padre, mia madre e mio nonno. È una bella responsabilità!

“Tornare a casa” è un’espressione che ricorre molto spesso nei tuoi interventi. Cosa ha significato nascere e crescere in questo piccolo borgo di montagna?
Sono nato in un periodo in cui la disgrazia si era particolarmente accanita contro la mia famiglia. Mio padre è morto quando mia madre ha scoperto di essere incinta. Dopo la sua morte mia madre ha dovuto mandare avanti tutta la famiglia, compresi i vecchi e i malati, ed è stato un periodo molto difficile e di estrema povertà. Sono stato allevato qui a Cerreto Alpi in una comunità tradizionale e posso dire di essere stato un bambino cattolico, felice perché amato. Crescere in una famiglia tradizionale vuol dire che non sono mai andato a catechismo: era mia nonna che si preoccupava della mia educazione religiosa. Visto che in paese esisteva una pluri-classe e lo studio non era eccellente sono stato mandato in collegio dalle suore di Maria Ausiliatrice.

Quand’è che hai deciso di diventare un cantante punk filo-sovietico?
Fino alle scuole medie inferiori ho avuto una educazione cattolica, poi, la mia adolescenza ha coinciso con il 1968 e, in quel particolare momento storico, ho abbandonato con molta buona volontà tutto ciò che ero, tutto ciò che mi avevano insegnato. Quando sono entrato al liceo scientifico pubblico ho pensato bene di rigirare il mio mondo, di ricostruirmi nuovo. Un uomo nuovo adatto ai tempi e con grandi aspettative: un po’ come uscire dalla superstizione per avviarmi verso un luminoso futuro scientifico e materialista.

C’è una frase, nel libro, che sottolinea questo tuo passaggio biografico: “Giovanotto sono stato succube e agente di un’ideologia falsificante che estirpava, in baldanzosa marcia, ogni legame organico”.
Quelle parole mi rappresentano a pieno e potrei anche cantarle. Devo aggiungere, però, che anche nel periodo di maggior distacco dalla Chiesa cattolica, non ho mai troncato in maniera assoluta con ciò che ero prima.

Per cinque anni, prima di iniziare a cantare, sei stato un operatore psichiatrico. Quanto ha influito quell’esperienza?
Quell’esperienza mi ha toccato profondamente, senza non avrei mai avuto il coraggio e, forse, il cattivo gusto di inventarmi cantante. Dopo aver lavorato per cinque anni come operatore psichiatrico ho pensato di aver saldato il mio debito con la società. È come se mi fossi accollato un dolore della società che, prima, era stato nascosto nei manicomi e, poi, era stato rigettato sulle famiglie e sugli operatori psichiatrici come me. Quei cinque anni mi hanno fornito un’attitudine ad accettare la vita nella sua complessità e la sofferenza che non si può evitare. Dopo così tanto disagio psichico e fisico, il fatto che io fossi diventato un cantante punk mi sembrava plausibile. Uno dei miei matti, quando tornai a trovarlo, mi abbracciò e mi disse: “Era ora che tu venissi dalla nostra parte!”.

Finita l’esperienza con i Cccp, con i Csi e con i Pgr (Per grazia ricevuta) chi è oggi Giovanni Lindo Ferretti: un musicista, uno scrittore o un attore di teatro?
Di sicuro ero sbandato, ora non so bene cosa sono. Direi un cantore. Porto in giro due piccoli spettacoli, ma non posso lavorare più di due o tre serate al mese perché devo accudire mia madre. Da quattro anni vado in giro con voce e violino, oppure con voce, violino, organetto e una seconda voce maschile. Ho sperimentato il piacere di uno spazio scenico non deputato ai concerti. Cortili, aie, radure. Più di cento concerti in chiesa, per quanto esibirmi in chiesa mi crei sempre un po’ di timore e di imbarazzo. Questo non trova corrispondenza nel pubblico, nei sacerdoti e alla fine mi rasserena.

Sicuramente, però, il gusto per la parola è un punto di contatto con il vecchio Ferretti.
Me lo riconoscono anche i detrattori. Il livello essenziale della mia dimensione pubblica è il piacere della parola, la sua musicalità, il gusto arcaico della parola. Non sono legato alle sperimentazioni o alle avanguardie del Novecento, ma sono intriso di oralità, legato ai salmi, all’epica. Credo che la parola sia il dono più grande che il Creatore ha fatto all’uomo. La parola è vita. E io, fra l’altro, vivo di parole.

