L’obbedienza a Dio è la vera libertà

È l’obbedienza a Dio la vera libertà per l’uomo di ogni tempo. Lo ha ribadito Benedetto XVI, parlando ai membri della Pontificia Commissione Biblica, con i quali ha celebrato stamane, giovedì 15 aprile, la messa nella cappella Paolina. La Commissione è riunita in assemblea plenaria per riflettere sull’ispirazione e la verità della Bibbia. E a questo ha fatto riferimento il cardinale presidente, William Joseph Levada, nel saluto rivolto al Papa all’inizio della celebrazione. Dopo la proclamazione delle letture il Pontefice ha pronunciato un’omelia a braccio, soffermandosi anzitutto sulla frase di san Pietro: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Per Benedetto XVI la risposta di Pietro al Sinedrio è quasi identica a quella di Socrate nel tribunale di Atene. Per entrambi l’obbedienza a Dio ha il primato. Un primato che vale anche nei tempi moderni, in cui si parla troppo spesso della liberazione dell’uomo, della sua piena autonomia e di conseguenza della liberazione dall’obbedienza a Dio. Ma questa autonomia secondo il Papa è una menzogna ontologica, politica e pratica, perché se Dio non esiste, rimane come suprema istanza soltanto il consenso della maggioranza, che – come ha insegnato la storia del secolo scorso – può essere anche un consenso del male. Per questo nell’intera vicenda umana le scelte di Pietro e di Socrate costituiscono una sorta di faro della liberazione dell’uomo. Le stesse dittature – come quella nazista e quella marxista – sono sempre state contrarie all’obbedienza a Dio: non potevano accettare un Dio al di sopra dell’ideologia. Di conseguenza la libertà dei martiri costituisce un atto di liberazione nel quale la libertà di Cristo giunge agli uomini. Anche oggi secondo il Papa esistono forme di dittature e le aggressioni sottili e meno sottili contro la Chiesa confermano questa dittatura.
Successivamente Benedetto XVI ha spiegato come essere in comunione con Cristo significhi essere in un cammino la cui meta è la vita eterna. In proposito Benedetto XVI ha evidenziato come noi oggi abbiamo paura di affrontare il tema: si mostra un cristianesimo che aiuta anche a migliorare la società ma si ha timore di dire che la sua meta è la vita eterna, mentre bisognerebbe far capire che il cristianesimo rimane un frammento se non si pensa a tale meta.
Quindi il Papa ha parlato della vicinanza tra penitenza e grazia, perché – ha spiegato – è una grazia riconoscere i peccati e aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento. Poter fare penitenza è dunque il dono della grazia e questo vale anche per tanti cristiani che negli ultimi tempi hanno spesso evitato la parola penitenza, perché appare troppo dura. Oggi, davanti agli attacchi del mondo che parlano dei peccati di membri della Chiesa, si sperimenta che poter far penitenza è grazia, e che è necessario fare penitenza, riconoscere quanto è sbagliato, aprirsi al perdono e lasciarsi trasformare. Benedetto XVI insegna

Chi attacca la Chiesa attacca il popolo Veneto

L’ultima scemenza viene dalla Gran Bretagna, dove la locale unione degli atei ha richiesto l’arresto di Benedetto XVI attribuendogli la responsabilità di crimini contro l’umanità. Benedetto XVI come Pinochet… Siamo alla follia, ma l’attacco che la Chiesa Cattolica sta subendo in queste ultime settimane è furioso, fino a giungere ad apici di irrazionale follia.

Contro il Papa convergono interessi su tre livelli: uno interno alla Chiesa che non condivide il pontificato di Benedetto XVI, uno mediatico-economico che vede avvocati pronti a tutto per guadagnare, uno delle lobby che vogliono limitare il potere vaticano.

Al di là dei casi specifici, c’è davvero l’impressione che in queste settimane si sia di fronte a una sorta di regolamento di conti con il pontificato ratzingeriano. Un pontificato al quale non si perdonano il motu proprio che ha riabilitato la messa antica, la revoca della scomunica ai lefebvriani e il decreto sulle virtù eroiche di Pio XII, firmato lo scorso dicembre. Ma anche, forse più nascostamente, c’è chi non sopporta parole di un certo tipo sulla globalizzazione, sullo sfruttamento delle risorse naturali, sulla dignità del lavoro. Sembra che ogni atto del Papa «irriti» certi ambienti e «uno si deve chiedere il perché», ha osservato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, intervistato dalla Cnn, mentre nei giorni scorsi l’ex Segretario di Stato Angelo Sodano aveva messo direttamente in rapporto gli attacchi a Ratzinger con il messaggio della Chiesa su vita e famiglia.

La riflessione profonda di ogni sano venetista deve far ricordare che l’anima della gente veneta è informata dal cristianesimo e che i valori su cui è stata forgiata la nostra essenza sono i valori della Chiesa Cattolica. Una guerra contro il Papa è una guerra contro ogni singolo veneto, anche se fosse un uomo freddo nella fede. Non esiste il popolo veneto senza la Chiesa Cattolica, ma solo gente che abita in Veneto. Il Leone alato, simbolo apocalittico riferito all’evangelista San Marco, da solo spiega tutto; il Redentore, Gesù Cristo, che affianca il leone alato nell’altra delle due colonne di molte piazze venete, da sempre è il nostro Signore. L’attacco alla nostra identità più profonda ci chiama a prepararci a combattere, a tutti i livelli e con ogni mezzo, giacché la vita stessa perde ogni significato se privata del suo fondamento ontologico.

