È l’obbedienza a Dio la vera libertà per l’uomo di ogni tempo. Lo ha ribadito Benedetto XVI, parlando ai membri della Pontificia Commissione Biblica, con i quali ha celebrato stamane, giovedì 15 aprile, la messa nella cappella Paolina. La Commissione è riunita in assemblea plenaria per riflettere sull’ispirazione e la verità della Bibbia. E a questo ha fatto riferimento il cardinale presidente, William Joseph Levada, nel saluto rivolto al Papa all’inizio della celebrazione. Dopo la proclamazione delle letture il Pontefice ha pronunciato un’omelia a braccio, soffermandosi anzitutto sulla frase di san Pietro: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Per Benedetto XVI la risposta di Pietro al Sinedrio è quasi identica a quella di Socrate nel tribunale di Atene. Per entrambi l’obbedienza a Dio ha il primato. Un primato che vale anche nei tempi moderni, in cui si parla troppo spesso della liberazione dell’uomo, della sua piena autonomia e di conseguenza della liberazione dall’obbedienza a Dio. Ma questa autonomia secondo il Papa è una menzogna ontologica, politica e pratica, perché se Dio non esiste, rimane come suprema istanza soltanto il consenso della maggioranza, che – come ha insegnato la storia del secolo scorso – può essere anche un consenso del male. Per questo nell’intera vicenda umana le scelte di Pietro e di Socrate costituiscono una sorta di faro della liberazione dell’uomo. Le stesse dittature – come quella nazista e quella marxista – sono sempre state contrarie all’obbedienza a Dio: non potevano accettare un Dio al di sopra dell’ideologia. Di conseguenza la libertà dei martiri costituisce un atto di liberazione nel quale la libertà di Cristo giunge agli uomini. Anche oggi secondo il Papa esistono forme di dittature e le aggressioni sottili e meno sottili contro la Chiesa confermano questa dittatura.
Successivamente Benedetto XVI ha spiegato come essere in comunione con Cristo significhi essere in un cammino la cui meta è la vita eterna. In proposito Benedetto XVI ha evidenziato come noi oggi abbiamo paura di affrontare il tema: si mostra un cristianesimo che aiuta anche a migliorare la società ma si ha timore di dire che la sua meta è la vita eterna, mentre bisognerebbe far capire che il cristianesimo rimane un frammento se non si pensa a tale meta.
Quindi il Papa ha parlato della vicinanza tra penitenza e grazia, perché – ha spiegato – è una grazia riconoscere i peccati e aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento. Poter fare penitenza è dunque il dono della grazia e questo vale anche per tanti cristiani che negli ultimi tempi hanno spesso evitato la parola penitenza, perché appare troppo dura. Oggi, davanti agli attacchi del mondo che parlano dei peccati di membri della Chiesa, si sperimenta che poter far penitenza è grazia, e che è necessario fare penitenza, riconoscere quanto è sbagliato, aprirsi al perdono e lasciarsi trasformare. 
Tag Archives: Dio
La negazione di Dio sfigura l’uomo e il creato
La tutela dell’ambiente, il rispetto delle persona umana, la necessità di recuperare un ecologia umana che privilegi il ruolo della persona, e di qui sappia rifondare la rete dei rapporti sociali, politici, economici globali. Sono i passi salienti del discorso di Benedetto XVI al corpo diplomatico, oggi in Vaticano.
La negazione di Dio e l’urgenza della questione «clima». «La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione – ha detto il Papa -. Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio. Pertanto, condivido la maggiore preoccupazione che causano le resistenze di ordine economico e politico alla lotta contro il degrado dell’ambiente. Si tratta di difficoltà che si sono potute constatare ancora di recente durante la XV Sessione della Conferenza degli Stati parte alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, svoltasi dal 7 al 18 dicembre scorso a Copenaghen. Auspico che, nell’anno corrente, prima a Bonn e poi a Città del Messico, sia possibile giungere ad un accordo per affrontare tale questione in modo efficace. La posta in gioco è tanto più importante perché ne va del destino stesso di alcune Nazioni, in particolare, alcuni Stati insulari».