Nel libro hai dedicato alcune pagine ai Papi che hanno caratterizzato la tua vita. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha coinciso con la tua affermazione pubblica.
Quello è stato il periodo di maggior distanza dalla Chiesa. Il pontificato di Giovanni Paolo II coincide con la mia vita pubblica, il mio essere un cantante punk. Mi ricordo benissimo quando Karol Wojtyla è diventato Papa. L’ho visto in televisione e mi è sembrato un patriarca biblico, giovane e forte. Un’immagine che mi fa sempre pensare a san Giuseppe. Solitamente san Giuseppe viene rappresentato come un vecchio. Invece no, per me lo sposo di Maria è un bell’uomo, giovane e nel pieno delle forze. Giovanni Paolo II era un bell’uomo, con quell’incedere fiero e deciso. È proprio una bella immagine. Nonostante ciò, per un lungo periodo della mia vita ho manifestato una costante forma di disprezzo verso il Papa. L’immagine di Giovanni Paolo II che mi arrivava leggendo “la Repubblica”, “l’Unità” o “il manifesto” era un insieme di negatività. La stessa cosa succede oggi per Benedetto XVI. Gli stessi che criticano Benedetto XVI usano Giovanni Paolo II come termine di paragone: il Papa polacco era bravo invece “il pastore tedesco” è reazionario, dimenticando, che del “bravo” dicevano, a suo tempo, le stesse cose che dicono oggi del “reazionario”.

Che cosa ti ha fatto cambiare idea su Giovanni Paolo II?
Quello che mi ha molto colpito è stato il modo in cui ha vissuto la propria vecchiaia, la malattia. L’accettarsi compiutamente nella propria forza e nella propria debolezza. Smisi di leggere quei giornali che auspicavano le dimissioni del Papa malato e iniziai ad ascoltare l’Angelus, in televisione o direttamente a Roma. Ci sono stati momenti in cui mi sembrava che quel dolore, quel viso sofferente, quella persona malata parlassero direttamente a me. Legavo quella sofferenza al dolore dei vecchi della mia famiglia, alla loro agonia. È un grande dono se un vecchio può permettersi una agonia nelle propria casa assistito amorevolmente dai propri cari. Non si possono sciupare questi momenti. È un insegnamento vitale che si trasmette alle generazioni e non si verifica in altra situazione. Il Papa, usando i media e pur essendone usato, ha fatto un dono credibile non solo al popolo di Dio ma a tutti coloro che lo hanno visto. Ha mostrato che si può morire con una grande dignità nell’accettazione del mistero della vita. La sofferenza non si può spiegare con le parole si può solo vivere e si deve mostrare come ha fatto Giovanni Paolo II.

Invece a proposito del cardinale Ratzinger hai scritto: “Un giorno, stanco di leggere sui quotidiani frasi estrapolate, esposte al pubblico disprezzo, del reazionario per eccellenza “Pastore tedesco”, entrai in libreria e chiesi: “Non ha mai scritto un libro, questo tal Ratzinger?”"
L’immagine che avevo del cardinale Ratzinger, senza aver mai letto un suo libro, era quella del “reazionario per eccellenza”. Le prime volte che, da Papa, si è presentato in pubblico percepivo un indole di riservatezza e timidezza. Mentre Giovanni Paolo II dominava le scene, Benedetto XVI è l’esatto opposto. Un po’ soffro con lui e vorrei far sparire tutte le macchine fotografiche, le videocamere e i telefonini che circondano il Papa! Benedetto XVI incarna l’immagine dello studioso, dell’uomo saggio e sapiente, timorato di Dio. Quando il cardinale Ratzinger è diventato Papa mi sono inginocchiato davanti alla televisione piangendo per la commozione, la gioia. Il Papa è il nostro Santo Padre e può essere malato, sano, giovane o vecchio. Io lo amo per come egli è. Il Papa è forte al di là della propria indole perché, dietro e attorno a sé, c’è qualcosa che si chiama la comunione dei santi che regge anche l’invasione dei media.