Non è solo una questione di Chiesa, di messe, di religione. Come si capisce, se si riflette bene, è una questione di vita o di morte. Vigiliamo e preghiamo, tenendo presente che all’occorrenza anche Gesù impugnò la frusta per cacciare i profanatori del Tempio…Monte Berico

Concilio Vaticano II: frutti e eresie

Il 25 Gennaio di 51 anni fa si apriva la stagione del Concilio Vaticano II, un evento epocale per la Chiesa cattolica e, come tutti quelli precedenti, foriero di cambiamenti positivi ma anche di discussioni e scismi.

A distanza di mezzo secolo e solo grazie alla pia opera dell’attuale grande papa Benedetto XVI, finalmente si comincia a vedere un barlume della verità dei contenuti del Vaticano II: finora infatti la sola cosa evidente a tutti è stata la riforma liturgica, peraltro attuata in maniera scorretta e arbitraria da parte del clero che ha di fatto sconfessato le chiare indicazioni della costituzione conciliare DEI VERBUM. Infatti il Concilio, nell’introdurre la celebrazione della messa in lingua volgare, raccomanda di mantenere sempre la messa in latino per le occasioni solenni e, ovunque possibile, per la messa principale della domenica; i preti invece, assieme ai cambiamenti nella ritualità della liturgia, hanno di fatto cassato il latino rendendo ignorantissima la gente in materia di religione, con grave danno per la solidità della fede (“fides quaerens intellectum” – S.Anselmo d’Aosta).

Nel complesso, possiamo dire che sono tre gli atteggiamenti riscontrabili nella Chiesa in relazione al Vaticano II. Il primo è quello dell’adesione piena, più o meno consapevole non importa, e le statistiche lo indicano come quello maggioritario sebbene più silenzioso. Il secondo, esiguo nel numero, è quello del rifiuto totale con la nascita di un’eresia specifica definita come “sedevacantismo”, in quanto chi vi aderisce rifiuta il Concilio e non riconosce i Papi da Giovanni XXIII in poi, dichiarando “vacante” la sede pontificia; alcuni di loro si fanno chiamare “tradizionalisti” ma tale definizione è sbagliata (leggi articolo vicino, a firma Italo Francesco Baldo, sul tema). Il terzo, relativamente molto numeroso, è quello di coloro che scambiarono l’epoca del Vaticano II con il Concilio stesso, e viceversa; sono i “cattocomunisti”, oggi “cattoprogressisti”, che aderirono al Sessantotto e alle sue fascinazioni filomarxiste e politicamente rivoluzionarie, scambiando il cristianesimo per una prassi, la Chiesa per un’agenzia sociale di filantropia e solidarietà economica, la fede in Cristo come una forma di esperienza spirituale soggettiva e immediata, la finalità dell’insegnamento cristiano come un programma politico da attuare qui ed ora. Anche in questo terzo caso si può parlare di aperta eresia, codificata e sistematizzata concettualmente con la cosiddetta “Teologia della Liberazione”; il problema di questa eresia consiste nell’ampia adesione (circa il 30 % dei fedeli italiani) e nella pretesa di essere i “veri interpreti del Concilio Vaticano II”, manifestata con l’occupazione gramsciana delle parrocchie e dei consigli pastorali, delle associazioni, delle attività di animazione, con atteggiamento escludente fin quasi alla violenza verbale verso i non allineati.

Oggi questa corrente è disorientata dalla chiarezza con cui Benedetto XVI (che lavorò come consulente teologico al Concilio…) rivela la pienezza dei contenuti del Vaticano II, richiama all’autenticità liturgica e sconfessa l’essenza aleatoria del cattoprogressismo. L’effetto è una palese ostilità verso questo papa, l’elevazione a “antipapa ideale” del gesuita card. Martini e l’esercizio di una fiera opposizione a tutti i livelli contro il magistero di Benedetto XVI.

Questo giornale è emanazione di un’associazione culturale (Cattolici Marciani – Fraternità e Tradizione) che dichiaratamente aderisce in tutto e per tutto al Concilio Vaticano II e che teologicamente è impostata sulla dottrina della Chiesa, da Cristo a Ratzinger, senza deviazioni o obiezioni. L’occasione dell’anniversario ci è propizia dunque per mettere qualche opportuno puntino sulle “i”.

Davide Lovatconcilio vaticano II

Il Tempo appartiene a Cristo

Quel 3 gennaio del 1946 a Frisinga, noi che non c’eravamo stentiamo a immaginarlo. Il seminario della città riapriva le porte agli studenti. Fuori, la guerra era finita, il nazismo sconfitto, il quartier generale di Hitler a Berlino un ammasso di macerie. I soldati, quelli vivi, erano tornati dai fronti, o rimpatriavano dalla prigionia. I pochi superstiti dei lager testimoniavano a un mondo attonito cosa era accaduto davvero, laggiù; e solo ora si misurava appieno in quale abisso era caduto l’Occidente – uscendone tuttavia infine, stremato ma libero. Come doveva essere, pure nelle macerie, nei lutti e nella fame, quel principio dell’anno 1946 in Europa, per milioni di uomini: sprofondato l’inferno, l’alba di un nuovo inizio.

E al seminario di Frisinga, erano tornati i seminaristi. Nei dormitori freddi, nelle stanze disadorne, «felici, perché eravamo liberi», ha detto il Papa nella udienza alle autorità della città, sabato: parlando in tedesco, a braccio. O col cuore: gli è proprio venuto dal cuore, vedendosi davanti le facce della sua gente, il ricordo di quel 3 gennaio 1946, e poi della ordinazione. Come il racconto di un uomo anziano a dei nipoti – che non c’erano, e non sanno. Ma c’è un passo, in questo slancio affettuoso della memoria, che è di una flagrante attualità. Perché Joseph Ratzinger e i suoi compagni, in una Germania incenerita e sconfitta, sapevano, ha detto il Papa, «che a Cristo appartengono il tempo e il futuro. E sapevamo che Egli ci aveva chiamati e che aveva bisogno di noi, che c’era bisogno di noi». C’erano poi, a insegnare a Frisinga, studiosi autorevoli, sì, «ma anche maestri», ha detto Benedetto XVI: uomini che davano agli studenti «l’essenziale, il pane sano di cui avevano bisogno per ricevere la fede da dentro».

