Giustizia, problema irrisolvibile

Suscita imbarazzo vedere come Parlamento e Magistratura continuino ad accapigliarsi cercando di invadere la rispettiva sfera di competenza. L’Italia da 20 anni vive una sorta di paralisi istituzionale a causa di questo conflitto dapprima sopito e nascosto, poi esploso quando l’azione politica della Magistratura è stata apertamente smascherata, consentendo di rileggere con occhi nuovi anche tutta la vergognosa pagina di Tangentopoli.

A voler essere imparziali, non c’è alcun motivo per fare il tifo. Chi rispetta i fondamenti della democrazia vorrebbe solo una cosa: che il Parlamento facesse le leggi, che il Governo provvedesse a renderle efficaci e che la Magistratura giudicasse sulla corretta applicazione e sulle violazioni. Si chiama “ripartizione dei tre poteri” e fin dai tempi della pubblicazione de “L’ésprit des lois” di Charles Louis de Montesquieu costituisce uno dei cardini della nostra civiltà.

In Italia purtroppo ci sono due gravi vizi che impediscono il corretto funzionamento della democrazia, il primo storico-politico e il secondo culturale. Quello storico-politico deriva dall’occupazione della Magistratura effettuata dai comunisti che stavano completando la rivoluzione secondo il modello di Gramsci: occupare tutti i centri di potere dalla periferia al centro per impadronirsi dello Stato in maniera da non dover spargere sangue. Purtroppo per loro, il comunismo mondiale è fallito proprio quando stavano per completare l’opera prendendo il Parlamento e già comandavano Scuola, Pubblica Amministrazione e Magistratura; per inerzia cercarono lo stesso di effettuare un colpo di stato a suon di arresti, e questa fu di fatto Tangentopoli, ma la discesa in campo di Berlusconi, vero e proprio “ultimo dei Mohicani” (più cani che “Mohi” a dire il vero…), sparigliò le carte e sconquassò i piani. Da allora in Italia non si va più avanti, con la Magistratura che cerca di arrestare Berlusconi e contrastare la sua politica, e con Berlusconi che governa pensando più a difendere se stesso e la sua ricchezza piuttosto che al bene comune. La via d’uscita, che è pura utopia, sarebbe un patto per il bene dell’Italia: Berlusconi si impegna a uscire dalla politica alla fine di questa legislatura in cambio di un salvacondotto di 30 anni per lui e le sue aziende, il Parlamento discute e vara una legge condivisa e rigida contro il conflitto d’interessi da applicare a tutti i simil-Berlusconi che crescono ovunque in Italia, la Magistratura ritorna nei ranghi e lascia il campo della politica ai politici. Ripeto, pura utopia.

Il secondo vizio è culturale: in Italia si è perso il senso della giustizia. Per quante leggi si facciano, l’esperienza insegna che la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione varia molto a seconda del censo. I poveri pagano sempre, i ricchi nemmeno quando ammazzano. Sembra una frase qualunquista, ma ripensando ai casi di cronaca nera più eclatanti non è possibile contestare questa affermazione. Se hai i soldi per pagare buoni avvocati e addirittura per sistemare le cose in silenzio e “molto in alto” te la cavi con poco o niente; se sei un “poro can” non sei sicuro nemmeno se sei innocente.

Qui verrebbe da inoltrarsi in una dissertazione dotta sul principio tomista IUS SIVE IUSTUM, e sulla filosofia del diritto che lega verità e giustizia in maniera indissolubile e complementare…. Ma sarebbe tempo perso. Siamo in Italia e i giudici parlano una lingua diversa.

Diversa soprattutto dal Veneto……
(Davide Lovat)
giustizia sconfortata

Berlusconi: “Non prevalebunt”

Il Premier Silvio Berlusconi si ripresenta in gran forma dopo la seduta del Consiglio dei Ministri e spiega alla stampa quanto discusso.

Innanzitutto chiarisce l’impossibilità di ridurre le tasse in un periodo in cui la crisi economica mondiale ha ridotto notevolmente il reddito imponibile e di conseguenza il gettito fiscale; lo Stato non riuscirebbe a garantire gli standards attuali si spesa se riducesse l’imposizione. Comunque il Governo si impegnerà a semplificare il sistema impositivo, riducendo il numero delle aliquote fiscali progressive. Certo non sarebbe male sentir parlare chiaramente anche di taglio degli sprechi, dato che la congiuntura economica sembrerebbe fatta apposta per giustificare anche dei generosi e salutari colpi di forbice.