È vero che, qualche tempo fa, hai firmato un contratto in cui erano previste delle clausole dove era vietato parlare male del Papa?
Quando lavoravo con il regista teatrale Giorgio Barberio Corsetti la produzione aveva aggiunto una clausola al contratto che intimava: “È vietato parlare del Papa nei camerini o attorno a Ferretti”. Questo perché quando sentivo parlare male di Benedetto XVI mi innervosivo oltremodo e ne nascevano liti furiose per le stupidaggini che sentivo. Naturalmente io ho cumulato molte colpe nella mia vita e accetto la stupidaggine mia e altrui. Non sono stato meno sciocco di coloro che adesso si comportano da stolti nei confronti del Santo Padre. Ma io difendo il Papa e non sono in grado di accettare certe banalità determinate da ignoranza, malafede e superficialità.

Leggendo il libro par di capire, però, che non hai una particolare predilezione per l’arte sacra contemporanea.
Quando vedo certe opere d’arte o partecipo ad alcune celebrazioni liturgiche rimango senza parole. La messa è il sacrificio perfetto! Invece, ci sono celebrazioni liturgiche che per noi, povera gente di montagna, sono insultanti. La liturgia non è qualcosa che possiamo alimentare in base alle nostre voglie e alle nostre volontà. La liturgia è un legame fortissimo, è la Tradizione e non si può cambiare perché qualcuno crede di aver avuto una bella idea. La dimensione della Chiesa è storicizzata e storicizzabile ma non si può inventare di colpo un’altra cosa. Non voglio fare il moralista, però, di fronte all’arte moderna sono in uno stato di grande empasse. Francamente non ho mai visto niente, dell’arte moderna, che sia riconducibile a una dimensione religiosa. La religione è un legame con il divino e un rapporto con la storia determinato da un avvenimento, non proprio indifferente, che si chiama Incarnazione. Come è possibile costruire una chiesa che non sta in nessun rapporto con la Tradizione?

Questo discorso vale anche per la preghiera?
Ognuno di noi può inventarsi le proprie preghiere, ha tutta la libertà e anche il dovere di farlo. Ma la comunità non è la somma numerica dei convenuti. Io non sento alcun bisogno di preghiere nuove perché ci sono le preghiere di sempre che ci legano alla storia. A me dispiace di non sentire più il nome Melchisedek. Da bambino ero incantato dal nome Melchisedek e non vedevo l’ora di imparare a leggere per andare a studiare chi fosse. Egli è sommo sacerdote al cospetto di Dio prima ancora che cominci la storia di Abramo. Alcuni anni fa lessi il libro del cardinale Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, e lo trovai meraviglioso. Lui mi diceva tutte le cose che io volevo sentirmi dire per tornare in Chiesa in pace. Anzi, me ne diceva molte di più e mi sistemò molti punti che prima mi erano confusi. Dovrebbe essere il nostro dovere, oltre che piacere, ascoltare quel che dice il Santo Padre.

Dalla spiritualità alla pratica politica. Tu hai assunto anche una netta posizione pubblica sull’aborto.
La storia dell’aborto nel nostro mondo è una questione da cui non si può svicolare, l’aborto è un crimine incredibile che si commette con una leggerezza credibilissima. Io non posso far altro che ribadire quello che credo: nessuno ha il diritto di uccidere un innocente. Non mi permetto di giudicare una donna che abortisce, ma giudico severamente una società che invece di farsi carico della maternità trasforma, nel regno delle idee, l’uccisione dell’innocente assoluto in un diritto festoso sostenuto da cortei, balletti, striscioni e impone, nei fatti, non solo la desacralizzazione della vita ma la riduzione dell’uomo a materiale organico atto allo scarto o alla sperimentazione.

C’è una cosa, nella tua vita, che ti penti di aver fatto?
Aver scritto e cantato: “Allah è grande e Gheddafi è il suo profeta”. Prima di tutto, per aver messo insieme Allah e Gheddafi e poi per quella spocchioseria, sottintesa, che si permette di irridere tutto e tutti ma che spero si possa perdonare a un giovane estremista sciocco e di buon cuore come era il sottoscritto. Due scappellotti, per questo, me li meriterei proprio. Mi pento di molte altre cose, ovvio, ma attengono alla relazione tra il Creatore e la mia persona e trovano nella dimensione del confessionale il proprio spazio. Rifuggo il parlar pubblico che diventa necessariamente pettegolezzo.Gio Lindo FerrettiGio Lindo Ferretti

Vivere è scegliere tra la mediocrità e la verità

SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI
….. Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.”……

(Commento al Vangelo di don Pierangelo Rigon)
Oggi si proclama il Vangelo secondo san Matteo (5, 1- 12)

Il 1 novembre, festa di Ognissanti, la Liturgia ci fa ascoltare le Beatitudini.
E’ il grande esordio al “discorso della montagna”, contenuto nei capitoli 5,6,7 del primo Vangelo, cioè quello di San Matteo.
Giustamente si è soliti considerare questo discorso del Signore come la “magna charta” del cristianesimo, cioè la legge fondamentale che dovrebbe guidare orientamenti e scelte di chi ha deciso di seguire Gesù Cristo e di farne il maestro e il modello di vita.