Il rispetto della vita umana. «Occorre, tuttavia – ha continuato il Papa – che tale attenzione e tale impegno per l’ambiente siano bene inquadrati nell’insieme delle grandi sfide che si pongono all’umanità. Se, infatti, si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita? E’ nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato».
Il relativismo e la Chiesa «esclusa». «Le radici della situazione che è sotto gli occhi di tutti, sono di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana. E’ chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina l’“ecologia umana” e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita».
Le radici cristiane dell’Europa. «Urge, pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, io penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che l’Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo “aperto, trasparente e regolare” (art. 17), auspico che, nella costruzione del proprio avvenire, l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità cristiana». 
Dio vuole che tutti conoscano la Verità
Per continuare nello sforzo di spiegare, per quanto possibile in maniera semplice, ciò in cui crediamo come cristiani cattolici, oggi ci chiediamo che cos’è la Rivelazione.
Non è una nozione vaga, un concetto filosofico, ma una serie di azioni concrete attraverso le quali Dio si è fatto conoscere e ci ha comunicato la sua volontà: renderci figli adottivi in Gesù Cristo, partecipi della sua stessa vita divina.
Questa straordinaria possibilità non riguarda solamente coloro che vissero direttamente i grandi eventi della salvezza, in particolare furono testimoni delle parole e delle opere di Gesù di Nazaret, ma è per tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni luogo della terra.
Per tale motivo è indispensabile che vi sia una specie di “catena di trasmissione” costituita dagli Apostoli, anzitutto, e poi dai loro successori, i Vescovi, la Chiesa nel suo insieme. Costoro tengono vivo e autentico quanto Dio ha voluto farci sapere di se stesso e anche quanto noi dobbiamo sapere per corrispondere al suo progetto. Apriamo allora il Catechismo e leggiamo questi due numeri molto importanti:
12. Che cos’è la Tradizione Apostolica?
La Tradizione Apostolica è la trasmissione del messaggio di Cristo compiuta, sin dalle origini del cristianesimo, mediante la predicazione, la testimonianza, le istituzioni, il culto, gli scritti ispirati. Gli Apostoli hanno trasmesso ai loro successori, i Vescovi, e, attraverso questi, a tutte le generazioni fino alla fine dei tempi, quanto hanno ricevuto da Cristo e appreso dallo Spirito Santo.
13. In quali modi si realizza la Tradizione Apostolica?
La Tradizione Apostolica si realizza in due modi: con la trasmissione viva della Parola di Dio (detta semplicemente la Tradizione), e con la Sacra Scrittura, che è lo stesso annuncio della salvezza messo per iscritto.
L’insegnamento è dunque molto chiaro: noi veniamo messi a contatto con la testimonianza degli Apostoli sul Signore Gesù, su ciò che ha detto e ha fatto per noi, attraverso la TRADIZIONE e la SACRA SCRITTURA.
Sono due canali indispensabili ed è sbagliato attribuire maggiore importanza all’uno a all’altro (conta di più la Bibbia o il Sacramento, l’Istituzione, la Tradizione?).
La Tradizione (Magistero dei Pastori della Chiesa, Liturgia, Sentire del Popolo di Dio, Usanze che su trasmettono da secoli ecc…) tiene vivo il messaggio degli Apostoli così come si trova nelle pagine del Testo Sacro. Al tempo stesso permette di scoprire sempre quei nuovi tesori che vi sono racchiusi e che, con l’assistenza dello Spirito Santo, emergono attraverso i secoli e sono dichiarati tali da chi ha il compito di discernere e di interpretare autenticamente (= il Successore di Pietro, il Vescovo di Roma, e i Vescovi uniti a lui).