Poi si concentra sulla riforma della giustizia: «Nella riforma che stiamo esaminando – afferma -riproporremo l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado». E poi: «Quando si parla di processo breve c’è una calunnia e una menzogna di fondo. Con le modifiche che faremo, il processo in Italia resta comunque lungo, tra i più lunghi d’Europa, ma almeno ci saranno tempi certi».«In Italia – aggiunge – i tempi del processo sono i più lunghi previsti in Europa, quindi non si può definire processo breve quello che facciamo. Il processo resta lungo, ma almeno con tempi definiti»

Infine muove una critica a quelle trasmissioni in TV dove la politica viene proprosta come una continua rissa da pollaio, cosa che contribuisce a distorcere l’immagine della classe politica e incrina sempre più la fiducia dei cittadini nelle istituzioni; concludendo, denuncia il clima da aggressione continua al quale egli è sottoposto da molto tempo ad opera della stampa, ma anche da parte della magistratura che annovera tra le sue fila “certi magistrati peggiori di Tartaglia”. Salutando i giornalisti ha aggiunto “Non prevalebunt”!

Ora, se Berlusconi si limitasse a dire quello che pensa sarebbe ampiamente sufficiente per alimentare il dibattito politico e la polemica in esso connaturata; ma il premier non riesce proprio a togliersi il vezzo di citare le Sacre Scritture riferendole a se stesso. “Non prevalebunt” lo disse Gesù Cristo consacrando Pietro a capo della Chiesa mentre la fondava: le fiamme dell’inferno “non prevarranno” su di essa. E’ proprio necessario continuare a scrivere le battute di Benigni, continuando ad alimentare questo clima da macchietta teatrale? Evidentemente sì, se lo fa. Avrà i sondaggi dalla sua parte.

E intanto la democrazia italiana declina sempre più verso una sua sottoforma: la sondaggiocrazia teleguidata. Se dopo questa crisi economica il Paese non saprà voltare pagina, ne vedremo delle brutte!berlusconi messia

Torna Berlusconi per fare leggi “ad libertatem”

Berlusconi torna al lavoro dopo una lunga assenza da Roma, quasi un mese, per le conseguenze dell’aggressione in piazza Duomo a Milano il 13 dicembre. E riparte dalla giustizia. Davanti a Palazzo Grazioli, dove è stato accolto da alcuni sostenitori, ha parlato dei provvedimenti in agenda, leggi ad personam secondo l’opposizione: «Non voglio più parlare di queste cose, sono leggi ad libertatem e mi indigno soltanto quando sento queste cose, e io non voglio indignarmi».

Berlusconi ha poi rassicurato sui suoi rapporti con Fini (che ha convocato un “contro vertice” sulla giustizia): «Per me non ci sono problemi. Abbiamo tanti anni di collaborazione leale alle spalle e io non ho mai avuto dubbi al riguardo». Ma con i giornalisti parla anche della riforma fiscale, dicendosi ottimista sull’ipotesi di portarla a compimento in tempi brevi: «C’è da lavorare, penso però che si possa fare quest’anno. Soprattutto se ci sarà la volontà di tutte le parti. La riforma è indispensabile e fondamentale per ammodernare il Paese».

Il premier non ha rinunciato a una battuta sull’aggressione che lo ha tenuto lontano dalla politica per un mese. Rispondendo a una domanda sulle ormai celebri statuette del Duomo, ha detto: «Hanno perso di valore, ormai te le tirano dietro». E sulle ferite che ha riportato: «Ho pochissimi segni. Purtroppo per il dente dovrò fare un impianto. Ma ho fatto dei muscoli fortissimi». Entrando a Palazzo Grazioli, il premier si è affacciato nella redazione di Red tv, emittente dell’ala dalemiana del Pd, per fare gli auguri ai redattori.

Berlusconi ha annunciato che stasera incontrerà il presidente Napolitano. Il primo appuntamento per il presidente del Consiglio è però il pranzo di lavoro con il ministro Alfano, i coordinatori del Pdl, capigruppo, vice e presidenti di commissione. Tema: la giustizia. Uno dei punti da chiarire riguarda il disegno di legge per il legittimo impedimento, dato che martedì è fissata la scadenza del termine degli emendamenti. Sul tavolo anche gli altri provvedimenti, dal processo breve al Lodo Alfano bis.

A Palazzo Grazioli il Cavaliere detterà poi le linee guida per il 2010. Oltre a riforma fiscale e interventi sulla giustizia, anche riforme costituzionali. Si parlerà anche di Regionali. Il premier ascolterà i coordinatori, c’è ancora da sciogliere il duplice nodo Puglia-Campania. Il ritorno al lavoro avviene dopo quasi un mese di convalescenza, prima al San Raffaele poi ad Arcore, anche se scandito dalle visite di dirigenti del partito ed esponenti di governo. Nel mezzo c’è stata una visita in Francia, dalla figlia Marina, e pochi giorni fa le foto che mostravano il premier senza bende e senza segni sul viso.berlusconi tra microfoni ride

Berlusconi: pronto a tornare per le riforme

TERNI – “Seguendo il tuo esempio, io non mollerò e continuero nell’attività di governo che ha fatto molto bene. Ci dedicheremo alle riforme per modernizzare lo Stato in tutti i suoi comparti. Tantissimi italiani ci incoraggiano ad andare avanti: due italiani su tre sono con noi”. Ad annunciarlo è stato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che nel corso di un collegamento telefonico con la “Comunità incontro” di don Pierino Gelmini, ricordando che “la maggior parte degli italiani sostiene il Governo”.

