Obama promuove nuova strategia nucleare

Gli Stati Uniti hanno annunciato una nuova strategia nucleare che prevede l’uso di armi nucleari «solo in circostanze estreme» per difendere gli interessi vitali degli Usa e dei suoi alleati. Il documento – che definisce il terrorismo nucleare «il pericolo più grave e più immediato» – stabilisce una serie di limiti all’uso delle armi atomiche americane e contiene l’impegno a non produrre nuovi ordigni nucleari.

La nuova dottrina esposta nell’atteso rapporto sul Nuclear Posture Review, pubblicato a due giorni dalla firma a Praga del nuovo accordo Start con la Russia, esclude da parte degli Stati Uniti l’uso delle armi atomiche contro i Paesi non nucleari. Ma questi Paesi dovranno essere in linea con gli impegni presi dal Trattato per la Non Proliferazione Nucleare, una importante eccezione che consentirà all’amministrazione Obama di mantenere piena libertà di azione nei confronti di Paesi come l’Iran e la Corea del Nord.

Un’altra importante eccezione alle nuove limitazioni scatterà nel caso della preparazione, in un Paese non nucleare, di devastanti attacchi chimici o biologici contro gli Stati Uniti. L’amministrazione Bush, nella sua strategia annunciata poco dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, ribadiva invece il diritto degli Stati Uniti di usare tutta la potenza Usa, comprese le armi atomiche, contro coloro che minacciavano la sicurezza del Paese.

Il documento sulla nuova strategia nucleare, chiesto dal Congresso ad ogni nuova amministrazione, contiene l’impegno dell’amministrazione Obama a non creare in un breve futuro nuove armi nucleari. Ma lascia la porta aperta a mutare rotta in caso di necessità. Il documento esprime inoltre preoccupazione per la «scarsa trasparenza» del programma nucleare cinese.

Le forze liberal speravano che Obama inserisse nel documento, frutto di oltre 150 riunioni tra gli esperti della amministrazione (comprese 30 sedute del Consiglio per la sicurezza nazionale), anche l’impegno assoluto degli Usa a non lanciare mai per primo un attacco nucleare. Ma questo passo è stato giudicato troppo radicale da Obama in un momento in cui l’inquilino della Casa Bianca ha bisogno del consenso dei repubblicani per la ratifica di diversi accordi nucleari al Senato.

Così il rapporto si limita a sottolineare che lo scopo primario dell’arsenale atomico Usa è la deterrenza. Il documento cerca di mantenere un difficile equilibrio tra la visione di Obama di un mondo senza armi nucleari, annunciata un anno fa in un famoso discorso a Praga, e le necessità pratiche di tutelare la sicurezza degli Stati Uniti in un’era dove le ambizioni nucleari degli stati canaglia e dei gruppi terroristi creano più problemi dei vecchi nemici della Guerra Fredda «con Al Qaida ed i suoi alleati estremisti – nota il documento – che cercano di procurarsi armi atomiche».

Obama spera di convincere I russi, una volta ratificato lo Start 2, ad avviare una nuova serie di negoziati nucleari con traguardi ancora più ambiziosi come la riduzione della armi nucleari tattiche (dove Mosca ha un massiccio vantaggio) e spettacolari tagli al vasto arsenale di armi atomiche non operative (tenute di riserva in caso di necessità ma dalla manutenzione costosa).

Il presidente Obama firmerà giovedì a Praga col presidente russo Dmitri Medvedev il nuovo accordo e ospiterà la prossima settimana a Washington un summit sulla non proliferazione nucleare.

Intanto la Russia potrebbe uscire dal trattato Start, che verrà firmato giovedì a Praga, se si sentirà minacciata dallo scudo antimissile americano. Lo ha detto il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov. Ci riserviamo il diritto di uscire in qualunque momento – ha spiegato il capo della diplomazia di Mosca, che ha comunque sottolineato il nuovo livello di fiducia nelle relazioni tra i due Paesi – se lo scudo antimissile americano minaccerà il nostro potenziale nucleare. Oggi l’amministrazione Obama presenterà la sua strategia nucleare in un documento che potrebbe annunciare una massiccia riduzione dell’arsenale atomico.Obama

Obama ricorda la dottrina della “guerra giusta”

«La guerra è nata con la storia dell’uomo. E’ giustificata solo se come ultima spiaggia, per autodifesa, se la forza impiegata è proporzionale e se laddove è possibile vengono risparmiati i civili. Per gran parte della storia il concerto di “guerra giusta” non è stato osservato».