Le beatitudini non sono umanamente comprensibili, rappresentano l’assurdo eretto a criterio di ragione.
Credo che nessun uomo sapiente, o considerato tale, in tutta la storia dell’umanità, abbia detto qualcosa di simile.
Dunque, chi le ha pronunciate o è folle, o vuol scherzare, o è Uno che ha veramente capito il senso della vita perché è proprio la Vita stessa.
I cosiddetti “santi”, quelli che oggi la Chiesa festeggia perché sono certamente nella gloria di Dio (lo attesta la parola infallibile del Pontefice Romano quando li canonizza) hanno preso molto sul serio queste parole.
Tant’è che, molti di loro, sono stati considerati dei pazzi.
Ogni beatitudine scardina sicurezze acquisite e modelli di pensiero fortemente propagandati, specialmente oggi.
Ci si potrebbe domandare quale vantaggio abbiamo a vivere così. Perché dovremmo farlo? “Perché – dice Gesù – avrete la ricompensa nei cieli”.

La dottrina cristiana ci parla di “Paradiso”: è là che vivono i Santi, è la che abita Dio, è là che noi speriamo di giungere dopo una vita vissuta da buoni.
Naturalmente nessuno di noi può definire il Paradiso, anche se proprio molti Santi, già in terra, hanno avuto la grazia di contemplarlo; insieme al suo opposto, l’inferno.

La maggior parte di noi, però, può solo immaginarlo perché – come dice la II lettura della Messa del 1° novembre (un versetto della I lettera di San Giovanni) – “ciò che saremo non è stato ancora rivelato”.

E’ come dire: “non lo sappiamo”.

La vita cristiana è un dato di fatto (perché il Battesimo ci ha costituiti realmente “figli” di Dio e “fratelli” di Gesù Cristo, il primogenito), ma è anche al tempo stesso un cammino che si realizza nel tempo che ci è dato di vivere.
Attimo per attimo, perciò, siamo chiamati ad essere cristiani, secondo le indicazioni di Gesù, facendo delle Beatitudini il programma, la scala che ci porta in Paradiso.

Sappiamo bene che c’è chi, anche in molti salotti televisivi, ride di tutte queste cose con il sussiego tipico dell’intellettuale laico o del “cristiano maturo”.
Noi, poveri cristiani della strada, cresciuti con il catechismo del vecchio parroco, noi ci fidiamo di tutto quello che abbiamo appreso.
Sappiamo che non vi è inganno in questo insegnamento perché esso risale agli Apostoli che l’hanno udito dalle labbra del Nazareno, il Crocifisso e Risorto.

Il “Santo di Dio” è Lui!

Nella sua infinita bontà Egli ci partecipa questo dono, rendendoci non tanto “impeccabili”, ma capaci, fosse anche dopo innumerevoli cadute, di risalire ogni volta la china e di guardare in alto.
Non aspirare alla Santità, non credere alla Santità, irridere la Santità, è scegliere una vita mediocre o che tale, prima o poi, si rivelerà agli altri e anche a noi stessi.
Come aveva ragione Léon Bloy, quando affermava: “Non c’è che una tristezza al mondo, ed è quella di non essere santi”.

Gesù di Zeffirelli

Il Papa alla FAO: il cibo è un diritto fondamentale

Città del Vaticano – Il cibo è ”un diritto fondamentale delle persone e dei popoli”, una “concreta manifestazione del diritto alla vita”, realizzarlo richiede che l’agricoltura possa disporre di un “sufficiente livello di investimenti” e una “lungimirante” solidarietà, specialmente in questi tempi di crisi. A tale scopo è necessario che si cambino “gli stili di vita” e che la comunità internazionale intervenga in modo “più adeguato e determinato” a favore dell’agricoltura e di coloro che vi lavorano. Benedetto XVI, che il 16 novembre interverrà al vertice della Fao che si terrà a Roma, lo scrive in un messaggio che ha inviato al direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, Jacques Diouf, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione 2009, che si celebra oggi.