“Il 7 gennaio con la ripresa dell’attività spero che tutti i segni che ho sul viso siano spariti”. Berlusconi è già pronto a tornare al lavoro e a mettere in campo tutte quelle riforme necessarie al Paese per il bene comune: “Il 2010 sarà l’anno delle riforme in tutte le direzioni”. “Sempre una volta di più dico che l’amore vince su tutto, non solo sull’odio che rende violente contro l’avversario politico le menti più fragili – ha continuato il premier nel collegamento telefonico – al contrario di ciò che noi facciamo perchè noi rispettiamo l’avversario politico”.

Poi il presidente del Consiglio ha voluto lanciare un invito al proprio Paese: “Mettiamoci insieme, tutti noi, persone di buona volontà, che credono nell’amore e che credono che l’amore possa vincere l’invidia e l’odio. I nostri avversari hanno ironizzato, dicendo che noi stiamo quasi dando vita ad un partito dell’amore. Lo dico senza ironia: è proprio così”. Poi, Berlusconi ha aggiunto: “Intendiamo essere tutti uniti tra coloro che amano e rispettano gli altri, per portare avanti il duro lavoro che ancora ci aspetta, per fare migliore il nostro Paese e per dare a tutti i ragazzi la possibilità di realizzarsi e di guardare al futuro con sicurezza”.

Il 2010 sarà l’anno della verità per la politica italiana, sotto molti aspetti: se l’attuale maggioranza riuscirà a dare seguito concretamente alle buone intenzioni, allora il Paese potrà guardare al futuro con un nuovo sguardo. Le forze d’opposizione saranno costrette a riorganizzarsi e a modificare completamente l’atteggiamento nel confronto politico, poiché si troveranno a dover fronteggiare qualcuno che avrà fatto quanto prometteva.
Nel caso contrario, l’Italia piomberà nel vortice delle recriminazioni e ad aver vinto saranno tutti quei disfattisti e violenti che hanno trascorso tutto il 2009 a cercare di bloccare il cambiamento in corso. Inoltre, la crisi economica che finora l’Italia ha fronteggiato meglio degli altri Paesi grazie alla maestria del ministro Tremonti finirà per colpire con tutti gli arretrati.
Anche Berlusconi è a un bivio. Sembra esserne consapevole.
Berlusconi

Perché tanto odio nella nostra società?

Berlusconi si chiede: “Ma perché mi odiano così tanto, se io cerco di lavorare per il bene di tutti?”. La domanda offre uno spunto di riflessione più profondo della sua apparente ingenuità.

L’episodio di violenza che ha colpito il Premier è il punto di approdo del conflitto ideologico violentissimo che attraversa la società, italiana in primis e occidentale in generale. Berlusconi, per esempio, è l’incarnazione di un modello ideologico, sembra quasi un personaggio di un cartone animato da quanto corrisponde a tutto ciò che viene odiato e combattuto da chi non sposa la cultura dell’edonismo, della competizione, del darwinismo sociale, dell’utilitarismo, dell’individualismo e del consumismo sfrenato – per parlare degli aspetti negativi della cultura che incarna; ma è odiato altrettanto, e forse ancor di più, per i suoi aspetti positivi, come la cultura del lavoro, la meritocrazia oggettiva, il senso pratico, il rispetto dei valori tradizionali nonostante i limiti personali, l’ottimismo, l’anticonformismo intellettuale, l’avversione all’egalitarismo e al comunismo, la capacità organizzativa, la gioia di vivere.
Poi è molto ricco, e questo per gli invidiosi è un motivo sufficiente per desiderare che muoia. Ma questo è un aspetto patologico che fuoriesce dal nostro discorso. Peggio per loro.

Ma non c’è solo la linea di frattura tra liberali e socialisti, nelle diverse coniugazioni di queste due identità culturali, a far raggiungere livelli parossistici al conflitto sociale. C’è anche quella tra credenti in Dio e non credenti; quella tra progressisti e conservatori, che spesso si innesta e si sovrappone alla precedente; quella tra federalisti e centralisti; quella tra comunitaristi identitari e multiculturalisti. Tutte visioni della vita opposte e contrapposte, da cui scaturiscono modelli di convivenza diversissimi; tutte linee di frattura su principi che, una volta assunti, sono principi non negoziabili.