Lo ha sottolineato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il suo discorso a Oslo per la consegna del premio Nobel per la pace.

In pratica, il presidente USA ha rispolverato la dottrina dello IUSTUM BELLUM formulata nientemeno che dalla Chiesa di Roma e che per 1500 anni è stata considerata come uno dei fondamenti cardinali del diritto delle genti o IUS GENTIUM, poi diritto internazionale da quando esiste l’assetto degli Stati-nazione (Pace di Westfalia – 1649 d.C.)

Tale dottrina è tuttora in vigore anche per la Chiesa cattolica, sebbene non possa più essere letta senza l’integrazione della lettera enciclica di papa Giovanni XXII “PACEM IN TERRIS”, che tiene conto del potere distruttivo degli arsenali atomici e dell’insensatezza di una guerra di distruzione totale potenziale. Ma nonostante l’esercito dei “pacifisti” mondiali di sinistra stia contestando Mr. Obama, oggi ci sentiamo di chiarire un punto: Obama non merita il Nobel solo perché non ha fatto niente per meritarlo, perché si tratta di un Nobel ideologico e dato “a priori”, non certo per il fatto che come politico si assume la responsabilità di mantenere impegnato l’esercito nelle operazioni in corso, magari potenziandolo. Quest’ultimo aspetto non è contrario alla pace in sè, poiché la pace talvolta può necessitare della guerra per essere ottenuta in modo stabile e per evitare gravi persecuzioni e genocidi compiuti da chi per primo apre le ostilità.

L’atteggiamento del pacifismo “senza se e senza ma” è sconsiderato e alieno rispetto ai problemi reali che la storia propone e sottopone alla scelta dell’uomo di Stato. Per questo motivo, sebbene rimanendo in posizione critica verso il capo di Stato della prima potenza politica mondiale perché è normale che così debba essere, ci sentiamo di esprimere un giudizio molto positivo sulle parole pronunciate da Obama a Oslo. Sempre, naturalmente, nella speranza di costruire un mondo senza guerre e con l’impegno per realizzarlo concretamente.obama hussein

Gli USA avvertono la Nord Corea: pazienza finita

SEUL (Sud Corea) – Washington e Seul esortano la Corea del Nord a riprendere i negoziati a Sei sul nucleare, promettendo come contropartita un consistente pacchetto di aiuti umanitari. È quanto hanno affermato Barack Obama e l’omologo sud-coreano Lee Myung-bak, in una conferenza stampa congiunta a conclusione del viaggio diplomatico del presidente Usa in Asia.

Obama ha annunciato che Stephen Bosworth, rappresentante speciale di Washington per la Corea del Nord, visterà Pyongyang l’8 dicembre prossimo per colloqui bilaterali. I due leader concordano sulla proposta del “grande scambio” promossa di recente dal presidente Lee per smantellare il programma nucleare nord-coreano in “una sola volta”, abbandonando la politica dei “piccoli passi” che sinora non ha dato frutti.

Obama ha sottolineato che “opportunità e rispetto” non si acquistano “mediante minacce”. Se Pyongyang mostra di voler cooperare, concordano i due leader, è già pronto sul piatto un pacchetto di consistenti incentivi economici e una maggiore integrazione in seno alla comunità internazionale.

“La porta è aperta per risolvere le questioni – ha ribadito il presidente Usa – ma questo accadrà solo se la Corea del Nord saprà compiere passi concreti nello smantellamento dell’arsenale nucleare e metterà fine all’altalenante politica di minacce e dialogo.”

