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	<title>L&#039;altra Campana &#187; comunismo</title>
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		<title>Il Muro è caduto, ma non per caso e non da solo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 16:21:48 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1989 finì la Guerra Fredda, il periodo di tensione politica tra blocco occidentale e blocco comunista che caratterizzò la politica mondiale per 44 anni nel secondo dopoguerra. Finì per l&#8217;implosione del sistema economico e politico comunista, con il crollo in rapida successione di tutti i regimi filosovietici dell&#8217;Europa dell&#8217;Est. Fallì in conseguenza dei suoi errori di impostazione: errori filosofici, errori antropologici, errori d&#8217;interpretazione della natura e della realtà. Fallì perché DOVEVA fallire&#8230;</p>
<p>Il Muro di Berlino, che del blocco comunista simboleggiava il confine ideale, non crollò da solo. A distanza di 20 anni si sente celebrare &#8220;la caduta del Muro&#8221; e si avverte ancora talvolta un fastidioso puzzo di nostalgia, come se fosse stato la fine di un sogno causata da un evento fortuito.</p>
<p>Ma non è così: il Muro non è caduto per caso! Men che meno è caduto da solo! Il Muro è stato abbattuto dagli uomini che non potevano più tollerare l&#8217;errore del socialismo reale e ci sono riusciti quando questo errore ha prodotto talmente tanti effetti da minare la resistenza delle fondamenta del Muro, cioè quando il sistema economico produttivo giunse al collasso dopo aver distribuito infelicità e frustrazione, le sole cose che poteva distribuire a causa del suo vizio di fondo.</p>
<p>Nella Rerum Novarum del 1891 (di cui si raccomanda la breve lettura a chi vuol capire l&#8217;essenza della questione), papa Leone XIII descrisse quali fossero i vizi epistemologici del socialismo reale: visione materialista dell&#8217;uomo quasi fosse una semplice bestia, visione deterministica della storia, egalitarismo ideologico scollegato dall&#8217;osservazione della realtà evidente, visione meramente utilitaristica dell&#8217;economia e negazione del diritto naturale dell&#8217;uomo alla proprietà privata.</p>
<p>Proprio spiegando con parole di grande semplicità come la proprietà privata sia un diritto di natura, in quanto con essa l&#8217;uomo trasforma in beni stabili il salario ricavato dal proprio lavoro per potersi sottrarre alla schiavitù dell&#8217;impellenza e all&#8217;instabilità della ricchezza monetaria, il Santo Padre Leone XIII mise in evidenza le clamorose contraddizioni del pensiero marxista, soprattutto in ordine all&#8217;incapacità di capire come l&#8217;essere umano necessiti di autorealizzazione individuale prima, familiare poi, e solo successivamente sociale, giacché la società nasce solo per servire l&#8217;uomo e meglio soddisfare i suoi bisogni individuali e personali.</p>
<p>Purtroppo le encicliche dei Papi sono poco lette e ancor meno comprese. Lenin e i russi, inoltre, vivevano in un Paese non cattolico e probabilmente non lessero mai quelle parole profetiche, capaci di descrivere nel dettaglio tutti gli errori puntualmente emersi nel secolo che seguì la Rerum Novarum. A dare ascolto al Papa, il comunismo non sarebbe mai nato; l&#8217;Unione Sovietica con tutte le sue mostruosità nemmeno; Cina, Nord Corea e Cuba sarebbero oggi Paesi diversi; le stupidaggini del Sessantotto e gli anni di piombo ci sarebbero stati risparmiati.</p>
<p>Oggi non ci sarebbe in giro ancora tanta gente che crede alla &#8220;caduta accidentale del Muro&#8221;, altra gente alla ricerca di una &#8220;Terza Via&#8221; che non si trova e a fondar partiti insulsi, altra ancora intenta a distaccar crocifissi&#8230; Ma pretendere che l&#8217;uomo ascolti il magistero della Chiesa è altrettanto illusorio delle fandonie a cui invece è portato a credere di tanto in tanto. Adamo ascoltò forse il suo Creatore?</p>