(Don Pierangelo Rigon)
![]()
La carità non è ostentazione, ma sostanza del cuore
(Vangelo domenicale commentato da don Pierangelo Rigon)
Diceva loro mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”. E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
32ma domenica del tempo ordinario (Mc 12, 38 – 44)
Il Vangelo di questa domenica ci porta a Gerusalemme, accanto al tempio imponente, il centro della religione ebraica.
Gesù è ormai vicino ai giorni della sua passione e morte ed è proprio in questo contesto che san Marco evangelista pone il raccontino, all’apparenza piuttosto insignificante, ma che è invece ricchissimo d’insegnamento, che abbiamo sentito. Com’è facile immaginare, il tempio di Gerusalemme è un luogo frequentatissimo: autorità, sacerdoti che svolgono il loro ministero, pellegrini, perfino commercianti che fanno i loro affari anche lì ed infine poveracci che chiedono l’elemosina.
Gesù è insieme ai suoi apostoli, osserva e commenta le varie scene.
Ecco che passano gli scribi che appartengono all’alta società del tempo.
Ci tengono molto che la gente li guardi, li saluti ossequiosamente, riconosca la loro autorità. Il Signore, che conosce fino in fondo il cuore di ogni uomo, mette così in guardia dalla loro vanità con parole molte forti che, più o meno, potremmo tradurre così: “Guardatevi da loro, tenetevi lontani dai loro atteggiamenti. Avrebbero il compito di fare giustizia e di difendere i deboli, secondo la Legge di Dio, e invece sono meschini profittatori che si mangiano persino il pane delle vedove. E’ inutile che si facciano vedere tanto devoti al tempio, tutti pii, con le mani giunte … se non cambiano vita la loro condanna è assicurata”.
Poi Gesù osserva un’altra scena. C’è una parte del tempio in cui si raccolgono le offerte per le necessità della grande struttura, la sua gestione, ma anche per soccorrere i poveri . E in questa “sala del tesoro” ciascuno mette quello che vuole e soprattutto quello che può.
Lavoriamo un po’ d’immaginazione anche qui: arrivano i ricchi che fanno risuonare la borsa piena di soldi e poi, con gesto ampio della mano, fanno tintinnare rumorosamente le monete che cadono.
Sopraggiunge poi una donna; l’evangelista precisa che si tratta di una vedova povera. Fa cadere due monetine, un soldo in tutto.
E di fronte a questa scena commovente Gesù pronuncia uno degl elogi più belli che si trovano nel Vangelo: “Questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri”.
Da una parte c’erano i ricchi tronfi e vanitosi che ostentavano le loro possibilità e non ci rimettevano assolutamente nulla. Potremmo dire che, pur elargendo 10.000 euro nemmeno se ne accorgevano. E dall’altra parte ecco la povera vedova che aveva dato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere.
La vera carità non consiste in quanto uno dà, ma in quanto uno tiene per sé.
Gesù lo sapeva allora e lo sa anche adesso.
Le occasioni per fare del bene attraverso l’offerta di denaro sono infinite. E non solo in chiesa o per la chiesa. Si pensi alle iniziative più varie per soccorrere chi è colpito da qualche calamità naturale, si pensi alle raccolte per favorire la ricerca medica, le adozioni a distanza.
Non solo la Chiesa, quindi, ma anche la società civile sollecita la generosità dei cittadini. Spesso, nell’uno e nell’altro caso, c’è il rischio dell’ostentazione.
Mi lasciano perplesso, ad esempio, certe trasmissioni televisive durante le quali c’è una specie di gara a chi offre di più per arrivare alla quota stabilita.
E in quel contesto si sentono nominare Ditte, Fondazioni, Istituti che largheggiano assai nell’elargizione. Chiaro che diventa solo una forma di pubblicità. Anche così se ne ha un tornaconto.
In che modo un cristiano può vincere la tentazione della vanità, l’orgoglio di apparire e di essere considerato?
L’unica strada è mettersi alla scuola esigente del Vangelo e soprattutto prendere sul serio il nostro incontro con Gesù Cristo che si realizza principalmente partecipando almeno la domenica all’Eucaristia.