Per tutte sarebbe richiesto un discorso approfondito che ci porterebbe assai lontano. Per tutte, comunque, sarebbe opportuno fornire alla cittadinanza dei canali di approfondimento seri e obiettivi, plurali senza che siano faziosi, in modo che l’opinione pubblica si formi in maniera corretta e completa e che ogni cittadino sappia “per davvero” cosa vuole dalla vita. Invece l’unico mezzo d’informazione, ammesso che lo sia davvero, è la TV. In TV non ci sono approfondimenti, ma solo schiamazzi o cronaca. La gente quindi sviluppa un animo da ultrà anziché una coscienza solida da cittadino informato.

Tutta colpa della TV, dunque? O dei giornali, diventati ormai organi di partito con giornalisti ridotti al ruolo di pennivendoli nelle mani dei rispettivi editori? No, non è compito dei media formare la coscienza profonda di una nazione. Quel compito spetterebbe alla scuola!

Dunque ecco il vero problema: la riforma della scuola, l’unico luogo dove il Muro non è ancora caduto. Il luogo dove permane il laicismo neomarxista come criterio di selezione e come guida dell’attività. Il principale bastione della rivoluzione gramsciana è oggi l’ultimo baluardo della resistenza comunista, come dimostrano gli attacchi ripetuti alla cultura cristiana, l’opposizione strumentale a ogni tentativo di riforma tentato da qualsiasi Governo e l’acutissima sensibilità dei media di sinistra estrema sui temi riguardanti l’insegnamento.

Finché non verrà riconquistata la scuola la società continuerà a riprodurre cittadini incapaci di visioni aperte, cittadini privi di cultura civica, cittadini tendenzialmente divisi in classi (magari non più economiche, ma ideologiche), cittadini divisi e potenzialmente violenti. Un partito che volesse assumersi il compito, o che avesse l’ideale, di cambiare la società e di riformare lo Stato deve pensare di inserire nella scuola i suoi insegnanti per conquistarla e fare nel XXI° secolo quanto i comunisti, ispirati da Gramsci, fecero nel XX°.

Davide Lovatodio

Stanno tirando troppo la corda, lor signori…

Il Governo Berlusconi sta perseguendo straordinari risultati nella lotta contro la criminalità organizzata ed è in procinto di attuare la riforma federale dello Stato, partendo dal federalismo fiscale.

Questo non è accettabile per lo “status quo” del Meridione d’Italia, abituato a considerare lo Stato come una diligenza da assaltare o come un Ente benefico che distribuisce stipendi, pensioni, finanziamenti, emolumenti, ammortizzatori sociali, eccetera. Le èlites meridionali, indipendentemente dalla libertà o dalla collusione con la malavita, non vogliono accettare che il Nord Italia si tolga il basto da soma che le fu imposto, né tantomeno possono accettare che il Parlamento, da sempre “cosa nostra” del Meridione (che spesso fece eleggere i suoi uomini perfino nei collegi del Nord Italia), oggi sia pesantemente influenzato da un partito nordista come la Lega Nord.

Di conseguenza, ecco la guerra scatenata al premier: minacce di pentiti, assalto della Magistratura (altro ambiente in mano alle élites meridionali), ostilità della Corte Costituzionale (14 meridionali su 15, di cui 13 provenienti dalla Campania), ribellione di Fini che conta su un bacino elettorale sostanzialmente meridionale, pressione del Presidente Napolitano che nel nome ha la provenienza, per non parlare di Casini e Buttiglione che, pur spacciando il loro per un partito a ispirazione cristiana e dunque rivolto a tutti, nei fatti rispondono alle centinaia di vescovi della particolarissima e del tutto “sui generis” Chiesa del Sud Italia, Chiesa che anche dottrinalmente meriterebbe di venire trattata con un discorso a sè stante, come ben sa chi si occupa di queste cose (e come ben sanno, storcendo la bocca, in Vaticano e in tutto il mondo cattolico).

In parole povere, si vuole costringere Berlusconi alla resa a causa dei suoi problemi giudiziari, salvo poi offrirgli un salvacondotto offerto dal Presidente della Repubblica e dal Presidente della Camera, col beneplacito degli emiliani Casini e Bersani (a nome del PD e dell’opposizione). La condizione di questo salvacondotto è una sola: “tu rimani fuori di galera e salvi il patrimonio, però abbandoni il programma di Governo e fai quello che ti diciamo noi”.

Ancora una volta il bersaglio è la Lega Nord, come si vede. Ancora una volta, il nemico di questi figuri è il popolo delle regioni settentrionali della Repubblica.

Sorge una domanda, spontanea: ma se per loro il popolo del Nord Italia è un nemico, e i fatti lo dimostrano, cosa sono loro per il popolo del Nord?
Risposta: l’on. Fini è un nemico del popolo, già acclarato. Gli altri si sono candidati ufficialmente a fargli compagnia.
Se scateneranno la guerra, dovranno sapere che stavolta il popolo combatterà, perché la crisi economica lo sta mettendo in ginocchio e non ha più il benessere di un tempo, quando poteva ingoiare certi rospi e subire certi soprusi in silenzio.