E chi legge, e in quel giorno di 64 anni fa non c’era, si ferma con un sussulto. Per la certezza che traspare dal ricordo del Papa: limpida, ferma. Nei lutti e nella vergogna della Germania sconfitta, tra le rovine del Reich che doveva durare mille anni, quei ragazzi a Frisinga avevano salvato forse due sole cose, ma quelle essenziali. Sapevano che «a Cristo appartengono il tempo e il futuro»; e che però quello stesso Dio sovrano delle loro mani aveva bisogno. E avevano dei maestri, maestri veri, che dividono il pane che nutre l’anima con gli allievi. Non rimaneva forse più nulla, agli eredi adolescenti di una follia precipitata nel nulla, se non i due cardini necessari per crescere da cristiani: la fede certa in un Dio cui il destino degli uomini interessa, e dei maestri, a condurli per mano. Ciò che molti dei nostri figli oggi non hanno; ciò che, pur avendo dato materialmente ‘tutto’, spesso non abbiamo dato loro. «Sapevamo che c’era bisogno di noi», dice il Papa. Quanti a vent’anni oggi hanno questa consapevolezza? Quanti, magari avviliti da disoccupazione o lavori precari, o da modesti ideali, si sentono inutili, non costruiscono, o sperano in cose da poco? No, non è invidia del lontano presente di quel gennaio del 1946, il sussulto alle parole del Papa.

Non si può invidiare chi è stato ragazzo nel baratro più fondo della nostra storia, e non ha visto tornare a casa i suoi fratelli e i suoi amici. È, invece, nostalgia di quell’alba di primo dopoguerra: solo per la speranza, immensa, che se ne indovina dai ricordi di un antico ragazzo. Come quando, dopo un terribile temporale, le nuvole di tempesta si allontanano, vinte, e il cielo si allarga di nuovo, chiaro e in pace. Ecco, quel 3 gennaio al seminario di Frisinga deve essere stato così. L’inferno alle spalle, e nei corridoi freddi le voci giovani di ragazzi innocenti, ansiosi di cominciare una storia nuova e diversa. Audaci in una unica certezza: il tempo e il futuro, appartengono a Cristo.
Marina Corradi

Chi governa deve perseguire il bene comune

Incontrando gli amministratori della regione Lazio il pontefice Benedetto XVI ha pronunciato, tra le altre, le seguenti parole:

La crisi che ha investito l’economia mondiale – come è stato ricordato – ha avuto conseguenze anche per gli abitanti e le imprese di Roma e del Lazio. Allo stesso tempo, essa ha offerto la possibilità di ripensare il modello di crescita perseguito in questi ultimi anni. Nell’Enciclica “Caritas in veritate” ho ricordato che lo sviluppo umano per essere autentico deve riguardare l’uomo nella sua totalità e deve realizzarsi nella carità e nella verità. La persona umana, infatti, è al centro dell’azione politica e la sua crescita morale e spirituale deve essere la prima preoccupazione per coloro che sono stati chiamati ad amministrare la comunità civile. È fondamentale che quanti hanno ricevuto dalla fiducia dei cittadini l’alta responsabilità di governare le istituzioni avvertano come prioritaria l’esigenza di perseguire costantemente il bene comune, che “non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene”. Affinché ciò avvenga, è opportuno che nelle sedi istituzionali si cerchi di favorire una sana dialettica perché quanto più le decisioni e i provvedimenti saranno condivisi tanto più essi permetteranno un efficace sviluppo per gli abitanti dei territori amministrati.

Il concetto di “bene comune” è stato il cardine della riflessione politica della cultura cristiana per tutti i suoi 2000 anni di storia. Fino all’avvento delle ideologie materialiste era impensabile fare un ragionamento sulla politica prescindendo da questo punto di partenza e di arrivo, poi a qualcuno è venuto in mente che, forse, dietro al “bene comune” si poteva individuare un riflesso dell’etica cristiana e allora sono cominciati i distinguo e le prese di distanza. Il colmo dell’ipocrisia, dopo un secolo di discussioni tra liberali che ambiscono al bene di ciuascuno per se stesso e socialisti che ambiscono al bene dello Stato indipendentemente dai singoli, si è raggiunto quando si è preso coscienza dell’assurdità di certe distinzioni. Siccome si trattava di riconoscere la validità di un concetto, ma non si era disposti a riconoscere un errore e c’era (c’è ancora) il timore di riconoscere la validità della riflessione del cristianesimo sulla politica e sulla società, il solito genio ha inventato l’espressione “interesse generale”.

Sia chiaro, i termini non sono e non saranno mai equivalenti: c’è una differenza sostanziale, addirittura ontologica, tra “bene” e “interesse”. Il primo mira al perseguimento di ciò che è BUONO-GIUSTO-VERO, l’altro alla realizzazione di ciò che viene ritenuto UTILE-LEGALE-MIGLIORE. Il più grande limite della pur ottima Prima Parte della costituzione italiana consiste proprio nell’aver soggiaciuto su questo punto all’orgoglio di quelle forze culturalmente avverse alla definizione del “bene comune” (non solo nel senso della locuzione) e di aver sempre citato al suo posto il suddetto “interesse generale”. Le parole pesano come macigni e se la Repubblica Italiana ha preso la china e la deriva che conosciamo in parte lo si deve anche a questa impostazione.

