Ora di Corano a scuola? Urso non ha capito niente!

madrassaIn occasione di un convegno tenutosi nella bellissima cittadina di Asolo (TV) il parlamentare Urso (PdL di provenienza AN) se ne è uscito con l’idea di introdurre nei programmi scolastici un’ora di religione islamica, in alternativa a quella di religione cattolica.
Questa proposta dimostra la mancanza di istruzione della classe politica italiana, composta da persone che devono votare leggi e prendere decisioni per la guida del Paese senza sapere niente di niente, tranne che del modo di intrallazzare e di fare i lacché del potente di turno.
Perché un giudizio tanto duro? Lo spieghiamo con semplicità.
La questione dell’ora di religione cattolica, parimenti alla questione dell’obbligatorietà dell’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici, non attiene alla sfera religiosa ma è, esattamente al contrario, l’espressione della più piena e consapevole laicità dello Stato.
La religione cattolica è il fondamento culturale ed epistemologico (qualcuno spieghi a Urso cosa vuol dire) di tutti i valori che determinano la democrazia: libertà, uguaglianza, fraternità, sussidiarietà, solidarietà, proprietà, dignità della persona, il concetto stesso di persona…. Tutti frutti della religione cristiana e delle riflessioni scaturite dai pensatori cristiani che sempre meglio hanno compreso l’immutabile rivelazione di Gesù, anche se Urso non lo sa e, con lui, tutta la marmaglia che ciancia senza aver mai aperto un testo di filosofia del diritto, di filosofia politica, di scienza politica, di storia del pensiero politico, di antropologia culturale, di antropologia filosofica, di teologia fondamentale.
Questa gente fa politica, ramazza preferenze alle elezioni promettendo favori a gruppi o associazioni, a centri d’interesse, ma non sa niente di tutto quello che dovrebbe essere il requisito minimo per occuparsi di politica.
Torniamo però alla questione dell’ora di religione islamica. Se vogliamo che i musulmani presenti nel nostro territorio si assimilino alla nostra cultura, devono studiare le radici di questa cultura e capirne i valori, assumerli, farli propri. Sono valori , i nostri, totalmente contrapposti a quelli del Corano e per questo il Corano deve poter essere studiato solo all’interno di una Facoltà universitaria di Teologia, come ogni altra religione non cristiana.
Far invece studiare il Corano senza una chiave critica che ne dimostri l’incompatibilità con la Costituzione Italiana è un modo straordinario per creare separazione e radicalismo delle seconde generazioni, come accaduto in Francia e Regno Unito, ma soprattutto un modo ulteriore per squalificare il valore della nostra Costituzione (non della religione cristiana, grandissima testa di Urso!) agli occhi dei futuri cittadini di provenienza straniera, che così saranno in perenne conflitto con noi e non potranno integrarsi.
Una sola cosa trovo di positiva, in questa rara dimostrazione di inadeguatezza di un uomo al ruolo di politico: emerge l’equivoco di fondo sull’utilità e la modalità di insegnamento della religione cristiana a scuola. Equivoco che riguarda anche la Chiesa, bisogna dirlo chiaramente.
L’ora di religione non dovrebbe mai essere un’ora di catechismo; nemmeno un’inutile ora di storia delle religioni; dovrebbe essere invece un’ora di teologia politica, quella materia tanto cara anche a Gianfranco Miglio (laico), all’esimio don Farina della Biblioteca Pontificia, al nostro pontefice Benedetto XVI quando era solo il prof. Ratzinger. Una materia che insegna a raccordare i principi etici e filosofici della religione con quelli derivati del pensiero laico, dai quali è scaturito il nostro ordine giuridico con tutti quelli che noi conosciamo essere “i diritti e i doveri del cittadino”. Una materia che fa capire il perché delle leggi, dei principi che le determinano, delle ragioni perché sono considerate giuste, cosa significhi Giustizia, cosa significhi Verità, cosa significhi Bene Comune, cosa significhi Politica.
L’ora di catechismo si faccia pure in parrocchia, ma un’ora di religione impostata come ho appena detto toglierebbe tanta confusione dalla testa delle persone e, probabilmente, toglierebbe tanti Urso dalle aule parlamentari. Ce ne sono troppi con quella testa da Urso! In tutti i partiti….

