Anche l’on. Calearo lascia il PD »

Anche l’on. Calearo lascia il PD

Dopo le defezioni di Rutelli a Roma, Dellai nel Trentino, Cacciari a Venezia e Chiamparino a Torino, il Partito Democratico perde un altro pezzo: il parlamentare on. Calearo di Vicenza si è dimesso, dichiarando di aderire al gruppo misto perché non più in sintonia con la natura del PD.

Su questo giornale avevamo ampiamente anticipato le conseguenze della scontata vittoria di Bersani, uomo di D’Alema, e quanto sta accadendo non fa altro che dimostrare come fummo facili profeti. D’altro canto la politica è una materia scientifica (c’è perfino la Facoltà di Scienze Politiche anche se nessuno sembra dargli peso…), sebbene sia praticata per lo più da persone improvvisate e da molti maneggioni e faccendieri….

PD: niente di nuovo, vince D’Alema »

PD: niente di nuovo, vince D’Alema

Come volevasi dimostrare, o anche come avevamo largamente anticipato perfino nelle percentuali previste: Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico, che dimostra di essere un partito più di sinistra che di centro-sinistra dato che la somma dei voti di Bersani (51%) e Marino (16%) fanno esattamente i 2/3 della base, cioè molto più di quanto era emerso dalla fase congressuale, riservata agli iscritti (la somma dava 60%).

Bersani: “Non ci saranno scissioni dopo le primarie” »

Bersani: “Non ci saranno scissioni dopo le primarie”

Il segretario “in pectore” del PD è Pierluigi Bersani, questo lo sappiamo tutti. Resta da capire come si esprimerà il popolo delle primarie, cioè se le percentuali congressuali saranno confermate oppure se, come prevedono certi osservatori, la vittoria di Bersani sarà meno netta nei numeri (meno del 50%), la sconfitta di Franceschini sarà più dura e ci sarà invece un’affermazione importante della posizione più rivolta all’estrema sinistra di Marino (che potrebbe addirittura superare il 15% dei voti).
Secondo queste previsioni, la componente della ex-Margherita deciderebbe di andarsene perché in netta minoranza (sono i “catto-comunisti” che adesso si definiscono “cattolici progressisti”, non fedeli al papa o alla Chiesa, ma a un simulacro della coscienza a cui hanno dato strumentalmente il nome del povero e incolpevole card. Martini). Davanti a questa ipotesi, invero funesta per il PD, Bersani reagisce: «Non temo la scissione, anzi. Le diverse mozioni stavolta sono composte variamente. Ciascuna raccoglie esperienze cattoliche, socialiste, comuniste: quel rimescolo, su cui stiamo lavorando, sta avvenendo», ha detto Bersani ribadendo che non c’è un pericolo scissione. «Non ho quella preoccupazione – prosegue il candidato alla segreteria del Pd -. Non è che perchè hanno litigato Obama e la Clinton si sono spaccati. La democrazia è fatta di discussione, che non è pettegolezzo. Stiamo discutendo non di calzini, ma del Paese».
Meno male, se lo dice Bersani….
In effetti da un paio di giorni quello dei calzetti color turchese sembrava essere l’unico argomento capace di unire gli esponenti della disastrata sinistra italiana. Con grande preoccupazione del cittadino medio che nei decenni ha dovuto subire il look improbabile degli elettori di quell’area culturale, sempre in cerca di qualcosa che li omologhi tutti, ma con l’impressione di essere invece “alternativi” e “avanti”: L’Unità piegata nella tasca del loden con il titolo bello evidente in alto, il kefiah palestinese, gli occhialini tondi tipo Trotsky poi sostituiti dalla ridicolissima montatura nera stretta da studente mantenuto, i capelli ricci spettinati delle donne e la barba più maltenuta che incolta degli uomini, i jeans sgualciti finto-vintage o i pantaloni pieni di tasche, il borsello a tracolla che fa un po’ “sessualmente ambiguo”, i sandalazzi marroni con piede scalzo percepibile anche di schiena fino a 5 metri, 10 se “in favore di vento”, sotto ai bermuda e alla maglietta con la faccia stilizzata del “Che”… mancavano giusto i calzetti color turchese per l’inverno, la bombetta e il naso rosso da clown, poi il programma politico sarebbe stato finalmente capito da tutti.
Bersani ci restituisce un po’ di fiducia, con quella parlata dal tono paternalistico e rassicurante in perfetto stile Prodi (vedi video in fondo al giornale), almeno sul fatto che lui ce la metterà tutta e cercherà di farlo con serietà.
Sul fatto che gli ex-democristiani non se ne andranno, dopo una eventuale sconfitta troppo pesante, ci scuserà il futuro Segretario se siamo meno fiduciosi.
Buon lavoro, con calzini da persona civile.