Che cos’è la Messa per chi ha fede? E’ il dare a Dio le monetine del nostro tempo, delle nostre possibilità e capacità, per avere in dono Lui.
Il sacerdote, quando offre all’altare il pane e il vino dice che sono “frutti della terra e del lavoro dell’uomo”.
Noi diamo al Signore quello che la terra coltivata produce e che, lavorato dalle nostre mani, diventa cibo, sostentamento, possibilità di vita. In quel pezzetto di pane bianco e in quelle poche gocce di vino miste con l’acqua è simboleggiata tutta la nostra povera e fragile umanità.
Egli, Dio, accoglie questi doni e non li tiene per sé. Ce li restituisce fatti Corpo e Sangue del suo Figlio.
Siamo così abituati a queste formule, a questi riti, che purtroppo non ci commuoviamo più di fronte a questo gesto d’infinita generosità del Signore.
Davvero Dio è la persona più generosa perché, pur essendo Tutto, ci dà Tutto. Nulla tenendo per sé!
E’ indispensabile ritrovare lo stupore e la commozione davanti al mistero eucaristico che celebriamo alle volte con stanca ripetitività.
Guardando a quello che Dio fa per noi, possiamo certamente imparare ciò che possiamo fare tra di noi, per volerci più bene, per costruire insieme quella civiltà dell’amore che è già stata disegnata dalla volontà dell’Onnipotente.

I brividi (non di freddo) della neve artificiale
A Pechino nevica per volontà degli uomini. Sgomento. Non ci sono altre parole per descrivere lo stato d’animo che provoca oggi un’attenta riflessione su dove si sia spinto l’uomo nel suo rapporto con Dio ed il Creato.
Fin dall’antichità tra i bisogni fondamentali delle prime società c’è sempre stato quello di “credere in qualche cosa”: credere la vita non finisca con la morte, credere che tutto abbia un inizio significante, credere che una mano invisibile muova tutte le cose.
Ai giorni nostri nel mondo molti popoli vivono la Fede ancora in modo “istintivo” e, liberi dalla scienza positiva, rispondono al bisogno di pregare trasformando ogni fonte di Bene in un dio. Molti credono e pregano il dio- sole, il dio- fecondità, il dio- morte. Anche alcuni re e sacerdoti venivano e vengono addirittura adorati come delle divinità.
Dio ha creato l’uomo, l’uomo si crea il suo dio.
Dal giorno in cui Gesù Cristo ha cambiato la Storia, rivelandosi al mondo come Figlio di Dio, l’uomo ha invece iniziato un percorso che lo sta portando ad eliminare il divino dalla sua vita, cercando di dimostrare in ogni modo di poter fare a meno di quell’istintivo e naturale bisogno primario. Nel corso del tempo ad esempio abbiamo visto crescere la ricchezza materiale come segno universale di felicità.
Abbiamo assistito poi al controllo sempre più pregnante sulla vita: su chi, quando, perché e come si deve nascere, crescere e morire, passando dal controllo delle nascite con pillole e pilloline, alla clonazione e fino all’eutanasia.
Proprio in questi giorni registriamo i più goffi e spigliati tentativi di giocare con la morte al suono del ritornello “dolcetto o scherzetto”.
Dall’altra parte del globo ora rimbalza la notizia della neve a comando. Inizialmente “L’Ufficio Modificazione del Tempo” sembrava il lancio di una nuova trovata fantozziana. Invece esiste davvero, ed è cinese. Si sa che i cinesi taroccano tutto, ora anche la meteo!
Forse siamo incuriositi e ci facciamo una risata, e poi la neve evoca atmosfere natalizie…
Ma forse i veri brividi (e non di freddo) ci vengono se proviamo a chiederci quale sarà il prossimo passo. Ci renderemo conto che la risposta potrà solo essere terrificante.
Roberto Grande

Il Discorso della Montagna che cambiò il mondo
Mentre gli stolti insegnano ai figli le scemenze di Halloween, questo giornale propone la Verità come modello.