Lo scorso aprile Pyongyang ha deciso di abbandonare i negoziati a Sei sul nucleare, che comprendono Corea del Nord, Corea del Sud, Russia, Stati Uniti, Giappone e Cina; in questi mesi ha alternato momenti di distensione verso il Sud a minacce di guerra e rappresaglie. L’ultimo episodio è avvenuto il 10 novembre scorso: due navi militari di Seul e Pyongyang hanno ingaggiato uno scontro a fuoco nel mar Giallo lungo la Northern Limit Line (Nll), il confine marino a ovest della penisola coreana, al centro di una disputa decennale fra le due Coree.

Durante la conferenza stampa di oggi Barack Obama e Lee Myung-bak hanno anche affrontato temi inerenti l’economia e il commercio bilaterale. I leader hanno confermato l’intenzione di promuovere l’accordo di libero scambio (Fta), sottoscritto due anni fa, ma in attesa di essere ratificato. Washington chiede maggiori concessioni nel settore automobilistico, dove il piatto della bilancia pende a favore di Seul. kim

Cina e USA alla guerra per lo Yuan Renmimbi

La questione valutaria è uno dei temi più caldi nell’agenda della prossima visita ufficiale del leader americano in Cina. In piena crisi economica, infatti, non si può più ignorare la moneta cinese e i suoi flussi di gestione. Pechino apre alla rivalutazione, ma sganciata dal dollaro.

PECHINO – L’incontro bilaterale fra Barack Obama e Hu Jintao si svolgerà dal 15 al 18 novembre prossimo nella capitale cinese. Nell’agenda dell’incontro sono presenti molti temi, ma al primo posto si trova lo sviluppo dei rapporti commerciali e la valutazione dello yuan renmibi, la moneta nazionale cinese da sempre “sganciata” dal Fondo monetario internazionale. Il governo americano, infatti, preme da tempo affinché Pechino acconsenta a far giudicare dall’organismo internazionale il reale valore della sua valuta.

E proprio ieri il governo cinese ha detto di essere pronto a permettere una rivalutazione dello yuan, dopo 18 mesi di stallo, ma a patto che questa avvenga con l’aggancio di altre monete e non soltanto del dollaro. L’apertura è contenuta nel terzo Rapporto annuale della Banca popolare cinese [la Banca centrale di Pechino], secondo cui “seguendo i principi di iniziativa, controllo e gradualismo – con riferimento al flusso internazionale di capitali e ai cambiamenti nelle valute maggiori – miglioreremo il meccanismo di scambio dello yuan”.

Le monete cartacee oggi usate (totalmente svincolate dalle quantità di metalli preziosi) hanno valore in quanto mezzo di pagamento stabile riconosciuto nell’economia di un certo Paese: la stabilità della moneta è garantita dal controllo sull’emissione da parte delle Banche centrali (la crescita dell’offerta di moneta deve essere infatti in linea con la crescita dell’economia, altrimenti eventuali eccessi si riproducono nel lungo periodo come inflazione), mentre il riconoscimento come mezzo di pagamento è garantito dalla legge.

Discorso diverso per il cambio di una moneta: in questo caso, entrano in gioco gli organismi monetari internazionali che dettano (o dovrebbero dettare) la linea di interscambio. In occasione del suo insediamento, nel gennaio 2009, la nuova amministrazione Usa aveva provocato la Cina: parlando in televisione, infatti, il Segretario del Tesoro Timothy Geithner aveva accusato Pechino di manipolare il cambio della sua moneta. Dopo le vibrate proteste di Zhongnanhai, è intervenuto Obama che – con una telefonata – ha di fatto sconfessato il suo ministro.

Le accuse di Geithner contro lo yuan sottovalutato avevano cominciato a provocare una tempesta economica e politica mondiale. Pressioni della nuova amministrazione americana per la rivalutazione dello yuan avrebbero certamente portato a un ulteriore indebolimento del dollaro, cosa che avrebbe rischiato di provocare nuovi sconquassi nell’economia globale. Una conseguenza che Pechino teme profondamente: al momento, infatti, i cinesi possiedono almeno 1.200 miliardi di dollari in obbligazioni americane, del Tesoro e non, su un totale di circa 2.000 miliardi di dollari di riserve.