Il lungo “parto” del nuovo PD »

Il lungo “parto” del nuovo PD

Dopo i 3 discorsi programmatici dei candidati alla segreteria – Bersani, Franceschini e Marini – finalmente si è capito qualcosa di più di cosa sarà il PD.
Se vincerà Bersani, che ha vinto i congressi degli iscritti militanti del partito, ci sarà una riedizione del vecchio Ulivo di Prodi. Praticamente un ritorno al passato motivato dall’idea che l’Ulivo fu in grado di vincere le elezioni, sebbene non sia riuscito a governare a causa delle sue contraddizioni e sia arrivato a impallinare il prof. Prodi in entrambe le esperienze di Governo. L’idea di Bersani è di riproporre le idee e i contenuti politici della proposta prodiana, magari riuscendo a chiarirli meglio anche al popolo che è rimasto con l’impressione di un gran numero di buoni propositi, ma troppo fumosi e generici per poter essere tradotti in azione politica di governo. Comunque Bersani va in questa direzione, in continuità con l’evoluzione compiuta da quell’elettorato che si è riconosciuto nelle trasformazioni da PCI a PDS, da PDS a DS, e da DS alla confluenza nell’Ulivo.
Se vincerà Franceschini prevarrà l’anima della Margherita con l’idea della vecchia sinistra DC, quella dei “cattolici maturi” che ascoltano la Chiesa solo quando conviene e che della Verità Cristiana credono solo a ciò che non costa fatica, quelli che si sono inventati un Concilio Vaticano II diverso nei contenuti da quello vero, avendolo scambiato per il 1968, quelli che vanno a messa tutte le domeniche, che fanno volontariato e attivismo di parrocchia, ma poi sono per il divorzio e per l’aborto, sono per il pacifismo politico ma anche per il conflitto sociale di classe e per certe forme di pauperismo comunistoide che nulla ha a che fare con il messaggio cristiano o con quello di san Francesco; quelli che trovano sempre un posto di lavoro grazie alla “pretagna”, per loro e per i loro parenti; quelli che si sentono migliori, che puntano il dito, che accusano gli altri di tutto, però sommessamente, perché “non sta a me giudicare”… Anche ai tempi di Gesù c’erano degli Ebrei con queste caratteristiche, quelli estremamente ligi alle regole esteriori e sempre pronti a criticare ed emarginare: erano i Farisei.
Siccome Franceschini perderà le primarie, è probabile che escano dal PD per dialogare con Casini circa l’edificazione di un nuovo soggetto di “Centro di area cristiana”, magari lo faranno anche, e poi si divideranno ancora. Tanti auguri…
Se vincesse Marini, ma è molto difficile, il PD aprirebbe le porte a buona parte dei dispersi della sinistra più radicale, quelli che ancora hanno voglia di stare dentro le istituzioni e non si propongono più di fare la rivoluzione permanente trotskysta antisistema; in pratica si parla dei Verdi, dei Socialisti, di alcuni Comunisti snob dell’alta borghesia (soprattutto centromeridionale). L’ipotesi è molto difficile, anche se è ipotizzabile un buon risultato di Marini alle primarie che inviterebbe Bersani ad aprire canali di dialogo utili soprattutto a livello locale.
In definitiva, pensiamo che il PD approderà alla riedizione ammodernata dell’Ulivo prodiano e non è nemmeno da escludere che Prodi possa venire riesumato al momento opportuno per qualche ruolo importante.
Concludiamo perciò con una considerazione: probabilmente il PD non ha la base elettorale sufficiente per vincere le elezioni e rimarrà all’opposizione, però ha dimostrato di saper essere chiaro verso l’elettorato che è nelle condizioni di sapere bene chi e che cosa vota, grazie alle modalità del Congresso.
Negli altri partiti italiani, oggi, non c’è la stessa chiarezza. A onor del vero, questo va detto!PD nasce

Bersani, il PD e la “Questione Centrale” »

Bersani, il PD e la “Questione Centrale”