<p>Quegli ebrei che scrissero il Libro della Genesi, 2.500 anni fa, conoscevano l&#8217;Uomo molto meglio di Marx, di Darwin, di Freud, di Lenin, di Trotsky e di Mao. Infatti quello che scrissero questi ultimi è già quasi passato, in poco più di un secolo, mentre il libro che apre la Bibbia è destinato ad accompagnare l&#8217;umanità fino alla sua fine.<img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2009/11/muro-caduto-150x150.jpg" alt="muro caduto" title="muro caduto" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-1704" /></p>
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		<title>20 anni dal crollo del Muro: storici a confronto</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 13:37:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2009/11/muro-150x150.jpg" alt="muro" title="muro" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-1672" />Un muro. Un muro che divideva una città, un continente e l&#8217;intero sistema internazionale. Questo era «il» Muro, l&#8217;orrida costruzione di cemento e filo spinato, irta di mitragliatrici e torrette, pattugliata da cani da guerra e Vopos della Polizia di Frontiera della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr), pronti a sparare per uccidere, pur di impedire ogni possibile fuga ai malcapitati sudditi. </p>
<p>Il Muro era venuto su in una notte, nel 1961, come un fungo sinistro e inatteso dopo una pioggia autunnale, voluto da Nikita Kruscev &#8211; il Segretario Generale del Pcus della destalinizzazione, che tante ingenue aspettative avrebbe generato in Unione Sovietica e nel mondo libero &#8211; e da Walter Ulbricht, il leader della Sed, il partito comunista della Ddr. Sarebbe crollato con gioioso fragore nella notte del 9 novembre 1989, quasi accidentalmente, quando migliaia di berlinesi dell&#8217;Est si sarebbero trovati, increduli, ad attraversarlo, prima, e ad abbatterlo, poi, perché avevano riposto (con maggior successo) le loro prudenti speranze in un altro Segretario del Pcus, l&#8217;ultimo: Michail Gorbaciov.</p>
<p>Con il crollo del Muro, simbolicamente, finiva anche la Guerra Fredda, che per oltre 40 anni aveva plasmato l&#8217;ordine del pianeta, di fatto unificandolo nel nome di quella divisione. Di lì a poco, Patto di Varsavia, Comecon e la stessa Urss sarebbero scomparsi, lasciando dietro di sé ben pochi rimpianti. Il mondo si sarebbe ritrovato non più diviso in due, noi e loro, e neppure unificato: bensì frammentato, politicamente e culturalmente, proprio mentre la globalizzazione cercava di scrivere il suo epilogo alla «fine della storia».</p>
<p>Privato del condominio competitivo realizzato da Urss e Usa, il mondo riscopriva una pluralismo fin troppo ricco per le strutture internazionali concepite o adattate durante la Guerra Fredda, e l&#8217;apparente trionfo occidentale dischiudeva invece una stagione di progressiva deoccidentalizzazione. La rinnovata politicizzazione, anche brutale, delle questioni identitarie e religiose rappresentava, nonostante tutto, la prima spinta nella direzione di un pluralismo culturale, di una multiculturalità, completamente assente dal tessuto delle istituzioni e della prassi politica internazionale.</p>
<p>Nel ventesimo anniversario della caduta del Muro, alcuni libri, in qualche modo complementari nell&#8217;offrire chiavi di lettura non necessariamente concordi, ci aiutano a ripercorrere i mesi che portarono al tonfo: 1989. La fine del Novecento, di Enzo Bettiza, 1989. L&#8217;anno che cambiò il mondo, di Michael Meyer e Giù la cortina. Il 1989 e il crollo del comunismo sovietico, di György Dalos.</p>
<p>La tesi principale di Meyer è che, contrariamente a convinzioni ancora largamente diffuse negli Stati Uniti, il crollo del Muro dipese essenzialmente dalle scelte di Gorbaciov e dalla deliberata volontà di Nemeth (il premier riformista ungherese) di provocare la frana dell&#8217;intero sistema comunista allo scopo di ricongiungere l&#8217;Ungheria alla famiglia delle democrazie europee. Meyer ha buon gioco nel mostrare come le leadership occidentali &#8211; George Bush, François Mitterrand e Margaret Thatcher &#8211; stentarono parecchio a comprendere che cosa stesse succedendo e quali opportunità si stessero dischiudendo loro per porre fine alla stagione dell&#8217;equilibrio del terrore. </p>