Un ultima riflessione: è bellissimo avere un pontefice che stimola la riflessione su temi grandi e importanti ogni volta che apre bocca, ma è molto triste che questo debba accadere anche per le grandi questioni della politica, perché questo significa che chi se ne occupa è privo delle capacità e dello spessore necessari. Non era così, fino a 20 anni fa.benedetto xvi

La legge morale naturale vale anche per i non credenti

La fede, in materia di bioetica, non va considerata “un ostacolo alla libertà e alla ricerca scientifica”, ma propone “prospettive morali affidabili all’interno delle quali la ragione umana può ricercare e trovare valide soluzioni”. Benedetto XVI, parlando ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, replica ad una “mentalità diffusa”, secondo la quale la fede “sarebbe costituita da un insieme di pregiudizi che vizierebbero la comprensione oggettiva della realtà”.

“Di fronte a tale atteggiamento, che tende a sostituire la verità con il consenso, fragile e facilmente manipolabile – ha affermato il pontefice – la fede cristiana offre invece un contributo veritativo anche nell’ambito etico-filosofico, non fornendo soluzioni precostituite a problemi concreti, come la ricerca e la sperimentazione biomedica, ma proponendo prospettive morali affidabili all’interno delle quali la ragione umana può ricercare e trovare valide soluzioni”.

Il Papa ha citato in proposito l’Istruzione Dignitas personae del 2008, che ha aggiornato la dottrina della Chiesa in materia di bioetica affrontando i principali interrogativi posti dalle ultime scoperte scientifiche.

“Vi sono determinati contenuti della rivelazione cristiana – ha sostenuto Ratzinger – che gettano luce sulle problematiche bioetiche: il valore della vita umana, la dimensione relazionale e sociale della persona, la connessione tra l’aspetto unitivo equello procreativo della sessualità, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Questi contenuti, iscritti nel cuore dell’uomo, sono comprensibili anche razionalmente come elementi della legge morale naturale e – ha concluso – possono riscuotere accoglienza anche da coloro che non si riconoscono nella fede cristiana”.

La negazione di Dio sfigura l’uomo e il creato

La tutela dell’ambiente, il rispetto delle persona umana, la necessità di recuperare un ecologia umana che privilegi il ruolo della persona, e di qui sappia rifondare la rete dei rapporti sociali, politici, economici globali. Sono i passi salienti del discorso di Benedetto XVI al corpo diplomatico, oggi in Vaticano.

La negazione di Dio e l’urgenza della questione «clima». «La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione – ha detto il Papa -. Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio. Pertanto, condivido la maggiore preoccupazione che causano le resistenze di ordine economico e politico alla lotta contro il degrado dell’ambiente. Si tratta di difficoltà che si sono potute constatare ancora di recente durante la XV Sessione della Conferenza degli Stati parte alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, svoltasi dal 7 al 18 dicembre scorso a Copenaghen. Auspico che, nell’anno corrente, prima a Bonn e poi a Città del Messico, sia possibile giungere ad un accordo per affrontare tale questione in modo efficace. La posta in gioco è tanto più importante perché ne va del destino stesso di alcune Nazioni, in particolare, alcuni Stati insulari».

Il rispetto della vita umana. «Occorre, tuttavia – ha continuato il Papa – che tale attenzione e tale impegno per l’ambiente siano bene inquadrati nell’insieme delle grandi sfide che si pongono all’umanità. Se, infatti, si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita? E’ nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato».

Il relativismo e la Chiesa «esclusa». «Le radici della situazione che è sotto gli occhi di tutti, sono di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana. E’ chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina l’“ecologia umana” e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita».

Le radici cristiane dell’Europa. «Urge, pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, io penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che l’Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo “aperto, trasparente e regolare” (art. 17), auspico che, nella costruzione del proprio avvenire, l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità cristiana». benedetto xvi

Intervista a Ferretti, un reduce dell’anima

L’ex cantante punk filosovietico Giovanni Lindo Ferretti racconta in un’intervista all’Osservatore Romano la storia della sua vita cambiata. L’Altra Campana la propone ai suoi lettori, consigliando vivamente la lettura del libro “Reduce” prima di leggere anche “Bella gente d’Appennino”, due libri meravigliosi scritti da un uomo che ha avuto un percorso in cui molti si possono riconoscere, magari senza averlo ancora completato. E può aiutare a trovare la strada per la pace interiore, condizione necessaria per apprezzare il dono della vita.

“La comunione dei santi resiste anche all’invasione dei media”
di Andrea Possieri

Un ex cantante punk convertito al cattolicesimo o, più semplicemente, un punk cattolico. Giovanni Lindo Ferretti, spesso, viene presentato con questo ossimoro che si trasforma velocemente in un’etichetta dal sapore agrodolce. Prima di tutto, però, l’ex cantante dei “Cccp. Fedeli alla linea” è un “reduce” delle battaglie ideologiche del Novecento. Un superstite che ha “fatto la pace” con la propria famiglia e che è “tornato a casa” tra le montagne dell’appennino tosco-emiliano.
Raggiungere la dimora di Giovanni Lindo Ferretti, in questo gelido inverno, non è un’impresa da poco. Lasciata alle spalle l’autostrada, superati insidiosi tornanti innevati, una minuscola carreggiata ricca di curve e di ponti ci introduce a Cerreto Alpi, piccolo borgo di montanari e allevatori, “un postaccio in alto, scosceso e aspro, sporco d’umanità e di bestiame”. È qui che ha vissuto e che vive quella “Bella gente d’appennino” (Milano, Mondadori, 2009, pagine 198, euro 17) che dà il titolo all’ultimo libro di Ferretti.