Dal Vengelo secondo Matteo:
“Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.”
Laudetur Jesus Christus.
Chiediamoci se Dio esiste
SEMBRA che Dio non esista. Infatti:
1. Se di due contrari uno è infinito, l’altro resta completamente distrutto. Ora, nel nome Dio s’intende affermato un bene infinito. Dunque, se Dio esistesse, non dovrebbe esserci più il male. Viceversa nel mondo c’è il male. Dunque Dio non esiste.
2. Ciò che può essere compiuto da un ristretto numero di cause, non si vede perché debba compiersi da cause più numerose. Ora tutti i fenomeni che avvengono nel mondo, potrebbero essere prodotti da altre cause, nella supposizione che Dio non esistesse: poiché quelli naturali si riportano, come a loro principio, alla natura, quelli volontari, alla ragione o volontà umana. Nessuna necessità, quindi, dell’esistenza di Dio.
IN CONTRARIO: Nell’Esodo si dice, in persona di Dio: “Io sono Colui che è”.
RISPONDO: Che Dio esista si può provare per cinque vie. La prima e la più evidente è quella che si desume dal moto. È certo infatti e consta dai sensi, che in questo mondo alcune cose si muovono. Ora, tutto ciò che si muove è mosso da un altro. Infatti, niente si trasmuta che non sia potenziale rispetto al termine del movimento; mentre chi muove, muove in quanto è in atto. Perché muovere non altro significa che trarre qualche cosa dalla potenza all’atto; e niente può essere ridotto dalla potenza all’atto se non mediante un essere che è già in atto. P. es., il fuoco che è caldo attualmente rende caldo in atto il legno, che era caldo soltanto potenzialmente, e così lo muove e lo altera. Ma non è possibile che una stessa cosa sia simultaneamente e sotto lo stesso aspetto in atto ed in potenza: lo può essere soltanto sotto diversi rapporti: così ciò che è caldo in atto non può essere insieme caldo in potenza, ma è insieme freddo in potenza. È dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova se stessa. È dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro. Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito, perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore, perché i motori intermedi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore, come il bastone non muove se non in quanto è mosso dalla mano. Dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio.
La seconda via parte dalla nozione di causa efficiente. Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti, ma non si trova, ed è impossibile, che una cosa sia causa efficiente di se medesima; ché altrimenti sarebbe prima di se stessa, cosa inconcepibile. Ora, un processo all’infinito nelle cause efficienti è assurdo. Perché in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell’intermedia, e l’intermedia è causa dell’ultima, siano molte le intermedie o una sola; ora, eliminata la causa è tolto anche l’effetto: se dunque nell’ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neppure l’ultima, né l’intermedia. Ma procedere all’infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente; e così non avremo neppure l’effetto ultimo, né le cause intermedie: ciò che evidentemente è falso. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio.
La terza via è presa dal possibile (o contingente) e dal necessario, ed è questa. Tra le cose noi ne troviamo di quelle che possono essere e non essere; infatti alcune cose nascono e finiscono, il che vuol dire che possono essere e non essere. Ora, è impossibile che tutte le cose di tal natura siano sempre state, perché ciò che può non essere, un tempo non esisteva. Se dunque tutte le cose (esistenti in natura sono tali che) possono non esistere, in un dato momento niente ci fu nella realtà. Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, perché ciò che non esiste, non comincia ad esistere se non per qualche cosa che è. Dunque, se non c’era ente alcuno, è impossibile che qualche cosa cominciasse ad esistere, e così anche ora non ci sarebbe niente, il che è evidentemente falso. Dunque non tutti gli esseri sono contingenti, ma bisogna che nella realtà vi sia qualche cosa di necessario. Ora, tutto ciò che è necessario, o ha la causa della sua necessità in altro essere oppure no. D’altra parte, negli enti necessari che hanno altrove la causa della loro necessità, non si può procedere all’infinito, come neppure nelle cause efficienti secondo che si è dimostrato. Dunque bisogna concludere all’esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio.
