Dopo le defezioni di Rutelli a Roma, Dellai nel Trentino, Cacciari a Venezia e Chiamparino a Torino, il Partito Democratico perde un altro pezzo: il parlamentare on. Calearo di Vicenza si è dimesso, dichiarando di aderire al gruppo misto perché non più in sintonia con la natura del PD.
Su questo giornale avevamo ampiamente anticipato le conseguenze della scontata vittoria di Bersani, uomo di D’Alema, e quanto sta accadendo non fa altro che dimostrare come fummo facili profeti. D’altro canto la politica è una materia scientifica (c’è perfino la Facoltà di Scienze Politiche anche se nessuno sembra dargli peso…), sebbene sia praticata per lo più da persone improvvisate e da molti maneggioni e faccendieri….
Comunque, l’on. Calearo ha motivato la sua uscita dal PD con un’analisi corretta: “la vittoria di Bersani – dice – è la vittoria di un modo di concepire il PD che non mi appartiene. Bersani è un’ottima persona e un amico, ma la sua idea è quella di un partito socialdemocratico e cattocomunista con una concezione del mondo del lavoro e dell’impresa di stampo tosco-emiliano. Io vengo dal Triveneto e provengo da una cultura completamente diversa. Avevo aderito al progetto di PD di Walter Veltroni, ma quel progetto è naufragato definitivamente con la sconfitta di Franceschini alle primarie. La mia uscita dal partito è la logica conseguenza”.
Analisi ineccepibile: sembra quanto abbiamo scritto il giorno prima della vittoria di Bersani annunciandola anche nelle proporzioni, tanto era scontata.
Diverso è il nostro giudizio sulla visione politica dell’on. Calearo per il futuro. Egli dichiara di volersi impegnare per dare vita a un “partito nuovo” che raccolga i delusi di PdL e Lega Nord e al tempo stesso conservi i voti della “mozione Franceschini”, cioè l’ex-Margherita per capirsi – ammesso che ci si possa capire in questo ginepraio autoreferenziale che è diventato il centrosinistra italiano. Questo soggetto politico nuovo Calearo lo vorrebbe fare insieme a Dellai, Rutelli e Veltroni….. Non ci sono commenti, ovviamente.
La sola cosa che possiamo dire è che Calearo appartiene a quella categoria di persone che si buttano in politica convinti che sia la cosa più naturale della terra: era un imprenditore, è membro della ricca borghesia e di una famiglia in vista nella piccola e provinciale Vicenza, in questo contesto si sente importante per diritto di nascita e quindi pensa di avere diritto e dovere di fare il politico, dopo aver fatto il presidente degli industriali.
Peccato che la verità delle cose sia diversa: la politica sarebbe una cosa seria e dovrebbe essere lasciata a chi ne capisce, per il bene della gente. Calearo è un imprenditore? Vada a lavorare… Chi può rappresentare, seriamente, se non qualche cordata di amici con interessi comuni? Rappresentare il popolo è un compito che si svolge dal basso, non discendendo tra la plebe partendo dal castello in collina. Siamo in democrazia, non in aristocrazia. Per governare il popolo bisogna condividerne l’anima, il sentimento comune, conoscerne l’umore e l’odore. Serve il cuore, non il portafoglio pieno che sta nella tasca davanti al cuore. Serve il cervello, ma pieno dei frutti di sudate carte e libri consumati, non di ammanicamenti e conoscenze per ottenere scorciatoie.
Ci possiamo permettere una facile previsione, dunque: il sig. Calearo continuerà a venire riciclato di qua o di là, perché in una città piccola dalla mentalità servile come Vicenza è facile sembrare grandi, bastano 4 soldi. Ma di sicuro non inciderà minimamente sulla politica del Paese, l’apice della sua “carriera” lo ha già toccato e dall’apice si può solo scendere.
Magari, lo ritroveremo a fare il sindaco fra qualche anno oppure avrà qualche altro ruolo visibile. Ma non significa nulla. Non c’è sostanza.
Davide Lovat