<p>La ricostruzione delle vicende che portarono la leadership ungherese ad aprire il primo varco nella cortina di ferro, nell&#8217;estate del 1989, consentendo a migliaia di Ossie di «votare con i piedi», è avvincente come la trama di un giallo, così come è vivida la descrizione delle ore frenetiche che precedettero la fine del Muro. </p>
<p>Quello che appare meno convincente è la sottovalutazione delle forze profonde che portarono alla fine della Guerra Fredda e dell&#8217;Urss (si ripensi alla lezione di John Lewis Gaddis). Non c&#8217;è dubbio che senza Gorbaciov e Nemeth le cose sarebbero potute andare diversamente. Ma forse occorrerebbe chiedersi come mai proprio questi uomini politici si ritrovarono in quelle posizioni di leadership in quel momento storico e perché arrivarono a maturare certe decisioni. </p>
<p>E qui le risposte appaiono un po&#8217; più articolate e sistemiche (avrebbe detto Kenenth Waltz) di quelle fondate sull&#8217;analisi del comportamento e delle personalità dei singoli decision-makers. Ancora meno comprensibile, persino all&#8217;interno della logica seguita da Meyer, è poi la totale assenza, in tutto il racconto, della figura di Giovanni Paolo II. Significativamente, proprio Enzo Bettiza riconosce come, tra tanti leader che non coglievano esattamente il senso epocale degli avvenimenti in atto, anche perché troppo attenti alla stabilità e troppo preoccupati dal cambiamento, il papa polacco fu «il solo veggente». La definizione del 1989 come di «un sommovimento storico avvertibile, ma imprevedibile» nella sua dinamica temporale esprime con sintesi felice ciò che nelle pagine di Meyer resta un po&#8217; troppo sullo sfondo. </p>
<p>Così come nell&#8217;argomentare di Bettiza si staglia nitidamente il lucido tentativo di Gorbaciov, destinato peraltro all&#8217;insuccesso, di scaricare i satelliti e le loro «élite coloniali» pur di salvare l&#8217;impero interno. Altrettanto efficace, proprio in questo anniversario, è la sottolineatura che il crollo pacifico del Muro è solo una delle immagini della fine della Guerra Fredda. Le altre sono quelle delle lunghe guerre balcaniche e del massacro di piazza Tienanmen.</p>
<p>Il libro di Dalos, infine, offre una preziosa analisi in chiave comparata delle diverse modalità con cui il blocco sovietico si sgretolò in un tempo sorprendentemente breve, e ci rammenta che, pur quando inscritte in un medesimo «destino», le vicende storiche non sono mai riconducibili ad un unico cliché. </p>
<p>(articolo pubblicato su La Stampa di Vittorio Parsi)</p>
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		<title>Cosa resta di Marx dopo la caduta del Muro?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 09:13:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È in uscita il nuovo numero della rivista quindicinale &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221;. Pubblichiamo un ampio estratto di uno degli articoli presentati. di Georg Sans Dalla miseria del proletariato dei suoi giorni Karl Marx ha tratto la conclusione che l&#8217;alienazione possa &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/cosa-resta-di-marx-dopo-la-caduta-del-muro/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È in uscita il nuovo numero della rivista quindicinale &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221;. Pubblichiamo un ampio estratto di uno degli articoli presentati.</p>
<p>di Georg Sans</p>
<p>Dalla miseria del proletariato dei suoi giorni Karl Marx ha tratto la conclusione che l&#8217;alienazione possa essere neutralizzata soltanto con l&#8217;eliminazione del capitalismo e l&#8217;abolizione della proprietà privata. La storia del marXIsmo ci ha insegnato però che tutti i tentativi di introdurre il comunismo con la violenza sono finiti in una ingiustizia e in una miseria ancora più grandi. Che cosa rimane dunque del Marx filosofo ed economista venti anni dopo la caduta del Muro di Berlino?<br />