Le Rivoluzioni sono sempre arrivate quando il popolo non ce la fa più a sbarcare il lunario e quando la cinghia, a forza di tirarla, ha finito i buchi. I buchi rimasti, oggi, sono ormai pochi e quando il popolo ha fame, anche i richiami alla fratellanza cristiana vanno a farsi benedire….Fini e Napolitano

Tremonti e Berlusconi si sono chiariti

MILANO – “Non abbiamo mai sottovalutato la portata della crisi. La politica del rigore è stata non solo quella di Tremonti, ma di tutto il governo. E’ stato chiarito un equivoco”. Lo ha detto Silvio Berlusconi intervenendo telefonicamente da Arcore a Ballarò. Secondo il premier bisogna però dire “si alla politica del rigore coniugata con la politica dello sviluppo”. Berlusconi ha poi detto di essere “a casa ammalato per lavorare nonostante l’ora tarda”. Ha difeso lo scudo fiscale, sottolineando che “vengono ricavati importanti capitali per l’economia del paese”.

Il governo conferma l’obiettivo di tagliare l’Irap e istituire il quoziente familiare, ma il momento arriverà quando i conti lo consentiranno. Cioé quando? Chiede Giovanni Floris a Berlusconi. “Dipende dalla crisi”, risponde il Cavaliere. E quando finirà? chiede Floris. “Nessuno lo sa al mondo”, replica Berlusconi. “Il governo ha un programma, che conferma, che prevede la riduzione dell’Irap e il quoziente familiare – dice Berlusconi – Nell’ambito di una politica di rigore, ci vogliono anche le misure per lo sviluppo, le imprese e le famiglie. Entro i tempi che saranno possibili in base alla situazione del conti dello Stato, intendiamo mantenere le promesse del nostro programma che consideriamo impegni sacri con gli elettori”. Insomma, ripete Berlusconi, “stiamo studiando il modo per coniugare rigore e aiuto alle famiglie e alle imprese”.

In precedenza anche Paolo Bonaiuti portavoce del presidente del Consiglio, rispondendo ad una domanda sull’esito del colloquio fra il premier e il ministro dell’Economia svoltosi in serata a villa San Martino, ad Arcore, aveva spiegato: “Continua con grande impegno una collaborazione che è stata sempre intensa e proficua da più di 15 anni”, ha aggiunto il sottosegretario.

Giulio Tremonti è “soddisfatto” dal colloquio con Berlusconi anche per aver avuto “la conferma di un forte rapporto personale e affettivo con il presidente”. E’ quanto riferiscono fonti vicine al ministro dell’Economia che hanno potuto parlare con il titolare di Via XX Settembre al termine dell’incontro.

Umberto Bossi intanto aveva fatto visita nel primo pomeriggio ad Arcore a Silvio Berlusconi in maniera assolutamente riservata e poi ha messo la sordina sull’incontro, tanto che molti dei suoi più stretti collaboratori nel pomeriggio hanno persino negato che l’incontro ci sia realmente stato. Un fatto questo che non stupisce chi conosce bene il leader del Carroccio. Quando si tratta di raggiungere ‘la quadra’ come la chiama lui, Bossi è capace di negare anche l’evidenza. Lo ha già fatto in passato ed è nel suo bagaglio di tattica e di strategia politica. L’incontro di oggi è stato breve, una visita al Berlusconi convalescente per la scarlattina, accompagnato dal capogruppo alla Camera Roberto Cota, ma indubbiamente il leader della Lega ha parlato con il premier delle questioni più calde sul tappeto, la posizione di Giulio Tremonti e soprattutto le candidature per le regionali. Bossi, con la sua opera di tessitore, è tornato all’antico: crea il black out informativo sulle sue azioni in attesa di calare le sue carte.
La quadra viene trovata in un comitato ad hoc da istituire nel Pdl la cui presidenza sarà affidata a Tremonti. Una sorta di cabina di regia (composta dai coordinatori del partito, dai capigruppo e dai ministri e sottosegretari economici) che dovrà affrontare, discutere e decidere gli indirizzi di politica economica del governo. Ma anche un modo per rimarcare che le scelte finali spetteranno a chi quel partito lo guida e cioé lo stesso Berlusconi. Una soluzione concordata con il co-fondatore del partito Gianfranco Fini, anch’egli preoccupato di stemperare le tensioni ma anche di mettere un freno alle ambizioni di Tremonti e della Lega. Una soluzione accettata dal ministro dell’Economia, anche perché accompagnata dalla promessa di un atto di fiducia da parte del partito sulla linea di politica economica fin qui tenuta dal ministero di Via XX Settembre, magari da formalizzare con una presa di posizione dell’Ufficio di presidenza del Pdl, in programma per il 5 novembre. Nel corso del colloquio, infine, Tremonti avrebbe illustrato a Berlusconi le sue idee su come promuovere lo sviluppo. Un modo per dire che il rigore, pur restando la sua stella polare, non impedisce di pensare alla crescita. I due avrebbero così convenuto sul fatto che il taglio dell’Irap, pur restando nell’agenda del governo, sarà fatto ma con gradualità e comunque non adesso. berlusca e tremonti

La Russia si apre al dialogo con la NATO

Mosca, 21. La Russia è pronta ad armonizzare i rapporti con gli Stati Uniti e gli altri partner occidentali, compresa una collaborazione costruttiva con la Nato, per risolvere i problemi comuni. Lo ha detto ieri il presidente russo, Dmitri Medvedev.

