Berlusconi si chiede: “Ma perché mi odiano così tanto, se io cerco di lavorare per il bene di tutti?”. La domanda offre uno spunto di riflessione più profondo della sua apparente ingenuità.
L’episodio di violenza che ha colpito il Premier è il punto di approdo del conflitto ideologico violentissimo che attraversa la società, italiana in primis e occidentale in generale. Berlusconi, per esempio, è l’incarnazione di un modello ideologico, sembra quasi un personaggio di un cartone animato da quanto corrisponde a tutto ciò che viene odiato e combattuto da chi non sposa la cultura dell’edonismo, della competizione, del darwinismo sociale, dell’utilitarismo, dell’individualismo e del consumismo sfrenato – per parlare degli aspetti negativi della cultura che incarna; ma è odiato altrettanto, e forse ancor di più, per i suoi aspetti positivi, come la cultura del lavoro, la meritocrazia oggettiva, il senso pratico, il rispetto dei valori tradizionali nonostante i limiti personali, l’ottimismo, l’anticonformismo intellettuale, l’avversione all’egalitarismo e al comunismo, la capacità organizzativa, la gioia di vivere.
Poi è molto ricco, e questo per gli invidiosi è un motivo sufficiente per desiderare che muoia. Ma questo è un aspetto patologico che fuoriesce dal nostro discorso. Peggio per loro.
Ma non c’è solo la linea di frattura tra liberali e socialisti, nelle diverse coniugazioni di queste due identità culturali, a far raggiungere livelli parossistici al conflitto sociale. C’è anche quella tra credenti in Dio e non credenti; quella tra progressisti e conservatori, che spesso si innesta e si sovrappone alla precedente; quella tra federalisti e centralisti; quella tra comunitaristi identitari e multiculturalisti. Tutte visioni della vita opposte e contrapposte, da cui scaturiscono modelli di convivenza diversissimi; tutte linee di frattura su principi che, una volta assunti, sono principi non negoziabili.
Per tutte sarebbe richiesto un discorso approfondito che ci porterebbe assai lontano. Per tutte, comunque, sarebbe opportuno fornire alla cittadinanza dei canali di approfondimento seri e obiettivi, plurali senza che siano faziosi, in modo che l’opinione pubblica si formi in maniera corretta e completa e che ogni cittadino sappia “per davvero” cosa vuole dalla vita. Invece l’unico mezzo d’informazione, ammesso che lo sia davvero, è la TV. In TV non ci sono approfondimenti, ma solo schiamazzi o cronaca. La gente quindi sviluppa un animo da ultrà anziché una coscienza solida da cittadino informato.
Tutta colpa della TV, dunque? O dei giornali, diventati ormai organi di partito con giornalisti ridotti al ruolo di pennivendoli nelle mani dei rispettivi editori? No, non è compito dei media formare la coscienza profonda di una nazione. Quel compito spetterebbe alla scuola!
Dunque ecco il vero problema: la riforma della scuola, l’unico luogo dove il Muro non è ancora caduto. Il luogo dove permane il laicismo neomarxista come criterio di selezione e come guida dell’attività. Il principale bastione della rivoluzione gramsciana è oggi l’ultimo baluardo della resistenza comunista, come dimostrano gli attacchi ripetuti alla cultura cristiana, l’opposizione strumentale a ogni tentativo di riforma tentato da qualsiasi Governo e l’acutissima sensibilità dei media di sinistra estrema sui temi riguardanti l’insegnamento.
Finché non verrà riconquistata la scuola la società continuerà a riprodurre cittadini incapaci di visioni aperte, cittadini privi di cultura civica, cittadini tendenzialmente divisi in classi (magari non più economiche, ma ideologiche), cittadini divisi e potenzialmente violenti. Un partito che volesse assumersi il compito, o che avesse l’ideale, di cambiare la società e di riformare lo Stato deve pensare di inserire nella scuola i suoi insegnanti per conquistarla e fare nel XXI° secolo quanto i comunisti, ispirati da Gramsci, fecero nel XX°.
Davide Lovat
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