Dove è nato Pier Luigi Bersani? A Bettola. Non ridete, è in provincia di Piacenza. Dove è eletto Bersani? Nella circoscrizione XI dell’Emilia-Romagna. Il padre era un meccanico benzinaio e lui è laureato in filosofia con una tesi sulla storia del cristianesimo e la figura di Papa Gregorio Magno. E’ sempre stato nel Partito comunista, è diventato Presidente della Regione Emilia-Romagna, ministro ora diventerà segretario del Pd. E’, finalmente, l’uomo giusto al posto. Questa è la mia convinzione ed è anche una vecchia predizione nel mio libro “Un’altra Italia: ovvero come risolvere la questione centrale”. Ma già con Franceschini ci si stava avvicinando all’obiettivo. Bersani sarà un leader di un partito che rappresenta il Centro Italia.
Il leader di una “lega democratica” che finge di rappresentare tutto il Paese, finge di essere un partito nazionale, ma che di fatto ha il proprio focolaio di riferimento in Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria e nelle Marche. Motivo per il quale la sinistra italiana è sempre minoranza e motivo per il quale la Lega Nord non è il primo partito territoriale d’Italia.
Se c’è un intenzione politica di dividere il Paese questa non è nell’idea del federalismo quanto nell’idea che ci sarebbe qualcuno più legittimato di altri a governarlo. E il Centro Italia ha sempre tentato di delegittimare chiunque non esprimesse il partito politico più forte nel Centro Italia. E’ stato così con la Democrazia cristiana (Andreotti il gobbo mafioso, Cossiga il gladiatore scritto con la K iniziale, Fanfani piccolino come Brunetta…) dal serio al faceto, o al gossip come si dice oggi.
Del resto la “lega” l’hanno inventata nel Centro Italia mica a Varese. Signore e Trocino, che hanno scritto un libro sul Carroccio, raccontano che nel 1975 l’allora Presidente dell’Emilia-Romagna, che non era Bersani, ma Guido Fanti, lanciò l’idea della “Padania e di una grande Lega del Po, un accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia.” Capito?
Il sociologo Fausto Anderlini ricorda che le leghe bracciantili sono nate proprio in Emilia-Romagna ed erano basate sulla chiusura totale agli immigrati e ai “crumiri” che arrivavano dal Veneto e da altre regioni limitrofe; gente che veniva picchiata a sangue se non stava alle regole. La Lega Nord, insomma, non ha inventato un bel niente. Ha semplicemente raccolto e rielaborato quello che i titolari hanno abbandonato, almeno in Centro Italia. Ed è per questo che la Lega Nord potrà sfondare anche in quelle regioni: perché è come un ritorno alle origini. Senza dimenticare che, nel nostro Paese, là dove è nato il comunismo si è, poi, sviluppato anche il fascismo.
Dario Franceschini è stato un assaggio, ma troppo spurio e troppo cattolico per essere autenticamente espressione del Centro Italia; luogo di riferimento anche per i vecchi repubblicani antipapisti dell’area tra Ferrara e Ravenna e Rimini. Oggi, in una crisi profonda delle ragioni della sinistra, tocca al nucleo fondante: se fallirà anche la rappresentanza di Bersani la sinistra italiana non esisterà più. Ecco perché, consciamente – ma mi pare, come al solito, molto più inconsciamente – il maggiore partito di sinistra, oggi, è costretto a scegliere un leader che sia un rappresentante autentico, radicato nel proprio territorio, espressione “pura” del proprio dna. Bersani, insomma, non è un Veltroni e meno che meno un ex radicale come Rutelli.
Il Partito comunista, diventato Partito democratico, sta scegliendo la sua ultima carta per la sopravvivenza. Dovrà elaborare il nuovo, se c’è, dell’Italia centrale. E su questo ci ritorneremo. Questo significa, in linea generale, che il nostro Paese è avviato verso una trasformazione radicale perché si tratterà attraverso la dinamica politica tra PdL, Lega Nord e Pd (che insieme raccolto intorno all’80% del voto politico) di trovare un nuovo equilibrio. Il PdL rappresenterà il Sud e se non lo farà in pieno nascerà un vero e proprio “partito del Sud”, la Lega Nord rappresenterà il Nord e il Pd rappresenterà il Centro Italia. E’ sempre stato così durante la, cosiddetta, seconda Repubblica, ma la retorica dello stato unitario ha sempre coperto la realtà e reso gli italiani incoscienti delle reali dinamiche politiche ed economiche di fondo.
Oggi che la crisi avanza, che l’impossibilità di governo si fa sempre più palese, che il dibattito sui governatori si arroventa ognuno dovrà acquisire consapevolezza della realtà e, soprattutto, mostrare la propria vera faccia. I comunisti e post-comunisti nel nostro Paese non l’hanno mai fatto perché hanno potuto costruire un’énclave nel bel mezzo del Paese; fatta di mezzadria e poi di cooperative, costruendo una rete fitta tra politiche locali, economia, finanza e cultura mediatica e rappresentanza nazionale che ha permesso al Pci, e poi ai suoi derivati, grazie alla dominanza delle ideologie, di presentarsi come partito a caratura nazionale. Ma non è così: anche Bersani sarà un leader – sicuramente il più adatto in questo momento storico – di un partito territoriale. E in quanto tale un partito che potrà fare chiarezza solo se dichiarerà chi vuole rappresentare. I partiti nazionali hanno “giocato” a rappresentare le diverse classi sociali, i partiti territoriali e post-ideologici sono trasversarli ma imperniati su territori di riferimento perché rappresentano diverse mentalità.
Si smetta, allora, di criticare la Lega Nord su localismo e territorialità e ognuno si assuma le proprie responsabilità politiche.
Oggi, in Italia, se guardiamo da dove arriva il consenso, non troviamo più partiti politici di caratura nazionale e dunque, per ora, l’asse Bossi-Berlusconi è il meglio che possiamo avere perché rappresentano il miglior compromesso nazionale con il legame tra il Sud e il Nord. Dove va l’Italia Centrale? Attendiamo la risposta da Pier Luigi Bersani.
(di ANTONIO GESUALDI)
.Bersani

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