Su queste riserve la Cina sta già di fatto pagando un prezzo salato, visto che il dollaro si sta svalutando rispetto a tutte le monete e soprattutto allo yuan. Ma una brusca rivalutazione dello yuan avrebbe alzato il prezzo oltre la soglia di sopportazione per la Cina. In altre parole Pechino, di fronte a una dura richiesta americana di rivalutazione, avrebbe potuto vendere titoli Usa, con conseguenze imprevedibili per l’economia mondiale.yuan

Primo anno di Obama: bilancio deludente

Il 4 Novembre sarà il primo anniversario dell’elezione di Barack Hussein Obama alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo presidente di colore come ha fatto notare chi fa stupidamente caso al colore della pelle delle persone.
Noi, che per cultura veneta e cristiana valutiamo le persone per quello che si dimostrano e per ciò che fanno, abbiamo osservato con attenzione e disincanto questo primo anno che molti hanno caricato di aspettative forse eccessive, soprattutto per un coinvolgimento emotivo nelle vicende degli USA che ci è totalmente alieno.
Vorremmo pertanto sottoporre ai lettori un bilancio basato sull’attenta consultazione dei media americani, oltre che dalla conoscenza degli USA acquisita in anni di studi mirati.

Obama (così lo chiamano qua in Italia, manco fosse nostro parente) nei primi 3 mesi ha fatto molti proclami mirati a ribadire gli intenti espressi durante la campagna elettorale, molti gesti appariscenti, molti viaggi studiati nei particolari per comunicare le sue intenzioni; ma poi? Vediamo i punti essenziali:

DIALOGO CON IL MONDO ISLAMICO
Rispetto a Bush jr. ha sicuramente cambiato atteggiamento, d’altra parte la posizione del Presidente che subì l’attacco alle Twin Towers e al Pentagono era molto franca e dichiaratamente oltranzista. Vantando vicinanze di tipo parentale con la religione di Maometto, Barack Hussein si è recato al Cairo a tenere un discorso tanto sentimentale quanto inconsistente. Bello da un punto di vista retorico, ottimo per prendere i voti dei gonzi della sinistra “liberal” e per piacere ai “paci-finti” di casa nostra, ma tristemente vuoto e sterile. Infatti, al di là dei proclami, a oggi nulla è cambiato nella politica americana in Medioriente.

QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE
Nessun passo avanti, solo parole per indicare “una via lastricata, luminosa e ampia verso il nulla” per citare l’intellettuale israeliano Nahum Barnea. La situazione a Gerusalemme è sempre tesissima e in fase di peggioramento, benché dopo la morte di Arafat e l’uccisione dello sceicco Yassin tanto al Fatah quanto Hamas vivano una crisi di leadership che finora ha ridotto le iniziative violente. Ma i rapporti sempre più tesi sulla questione nucleare iraniana, strettamente connessi al rapporto con Israele e alla questione Palestinese sono uno scacco dal quale Obama non si sta divincolando.

RAPPORTI CON LA CINA
Il pesante fardello del debito americano, in buona parte nelle mani della Cina, ha spinto Obama a un atteggiamento molto mite, perfino tenero verso il regime cinese. Addirittura Obama ha rifiutato di dare udienza al Dalai Lama, tra lo sconforto dei suoi elettori dello star system holliwoodiano, milionari nel portafoglio ma buddhisti zen nelle apparenze. Il Premio Nobel per la pace, arrivato 10 giorni dopo, a taluni è parso quasi una compensazione, un modo per ribadire che “comunque è buono e bravo”. Rimane, nei fatti, il silenzio assordante di Obama durante la persecuzione cinese verso gli Uighuri di quest’estate, insieme con la rassegnata omissione di ogni riferimento alle violazioni dei diritti umani in Cina (che vuol dire anche Tibet e Xinjang, ndr)

RIFORMA DEL WELFARE E DELLA SANITA’
Il tema è di piena attualità, il dibattito è in corso: finora siamo alle intenzioni, nulla è cambiato. Diamo tempo al tempo.