Il capo dello Stato – informano le agenzia di stampa internazionali – ha parlato di cambiamento nel clima internazionale, favorito in larga misura dal mutamento di posizione degli Stati Uniti a favore della soluzione delle crisi attraverso il negoziato, e in generale a favore della diplomazia multilaterale. Per Medvedev, la partnership strategica della Russia con l’Unione europea è destinata a essere una delle colonne portanti della nuova Europa. A questo proposito, Medvedev ha sottolineato che la Russia non ha alcuna ritrosia all’ingresso di nuovi Paesi nella Unione europea, compresi quelli dell’Europa orientale. “Per noi – ha aggiunto il leader del Cremlino – la cosa principale è che l’integrazione di nuovi Paesi nella Unione europea non danneggi i buoni rapporti con la Russia e la collaborazione che abbiamo con tali Paesi”.
E gli Stati Uniti non hanno intenzione di installare elementi dello scudo antimissile in Paesi non membri della Nato. Lo ha dichiarato il vice segretario alla Difesa, Aleksandr Vershbow, durante una visita ieri in Georgia. Vershbow ha confermato che Washington non intende neppure installare una base militare in Georgia. In un’intervista al quotidiano polacco “Rzeczpospolita”, il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden – in visita ufficiale in Polonia – ha assicurato che il ritiro del progetto dello scudo spaziale antimissile (con le basi in Polonia e nella Repubblica ceca) non è dovuto ad un patto con la Russia, bensì alla voglia di un maggiore coinvolgimento dell’intero Patto Atlantico nella difesa d’Europa. Dopo Varsavia, il vice presidente americano andrà nella Repubblica Ceca e in Romania.

Anche il viaggio del Presidente Berlusconi in Russia, in questi giorni d’Ottobre, va letta nell’ottica di un progressivo avvicinamento dell’Occidente alla Russia. Ora che il Secondo Mondo, quello socialista, di fatto è quasi completamente scomparso la Russia può e deve tornare nell’alveo della civiltà a cui appartiene. L’opera di Berlusconi in questo senso è stata particolarmente meritoria e, in vista dei futuri sviluppi relativi alle forniture di gas naturale, la sua lungimiranza va lodata, soprattutto se l’idea di comprendere la Russia nell’area geopolitica, economica e culturale Europea è un’idea condivisa e in diffusione nella sua globalità. Sarebbe triste e sciocco, invece, considerare la Russia solo sotto il profilo della partnership commerciale o strategica.
Nel nostro piccolo, continueremo a diffondere l’idea della necessità di avere la Russia come amica o, anzi meglio, come sorella.putin e berlusca

Il Veneto alla Lega Nord, ormai è fatta!

Pare certo che non sarà più Galan, attuale governatore, il candidato del centrodestra nelle elezioni regionali di marzo. Via il forzista della prima ora, addio al governatore super-berlusconiano (che d’ora in poi lo sarà assai meno). Prenderà il suo posto l’attuale ministro dell’Agricoltura, Zaia. E siccome la Lega non può avere tutto, sembra escluso che possa toccare al Carroccio la candidatura per il Piemonte.

Cota, capogruppo di Bossi alla Camera, viene dunque sopravanzato da Crosetto, sottosegretario alla Difesa targato Pdl. Un gioco di pesi e contrappesi che lascerebbe Formigoni dov’è (cioè alla guida della Regione Lombardia), lancerebbe Biasotti nell’impresa titanica di conquistare la Liguria al centrodestra, e regalerebbe alla Lega le due candidature di bandiera, perse in partenza, nelle ultime roccaforti «rosse» d’Italia, Emilia Romagna e Toscana.