La novità dei manoscritti di Parigi consisteva nel collegare i problemi antropologici e filosofico-sociali con quelli economici. Come Marx mostra con evidenza, i princìpi e le teorie della scienza economica non vagano nel vuoto. E ciò vale soprattutto per l&#8217;oggetto fondamentale di ogni faccenda economica, il denaro. Il capitale, a ben vedere, non è altro che una trattazione della natura del denaro. Marx ha lavorato per più di trent&#8217;anni alla sua opera principale, di cui ha completato soltanto il primo volume.<br />
Contrapponendosi criticamente ai rappresentanti dell&#8217;economia politica classica, Adam Smith e David Ricardo, Marx cerca di trasformare il denaro in capitale. Mentre il denaro che uno possiede serve in linea di principio a essere scambiato per procurarsi le cose più diverse delle necessità quotidiane, la funzione pagamento del capitale è puramente teorica. Chi possiede o vuole possedere capitale, desidera che esso si accresca. Questo desiderio non è per nulla segno di particolare cupidigia o di infamia, ma mostra semplicemente quale sia la vera e propria funzione del capitale.<br />
Il capitale per Marx si origina, per così dire, come prodotto secondario del lavoro, quando l&#8217;imprenditore vendendo la merce prodotta guadagna più di quanto paghi per retribuire gli operai.<br />
L&#8217;imprenditore ha bisogno certo di denaro per acquistare macchine e materie prime, con le quali produrre nuova merce; ma trae il proprio profitto soltanto quando rifiuta di concedere agli operai la loro giusta partecipazione al ricavo dalla vendita. Il capitale aumenta soltanto grazie al lavoro prestato dagli operai al di là della misura del valore della loro forza lavorativa. &#8220;Esso produce plusvalore, che sorride al capitalista con tutto il fascino di una creazione dal nulla&#8221;.<br />
Benché la teoria marXIana del valore presti il fianco a molte obiezioni sul piano dell&#8217;economia, in tempi recenti ha suscitato nuovo interesse. Sollecitata dai lavori preliminari a Il capitale, disponibili ora con la pubblicazione dell&#8217;edizione critica integrale delle opere di Marx e Engels, soprattutto in Germania e in Italia è sorta una cosiddetta nuova lettura di Marx, che tenta di liberare da una visione deterministica della storia i primi elementi critici del capitalismo, formulati dal Marx maturo. Essa parte dalla supposizione che l&#8217;ingiustizia sociale che si può constatare ovunque nelle società capitaliste non sia semplicemente la conseguenza di una condotta individuale errata, ma trovi il suo fondamento ultimo nella maniera in cui il denaro diventa capitale, che si suppone aumenti da solo. Secondo questi studi, Marx avrebbe evidenziato che, contrariamente alle apparenze esterne, il denaro non sarebbe un semplice oggetto di scambio e non sarebbe esatto dire che il denaro in banca o in borsa &#8220;lavori&#8221; per il suo padrone. Non è certo esagerato dire che nulla più del marXIsmo ha danneggiato l&#8217;interesse per il Marx filosofo. L&#8217;abuso ideologico, durato per decenni, e l&#8217;eccessiva esaltazione del significato del suo pensiero ha condotto, da un lato, a un rifiuto risoluto e, dall&#8217;altro, a ostinati equivoci. A vent&#8217;anni dalla fine della guerra fredda dovrebbe ormai essere giunto il tempo di tracciare un bilancio equilibrato.<br />
A questo scopo è indispensabile distinguere il Marx del partito comunista e del suo amico Engels dal Marx giovane e dall&#8217;autore de Il capitale. Inoltre bisogna dare la preminenza all&#8217;osservatore critico rispetto al dogmatico rigido. Proprio le ricerche condotte sull&#8217;evoluzione del suo pensiero hanno mostrato che Marx nelle sue convinzioni era meno determinato di quanto comunemente si supponga.<br />
Infine, un dibattito che voglia essere produttivo presuppone si sappia distinguere attentamente tra le varie pietre che compongono l&#8217;edificio del pensiero marXIano. Così, ad esempio, nessuno più troverà convincente la concezione materialista della storia, che considera la &#8220;produzione materiale della vita immediata come fondamento di tutta la storia&#8221;. E così pure è troppo riduttiva la visione materialista dell&#8217;uomo, secondo la quale la nostra cultura si può comprendere soltanto in base ai bisogni fisici e all&#8217;attività concreta dell&#8217;uomo.<br />
