Islam e Occidente: due civiltà in crisi

Tutto il Medioriente musulmano è in subbuglio per ragioni politiche: il problema del nucleare iraniano, il conflitto afghano, le sempiterne lotte religiose tra sunniti e sciiti, le gelosie verso la posizione dominante dell’Arabia Saudita in campo religioso, le crisi finanziarie degli Emirati Arabi, la questione palestinese, le tensioni popolari tra Algeria ed Egitto, la posizione ambigua del Pakistan, quella misteriosa e minacciosa della Siria, a cui si aggiunge la reislamizzazione della politica in Turchia, oltre a conflitti sanguinosi in Asia con le lotte tra potentati locali nelle Filippine a maggioranza cristiana o il diffondersi di correnti fondamentaliste e aggressive in Indonesia. Un mare di problemi che sono però secondari rispetto a un problema di fondo che attraversa l’intera civiltà fondata sul Corano: il mondo musulmano sente una paralisi ancora più grave.

Nei giornali e su internet i musulmani si domandano: Cosa abbiamo prodotto in tutti questi secoli? Che contributo abbiamo dato alla civiltà? L’unica cosa che abbiamo è qualcosa che non abbiamo costruito noi, cioè il petrolio. Per altri la risposta è: abbiamo la fede in Dio. Ma questo è un bene difficile da valutare…

Nasce così un sentimento di rabbia contro se stessi e contro chiunque. Guardando il mondo islamico, ho l’impressione che gli unici eventi che fanno notizia sono i fatti di violenza. Avviene nelle Filippine, nella lotta politica fra due capi musulmani; in Iraq, dove ormai le bombe sono non più contro gli americani, ma fra di loro; in Sudan, in Somalia, in Pakistan, in Afghanistan; in Iran dove iraniani combattono contro iraniani. Tutto il mondo islamico soffre poi di mancanza di libertà, in Iran come in Tunisia.

Pensiamo alla conclusione dell’incontro di calcio fra Algeria ed Egitto, finito anch’esso in violenza… Alla fine sembra che l’unica cosa che l’islam sappia produrre sono massacri e violenza.

Tutto ciò è frutto di un malessere profondo dell’islam in Medio oriente, in Africa del Nord, nel Corno d’Africa, ecc.

Ormai non si può dire che la colpa di ciò è il passato colonialismo. I Paesi di cui parliamo avevano conquistato da tempo strutture più o meno solide, più o meno democratiche. Non è più possibile nascondere questa crisi culturale, sociale e politica del mondo islamico.

L’unica cosa che progredisce è il rigorismo religioso, non solo nella devozione, ma in forme visibili: il velo, la barba, gli obblighi… Tutti i musulmani che tornano in Egitto dopo diversi anni, dicono che non riconoscono più il loro Paese per l’asprezza con cui si vivono le cose quotidiane. È vero che le moschee sono più piene, anche di giovani, ma la dottrina che viene offerta non è una formazione intellettuale o spirituale all’islam. È molto più un crescendo di odio contro gli altri, contro i pagani e contro i musulmani meno radicali.

E l’occidente? Non è altrettanto evidente la crisi dell’occidente?

Di fronte a questa crisi dell’islam, l’occidente ha coscienza chiara ed equilibrata della sua identità? Secondo me sempre di meno. Il caso rivelatore è la decisione della Corte europea dei diritti umani che all’unanimità – un fatto rarissimo in questi casi – ha condannato l’esposizione in Italia dei crocifissi perché ciò non rispetta la neutralità e la laicità dell’Europa.

Anche mettendo da parte la religione, questo simbolo fa parte della cultura italiana (che ovviamente ha una dimensione religiosa). Come si può dire perciò che l’esposizione del crocifisso viola la libertà? Una statistica di qualche anno fa diceva che il 77% degli italiani apprezza l’esposizione del crocifisso. Anche il filosofo e uomo politico veneziano, Massimo Cacciari, agnostico, ha parlato del crocifisso come del più importante simbolo che abbiamo di un amore che si dona per salvare un altro.

La decisione della Corte europea, negando il crocefisso, ha negato se stessa: è un attentato contro se stessi. Se negare la Shoa è un negazionismo storico, questa decisione è un negazionismo della propria cultura. Il fatto grave è che a livello europeo – esclusa l’Italia – nessuno ha reagito.