La settimana prossima dovrebbero incontrarsi Berlusconi, Bossi e Fini per mettere il timbro definitivo. Ma già ne hanno ragionato insieme l’altra sera, trovandosi d’accordo. E’ andata così: durante la cena con il Senatùr, presenti Calderoli e Tremonti, Berlusconi ha alzato il telefono. Conversazione in vivavoce con il presidente della Camera (che il premier ha incontrato nuovamente ieri, ma solo per dare il via all’offensiva finale sulla Giustizia). Lì si è decisa la sorte di Galan, ricevuto poco prima dal Cavaliere a Palazzo Grazioli. Il governatore veneto si è sentito chiedere un passo indietro, al quale tuttavia Galan non pensa minimamente. Qualcuno scommette che si candiderà lo stesso, a costo di uscire dal Pdl, magari con appoggio dell’Udc. Altri prevedono invece che dirà «obbedisco», accettando in cambio della rinuncia qualche incarico ministeriale.
La vera incognita, a questo punto, è l’Udc. In pubblico Casini alza il prezzo di un’intesa a destra (o a sinistra). «Non ci dispiace», afferma, «andare da soli. Meglio soli che male accompagnati», precisa. Sotto sotto, però, fervono i negoziati su entrambe le sponde. Al nuovo segretario Pd, i centristi chiederanno di cambiare cavallo in Puglia (Vendola non va giù alla Chiesa) e in Piemonte (la Bresso è considerata troppo a sinistra). Sembrano orientati ad appoggiare il Pdl in Liguria e in Lombardia. Staranno con i Democratici lungo la dorsale appenninica, opteranno per l’alleanza con il Pdl in Calabria. Tra Lazio e Campania sceglieranno in base ai candidati. Ma il colpo grosso Casini può farlo in Veneto.
Se Galan lancerà la lista della vendetta, l’appoggio centrista ne farebbe il campione dell’Italia che non si schiera.
E se le cose andranno così, la Lega Nord può già preparare la squadra che correrà, con i vari incarichi da affidare attraverso una scelta calma e ponderata. Se le cose andranno così…
bossi e berlusca

L’ultimo scritto di Baget Bozzo: una vera profezia

Fa impressione rileggere dopo un anno con quanta lucidità Baget Bozzo aveva analizzato la situazione italiana, poco prima di morire. Riteniamo utile proporre quell’articolo, davvero notevole.
«Con le elezioni del 14 aprile si è realizzata in Italia la seconda Repubblica. La prima Repubblica aveva come suo fondamento politico-costituzionale l’antifascismo come condizione preliminare della democrazia. I partiti antifascisti storici erano incorporati nella Costituzione materiale dello Stato come i soli politicamente legittimi. La fine della prima Repubblica avvenne quando, con i processi nel ’92 e nel ’93, i postcomunisti avallarono la cancellazione dalla politica italiana di tutti i partiti antifascisti, salvo il proprio.

La seconda Repubblica nasce quando Berlusconi vince le elezioni del ’94: nessuno dei partiti che erano con lui appartiene all’antifascismo storico. Il concetto base della seconda Repubblica è che la democrazia non ha altro fondamento se non la democrazia e il rispetto della libertà. Cominciò così allora un conflitto tra la prima Repubblica e la seconda Repubblica, che ebbe, come forza di combattimento della prima Repubblica, i capi dello Stato: Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Per essi l’antifascismo doveva essere ancora la chiave della democrazia: anche contro il voto popolare. La storia che seguì fu la lotta tra Berlusconi, che difendeva il principio della legittimità della sola democrazia e i capi dello Stato che ritenevano Berlusconi non adatto a governare perché la sua formazione politica non era un partito antifascista storico e non professava l’antifascismo come dottrina fondante. Nel 2006 si costituì una coalizione attorno a Romano Prodi che era fatta dai partiti antifascisti e da tutti i loro frammenti, salvo Di Pietro, che però aveva un suo titolo proprio ben visibile. Era la mano che aveva liquidato i partiti democratici antifascisti e si poteva dunque assiedere al loro posto. Dall’altra parte vi erano tutte le forze non storicamente antifasciste: il Popolo della libertà, la Lega e i frammenti in esse incorporati. La seconda Repubblica ha vinto e ha vinto nettamente. Ha vinto anche a sinistra e al centro. Basta vedere chi è scomparso. Il partito cattolico è ridotto al volto di Casini, rappresentante del gruppo Caltagirone.

