Schumpeter, filosofo della politica tedesco del XX secolo, arrivò alla conclusione che la democrazia occidentale si sta riducendo a un mero meccanismo di attribuzione del potere alle lobbies in concorrenza tra loro attraverso il metodo del voto popolare.
La sua riflessione, arguta e dettagliata, ora ci interessa solo nelle conclusioni ma ci preme notare come avesse ragione quando sosteneva che un sistema siffatto smette di essere una vera democrazia, in quanto il popolo risulta spossessato del suo potere e diventa solo uno strumento da manipolare per canalizzarne il consenso, attraverso strategie comunicative di massa, nella direzione preferita da questo o da quel gruppo di interessi. In questo tipo di sistema il potere sarebbe quindi una “oligarchia delle lobbies organizzate”, mascherato da democrazia per evitare l’insorgere di conflitti sociali: il popolo, votando, crede di essere sovrano, e invece non decide mai un bel niente.
Quando viene il sospetto che anche noi ci troviamo in questo tipo di sistema? Quando ci rendiamo conto che, forse, quella previsione di Schumpeter si è già avverata, qui ed ora?
Risposta: quando un cortocircuito del sistema consente al popolo di esprimersi su temi sgraditi ai detentori del potere e quando, ulteriore cortocircuito, il popolo vota in modo contrario a quanto stabilito, imposto, preteso dalla poderosa macchina della propaganda istituzionale. Come, per esempio, è accaduto in Svizzera nei giorni scorsi con il referendum costituzionale “anti-minareti islamici”.
La conferma, la prova del 9 dei nostri sospetti viene data dalla reazione parossistica e compulsiva di tutti i media, di tutte le agenzie sociali di grande influenza (Chiesa, ONU e loro organismi specifici e autonomi), di tutto il “gotha” del politically correct, di tutti coloro che si stracciano le vesti contro la volontà popolare, con il chiaro intento di plagiarla e delegittimarla. L’ultimo esempio analogo che tutti ricordiamo è quello dell’Irlanda, unico Paese membro della UE a cui fu consentito di esprimersi sull’argomento e che votò contro la ratifica del Trattato di Lisbona; ebbene, il “Sistema” si mise in moto immediatamente e costrinse il popolo irlandese a scegliere tra aiuti economici, in cambio del voto favorevole, e un vero e proprio embargo politico commerciale in caso contrario, attuato in modo subdolo e strisciante fin da subito. Gli irlandesi, richiamati a votare dopo solo un anno e colpiti dagli effetti dell’embargo silenzioso, in un clima di propaganda degno di Goebbels hanno rinunciato alla loro volontà di popolo e anno dovuto chinare il capo, schiacciati dalla prepotenza dei “Signori” al potere.
Anche in Svizzera sembra che il desiderio delle “avanguardie consapevoli” sia lo stesso: combattere il popolo per piegarlo alla loro volontà. E in questo ravvisiamo una deriva che ci ispira l’uso, come si nota, della terminologia e del lessico leninista sovietico.
Certo, la Svizzera è il Paese dove la volontà popolare è maggiormente tutelata. E’ lo Stato democratico per eccellenza e non solo, o non tanto, per l’esistenza di istituti di democrazia diretta, ma per tutte quelle caratteristiche che fanno di un ordinamento giuridico statale una vera democrazia, piuttosto che un’oligarchia legittimata dal voto come sono diventati purtroppo oggidì la quasi totalità dei Paesi occidentali. Ma come faranno gli Svizzeri a resistere, se il mondo intero gli si dovesse coalizzare contro colpendoli negli interessi economici e nei beni primari? Come potranno resistere, se sottoposti a sanzioni non dichiarate e a una propaganda ipnotizzante, come è accaduto agli irlandesi? Alla fine, in un anno o due sarebbero obbligati a cedere.
Che fare? (giusto per rimanere col linguaggio di Lenin)
Noi possiamo solo monitorare la situazione, cercare di moltiplicare le voci in difesa del diritto dei popoli alla sovranità e all’autodeterminazione, diffondere sempre più l’allarme contro la svolta totalitaria di stampo lobbistico, ma di chiara matrice ideologica neomarxista, che sta colpendo l’Occidente.
Qui non c’entra l’Islam, non c’entra il contenuto o il merito di questa o quella pronuncia popolare che esce dai dettami del Sistema, o dai dogmi del politically correct; qui è in gioco il significato stesso della parola democrazia e, quindi, la sua esistenza e la possibilità di durare.
Farlo capire alle masse ipnotizzate dalla TV è un’impresa improba, ecco perché noi vogliamo cimentarci proprio in questa battaglia apparentemente persa in partenza.
(Davide Lovat)

New York, 22. Un appuntamento tradizionale l’apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che per quasi una settimana trasforma New York nella capitale indiscussa della politica mondiale. Al vaglio dei capi di Stato e di Governo che a partire da domani si susseguiranno sul podio del Palazzo di vetro sono le questioni più scottanti: dalla crisi economica al surriscaldamento climatico, passando per i dossier caldi del Medio Oriente e del nucleare. Di tutti questi argomenti parleranno i leader delle grandi Nazioni – come il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al suo debutto al Palazzo di vetro – ma anche quelli dei Paesi più piccoli presenti all’Assemblea.