L'angelo a S. Marco
Pax tibi Marce
Evangelista meus...

Vangelo Gv 1,1
In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio..
Le cene di Arcore sono tutte uguali, chi le immagina come consigli di amministrazione è fuori pista. L’alta politica si alterna alle barzellette, un po’ si scherza un po’ si dice sul serio fino a notte fonda, quando su Bossi cala il sonno e quello che è rimasto in sospeso viene rinviato alla prossima volta, «tanto caro Umberto non c’è fretta, ogni lunedì ci si vede…». Anche ieri, identico copione. La Lega si è presentata in massa a Villa San Martino (c’era perfino Renzo, figlio del Senatùr) per mandare avanti le riforme e spingere Ghigo anziché Galan sulla poltrona di ministro all’Agricoltura, oggi occupata da Zaia. Clima ottimo, figurarsi, tanto più che le Regionali sono andate di lusso. Ma esito interlocutorio.
Berlusconi torna al lavoro dopo una lunga assenza da Roma, quasi un mese, per le conseguenze dell’aggressione in piazza Duomo a Milano il 13 dicembre. E riparte dalla giustizia. Davanti a Palazzo Grazioli, dove è stato accolto da alcuni sostenitori, ha parlato dei provvedimenti in agenda, leggi ad personam secondo l’opposizione: «Non voglio più parlare di queste cose, sono leggi ad libertatem e mi indigno soltanto quando sento queste cose, e io non voglio indignarmi».
Il Governo Berlusconi sta perseguendo straordinari risultati nella lotta contro la criminalità organizzata ed è in procinto di attuare la riforma federale dello Stato, partendo dal federalismo fiscale.
Questo non è accettabile per lo “status quo” del Meridione d’Italia, abituato a considerare lo Stato come una diligenza da assaltare o come un Ente benefico che distribuisce stipendi, pensioni, finanziamenti, emolumenti, ammortizzatori sociali, eccetera. Le èlites meridionali, indipendentemente dalla libertà o dalla collusione con la malavita, non vogliono accettare che il Nord Italia si tolga il basto da soma che le fu imposto, né tantomeno possono accettare che il Parlamento, da sempre “cosa nostra” del Meridione (che spesso fece eleggere i suoi uomini perfino nei collegi del Nord Italia), oggi sia pesantemente influenzato da un partito nordista come la Lega Nord.
Il Presidente della Camera sig. Gianfranco Fini rilancia la questione del voto agli immigrati, sollevando un vespaio nella compagine politica che sostiene il Governo. Il motivo di questo clamore va però spiegato e compreso.
Se il sig.Fini fosse il rappresentante di una forza progressista, cioè di un’area politica e ideologica che crede nella relatività dei valori e delle istituzioni e pertanto ritiene che ogni mutamento rappresenti un “progresso” per il fatto stesso della mutazione, non si potrebbe rilevare che la coerenza delle sue parole. Il fatto è che l’On.Fini è da sempre un rappresentante di una base elettorale conservatrice, tradizionalista, convinta della immutabilità di alcuni valori che vengono considerati insindacabili sia culturalmente che, talvolta, addirittura antropologicamente. Questo è il problema, e questo fa dire al sig. Bossi che “Fini è libero di suicidarsi politicamente come vuole, la gente non lo segue”.
“Fini vuole arrivare a far votare gli immigrati. Cerca di ottenere quel bacino di circa un milione di voti, ma non ha capito che quelli votano dall’altra parte, a sinistra”. Massimo Bitonci e’ il deputato leghista che sta seguendo, per conto del Carroccio,
gli ultimi sviluppi del dibattito su immigrazione e cittadinanza.
Le ultime uscite del presidente della Camera (no alla “rozzezza” e a una “destra muscolare” sul tema immigrazione e “ragionare su cosa significa essere italiani oggi”) non gli sono piaciute, cosi’ come non sono gradite allo stato maggiore dei “lu’mbard”. E lui – interpellato dal VELINO – non nasconde il disappunto.