“La crisi attuale, che attraversa senza distinzione l’insieme dei settori dell’economia – scrive il Papa – colpisce particolarmente in maniera grave il mondo agricolo, dove la situazione diventa drammatica. Questa crisi chiede ai Governi e alle diverse componenti della Comunità internazionale ad operare scelte determinanti ed efficaci”.

“Il tema scelto quest’anno dalla FAO per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione è “Raggiungere la sicurezza alimentare in tempi di crisi”. Esso – si legge ancora nel documento – invita a considerare il lavoro agricolo come elemento fondamentale della sicurezza alimentare e, quindi, come una componente integrale dell’attività economica. Per tale motivo, l’agricoltura deve poter disporre di un sufficiente livello di investimenti e di risorse. Questo tema richiama il fatto e fa comprendere che i beni della creazione sono limitati per loro natura: essi richiedono, pertanto, atteggiamenti responsabili e capaci di favorire la sicurezza alimentare, pensando anche a quella delle generazioni future. Una profonda solidarietà e una lungimirante fraternità sono dunque necessari”.

“Il conseguimento di questi obiettivi – prosegue il Papa – richiede una necessaria modificazione degli stili di vita e dei modi di pensare. Obbliga la Comunità internazionale e le sue Istituzioni a intervenire in maniera più adeguata e più determinata. Auspico che tale intervento possa favorire una cooperazione che protegga i metodi di coltivazione propri di ogni area ed eviti un uso sconsiderato delle risorse naturali. Auspico, inoltre, che tale cooperazione salvaguardi i valori propri del mondo rurale e i fondamentali diritti dei lavoratori della terra. Mettendo da parte privilegi, profitti e comodità, questi obiettivi potranno essere realizzati a vantaggio di uomini, donne, bambini, famiglie e comunità, che vivono nelle aree più povere del pianeta e sono, dunque, più vulnerabili. L’esperienza dimostra che le soluzioni tecniche, pur avanzate, mancano di efficacia se non si riferiscono alla persona, principale protagonista che, nella sua dimensione spirituale e materiale, è origine e fine di ogni attività”.

“L’accesso al cibo, più che un bisogno elementare, è un diritto fondamentale delle persone e dei popoli. Potrà diventare una realtà, e quindi una sicurezza, se sarà garantito un adeguato sviluppo in tutte le diverse regioni. In particolare, il dramma della fame potrà essere sconfitto solo “eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale” (Caritas in veritate, n. 27).

“La Chiesa cattolica – termina il messaggio di Benedetto XVI – fedele alla sua vocazione ad essere vicina agli ultimi, promuove, sostiene e partecipa agli sforzi realizzati per consentire ad ogni popolo e comunità di disporre dei mezzi necessari a garantire un adeguato livello di sicurezza alimentare”.

La lettura degli ultimi tre paragrafi è l’esplicazione concreta del modo di pensare di ogni leghista sincero, nel momento in cui si preoccupa di trovare una soluzione al problema dell’immigrazione massiccia proveniente dai Paesi più poveri. Questo giornale, espressione dei cattolici veneti leghisti, non può che sottoscrivere ogni parola con l’auspicio di contribuire alla diffusione di queste idee che la Lega Nord semplifica, con un linguaggio popolare, attraverso lo slogan “AIUTIAMOLI A CASA LORO” che, come sopra è dimostrato, trova origine e riscontro in ambienti che niente hanno a che vedere con razzismo e xenofobia. Esattamente come il Veneto, sia che lo si intenda come popolo, come comunità, come area storico-geografica o come espressione di una cultura precisa di una nazione antropologicamente ben riconoscibile.
FAO

La Chiesa si è accorta della Lega Nord

bossi_umberto1_070508_adn--400x300Una delegazione leghista composta dal Segretario Federale On. Umberto Bossi, dal vicepresidente del Senato e leader del Sindacato Padano Sen. Rosy Mauro, dai capogruppo di Camera e Senato On. Roberto Cota e Federico Bricolo, ha avuto udienza presso il Segretario di Stato Vaticano Card. Tarcisio Bertone.