In occidente c’è poi un altro atteggiamento, uguale e contrario, che afferma se stesso negando l’identità degli altri, quello dei neo-nazi. Questi atteggiamenti vanno di pari passo, uno suscita l’altro. Ma ciò avviene perché la gente ha sempre meno coscienza di sé.

Ci troviamo perciò di fronte a due crisi: quella della cultura del mondo islamico e quella del mondo occidentale, entrambe nella paralisi. L’unico possibile rapporto fra due strutture ferme e chiuse è un rapporto di forza o di esclusione.

L’occidente tende a uscire da questa immobilità anche con l’idea della tolleranza e del multiculturalismo: la mia identità – esso dice – sono tutte le culture. Ma questo è un atteggiamento concettuale: io posso apprezzare tutte le culture solo a partire dalla mia; se io dico che “ho” tutte le culture, significa che non ho nulla. Invece, se io so chi sono, sono pacifico, sereno, fiero. Solo in questo modo possiamo dialogare. Ma se non c’è niente, vince solo chi grida di più o chi ha più potere materiale.

I Talebani ammazzano anche i funzionari ONU

KABUL – Sei impiegati dell’Onu, tutti stranieri, sono stati uccisi oggi in un attacco dei Talebani a un hotel; un altro hotel nella zona centrale della città è stato colpito da almeno tre razzi.

L’attacco appare organizzato per creare timore e insicurezza prima del ballottaggio delle elezioni presidenziali fissato per il 7 novembre prossimo.

Secondo le prime ricostruzioni, stamane alle 6.30 ora locale, i militanti sono entrati sparando nella Bakhtar Guesthouse, uccidendo i 6 residenti, tutti impiegati dell’Onu, e ferendone altri 9. La polizia ha circondato l’edificio e ha scambiato colpi d’arma da fuoco con i terroristi, prima di alcune esplosioni. Sono stati trovati i resti di 3 militanti dilaniati dall’esplosivo usato nell’attacco suicida. Le forze dell’ordine afghane affermano che i militanti sembrano essere pakistani.

Un altro hotel, il Serena, vicino al palazzo presidenziale, è stato colpito da razzi. Gli ospiti, molti dei quali stranieri, si sono precipitati nelle cantine, usate come bunker. L’hotel aveva subito un altro attacco l’anno scorso in gennaio.

I Talebani hanno rivendicato l’attacco contro gli impiegati Onu, precisando che vogliono ostacolare le elezioni presidenziali. Dalle elezioni del 20 agosto, sconfessate per brogli, nel Paese la sicurezza è al minimo. Nell’attesa del ballottaggio fra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah, la capitale è stata colpita diverse volte. All’inizio del mese un attacco suicida all’ambasciata indiana ha fatto 17 morti; ieri otto militari Usa sono stati uccisi nel sud, in quello che – con 53 morti – è stato definito “il mese più letale” dall’inizio della guerra di otto anni fa.

Intanto il presidente americano Barack Obama rimane indeciso se aumentare o no il contingente armato in Afghanistan, come richiesto dal gen. Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa e Nato. La sensazione è che quel frettoloso Premio Nobel che gli è stato appiccicato in maniera ideologica, preventiva e de tutto destituita da ogni fondamento concreto finirà per rivelarsi un pesante fardello per Obama nello svolgimento del suo ruolo di Presidente della prima potenza militare mondiale.

E intanto il mondo islamico continua a dare prova di sè, per quanto si vogliano fare distinguo e specificazioni di ogni sorta…..talebani

La democrazia non si può esportare

L’ennesimo attentato che gli afghani hanno commesso contro le forze occidentali è assurto agli onori della cronaca in Italia perché è costato la vita a 6 soldati cittadini della Repubblica.

Adesso si scatena il dibattito sull’opportunità di mantenere l’impegno militare in quella regione del mondo e cominciano i distinguo, le rivendicazioni, le mistificazioni ideologiche, le bugie interessate… Insomma il solito teatrino della politica nostrana, sempre più squallido anche di fronte ai morti. Una cosa però è certa: Bossi aveva anticipato tutti in estate dicendo che forse era il momento di ripensare tutta l’operazione e di far tornare a casa i soldati, ma come al solito era stato stigmatizzato quasi come se si trattasse di un demente accaldato dal sole d’Agosto.

Bossi invece, come al solito, dice le cose giusto al momento giusto, solo che il suo modo di parlare a volte simbolico e quindi criptico, a volte immediato e popolare, non viene capito se non dai suoi elettori che, per fortuna, continuano ad aumentare.