A sinistra finiva l’opera di Bertinotti, che aveva creato una forza politica a sinistra del Pci. Il Ds, integrato nel Partito democratico con i democristiani di sinistra, non accettava nemmeno più la definizione di “riformista”. Il Pd soffriva della sua mancanza di identità: come il pipistrello, né mammifero né uccello, ma ambedue insieme. E Veltroni ha prodotto un linguaggio diverso da ambedue: un linguaggio “americano”, fatto di buoni sentimenti e di fuggevoli speranze. I socialisti morivano della loro terza e quarta morte: nella farsa di Boselli divenuto anticlericale puro senza il ricordo di Craxi, il socialista che firmò il concordato con la Santa Sede. Anche i radicali confluiscono nel Partito democratico. Marco Pannella passa alla storia, la Bonino alla politica. Rimane solo fuori Di Pietro che non viene dalla prima Repubblica, ma ne decretò la fine e rese possibile a Berlusconi fondare la seconda. Di Pietro è la minaccia antipolitica per il Pd, essendo da sempre nemico dei partiti. Le elezioni del 2008 hanno cambiato la nostra Costituzione materiale, hanno reso patrimonio della Corte costituzionale e del presidente della Repubblica la Costituzione scritta.
Tutto ciò l’ha fatto Berlusconi, un uomo solo. Ed è questo che fa pensare. Vuole dire che la prima Repubblica era ben delegittimata nella coscienza del popolo. Ed è bastato a Berlusconi dire che il re è nudo per creare un altro popolo e un’altra maggioranza. Nel 2008 è crollata la grande coalizione dei frammenti dell’antifascismo costituzionale: e la democrazia è divenuta il fondamento della democrazia. Veltroni ha avuto il merito di impersonare il cambio di registro e di linguaggio rispetto al passato. Ora anche Veltroni in qualche modo appartiene alla seconda Repubblica. Se riuscirà a sopravvivere agli spiriti bollenti dei democristiani alla Fioroni e dei postcomunisti alla Bersani»

Già, Bersani! E, dicendo Fioroni, possiamo dire Franceschini! Baget Bozzo aveva la vista lunga. E infatti, come volevasi dimostrare…..
Purtroppo dove non c’è ricerca della Verità, non può che prevalere il tradimento. Nasca pure il PD, chi cerca la Verità – faticosamente, sbagliando mille volte, soffrendo e lottando, ma sempre e onestamente la Verità – può dormire sonni tranquilli perché il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
Baget Bozzo prosegue poi criticando quell’idea di Sinistra che è sopravvissuta in Italia, e che avrebbe infatti affossato la riuscita della svolta di Veltroni. Quell’idea di una sinistra che nega la realtà che ha di fronte perché non corrispondente ai propri canoni etico-estetico-politici, (…) si ritrova in un intervento apparso su «il Giornale» del 7 gennaio 2005, dove il sacerdote politologo prende di mira la rivista «culturale» per eccellenza della sinistra comunista post-Muro, «Micromega».

Per Baget, il giornale fondato e diretto dal girotondino Paolo Flores d’Arcais «scomunica la realtà». «Forse qualcuno ricorda che Micromega era nata come rivista di filosofia, ma oggi di pensieri sull’universale non c’è più traccia. È difficile definire quale sia un riferimento teorico della rivista. Se vi sia spazio in Micromega per una teoria politica. Certo – ecco il primo affondo del politologo – vi è uno spirito giacobino della rivista: la critica delle differenze e delle diseguaglianze, l’incomprensione per la creatività e la libertà, la mancanza di uno spazio per ciò che chiamiamo, con parola cristiana, persona. Micromega conosce solo individui, atomi che devono essere eguali l’uno all’altro in cui la differenza viene soppiantata dall’omologazione». Ecco perché il politologo e dirigente politico di Forza Italia parla apertamente di scomunica. Si spiega, don Gianni: «Non vi è nemmeno più traccia della dialettica marxiana, che infine era riconoscimento del valore delle differenze». E allora, qual è il ruolo di Micromega, non più rivista filosofica ma nemmeno rivista politica? «Lo scopo di Micromega è quello di definire chiaramente il nemico». E porta ad esempio l’ultimo numero della rivista e il suo titolo di apertura: Le due Italie: uno scontro di civiltà. (…) Torna quindi l’intuizione di don Gianni che la sinistra sia sempre più sconnessa dalla realtà sociale e politica italiana: «Decenni di aggiornamento sociologico non hanno insegnato ai marxisti ordinari che la complessità della realtà sociale non consente più di dire “qualcosa di comunista”. Ma è già evidente, in questo caso estremo, la malattia intellettuale della sinistra: quella di voler intendere il presente con il passato, pur sapendo di vivere una società tecnologica in cui il possibile sfida l’immaginario». «All’analisi del pensiero marxista si contrappone l’analisi del pensiero che potremmo chiamare “azionista”, quello della contrapposizione dei vizi del popolo italiano e alle virtù delle sue élites». «Barbara Spinelli – demolisce così don Gianni la commentatrice de La Stampa – è la viva voce di questa cultura che ha radici antiche e consiste nel rimproverare al popolo italiano la mancanza della vera riforma religiosa, la Riforma protestante.
L’Italia è un Paese malato moralmente, scisso tra il culto della virtù e l’approvazione dell’immoralità trionfante: il Paese di Tacito e di Machiavelli. Sicché non si legge sulle colonne del giornale torinese un’analisi della politica di Berlusconi ma solo quella dei vizi congeniti degli italiani: scissione tra morale e politica, tra società e mercato, tra interesse privato e interesse pubblico, tra legalità e giustizia. Berlusconi è semplicemente il risultato di queste malattie, è anzi la forma grave della malattia stessa, è l’Italia reale che giunge al potere cacciandone le élites virtuose della sinistra che prima lo occupavano».