E’ il secondo incontro in un mese tra vertici del partito federalista e vertici del Vaticano, un segnale importante di apertura al dialogo della Chiesa con l’unico partito che, ufficialmente e per statuto, riconosce il Magistero della Chiesa come ispirazione nei temi di natura etica e che, in tutte le esternazioni pubbliche, dichiara imprescindibile il riconoscimento dei fondamenti della cultura cristiana nelle legislazioni dei Paesi Europei e della stessa Unione Europea.

Il fenomeno leghista, nato in maniera confusa e disordinata per rispondere al malessere di milioni di cittadini vessati e discriminati dallo Stato negli anni Settanta del secolo scorso, ha conosciuto un inizio ruspante nel quale non erano ancora delineati i contorni ideologici della nuova formazione. Ma in anni di comizi davanti a decine di migliaia di persone partecipi, in migliaia di scontri e confronti interni, in infinite discussioni su quale sia il vero sentimento che muove la gente a fare centinaia di Km per ritrovarsi a fare numero attorno ai propri rappresentanti e gridare all’Italia la propria esistenza, questo movimento è maturato.

La Lega Nord ha prodotto una nuova classe di politici preparatissimi, ha una percentuale di laureati impensabile negli altri partiti pur restando forza popolare che comprende tutti, anche gli emarginati e i derelitti che nell’accettazione alle riunioni di proporzioni bibliche trovano una loro dimensione (e finiscono sempre in TV, dato che i TG inquadrano solo quelli…); nelle città dove amministra converte anche i nemici, i sindaci come Gentilini, Tosi, Bitonci sono famosi ovunque, vengono spesso attaccati dai media nazionali ma sono amati come star del pallone quando camminano per le vie tra i cittadini.

E la riflessione imposta dal confronto con altre civiltà, imposto dalla globalizzazione e dalla massiccia immigrazione verificatasi proprio nelle zone a voto leghista, ha sviluppato un senso identitario profondo che non è più esclusivo, ma inclusivo. Vale a dire: benvenuti agli immigrati, se si assimilano a noi e diventano come noi; altrimenti non ne abbiamo bisogno e grazie tante!

Può darsi che la Chiesa stia riflettendo, grazie anche a questo straordinario Papa, sul fatto che l’accoglienza non può diventare rinuncia al proprio Credo profondo. D’altra parte anche San Paolo e la Didaché dei primi Apostoli erano molto chiari su questo argomento. Il dovere della misericordia e della carità è imprescindibile, ma la carità deve essere sempre nella verità, altrimenti è vuota e autoreferenziale. Può darsi che questo sia anche l’inizio di un percorso che aiuterà la Lega Nord a liberarsi del fardello di certi residui del passato, oramai marginalizzati ma ancora aventi voce in capitolo in certe circostanze, per la gioia dei media avversari che ridicolizzando la Lega Nord, ridicolizzano le istanze di giustizia sociale, fraternità comunitaria e amicizia nel rispetto reciproco che attraverso la riforma federalista la gente della Lega vuole vedere realizzata in tutta Italia.

Il Papa richiama i sacerdoti all’impegno contro il relativismo

Nella consueta udienza generale del mercoledì Benedetto XVI ha ricordato la figura esemplare del curato di Ars, il sacerdote francese San Giovanni Maria Vianney. Oltre la straordinaria efficacia del ritratto di questo prete morto 150 anni fa e vissuto in Francia in pieno periodo post-rivoluzionario, il Papa ha offerto una stimolante riflessione sull’analogia tra quei tempi e i nostri: nel 1800 dalla Francia si diffondeva in Europa una sorta di “dittatura del Razionalismo” che pretendeva di innalzare la Ragione al livello di una divinità, togliendo all’uomo l’orizzonte della fede, salvo poi scontrarsi con l’insufficienza della pura razionalità per rispondere agli eterni interrogativi della vita di ciascuno; oggi viviamo invece, per così dire, in una specie di “dittatura del Relativismo” che esclude il concetto stesso di Verità e pretende di considerare come vero solo ciò che è misurabile empiricamente.
Inutile dire che questa prospettiva è altrettanto fallace, in quanto nemmeno per questa strada si può riuscire a dare soddisfazione a quel bisogno insopprimibile di senso che è un elemento costitutivo dell’essere umano.
Per la migliore comprensione della catechesi del pontefice, rimandiamo i lettori alla consultazione del sito del Vaticano www.vatican.va