Con l’inizio dell’Avvento, nella cultura popolare tradizionale veneta è sempre stato in uso l’allestimento del Presepe. Questa espressione della pietà e della devozione popolare era particolarmente cara ai bambini, che in un passato privo di videogames e TV rimanevano in contemplazione davanti alla rappresentazione del giorno Natale, quando un bimbo come loro era nato portando la gioia nel mondo. Essi sviluppavano così anche l’abitudine alla meditazione, all’adorazione e alla preghiera.
“ORATIO – MEDITATIO – CONTEMPLATIO – ADORATIO”
cioè le quattro fasi spirituali della pratica devota, colonne insostituibili per la costituzione di una personalità solida, matura e adulta. Oltre alla rappresentazione di quella “bellezza che salverà il mondo” di cui parlava Dostojevskj, che mai parlò di una bellezza generica o astratta, bensì proprio della bellezza di Gesù Cristo, il Presepe ha un valore pedagogico inestimabile che ogni genitore dovrebbe utilizzare, se davvero ha a cuore il bene di suo figlio, anche da un punto di vista estremamente concreto. E allora facciamo il Presepe nelle nostre case.
La liturgia della Chiesa, nella sua sana pedagogia, ogni anno dopo le letture apocalittiche della fine e del giudizio di Dio, ci incammina per le vie della speranza e con i profeti e i patriarchi percorriamo così, in visione, i secoli dell’attesa: «Ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Dio potente» (Is 9,5). Il Vangelo cita il verbo «sperare» una sola volta: «Speravamo…». Sono i discepoli di Emmaus che confidano il loro sconforto al passeggero che li accompagna nel cammino della vita. Ma l’Antico Testamento è la storia della promessa di Dio e la chiave di lettura più appropriata è la speranza. Spera Abramo nella discendenza numerosa come le stelle del cielo e la vede in quell’unico figlio nato nella sua vecchiaia e chiesto in sacrificio. Spera Mosé nella Terra promessa che vede solo all’orizzonte nella foschia del primo mattino.
La speranza che diventa fede, perché non si può credere in una cosa che non si è sperata, noi la celebriamo nella dolce tradizione del Presepe. Complice Francesco, il poverello di Assisi, ogni anno stendiamo la carta con le stelle, i fiumi di stagnola, le montagne e la grotta illuminata. È il piccolo mondo costruito dall’uomo che collabora con Dio. È il Regno di Dio, quello annunciato dai Vangeli come realtà iniziale, ma realtà in mezzo a noi che va crescendo.
Facciamolo il Presepe e facciamolo con dignità: Dio ha bisogno di noi per il sogno e l’utopia, per la speranza di un mondo preservato: «Siete i custodi del pianeta», diceva Giovanni Paolo II parlando ai giovani. Fare il Presepio è la liturgia domestica di questa attenzione, il simbolo dell’accettazione di un ruolo: uomini a cui è stato affidato il mondo creato e redento da un Dio bambino.
Facciamo il Presepe, ma facciamolo in fretta prima che qualche Erode, per legge, ci vieti di sognare, di celebrare la memoria viva di un evento, dell’Evento.
Ci diranno di non operare in luogo pubblico, di riportare al privato la storia della nascita del Salvatore, il più sociale e universale degli accadimenti: Erode non c’è nel Presepe perché non è un personaggio buono. Con la sua tracotanza, la violenza praticata e il sangue versato è meglio lasciarlo fuori dal Regno della pace: lui poi odia i bambini, disprezza il futuro, non accetta quelli che chiamano Dio con un altro nome. Il bambino di Betlemme lo chiama Padre. I protagonisti veri del Presepe sono i poveri (pastori, bottegai, artigiani), sono gli uomini giusti come Giuseppe il falegname di Nazaret. Con loro convivono gli angeli che annunciano, che cantano, che fanno profezie. Giuseppe, l’uomo «giusto» del dovere e del silenzio li frequenta nei sogni e a loro si affida. Giuseppe rappresenta ciascuno di noi: chiamato a un compito altissimo, non dice no. Non parla nemmeno, accetta solo e programma la sua vita a favore degli altri.