Davide Lovat

I politici siano credibili e dediti al bene comune

ratzinger_2STARA BOLESLAV – Il Sommo Pontefice oggi ha dato un insegnamento che deve risuonare come monito per tutti coloro che si occupano di politica, a tutti i livelli e di qualsiasi formazione politica possano far parte. Parole su cui meditare, con un profondo esame di coscienza, anche in Lega Nord, perché – dice Benedetto XVI - oggi c’è bisogno di politici «credenti» e «credibili», dediti «non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune e pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione». Papa Benedetto XVI ha lanciato questo appello da Stara Boleslav, una trentina di chilometri da Praga, dove ha reso omaggio a San Venceslao, il re boemo ucciso nel 935 e divenuto patrono della Repubblica Ceca. la quale celebra oggi la festa nazionale.

GIOVANI – Davanti a 20-30 mila persone, molti i giovani non solo cechi, ma anche slovacchi, polacchi, ucraini, tedeschi e austriaci, accampati da domenica sera a Stara Boleslav, a una trentina di chilometri da Praga, il pontefice ha chiesto ai governanti di oggi di seguire l’esempio di San Venceslao. «È un modello di santità per tutti, specialmente per quanti guidano le sorti delle comunità e dei popoli, mentre nella società moderna si ricerca soprattutto il successo terreno e la gloria degli uomini».

CREDIBILITÀ – «Il secolo passato ha visto cadere non pochi potenti, che parevano giunti ad altezze quasi irraggiungibili», ha spiegato Joseph Ratzinger. «All’improvviso si sono ritrovati privi del loro potere». Solo apparentemente, ha ammonito, chi nega Dio e «di conseguenza non rispetta l’uomo, sembra avere vita facile e conseguire un successo materiale. Ma basta scrostare la superficie per constatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione. C’è oggi bisogno di persone», ha aggiunto il Papa, «che siano credenti e credibili, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione. Questa è la santità, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina. Non basta infatti apparire buoni e onesti; occorre esserlo realmente».

Nella selezione della classe politica, soprattutto, è auspicabile che si scelga in base alle doti di competenza e dirittura morale, non a doti di servile obbedienza e di fedeltà canina… Con uomini retti e capaci si costruisce una classe politica virtuosa, con cani scodinzolanti dalla lingua bavosa, pronti ad abbaiare o a mordere un possibile rivale del padrone nella corsa alla “caréga”, in cambio di un biscottino, si finisce tutti a rotolarsi dove si rotolano i cani…

Creazione o Evoluzione?

Continua il dibattito tra evoluzionisti e creazionisti, che noi troviamo sterile e privo di senso. La posizione che sposiamo è infatti quella del teologo,antropologo e archeologo gesuita Telhard de Chardin, recentemente riabilitato da Papa Benedetto XVI che nei suoi insegnamenti da professore e da pastore di anime ha sempre diffuso idee simili, su questo argomento: l’evoluzione è il modo della creazione, cioè la risposta al “COME?”. Sul “PERCHE’?” invece continua a regnare l’ambito della teologia. Su questo argomento ci sembra interessante segnalare un intervento di Pietro Coda, esimio pensatore molto noto.