Con questo tuttavia non si vuole pronunciare un giudizio sul lavoro alienante né è risolto il problema dell&#8217;origine del plusvalore. Questi sono i problemi che dovrebbe affrontare oggi lo studio di Marx. Dobbiamo essere grati al filosofo per l&#8217;idea che l&#8217;uomo va considerato anche alla luce del modo di produzione e della forma di gestione economica che predominano in una società.<br />
Dopo il fallimento del comunismo non si tratta certo di condannare ogni proprietà privata come cattiva o ingiusta in se stessa. L&#8217;esperienza del secolo scorso ha mostrato a sufficienza che le difficoltà che sono venute aumentando con l&#8217;industrializzazione non si possono superare collettivizzando la proprietà. Tanto più urgente si pone il problema di un&#8217;equa partecipazione di tutti gli uomini, e non soltanto dei possidenti, ai processi decisionali economici e politici. Il fatto che a una gran parte dell&#8217;umanità rimanga interdetta una compartecipazione sociale può essere considerato con Karl Marx come un&#8217;alienazione dell&#8217;uomo da se stesso, in quanto essere sociale.<br />
Un altro aspetto dell&#8217;alienazione, di cui siamo decisamente ancor più consapevoli, è quello che riguarda l&#8217;uomo nei confronti della natura. Non occorre essere materialisti per riconoscere che si deve stabilire una certa sintonia tra quell&#8217;essere vivente che è l&#8217;uomo e il suo ambiente naturale. Non si tratta semplicemente di rapportarsi a uno spazio vitale o di procurarsi del cibo, ma di tener conto dell&#8217;uomo che è costituito da una unità di corpo e di spirito. Lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali e la distruzione dell&#8217;ambiente che ne deriva, mostrano quanto sia necessario formarsi una visione integrale dell&#8217;uomo.<br />
Infine dobbiamo chiederci con Marx se le forme di alienazione, di cui si è parlato, trovino il loro fondamento originario nel sistema capitalista. Benché oggi si sia ampiamente d&#8217;accordo sul fatto che la teoria marXIana dei salari e dei prezzi non trova rispondenza nelle situazioni economiche concrete, la questione dell&#8217;origine del plusvalore non ha perduto per nulla la sua legittimità.<br />
Se il denaro come tale non si moltiplica da se stesso, da dove deriva allora la rendita e come si spiega l&#8217;accumulo dei beni nelle mani di pochi? Ad ogni modo non sembra finora contraddetta la tesi marXIana che alla fine è sempre il lavoro reale degli uni quello che crea la ricchezza eccessiva degli altri. Ovviamente questa affermazione va inquadrata e sfumata alla luce di altre considerazioni, come ad esempio il ruolo dell&#8217;intelligenza, del sapere accumulato, del tempo, della quantità di risorse naturali disponibili nella formazione del capitale.<br />
Certo, è divenuto moda comune contrapporre l&#8217;&#8221;economia di mercato&#8221;, intesa in senso positivo, al &#8220;capitalismo&#8221; inteso nella sua accezione negativa. Ma questa contrapposizione resta imprecisa, finché non viene sostenuta da una teoria generale del denaro. Anche da questo punto di vista non conviene, oggi come in passato, lasciare semplicemente alla sinistra la critica dell&#8217;economia politica di Marx. <img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2009/10/Marx-150x150.jpg" alt="Marx" title="Marx" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-1315" /></p>
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		<title>Buscar el poniente por el levante&#8230;.</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 14:01:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Buscar el levante por el poniente&#8221;&#8230; Questa fu la frase che riassumeva l&#8217;impresa tentata da Cristoforo Colombo nel 1492: trovare l&#8217;Oriente passando per Occidente. La data del 12 Ottobre, Columbus Day negli USA che fanno memoria dell&#8217;arrivo delle tre caravelle nelle isole caraibiche del nuovo continente, fa riflettere ancora una volta. Come è noto, in quegli anni era da poco caduto l&#8217;Impero Romano d&#8217;Oriente in mano alla Jihad Islamica (1453) che ancora è sovrana sulle terre del Corno d&#8217;Oro e dell&#8217;Asia Minore, ribattezzate Turchia; in quegli anni la Chiesa conobbe la massima corruzione, che la portò a guerreggiare anche con Venezia (1508-09) e a subire lo scisma Luterano (1516); cominciò l&#8217;avventura coloniale europea verso l&#8217;Africa, l&#8217;Asia e l&#8217;America; con Copernico arrivò la rivoluzione scientifica che fu seguita un secolo dopo da Galileo e dalla &#8220;svolta antropologica&#8221; di Cartesio.<br />
