Tornano le discussioni su temi di rilevanza etica in Parlamento, relativamente alle leggi sulla fase terminale della vita e alla discussione circa l’utilizzo della pillola abortiva Ru486.
Sul primo argomento preferiamo non esprimerci preventivamente, aspettando lo svolgimento dei lavori; sono infatti troppe le variabili da considerare e sarebbe probabilmente inevitabile diventare troppo specifici, oppure troppo generici. Meglio valutare le cose in divenire, fermo restando il concetto che la vita non è un bene disponibile in quanto tutti l’hanno ricevuta gratuitamente e senza merito, quindi non ne sono i proprietari ma, al massimo, i custodi.
Sul secondo argomento invece qualcosa da dire c’è, ed è una riflessione sulla donna dal punto di vista della morale cristiana e cattolica. La donna è l’ultimo essere uscito dalle mani di Dio e quindi il più vicino alla fonte originaria dell’Amore. Per questo il Verbo ha scelto una donna pura per incarnarsi, e farsi uomo. Elevando quella donna a Corredentrice del mondo e Madre di Dio, ha nobilitato tutto il genere femminile. Gesù, il Verbo incarnato, nella sua vita ha sempre trattato con dolcezza le donne, riconoscendo la loro particolare tenerezza, la loro funzione discreta, la loro pietà, la carità spontanea che solo le donne sanno vivere in pienezza e naturalezza. Per la morale cristiana la donna è degna quanto l’uomo e merita, per la sua particolare condizione di madre potenziale, una cura e un rispetto diversi e speciali. Così dicono anche le Costituzioni occidentali, quella italiana nel modo più esplicito, che dal cristianesimo hanno mutuato il fondamento etico.
Le donne inoltre sono umanamente degne del massimo rispetto perché ogni essere umano può constatare che quando viene al mondo c’è una donna che rischia la vita per lui; una donna che, salvo casi disperati, lo allatta, che gli insegna a parlare e camminare, che lo lava e lo veste, che lo cura e lo ama. Quando un uomo soffre, quasi sempre c’è una donna ad assisterlo, anche estranea talvolta. Quando un uomo muore, i servizi pietosi li compiono le donne.
Le donne, quando fanno le donne anziché fare quello che gli uomini vogliono che facciano, sono quasi degli angeli. Quando non cercano di imitare gli uomini e di compiacere i loro modelli, quando non prostituiscono la loro dignità per seguire modelli fallocratici, sono l’allegria del mondo.
Ma nella nostra società sembra che tutto si rovesci: la verginità, sbandierata come successo dalle 25enni di 40 anni fa, è diventata una vergogna per le 15enni; la maternità, compimento e sublimazione dell’essere umano intelligente, mistero insondabile per i maschi, oggi pare quasi un fardello. L’aborto, un dramma tragico secondo la ragione retta, un mezzo per liberarsi di un fastidio. La vita che nasce, ridotta a un fastidio. Il sesso, un passatempo come bere un drink, come “la Milano da bere” di quello spot degli anni ’80 del secolo scorso.
E ora, con la Ru 486, per le ragazzine sgallettate dalla mutanda facile, abbiamo anche “l’aborto da bere”. Per un maschio, scimmione sempre arrapato e fuorviato dalla pornografia che propone le donne come oggetti da possedere e gettare, il massimo dei sogni, la totale mancanza di ogni responsabilità.
Brave, femministe. Avete fatto grandi progressi e grandi conquiste, in tutto l’Occidente e presto anche in Italia. La nuova frontiera non può che essere l’accondiscendenza verso i maltrattamenti alle donne dei musulmani, verso la poligamia, verso le mutilazioni genitali giustificate dal fanatismo.
Noi, cattolici veneti forse retrogradi, preferiamo amare le donne per quello che sono nel loro cuore. E per loro non proviamo vergogna a rivolgere un pensiero e una preghiera a quella giovane ragazza-madre di Nazareth che ebbe il coraggio di dire di sì a una visione, perché il suo cuore era disposto a fare spazio all’Amore che dà la vita, a qualunque costo.
Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum.
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