A Teheran e in molte altre città iraniane sta montando la protesta popolare. Le notizie che arrivano sono frammentarie, come sempre accade quando c’è un regime autoritario al potere che non vuole far trapelare qualsiasi informazione che ne possa intaccare l’immagine di solidità verso nemici e oppositori, interni e stranieri.
Nel principale Paese dell’Islam sciita, la seconda corrente del mondo musulmano, stanno terminando i primi dieci giorni del mese di Moharram. Tradizionalmente è un periodo di raccoglimento e di devozione popolare che termina con il giorno dell’Ashura, nel quale si commemora la morte dell’imam Hussein nella fatale battaglia che costò agli sciiti la sconfitta con i sunniti nelle lotte di successione al carisma di Maometto. Un giorno dal forte simbolismo nel quale la sofferenza viene evocata da processioni di flagellanti che si frustano a sangue per ore, in un clima di misticismo ed esaltazione del dolore trasformati in rito espiatorio collettivo.
In un giorno così non è difficile immaginare come possa facilmente deflagrare come una bomba il movimento di protesta connotato da crescenti episodi di violenza, che da mesi si oppone al regime teocratico degli Ayatollah ed al suo uomo politico di fiducia Ahmadinedjad confermato al potere da una “elezione farsa”. Mentre la pressione del mondo intero stava crescendo sul regime iraniano per la vicenda del programma nucleare ecco un episodio favorevole agli USA nella loro politica di lotta agli Stati-canaglia: la rivolta interna cade a fagiolo per dare un’ulteriore patina di negatività al regime formatosi dopo la rivoluzione del 1979 e apre scenari finora preclusi dallo scacco afghano e dalla difficile situazione dell’Iraq. L’Iran era il prossimo Paese della lista stilata da Bush jr. il 16 Settembre 2001 dopo l’attentato alle Twin Towers, ricordate? Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Nord Corea, Sudan…. Ci vorranno 20 anni, disse, e ne sono passati 8. Non è da escludere che gli USA abbiano avuto una parte con la diffusione di idee contrarie al regime, attraverso l’intelligence, ma è anche sicuro che un popolo come quello Persiano ha una storia e una cultura più antica ancora dell’islam e, per quanto la religione lo abbia connotato e trasformato, non può sopportare oltre 30 anni di un regime sempre più retrogrado e repressivo. L’Iran è considerato da tutti gli osservatori internazionali come il Paese potenzialmente più aperto all’Occidente, sia per tradizione che per cultura e storia; anche chi conosce a fondo la teologia islamica sa delle differenze potenziali che la visione escatologica sciita può produrre nella vita sociale e politica rispetto alla visione sunnita dell’islam.
Staremo a vedere, la sola cosa sicura è che nei prossimi giorni scorrerà molto sangue. E non sarà quello delle schiene dei flagellanti nel giorno dell’Ashura.