In pratica finiva un&#8217;epoca, quella che infelicemente &#8211; in mala fede, direi &#8211; viene chiamata Medioevo, e iniziava la cosiddetta Età Moderna che portò guerre di religione, schiavismo, assolutismo, caccia alle streghe, peste e fame, sfruttamento coloniale, secolarizzazione, e infine l&#8217;approdo alle rivoluzioni causate dal peso di tanta sofferenza e ingiustizia accumulate negli anni.<br />
Dalle rivoluzioni e dalle conseguenti Guerre Napoleoniche scaturì l&#8217;ordine fissato dal Congresso di Vienna e l&#8217;introduzione alla cosiddetta Età Contemporanea, ancora sotto l&#8217;egida del pensiero filosofico individualista e razionalista, poi diventato relativista e nichilista.<br />
Oggi si ha la sensazione che, dopo la fine del socialismo e la crisi profonda del capitalismo, l&#8217;intero impianto antropologico e filosofico, quindi anche sociopolitico ed economico sia giunto a una crisi senza ritorno, alla fine del suo percorso.<br />
La filosofia, che si era definitivamente emancipata dal ruolo di &#8220;ancilla theologiae&#8221; con la svolta cartesiana, è passata dal nichilismo (da nihil = nulla) al decostruzionismo di Derrida, vero stadio terminale del pensiero umano che diviene impotente, sradicato, solipsista, per certi versi inutile e insignificante.<br />
Se l&#8217;Occidente non trova più se stesso, se vive una crisi di identità che lo porta a rifugiarsi nel formalismo burocratico o in forme chiuse di pensiero come il laicismo, o piuttosto nella fuga verso il disimpegno, verso un indefinito ecologismo isterico e timoroso; oppure se l&#8217;Occidente cerca delle suggestioni fantasiose tipo New Age o affonda nel baratro del suicidio progressivo con l&#8217;uso crescente della droga, lo si deve a questa generale crisi di sistema.<br />
&#8220;Che fare?&#8221;&#8230; Vien da sorridere, pensando a Lenin che scriveva un libro con questo titolo nel 1902, ponendosi un interrogativo sul &#8220;dopo-rivoluzione&#8221; al quale non seppe mai dare risposta&#8230;<br />
La risposta che si propone ai lettori è di tornare da dove eravamo partiti, invertendo i termini: &#8220;Buscar el poniente por el levante&#8221;, cioè cercare nell&#8217;Est dell&#8217;Europa le radici spirituali che nell&#8217;Ovest si stanno rinsecchendo. L&#8217;oriente europeo ha patito l&#8217;inferno del comunismo e ha temprato e riforgiato la sua anima, i suoi valori, i suoi sentimenti in quelle fiamme di morte e di desolazione economica, ma soprattutto spirituale ed umana che sono la naturale concreta applicazione del pensiero di Marx, Lenin, Mao e Trotsky. Il recente Premio Nobel per la letteratura a una tedesco-rumena come Herta Muller è solo un invito a scoprire l&#8217;anima di quelle popolazioni di fratelli e sorelle, che per 80 anni ci sono state strappati e che oggi dobbiamo riabbracciare.<br />
Verso di loro deve rivolgersi l&#8217;UE per la sua edificazione, non verso la Turchia o verso astoriche costruzioni politiche o geostrategiche mediterranee volute dagli USA; verso il patrimonio religioso, letterario, artistico, culturale, demografico e spirituale del &#8220;suo&#8221; Oriente l&#8217;Europa deve trovare il nuovo modo di essere perno dell&#8217;Occidente.<br />
&#8220;Buscar el poniente por el levante&#8221; quindi. Potrebbe essere il motto di una nuova rinascita, il principio di una nuova era di consapevolezza, di forza nelle convinzioni e dunque di pace duratura.<br />
(articolo di Davide Lovat)<br />
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