RISPOSTE ALLA CRISI ECONOMICA
Obama aveva promesso di aiutare le famiglie, per ora ha aiutato molte banche a salvarsi dal crac che avrebbe dissestato l’intero sistema. La prendiamo come scelta strategica e aspettiamo di vedere cosa verrà fatto per le famiglie rimaste senza casa. Già, perché in Italia non si fa vedere ma nelle periferie delle città americane sono sorte molte tendopoli: canali satellitari liberi come Fox o come France24 hanno trasmesso reportages letteralmente incredibili per chi ha sempre creduto che gli USA fossero la “terra di Bengodi”. Sarà per questo che il neo Premio Nobel non rilascia alcuna intervista a Fox?
Intanto la crisi è progredita e peggiorata, anche se è di pochi giorni fa la notizia che forse il trend sta cambiando. Ma sarà vero? Vedremo…

POLITICA PER L’AFRICA
Obama ha detto agli africani di smettere di lamentarsi, di rimboccarsi le maniche e di darsi da fare, senza più recriminare sul passato coloniale che riguarda ormai la storia e non l’attualità. Ha detto loro anche che gli USA li aiuteranno, se dimostreranno buona volontà.
Condividiamo il principio, pur con degli importanti “distinguo”. Però se fossimo africani permalosi la prenderemmo quasi come una minaccia del tipo: “se fate come diciamo noi, bene; sennò fischiate, cantate e ballate…”. Per fortuna non siamo permalosi, e nemmeno affamati.

TEMI “DI SINISTRA”
Le lobbies che hanno eletto Obama si aspettavano grandi riforme in ambito ecologista: infatti il Presidente si sta spendendo in tutti i modi per far vendere pannelli fotovoltaici e pale eoliche ai suoi finanziatori, sta ripetendo ovunque le teorie di quell’altro “eccezionale” Premio Nobel, Al Gore, relative al riscaldamento globale; sta chiedendo al Congresso incentivi economici per favorire queste politiche. Peccato che soldi ce ne siano pochini, purtroppo. Anche sul fronte delle unioni omosex Obama aveva speso più di qualche parola, ma non ha ancora fatto nulla di ufficiale anche perché nel mondo, a partire dalla Spagna, sembra che l’aria stia girando in altra direzione…
Sulla questione dell’aborto invece sembra proprio un ottimo rappresentante della sinistra più spinta, però ci viene una domanda: come può un abortista venire considerato degno del Premio Nobel per la pace? Che c’entra l’aborto con la pace?

Concludendo: un anno forse è troppo poco, sicuramente il debito americano (pubblico ed estero) è talmente esorbitante da rappresentare un fardello insostenibile, sicuramente la crisi economica non lo aiuta, sicuramente il mondo è difficile e la vita è dura… Però lui è Presidente degli Stati Uniti e al suo predecessore capitò anche di peggio, a ben vedere.
Noi avevamo accolto con speranza l’aria di novità portata dall’elezione di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca, e vogliamo ancora aspettare almeno un anno fino alle elezioni di “mid-term”. Per ora però, a essere sinceri, ci è sembrata la solita aria fritta delle sinistre liberal, incapaci di fare da una mano un pugno.

Davide Lovat
obama hussein

I Talebani ammazzano anche i funzionari ONU

KABUL – Sei impiegati dell’Onu, tutti stranieri, sono stati uccisi oggi in un attacco dei Talebani a un hotel; un altro hotel nella zona centrale della città è stato colpito da almeno tre razzi.

L’attacco appare organizzato per creare timore e insicurezza prima del ballottaggio delle elezioni presidenziali fissato per il 7 novembre prossimo.

Secondo le prime ricostruzioni, stamane alle 6.30 ora locale, i militanti sono entrati sparando nella Bakhtar Guesthouse, uccidendo i 6 residenti, tutti impiegati dell’Onu, e ferendone altri 9. La polizia ha circondato l’edificio e ha scambiato colpi d’arma da fuoco con i terroristi, prima di alcune esplosioni. Sono stati trovati i resti di 3 militanti dilaniati dall’esplosivo usato nell’attacco suicida. Le forze dell’ordine afghane affermano che i militanti sembrano essere pakistani.