Sul tuo ultimo libro hai scritto che “la casa in ristrutturazione e un tumore alla pleura” ti hanno “ancorato alla vita” e ti hanno aiutato a salvarti. Da cosa ti hanno salvato?
Mi hanno salvato da una dissipazione vitale. Dissipare la vita, per me, non è stata una questione di grandi idee ma un problema di quotidianità. La mattina mi alzavo tardi, bighellonavo, preparavo un concerto e, infine, mi esibivo sul palco. Una vita che pensavo fosse libera ma che, invece, era schiava di ogni moda stagionale. La malattia che dovevo affrontare e la casa da ristrutturare, che avrebbero potuto essere considerate soltanto una doppia disgrazia mi hanno obbligato a fare seriamente i conti con la vita e mi hanno aiutato a cambiare radicalmente la mia quotidianità.

Sembra quasi che ci sia un parallelo tra la malattia del corpo e la casa in rovina.
Effettivamente, la ristrutturazione della casa di famiglia, dove sono nato e cresciuto ha a che fare con un’idea che travalica la mia singola esistenza. Inizialmente, volevo rimetter mano soltanto al tetto, poi, però, è venuta un’alluvione e la casa si è riempita d’acqua. Così sono sceso alle fondamenta e non avevo abbastanza soldi. Due gravosi problemi: salvarmi la vita, non far crollare la mia venerabile dimora. Partendo da questi due dati, profondamente negativi, ho accettato la realtà e sono andato avanti, cominciando a ringraziare Dio per ciò che avevo.

Tutto questo, però, accadeva in un momento di particolare successo.
Sì, grossomodo tra il 1999 e il 2001, nel periodo in cui il mio gruppo musicale, i Csi (Consorzio suonatori indipendenti), è diventato troppo fortunato e io sono salito sul palcoscenico, per ben due anni, con gli occhi bendati per non vedere niente e la speranza che i concerti finissero alla svelta. Già prima della malattia, comunque, avevo iniziato a pensare che la vita che mi ero costruito non era di così grande interesse e gradimento come avevo immaginato e continuavo con sempre maggiore insoddisfazione pensando che occorresse cambiare radicalmente: fornire un senso alla mia vita, tornarmene a casa.

Nelle tue canzoni, comunque, c’è sempre stata un’attenzione alla dimensione spirituale.
Non sono mai stato ateo e ho sempre avuto una visione carnale della dimensione della Creazione. Quando mi sono distaccato dalla Chiesa cattolica non ho abbandonato l’idea della Creazione. Per un periodo ho subito il fascino dell’islam. Poi ho iniziato a coltivare un grande amore per la letteratura e la storia ebraica – che è già quasi “un ritorno a casa” – e per un periodo di tempo ho frequentato il buddismo.

Alla fine, però, c’è stato il ritorno al cristianesimo e alla casa di famiglia.
Quando sono tornato a vivere nella casa della mia famiglia, a Cerreto Alpi, c’era ancora un prete in paese. Sono andato da don Guiscardo e gli ho esposto tutti i miei problemi e i miei dubbi. Don Guiscardo mi ha risposto che non c’era molto da discutere. Ogni giorno, non solo la domenica, c’era la messa. E poi c’erano le festività durante l’anno. Ho riscoperto la dimensione al tempo stesso naturale e liturgica dell’anno solare. Tornare a casa, per me, ha significato tornare nella casa della mia famiglia e risentirmi generazione su generazione. Chi mi guarda, guarda anche mio padre, mia madre e mio nonno. È una bella responsabilità!

“Tornare a casa” è un’espressione che ricorre molto spesso nei tuoi interventi. Cosa ha significato nascere e crescere in questo piccolo borgo di montagna?
Sono nato in un periodo in cui la disgrazia si era particolarmente accanita contro la mia famiglia. Mio padre è morto quando mia madre ha scoperto di essere incinta. Dopo la sua morte mia madre ha dovuto mandare avanti tutta la famiglia, compresi i vecchi e i malati, ed è stato un periodo molto difficile e di estrema povertà. Sono stato allevato qui a Cerreto Alpi in una comunità tradizionale e posso dire di essere stato un bambino cattolico, felice perché amato. Crescere in una famiglia tradizionale vuol dire che non sono mai andato a catechismo: era mia nonna che si preoccupava della mia educazione religiosa. Visto che in paese esisteva una pluri-classe e lo studio non era eccellente sono stato mandato in collegio dalle suore di Maria Ausiliatrice.

Quand’è che hai deciso di diventare un cantante punk filo-sovietico?
Fino alle scuole medie inferiori ho avuto una educazione cattolica, poi, la mia adolescenza ha coinciso con il 1968 e, in quel particolare momento storico, ho abbandonato con molta buona volontà tutto ciò che ero, tutto ciò che mi avevano insegnato. Quando sono entrato al liceo scientifico pubblico ho pensato bene di rigirare il mio mondo, di ricostruirmi nuovo. Un uomo nuovo adatto ai tempi e con grandi aspettative: un po’ come uscire dalla superstizione per avviarmi verso un luminoso futuro scientifico e materialista.

C’è una frase, nel libro, che sottolinea questo tuo passaggio biografico: “Giovanotto sono stato succube e agente di un’ideologia falsificante che estirpava, in baldanzosa marcia, ogni legame organico”.
Quelle parole mi rappresentano a pieno e potrei anche cantarle. Devo aggiungere, però, che anche nel periodo di maggior distacco dalla Chiesa cattolica, non ho mai troncato in maniera assoluta con ciò che ero prima.