La quarta via si prende dai gradi che si riscontrano nelle cose. È un fatto che nelle cose si trova il bene, il vero, il nobile e altre simili perfezioni in un grado maggiore o minore. Ma il grado maggiore o minore si attribuisce alle diverse cose secondo che esse si accostano di più o di meno ad alcunché di sommo e di assoluto; così più caldo è ciò che maggiormente si accosta al sommamente caldo. Vi è dunque un qualche cosa che è vero al sommo, ottimo e nobilissimo, e di conseguenza qualche cosa che è il supremo ente; perché, come dice Aristotele, ciò che è massimo in quanto vero, è tale anche in quanto ente. Ora, ciò che è massimo in un dato genere, è causa di tutti gli appartenenti a quel genere, come il fuoco, caldo al massimo, è cagione di ogni calore, come dice il medesimo Aristotele. Dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell’essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio.
La quinta via si desume dal governo delle cose. Noi vediamo che alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine, come appare dal fatto che esse operano sempre o quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione: donde appare che non a caso, ma per una predisposizione raggiungono il loro fine. Ora, ciò che è privo d’intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo e intelligente, come la freccia dall’arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Agostino: “Dio, essendo sommamente buono, non permetterebbe in nessun modo che nelle sue opere ci fosse del male, se non fosse tanto potente e tanto buono, da saper trarre il bene anche dal male”. Sicché appartiene all’infinita bontà di Dio il permettere che vi siano dei mali per trarne dei beni.
2. Certo, la natura ha le sue operazioni, ma siccome le compie per un fine determinato sotto la direzione di un agente superiore, è necessario che siano attribuite anche a Dio, come a loro prima causa. Similmente gli atti del libero arbitrio devono essere ricondotti ad una causa più alta della ragione e della volontà umana, perché queste sono mutevoli e defettibili, e tutto ciò che è mutevole e tutto ciò che può venir meno, deve essere ricondotto a una causa prima immutabile e di per sé necessaria, come si è dimostrato.
60 anni della Cina: il Partito non è Dio
Oggi 1 Ottobre 2009 si compie il 60°anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, dopo la Lunga Marcia e la Rivoluzione Maoista che instaurarono il regime comunista nella Terra di Mezzo (che con “Celeste Impero” è uno dei nomi più usati per indicare la Cina, nessun riferimento dunque a romanzi di genere fantasy).
Essendo la Cina un Paese ancora per molti versi sconosciuto e misterioso, con le sue tante etnie, la sua storia variegata, i suoi 1.300 milioni di abitanti che la rendono lo Stato più abitato del mondo, riteniamo opportuno darne una panoramica anche in chiave cristiana, poiché la religione cattolica è in fortissima espansione in quel Paese e conta già oltre 25 milioni di fedeli. Pochi rispetto alla popolazione cinese, ma tantissimi se si guarda al numero assoluto. Per spirito di fratellanza verso quelle genti che condividono la nostra stessa religione in condizioni molto difficili, proponiamo alla lettura di chi fosse interessato un interessante documento firmato Bernardo Cervellera, uno dei massimi esperti della materia.
ROMA – In occasione del 1° ottobre, a 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese, le chiese cristiane sono “invitate” a esporre la bandiera rossa davanti all’altare, come segno di gratitudine per il contributo del Partito all’armonia fra le religioni.
Molti giovani sono entusiasti di questo legame fra fede e patriottismo. Ma i vecchi che ricordano la persecuzione di questi 60 anni, sono più freddi e realisti: loro stessi ricordano l’entusiasmo per la nuova repubblica, trasformatosi in poco tempo in un incubo che dura ancora oggi. Ma proprio la loro persecuzione è stata una profezia. Quanto da essi subito, l’hanno poi subito i “nemici” di Mao, i democratici “nemici” di Deng; i giovani di Tiananmen; i contadini, gli operai e i dissidenti attuali
Si può affermare che proprio le vittime della persecuzione religiosa hanno preparato la crescita della società civile che oggi chiede il rispetto dei diritti umani.