Un altro hotel, il Serena, vicino al palazzo presidenziale, è stato colpito da razzi. Gli ospiti, molti dei quali stranieri, si sono precipitati nelle cantine, usate come bunker. L’hotel aveva subito un altro attacco l’anno scorso in gennaio.

I Talebani hanno rivendicato l’attacco contro gli impiegati Onu, precisando che vogliono ostacolare le elezioni presidenziali. Dalle elezioni del 20 agosto, sconfessate per brogli, nel Paese la sicurezza è al minimo. Nell’attesa del ballottaggio fra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah, la capitale è stata colpita diverse volte. All’inizio del mese un attacco suicida all’ambasciata indiana ha fatto 17 morti; ieri otto militari Usa sono stati uccisi nel sud, in quello che – con 53 morti – è stato definito “il mese più letale” dall’inizio della guerra di otto anni fa.

Intanto il presidente americano Barack Obama rimane indeciso se aumentare o no il contingente armato in Afghanistan, come richiesto dal gen. Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa e Nato. La sensazione è che quel frettoloso Premio Nobel che gli è stato appiccicato in maniera ideologica, preventiva e de tutto destituita da ogni fondamento concreto finirà per rivelarsi un pesante fardello per Obama nello svolgimento del suo ruolo di Presidente della prima potenza militare mondiale.

E intanto il mondo islamico continua a dare prova di sè, per quanto si vogliano fare distinguo e specificazioni di ogni sorta…..talebani

Ciambetti: Nobel a Obama ha sapore agrodolce

«Se conquisteremo la pace anche grazie ai tanti Dal Molin, ben venga il Nobel. Un gesto di speranza più che un riconoscimento, un investimento verso il futuro, che lascia comunque una sensazione di disagio». Roberto Ciambetti, presidente del Gruppo Consiliare Regionale Veneto della Lega Nord-Liga Veneta, commenta con cautela la notizia dell’assegnazione a Barack Obama del premio Nobel per la pace.
«Le motivazioni dell’assegnazione – ha spiegato Ciambetti – parlano dello sforzo straordinario per restituire la centralità dell’azione diplomatica nella soluzione delle controversie, per l’impegno per il disarmo ad iniziare da quello nucleare, ed infine per la presa di coscienza del ruolo che le grandi potenze devono assumersi se vuole affrontare i grandi problemi dell’umanità, la lotta alla fame e alle povertà, la tutela ambientale, l’ecosostenibilità dello sviluppo. Credo che il premio vada a quel ‘Yes, we can’ visto come messaggio di speranza e di impegno verso i più deboli e i più poveri. Certo – continua Ciambetti – Obama ha dimostrato di voler andare oltre le dichiarazioni di intenti, ma le perplessità per questo riconoscimento straordinario e forse prematuro mi sembra siano legittime. Potremmo chiederci quali atti concreti ha proposto il presidente Usa per impedire che il sistema creditizio-finanziario statunitense porti ancora domani il mondo sul limitare della tragedia; Obama ha tenuto discorsi importanti sul tema dell’ambiente, ma ancor oggi aree come il New England negli Usa, da sole producono tanto biossido di carbonio quanto un grande paese industrializzato europeo come la Germania. Mi sembra che la scelta della commissione norvegese per il Nobel presieduta da Thorbjoern Jagland abbia voluto in realtà con questo premio rafforzare la posizione di Obama nel suo Paese, chiedendogli di traghettare gli Usa da una politica militare aggressiva a nuove strategie, ma anche gli esiti recenti del g20 a Pittsburgh mi sembrano invece delineare un Obama molto meno svincolato dai ras di Wall Street di quello che pensiamo».

«Per un vicentino, infine – ha concluso Ciambetti – questo premio al presidente Usa ha un sapore agro-dolce, perché pare premiare l’idea degli Usa come garanti e promotori in qualche modo armati della pace nel mondo e, pensando al caso Dal Molin, ciò ci fa riandare al motto latino di Vegezio, “Si vis pacem, para bellum’. Se così è, se veramente conquisteremo la pace anche grazie ai tanti Dal Molin sparsi nel mondo, ben venga il Nobel a Barack Obama».