Per cinque anni, prima di iniziare a cantare, sei stato un operatore psichiatrico. Quanto ha influito quell’esperienza?
Quell’esperienza mi ha toccato profondamente, senza non avrei mai avuto il coraggio e, forse, il cattivo gusto di inventarmi cantante. Dopo aver lavorato per cinque anni come operatore psichiatrico ho pensato di aver saldato il mio debito con la società. È come se mi fossi accollato un dolore della società che, prima, era stato nascosto nei manicomi e, poi, era stato rigettato sulle famiglie e sugli operatori psichiatrici come me. Quei cinque anni mi hanno fornito un’attitudine ad accettare la vita nella sua complessità e la sofferenza che non si può evitare. Dopo così tanto disagio psichico e fisico, il fatto che io fossi diventato un cantante punk mi sembrava plausibile. Uno dei miei matti, quando tornai a trovarlo, mi abbracciò e mi disse: “Era ora che tu venissi dalla nostra parte!”.

Finita l’esperienza con i Cccp, con i Csi e con i Pgr (Per grazia ricevuta) chi è oggi Giovanni Lindo Ferretti: un musicista, uno scrittore o un attore di teatro?
Di sicuro ero sbandato, ora non so bene cosa sono. Direi un cantore. Porto in giro due piccoli spettacoli, ma non posso lavorare più di due o tre serate al mese perché devo accudire mia madre. Da quattro anni vado in giro con voce e violino, oppure con voce, violino, organetto e una seconda voce maschile. Ho sperimentato il piacere di uno spazio scenico non deputato ai concerti. Cortili, aie, radure. Più di cento concerti in chiesa, per quanto esibirmi in chiesa mi crei sempre un po’ di timore e di imbarazzo. Questo non trova corrispondenza nel pubblico, nei sacerdoti e alla fine mi rasserena.

Sicuramente, però, il gusto per la parola è un punto di contatto con il vecchio Ferretti.
Me lo riconoscono anche i detrattori. Il livello essenziale della mia dimensione pubblica è il piacere della parola, la sua musicalità, il gusto arcaico della parola. Non sono legato alle sperimentazioni o alle avanguardie del Novecento, ma sono intriso di oralità, legato ai salmi, all’epica. Credo che la parola sia il dono più grande che il Creatore ha fatto all’uomo. La parola è vita. E io, fra l’altro, vivo di parole.

Nel libro hai dedicato alcune pagine ai Papi che hanno caratterizzato la tua vita. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha coinciso con la tua affermazione pubblica.
Quello è stato il periodo di maggior distanza dalla Chiesa. Il pontificato di Giovanni Paolo II coincide con la mia vita pubblica, il mio essere un cantante punk. Mi ricordo benissimo quando Karol Wojtyla è diventato Papa. L’ho visto in televisione e mi è sembrato un patriarca biblico, giovane e forte. Un’immagine che mi fa sempre pensare a san Giuseppe. Solitamente san Giuseppe viene rappresentato come un vecchio. Invece no, per me lo sposo di Maria è un bell’uomo, giovane e nel pieno delle forze. Giovanni Paolo II era un bell’uomo, con quell’incedere fiero e deciso. È proprio una bella immagine. Nonostante ciò, per un lungo periodo della mia vita ho manifestato una costante forma di disprezzo verso il Papa. L’immagine di Giovanni Paolo II che mi arrivava leggendo “la Repubblica”, “l’Unità” o “il manifesto” era un insieme di negatività. La stessa cosa succede oggi per Benedetto XVI. Gli stessi che criticano Benedetto XVI usano Giovanni Paolo II come termine di paragone: il Papa polacco era bravo invece “il pastore tedesco” è reazionario, dimenticando, che del “bravo” dicevano, a suo tempo, le stesse cose che dicono oggi del “reazionario”.

Che cosa ti ha fatto cambiare idea su Giovanni Paolo II?
Quello che mi ha molto colpito è stato il modo in cui ha vissuto la propria vecchiaia, la malattia. L’accettarsi compiutamente nella propria forza e nella propria debolezza. Smisi di leggere quei giornali che auspicavano le dimissioni del Papa malato e iniziai ad ascoltare l’Angelus, in televisione o direttamente a Roma. Ci sono stati momenti in cui mi sembrava che quel dolore, quel viso sofferente, quella persona malata parlassero direttamente a me. Legavo quella sofferenza al dolore dei vecchi della mia famiglia, alla loro agonia. È un grande dono se un vecchio può permettersi una agonia nelle propria casa assistito amorevolmente dai propri cari. Non si possono sciupare questi momenti. È un insegnamento vitale che si trasmette alle generazioni e non si verifica in altra situazione. Il Papa, usando i media e pur essendone usato, ha fatto un dono credibile non solo al popolo di Dio ma a tutti coloro che lo hanno visto. Ha mostrato che si può morire con una grande dignità nell’accettazione del mistero della vita. La sofferenza non si può spiegare con le parole si può solo vivere e si deve mostrare come ha fatto Giovanni Paolo II.

Invece a proposito del cardinale Ratzinger hai scritto: “Un giorno, stanco di leggere sui quotidiani frasi estrapolate, esposte al pubblico disprezzo, del reazionario per eccellenza “Pastore tedesco”, entrai in libreria e chiesi: “Non ha mai scritto un libro, questo tal Ratzinger?”"
L’immagine che avevo del cardinale Ratzinger, senza aver mai letto un suo libro, era quella del “reazionario per eccellenza”. Le prime volte che, da Papa, si è presentato in pubblico percepivo un indole di riservatezza e timidezza. Mentre Giovanni Paolo II dominava le scene, Benedetto XVI è l’esatto opposto. Un po’ soffro con lui e vorrei far sparire tutte le macchine fotografiche, le videocamere e i telefonini che circondano il Papa! Benedetto XVI incarna l’immagine dello studioso, dell’uomo saggio e sapiente, timorato di Dio. Quando il cardinale Ratzinger è diventato Papa mi sono inginocchiato davanti alla televisione piangendo per la commozione, la gioia. Il Papa è il nostro Santo Padre e può essere malato, sano, giovane o vecchio. Io lo amo per come egli è. Il Papa è forte al di là della propria indole perché, dietro e attorno a sé, c’è qualcosa che si chiama la comunione dei santi che regge anche l’invasione dei media.