La persecuzione contro cattolici, protestanti e le altre religioni è avvenuta subito all’indomani della proclamazione della Rpc. Fin dall’inizio , infatti, il maoismo si propone in modo programmatico di distruggere ogni religione come superstizione, o assorbirla come strumento di governo, controllata da organizzazioni alle dipendenze del Partito. Così, da subito, personalità delle Chiese che lavoravano per il popolo – e che all’inizio avevano perfino guardato con simpatia l’arrivo dei comunisti – si trovano a resistere alla divinizzazione e all’assolutismo del potere, salvaguardando la libertà della propria coscienza.
La prima resistenza alla supremazia del Partito è stata quella di coloro che non hanno accettato di sottomettere la fede alle voglie del Partito, ma sono rimasti devoti a un Figlio di Dio superiore al “dio” Mao. Fra questi vale la pena ricordare la grande testimonianza offerta da vescovi come Ignazio Gong Pinmei di Shanghai, Domenico Tang Yiming di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding. Tutti loro hanno passato decine di anni nei campi di lavoro forzato. L’ultimo è morto sotto le torture nel 1992.
Con la Rivoluzione Culturale (1966-1976) si compie l’opera di distruzione: monasteri svuotati e distrutti; chiese trasformate in fabbriche o magazzini; vescovi, preti, fedeli uccisi o mandati ai lavori forzati. Dal ’66 al ’76 tutta la Chiesa cinese, ufficiale e non ufficiale, è una chiesa di martiri. Il Partito proclama che le religioni sono ormai “abolite”.
Alla fine degli anni ’70, con le politiche liberali di Deng Xiaoping, e per migliorare l’immagine della Cina all’estero, alcune chiese vengono riaperte e molti preti e vescovi tornano liberi dalla prigione e dal lager. Ma ancora una volta si pone per loro una scelta: o accettare uno stretto controllo statale della liturgia e della pastorale, o svolgere le proprie attività in modo sotterraneo, di nascosto. Per sfuggire al controllo, molti di essi costituiscono strutture parallele a quelle della chiesa ufficiale: abitazioni usate come chiese, seminari, cappelle.
Tutte queste strutture e attività, già proibite ufficialmente nell’85, vengono categoricamente condannate come illegali nel 1994, quando il governo pubblica i cosiddetti Regolamenti per le religioni, a firma dell’allora Primo Ministro Li Peng, il “macellaio di Tiananmen”. I Regolamenti obbligano tutte le comunità religiose a registrarsi presso l’Ufficio affari religiosi, che controlla i luoghi di culto, i preti che officiano, i fedeli, i tempi delle liturgie, le vocazioni, i rettori di seminario, i professori, le risorse finanziarie, i rapporti con fedeli stranieri.
Da allora, in molte regioni, la Cina lancia una campagna per eliminare tutte le comunità sotterranee o assorbirle nell’Associazione patriottica, l’organizzazione che vuole edificare una Chiesa indipendente dal papa. La resistenza dei cattolici (e protestanti) sotterranei ha generato una violenta persecuzione – la stessa che oggi subiscono contadini, operai e attivisti per i diritti umani – ma ha tenuto viva l’idea che l’uomo ha diritto alla libertà religiosa, che il potere dello Stato non è assoluto.
Ancora oggi è in atto una campagna per eliminare tutte le comunità protestanti sotterranee e le cosiddette chiese domestiche, distruggendo chiese, arrestando i pastori, bastonando i fedeli, proibendo la diffusione di bibbie.
La comunità cattolica non sta meglio. I vescovi ufficiali – circa 70, riconosciuti da Pechino – sono ormai sotto un controllo ferreo perché segretamente riconciliati col papa. I vescovi sotterranei – non riconosciuti – sono tutti (circa 40) agli arresti domiciliari. Vale la pena ricordare che alcuni di loro sono scomparsi da tempo: mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996; mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001; mons. Giulio Jia Zhiguo, scomparso per l’ennesima volta il 30 marzo scorso.