Si riunisce l’Assemblea ONU

images[1]New York, 22. Un appuntamento tradizionale l’apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che per quasi una settimana trasforma New York nella capitale indiscussa della politica mondiale. Al vaglio dei capi di Stato e di Governo che a partire da domani si susseguiranno sul podio del Palazzo di vetro sono le questioni più scottanti:  dalla crisi economica al surriscaldamento climatico, passando per i dossier caldi del Medio Oriente e del nucleare. Di tutti questi argomenti parleranno i leader delle grandi Nazioni – come il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al suo debutto al Palazzo di vetro – ma anche quelli dei Paesi più piccoli presenti all’Assemblea.
Dopo l’apertura dei lavori, affidata al segretario generale, Ban Ki-moon, toccherà al presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prendere la parola nella prima giornata, subito prima di Obama, che sarà seguito dal colonnello Gheddafi. La presenza del leader libico ha già suscitato ondate di polemiche, dopo il rientro in Libia di Al Megrahi – unico condannato per la strage di Lockerbie – concesso dalla Scozia per “ragioni umanitarie”. I familiari delle vittime statunitensi hanno già annunciato proteste, mentre il New Jersey, Stato prescelto dal colonnello per piantare la tenda beduina che porta sempre con sé, ha rifiutato l’ospitalità, costringendo Gheddafi a ripiegare prima in un albergo di Manhattan e poi, dopo un secondo rifiuto, molto probabilmente sulla sede del consolato libico.
Oltre a Obama e Gheddafi, altri leader mondiali faranno il loro debutto sul podio di marmo verde dell’aula di Le Corbusier. Il presidente cinese Hu Jintao sarà addirittura il primo capo di Stato cinese a parlare all’Assemblea generale da quando la Cina è entrata all’Onu. Hu, atteso anche al vertice sul clima in programma per oggi e al g20 di Pittsburgh, dovrebbe – secondo alcuni analisti – fare appello a una maggiore cooperazione economica.
Anche il primo ministro nipponico, Yukio Hatoyama, giunge per la prima volta al Palazzo di vetro. Hatoyama è l’uomo del momento in Giappone, al Governo del quale si è insediato dopo cinquant’anni di dominio conservatore. Erede di una dinastia politica talora battezzata i Kennedy del Giappone, Hatoyama illustrerà il piano nipponico per combattere l’effetto serra, con Tokyo che aspira a un ruolo di leader grazie al proposto taglio del 25 per cento delle emissioni dannose entro il 2020.
Ma i discorsi attesi con più curiosità – al di là dei contenuti – sono quelli del presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, e del presidente venezuelano, Hugo Chávez. In particolare Ahmadinejad, prima di partire alla volta degli Stati Uniti, ha diffuso attraverso l’agenzia Irna una nota in cui annuncia un discorso – in programma domani – i cui punti cardine saranno “la pace e l’amicizia per tutte le Nazioni, la lotta contro la tirannia e la realizzazione di relazioni basate sulla giustizia tra tutti i popoli del mondo”.
Per tutti i leader presenti a New York gli appuntamenti della 64ª Assemblea generale saranno numerosi e impegnativi:  dagli incontri bilaterali – Obama ne avrà con il presidente russo, Dmitri Medvedev, con quello cinese e con il nuovo premier giapponese – ai multilaterali dedicati ai temi più pressanti dell’agenda internazionale:  il nucleare iraniano al centro del gruppo cinque più uno; il comparto Afpak sulla guerra in Afghanistan, il gruppo Uniting for Consensus sulla riforma del consiglio di Sicurezza. Previsti inoltre un serie di colloqui in vista del g20 che si svolgerà a Pittsburgh il 24 e il 25.
Il cambiamento climatico è, come noto, al centro di un vertice, espressamente voluto dal segretario generale Ban Ki-moon alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea. Scopo del summit dovrebbe essere quello di favorire un consenso internazionale sui temi della tutela dell’ambiente, in vista della conferenza di Copenaghen. Compito arduo e che molti già vedono destinato al fallimento, nonostante le dichiarazioni d’intento.