È vero che, qualche tempo fa, hai firmato un contratto in cui erano previste delle clausole dove era vietato parlare male del Papa?
Quando lavoravo con il regista teatrale Giorgio Barberio Corsetti la produzione aveva aggiunto una clausola al contratto che intimava: “È vietato parlare del Papa nei camerini o attorno a Ferretti”. Questo perché quando sentivo parlare male di Benedetto XVI mi innervosivo oltremodo e ne nascevano liti furiose per le stupidaggini che sentivo. Naturalmente io ho cumulato molte colpe nella mia vita e accetto la stupidaggine mia e altrui. Non sono stato meno sciocco di coloro che adesso si comportano da stolti nei confronti del Santo Padre. Ma io difendo il Papa e non sono in grado di accettare certe banalità determinate da ignoranza, malafede e superficialità.

Leggendo il libro par di capire, però, che non hai una particolare predilezione per l’arte sacra contemporanea.
Quando vedo certe opere d’arte o partecipo ad alcune celebrazioni liturgiche rimango senza parole. La messa è il sacrificio perfetto! Invece, ci sono celebrazioni liturgiche che per noi, povera gente di montagna, sono insultanti. La liturgia non è qualcosa che possiamo alimentare in base alle nostre voglie e alle nostre volontà. La liturgia è un legame fortissimo, è la Tradizione e non si può cambiare perché qualcuno crede di aver avuto una bella idea. La dimensione della Chiesa è storicizzata e storicizzabile ma non si può inventare di colpo un’altra cosa. Non voglio fare il moralista, però, di fronte all’arte moderna sono in uno stato di grande empasse. Francamente non ho mai visto niente, dell’arte moderna, che sia riconducibile a una dimensione religiosa. La religione è un legame con il divino e un rapporto con la storia determinato da un avvenimento, non proprio indifferente, che si chiama Incarnazione. Come è possibile costruire una chiesa che non sta in nessun rapporto con la Tradizione?

Questo discorso vale anche per la preghiera?
Ognuno di noi può inventarsi le proprie preghiere, ha tutta la libertà e anche il dovere di farlo. Ma la comunità non è la somma numerica dei convenuti. Io non sento alcun bisogno di preghiere nuove perché ci sono le preghiere di sempre che ci legano alla storia. A me dispiace di non sentire più il nome Melchisedek. Da bambino ero incantato dal nome Melchisedek e non vedevo l’ora di imparare a leggere per andare a studiare chi fosse. Egli è sommo sacerdote al cospetto di Dio prima ancora che cominci la storia di Abramo. Alcuni anni fa lessi il libro del cardinale Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, e lo trovai meraviglioso. Lui mi diceva tutte le cose che io volevo sentirmi dire per tornare in Chiesa in pace. Anzi, me ne diceva molte di più e mi sistemò molti punti che prima mi erano confusi. Dovrebbe essere il nostro dovere, oltre che piacere, ascoltare quel che dice il Santo Padre.

Dalla spiritualità alla pratica politica. Tu hai assunto anche una netta posizione pubblica sull’aborto.
La storia dell’aborto nel nostro mondo è una questione da cui non si può svicolare, l’aborto è un crimine incredibile che si commette con una leggerezza credibilissima. Io non posso far altro che ribadire quello che credo: nessuno ha il diritto di uccidere un innocente. Non mi permetto di giudicare una donna che abortisce, ma giudico severamente una società che invece di farsi carico della maternità trasforma, nel regno delle idee, l’uccisione dell’innocente assoluto in un diritto festoso sostenuto da cortei, balletti, striscioni e impone, nei fatti, non solo la desacralizzazione della vita ma la riduzione dell’uomo a materiale organico atto allo scarto o alla sperimentazione.

C’è una cosa, nella tua vita, che ti penti di aver fatto?
Aver scritto e cantato: “Allah è grande e Gheddafi è il suo profeta”. Prima di tutto, per aver messo insieme Allah e Gheddafi e poi per quella spocchioseria, sottintesa, che si permette di irridere tutto e tutti ma che spero si possa perdonare a un giovane estremista sciocco e di buon cuore come era il sottoscritto. Due scappellotti, per questo, me li meriterei proprio. Mi pento di molte altre cose, ovvio, ma attengono alla relazione tra il Creatore e la mia persona e trovano nella dimensione del confessionale il proprio spazio. Rifuggo il parlar pubblico che diventa necessariamente pettegolezzo.Gio Lindo FerrettiGio Lindo Ferretti

Vaticano e Russia: pieni rapporti diplomatici

L’importanza di unificare l’Europa “dall’Atlantico agli Urali”, come diceva anche Charles De Gaulle, è una delle convinzioni politiche più importanti della linea editoriale di questo giornale. Finora constatiamo l’esistenza di enormi resistenze fomentate in particolar modo dalle ingerenze degli USA, che vorrebbero invece un Europa debole, litigiosa e allargata alla Turchia, e che

Vaticano e Russia stabiliranno pieni rapporti diplomatici. E’ la decisione più importante della visita che il presidente russo Dmitri Medvedev ha compiuto in Vaticano, dove è stato ricevuto da Benedetto XVI.

L’annuncio conclude una strada che si era aperta con la visita compiuta da Mickail Gorbaciov il primo dicembre 1989 a Giovanni Paolo II. In quella storica occasione fu infatti deciso di aprire un rapporto tra Santa Sede e l’allora Unione Sovietica, con l’invio di un rappresentante del presidente. Ma non si trattava di pieni rapporti diplomatici. Alla decisione odierna ha certamente contribuito il miglioramento dei rapporti tra il Vaticano e il Patriarcato di Mosca.