Il card. Joseph Zen di Hong Kong ha chiesto a Hu Jintao di liberare tutti i vescovi e sacerdoti prigionieri, proprio in occasione della festa dei 60 anni.
Vale la pena ricordare anche che “grazie” alle persecuzioni comuniste i cattolici sono più che quadruplicati negli ultimi 60 anni. Nel ’49 erano poco più di 3 milioni; oggi, cattolici sotterranei e ufficiali, sempre più riconciliati, sono più di 12 milioni e vi sono circa 100mila nuovi battezzati (adulti) ogni anno.
Un ultimo fatto da mettere in luce è un altro contributo che cristiani, cattolici e protestanti, stanno dando per la crescita della società civile. Tale società, infatti, pone al centro la persona con i suoi diritti inalienabili e non lo Stato (o la supremazia del Partito) che elargisce qualche diritto quando, come vuole e a chi vuole. Tale influenza è avvenuta attraverso alcuni dissidenti – in Cina o in esilio all’estero – che dopo una ricerca religiosa, o l’incontro con comunità cristiane occidentali, sono approdati al cristianesimo. Personalità come Gao Zhisheng, Liu Xiaobo, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoperto la fede cristiana come la base del valore assoluto della persona, come la forza della loro dissidenza e della difesa dei diritti umani. Molti di loro sono in carcere. Il Partito reputa questa alleanza fra religione e diritti umani come l’elemento più pericoloso alla sua sopravvivenza. Ma un futuro di pace per la Cina dipende dalla loro opera.
I politici siano credibili e dediti al bene comune
STARA BOLESLAV – Il Sommo Pontefice oggi ha dato un insegnamento che deve risuonare come monito per tutti coloro che si occupano di politica, a tutti i livelli e di qualsiasi formazione politica possano far parte. Parole su cui meditare, con un profondo esame di coscienza, anche in Lega Nord, perché – dice Benedetto XVI - oggi c’è bisogno di politici «credenti» e «credibili», dediti «non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune e pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione». Papa Benedetto XVI ha lanciato questo appello da Stara Boleslav, una trentina di chilometri da Praga, dove ha reso omaggio a San Venceslao, il re boemo ucciso nel 935 e divenuto patrono della Repubblica Ceca. la quale celebra oggi la festa nazionale.
GIOVANI – Davanti a 20-30 mila persone, molti i giovani non solo cechi, ma anche slovacchi, polacchi, ucraini, tedeschi e austriaci, accampati da domenica sera a Stara Boleslav, a una trentina di chilometri da Praga, il pontefice ha chiesto ai governanti di oggi di seguire l’esempio di San Venceslao. «È un modello di santità per tutti, specialmente per quanti guidano le sorti delle comunità e dei popoli, mentre nella società moderna si ricerca soprattutto il successo terreno e la gloria degli uomini».
CREDIBILITÀ – «Il secolo passato ha visto cadere non pochi potenti, che parevano giunti ad altezze quasi irraggiungibili», ha spiegato Joseph Ratzinger. «All’improvviso si sono ritrovati privi del loro potere». Solo apparentemente, ha ammonito, chi nega Dio e «di conseguenza non rispetta l’uomo, sembra avere vita facile e conseguire un successo materiale. Ma basta scrostare la superficie per constatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione. C’è oggi bisogno di persone», ha aggiunto il Papa, «che siano credenti e credibili, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione. Questa è la santità, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina. Non basta infatti apparire buoni e onesti; occorre esserlo realmente».
Nella selezione della classe politica, soprattutto, è auspicabile che si scelga in base alle doti di competenza e dirittura morale, non a doti di servile obbedienza e di fedeltà canina… Con uomini retti e capaci si costruisce una classe politica virtuosa, con cani scodinzolanti dalla lingua bavosa, pronti ad abbaiare o a mordere un possibile rivale del padrone nella corsa alla “caréga”, in cambio di un biscottino, si finisce tutti a rotolarsi dove si rotolano i cani…