Ma cosa voleva dire Bossi in realtà, e cosa sosteniamo noi da un decennio ormai? Semplice: la democrazia non si può esportare perché essa è il prodotto della civiltà cristiana-occidentale, e può attecchire solo in quelle società che condividono almeno in linea di massima i valori fondamentali sull’uomo come persona e sulla società intesa come mezzo per ottenere la pace in mutua collaborazione comunitaria. Ecco perché in Giappone e in India, pur con le profonde differenze evidenti a tutti, certe forme di democrazia si sviluppano più o meno serenamente, mentre nei Paesi islamici essa è impossibile (e in Turchia resisterà finché resisteranno i principi laicissimi e anti-sharìa imposti dal fondatore Kemal Ataturk, poi franerà brutalmente dando luogo a una riedizione dello stato Ottomano antecedente).

La democrazia, checché se ne pensi, non è solo un meccanismo elettorale fondato sull’attribuzione del potere attraverso il voto; democrazia è quel preciso regime dove il popolo tutto gode di una serie di tutele, di garanzie, di privilegi e di diritti che sono sanciti in base a ben determinati principi giuridici, etici e filosofici. Tali principi sono scaturiti dalla millenaria riflessione compiuta in Occidente in un ambiente strettamente e unicamente cristiano, che sono diventati poi condivisi da tutti anche una volta spogliati della visione religiosa. Della visione, sia chiaro, non della matrice che è e resta cristiana.

Ora, dopo l’11 settembre 2001 gli americani hanno creduto che la soluzione contro il terrorismo fosse quella di “esportare la democrazia” ma non hanno considerato, a causa della loro consueta visione unilaterale dei problemi, che per quel miliardo e mezzo di fedeli all’Islam la democrazia è semplicemente un’eresia, un tabù inviolabile, una porcheria prodotta da gente corrotta da false credenze religiose. Il potere, per i musulmani, non viene da Dio come per la filosofia cristiana, ma è direttamente nelle mani di Allah che lo esercita sulla terra tramite il Corano e l’adesione a esso. Anche senza una lettura radicale della filosofia politica musulmana, è sufficiente analizzare la struttura antropologica delle società dei Paesi a maggioranza islamica per rendersi conto di questa barriera invalicabile.

Tali argomenti noi svilupperemo ancora, per campi specifici e con analisi precise, in futuro su queste pagine, ogni volta che l’occasione sarà propizia. Per ora ci basta dire questo: Bossi, e chi come lui ha capito quanto detto fin qua, ritiene inutile sprecare risorse economiche e soprattutto vite umane in direzione di un obiettivo che non è raggiungibile nemmeno in teoria. I musulmani non saranno mai democratici senza smettere di essere musulmani, perché un’identità esclude l’altra proprio nei valori radicali e fondamentali.

Rimane il problema di che fare contro quello che è stato chiamato “terrorismo islamico”, mentre noi lo chiamiamo semplicemente “consueta prosecuzione della storia nei secoli attuali coerentemente con quelli passati”, se sono storicamente ricordati come successi nei secoli i fatti di Poitiers, Gerusalemme e tutto il Nord Africa, Bisanzio, Lepanto, Rodi, le coste italiane, Budapest, Vienna, più mille episodi meno epocali, eccetera eccetera eccetera.

La sola cosa certa è che l’approccio materialista e socio-economico di stampo marxista è totalmente sbagliato. Sbagliato è anche l’approccio della logica comprendente figlio della scienza politica americana. Sbagliato è anche credere che quel sistema sociale sarà scardinato un giorno dal liberismo, giacché i valori che lo caratterizzano sono assai più forti di quelli labili dell’utilitarismo illuminista.

Quindi bisogna pensare in un altro modo: secondo noi serve una guerra di tipo culturale attraverso i media, accompagnata da una strategia economica coordinata di tutto il mondo libero. Solo che per attuarla serve dapprima una seria presa di coscienza di cosa sia l’Islam nella sua essenza, al di là delle tante sfaccettature esteriori; e poi una seria comprensione di cosa siamo davvero noi occidentali, per agire di conseguenza. Inoltre servirebbero politici istruiti che pensino alle generazioni future, anziché alle future elezioni…

Ma proprio quest’ultimo è il grande limite dell’Occidente contemporaneo.