L’annuncio era stato in qualche modo anticipato dallo stesso Medvedev che a luglio sul sito internet del Cremlino aveva affermato: “Posso solo dire che abbiamo relazioni con il Vaticano, ci sono missioni di rappresentanza da entrambe le parti, e stiamo discutendo se passare questa relazione ad un livello più alto, ossia se cambiare la nostra in una relazione caratterizzata da ambasciata e relazioni diplomatiche. Mi sembra che sarebbe perfettamente normale”.

Un comunicato diffuso dalla Sala stampa della Santa Sede informa che “nel corso dei colloqui è stato espresso compiacimento, da entrambe le Parti, per i cordiali rapporti esistenti e si è concordato di stabilire piene relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Federazione Russa”.

“Dopo uno scambio di opinioni sulla situazione economica e politica internazionale, anche alla luce dell’Enciclica ‘Caritas in Veritate’, di cui il Santo Padre ha offerto al Presidente un esemplare in lingua russa, ci si è soffermati sulle attuali sfide alla sicurezza ed alla pace. Quindi si è parlato di temi culturali e sociali di comune interesse, come il valore della famiglia, e del contributo dei credenti alla vita della Russia”.

A Vicenza la Messa in latino secondo il “Motu Proprio” del Papa

Nel 2007 il papa Benedetto XVI, accogliendo le richieste che da lungo tempo venivano rivolte al Magistero Romano affinché fosse consentito l’uso della celebrazione della S. messa secondo il Messale riordinato nel 1962 dall’allora pontefice Giovanni XXIII, oggi Beato della Chiesa Cattolica, inviò a tutte le diocesi una lettera apostolica contenente un Motu proprio summorum pontificum sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970. Il papa proclamò il rito secondo il Messale Romano del 1962 come l’unico cui fare riferimento. Questo messale era stato approntato dal papa Pio V durante il suo pontificato e emanato nel 1570, sette anni dopo la fine del Concilio di Trento. Il rito, detto tridentino, perché raccoglieva le istanze emerse per la liturgia esaminate nel Concilio, non è un rito ex novo ma raccoglie in sé secoli di tradizioni liturgiche risalenti agli Apostoli stessi, riordinate e ricomposte nel VI secolo da San Gregorio Magno (da qui tale Liturgia è detta anche Gregoriana) per offrire alla Chiesa universale un rito uniforme e sprovvisto di confusione od elementi che potessero dare occasione a dubbi. Nel corso tempo fu riformato in qualche parte da Clemente VIII, da Urbano, da Pio IX, da Pio X, da Pio XI, da Pio XII ed infine da Giovanni XXIII, secondo la potestà che è propria di ciascun pontefice, secondo quanto stabilisce anche il Codice di Diritto canonico.

Il rito è stato definito da papa Benedetto XVI come “straordinario” rispetto alla S. Messa nella forma ordinaria, che segue la riforma di Paolo VI del 1970. La possibilità della celebrazione nella diocesi di Vicenza era stata chiesta da numerosi fedeli fin dal 2004. I Vicentini che avevano operato per la raccolta delle firme, sempre avevano sottolineato che si dovevano seguire le indicazioni del vescovo, il primo liturgo della diocesi. Così è stato fatto, anche quando, sempre nel 2004, il vescovo aveva negato la possibilità della celebrazione. Ciò era dispiaciuto, ma si riteneva di dover insistere, come anche di obbedire al vescovo. Dopo l’emanazione del Motu proprio, fu fatta un’ulteriore richiesta per la celebrazione secondo il rito straordinario in una Chiesa della val d’Alpone, in provincia di Verona ma nella diocesi di Vicenza, il vescovo ha invece stabilito che la celebrazione avvenisse a Vicenza nella splendida Chiesa di san Rocco. Dapprima le celebrazioni furono ogni quindici giorni a cura di mons. Giandomenico Tamiozzo e dal settembre 2009, ogni domenica alle ore 11,15. La celebrazione della S. messa è preceduta, alle ore 11, da una catechesi sempre condotta da mons. Tamiozzo.

La forma straordinaria, ovvero la ripresa del rito secondo il Messale Romano del 1962, esprime quel grande valore del sacrificio eucaristico, che è il momento centrale e fondamentale per la vita del cristiano. Lo stesso salire all’altare, che è il Calvario, aiuta a comprendere il senso della redenzione e della vita di ogni cristiano.

Il papa Benedetto XVI, liberalizzando la forma della celebrazione eucaristica, ha dato precise raccomandazioni e queste devono essere seguite, perché la forma straordinaria non sostituisce la riforma di Paolo VI, ma la affianca.

Il rito antico utilizza soprattutto il canto gregoriano e nei suoi momenti, in particolare quelli di silenzio, aiuta ciascun fedele a riflettere proprio sulla redenzione che Gesù Cristo ha portato come dono agli uomini.

Accanto alle celebrazioni nella chiesa di San Rocco a Vicenza, ogni mercoledì pomeriggio vi è una celebrazione nella forma straordinaria anche ad Ancignano (VI). Per ulteriori informazioni chiedere a don Pierangelo Rigon, che cura la rubrica del Vangelo domenicale su questo stesso giornale on line.

Infine una precisazione che è molto importante. Le cose di Dio sono talmente importanti che su di esse non si fanno polemiche o ci si schiera da una parte o dall’altra, ma si segue quanto il magistero romano (Benedetto XVI) e quello locale (l’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia) indicano per il bene della diocesi, perché essa sia soprattutto unita nella preghiera e nel sacrificio eucaristico.

Vi aspettiamo a San Rocco alla domenica ore 11,15.

Italo Francesco Baldomessa tridentina