“A centocinquant’anni dalla pubblicazione dalla pubblicazione de L’origine delle specie di Charles Darwin, il dibattito culturale intorno all’evoluzione – e alle sue molteplici ricadute e conseguenze – è tutt’altro che svigorito o spento: anche, anzi in primis, sul versante del suo scontro e/o incontro col principio, di marca teologica, della creazione. Da un versante, e dall’altro, da quello cioè dei sostenitori dell’evoluzione sino all’evoluzionismo o da quello dei sostenitori della creazione sino al creazionismo, così come – detto con una buona dose di semplificazione – da quello della scienza o da quello della fede, non mancano le prese di posizione in proposito. Ciò avviene – mi pare di poter dire – perché la stagione che stiamo attraversando mette a fuoco, in definitiva, con un’evidenza che forse non era così avvertibile sin dall’inizio del dibattito ottocentesco, il senso e la direzione dell’avventura dell’uomo nella storia dell’universo. Sì, perché è proprio questo, a ben vedere, l’oggetto ultimo del contendere: che ne è dell’uomo, non solo guardando alla storia dell’universo che sino a lui ha portato, ma anche guardando a ciò che oggi si sta realisticamente profilando a proposito delle possibilità di plasmare e persino trasformare la sua identità biologica e psico-somatica? In altri termini: ciò che di fatto la questione dell’evoluzione pone sul tappeto non è tanto l’offerta di una chiave di lettura scientifica, fondata e oggettiva, d’interpretazione della storia dell’universo, quanto, insieme a questo, la riproposizione dell’eterno interrogativo intorno all’identità e al destino dell’uomo, per sé immerso nel lusso di questa storia, certo, ma al tempo stesso decisamente eccentrico ed eccedente rispetto ad essa. È dunque chiaro che la questione dell’evoluzione, nonostante il travagliato ma senza meno prezioso lavorio di chiarificazione che si è prodotto in questi centocinquant’anni trovi nuova esca, e persino con qualche recrudescenza di toni nell’odierno riproporsi del cruciale interrogativo intorno all’uomo. Il che viene a dire, oggi come ieri, oggi forse più di ieri, che la controversia intorno all’evoluzione per sé va declinata su due piani. In primo luogo, quello della correttezza epistemica che invita a distinguere gli ambiti, i metodi, i criteri, l’estensione delle affermazioni che vengono fatte dai diversi saperi – si tratti di quello scientifico o di quello teologico – in fedeltà alle rispettive portate conoscitive e ai rispettivi significati antropologici senza cedere alla tentazione d’indebite generalizzazioni e assolutizzazioni. In secondo luogo, quello della necessaria correlazione di tali saperi dei loro oggetti e dei loro risultati nel contesto integrale dell’impresa conoscitiva dell’uomo in risposta all’imperativo dell’esplicazione libera e intelligente della propria identità. Molte e tuttora perduranti incomprensioni derivano dallo slittamento, più o meno consapevole, dei pensieri, e degli atteggiamenti tra i due piani. In questa logica, giunge quanto mai opportuno l’appello lanciato da Benedetto XVI ad allargare gli spazi d’esercizio della razionalità: e cioè, detto in termini più perspicui e precisi, a tenere aperto l’orizzonte di ricerca della ragione umana in tutta la sua vastità. Rispettando, certo, e promuovendo l’investigazione della ragione nei vari ambiti e dimensioni del reale con gli appropriati metodi, ma insieme non imponendo a priori dei confini oltre i quali la ragione non potrebbe o non dovrebbe spingersi. Dunque, se l’intelligenza responsabile della fede cristiana non può che giovarsi dei risultati dell’indagine scientifica nell’esplicarsi della sua autonoma metodologia, altrettanto l’indagine scientifica non può che arricchirsi, anzi in definitiva avvicinarsi alla sua finalità ultima, quando inserisce i risultati cui è pervenuta entro un quadro di riferimento più vasto e di altro livello, che come tale può essere intenzionato solo da altri saperi – come ad esempio la filosofia e la teologia. Evoluzione e creazione infatti – per stare al nostro oggetto – per sé sono concetti che afferiscono a due livelli distinti del reale: la confusione o il conflitto nascono quando li si incrocia indebitamente. Mentre, quando son fatti valere nei rispettivi contesti, possono davvero arricchirsi l’un l’altro, ciascuno restando pertinente al proprio livello ma insieme offrendo una qualche luce per l’interpretazione ulteriore dell’altro. La controversia tra evoluzione e creazione non è che la spia di una correlazione tra sapere della fede e sapere delle scienze di cui ancora non si è trovato il bandolo. Di fatto, la genesi e l’esercizio della razionalità scientifica moderna ha provocato un tale sconvolgimento nell’architettura dei saperi prima data per certa e definitiva, che ancora non si è riusciti a ricomporre adeguatamente le cose. E il pericolo – come accennavo – è che ne faccia le spese l’identità dell’uomo in un momento delicato e inedito come quello che stiamo vivendo. Per questo è necessario con ogni sforzo, ma senza forzature, lavorare a una ricomposizione rispettosa della pluralità dei saperi e al contempo attenta all’unità di senso e di destino dell’uomo e del cosmo.”

Certi di aver dato un contributo di riflessione, invitiamo ogni lettore a riflettere sulla differenza esistente tra COME  e PERCHE’, in modo da non cadere negli errori di persone come Piergiorgio Odifreddi o Margherita Hack.