Caritas: in Italia 8,3 milioni di poveri Allarme giovani: il 20% è under 35

Hanno casa, macchina, lavoro. Eppure non riescono ad arrivare alla fine del mese. Il fenomeno dei nuovi poveri, in Italia, continua ad allargarsi e la conferma arriva dal rapporto Caritas-Fondazione Zancan. In quattro anni (2007-2010) le richieste di aiuto economico rivolte ai Centri di Ascolto delle Caritas Diocesane sono aumentate dell’80,8%. Fra gli italiani, con un +42,5% – afferma il rapporto dall’emblematico titolo ’Poveri di dirittì – si è registrato l’incremento maggiore delle persone che si sono rivolte ai centri mentre fra gli stranieri si è avuto il +13,9%. Al primo posto fra i problemi segnalati c’è la povertà economica, seguono i problemi occupazionali ed abitativi; al quarto posto, i problemi familiari.

Nel complesso, in 4 anni è aumentata dell’83,1% la richiesta di coinvolgimento di soggetti esterni (come gruppi di volontariato, enti pubblici o privati, persone o famiglie, parrocchie). Forte anche l’aumento delle richieste di sussidi economici (+80,8%) e di consulenze professionali (+46,1%). Diminuiscono invece le richieste di sostegno socio-assistenziale (-38,6%) ma anche quelle di lavoro (-8,5%). Rispetto alle risposte fornite dalla Caritas, aumenta il coinvolgimento di soggetti terzi (+90%) come anche l’erogazione di sussidi economici e di beni primari: rispettivamente, +70% e +40,8%.

Dalla fotografia del rapporto cambia il volto della povertà che ora coinvolge «pesantemente l’intero nucleo familiare: tutti si trovano a vivere, in modo diversi, una condizione di stress e di sofferenza, anche se le donne e i giovani pagano il prezzo più alto». Ad esempio, nel 2004 il 75% dei problemi si riferiva ai bisogni di carattere primario (casa, cibo, sanità, ecc.), nel 2010 tale valore ha raggiunto l’81,9% mentre le problematiche post materiali (come disagio psicologico e dipendenze) passano dal 25 al 18,1%. La questione abitativa diventa «un’emergenza» i cui problemi in 4 anni sono aumentati del 23,6%. Altro dato in forte aumento: dal 2005 al 2010, il numero dei giovani che si è rivolto ai centri è aumentato del 59,6%; il 76,1% (era il 70% 5 anni prima) di questi non studia nè lavora.

Particolarmente vulnerabili si confermano gli stranieri che rappresentano il 70% delle persone che si rivolgono ai centri. Secondo un campione degli operatori della Caritas, il disagio maggiore è fra gli immigrati che vivono da soli in Italia, quelli di sesso maschile, con età compresa fra i 25 e 44 anni. In genere hanno problemi di lavoro (66,4%) e situazioni di povertà economica (62,5%).

La Lega non ha strategie (o governi) di ricambio

Gli episodi che fanno emergere le forti tensioni che scuotono il Carroccio si accavallano ormai con un ritmo quasi quotidiano e fanno intendere che la granitica unità del partito “padano” attorno al suo leader e fondatore è ormai uno sbiadito ricordo (e non sorprende certo il fatto che si accompagnino con una certa regolarità con “incidenti di percorso” via via più seri del governo imperniato sull’asse Pdl–Lega).

Umberto Bossi sembra sempre più rinchiuso in una sorta di camarilla politico–familiare, che gli fa da scudo ma anche da intercapedine nei confronti di un movimento che si sente e si mostra disorientato. Naturalmente, al di là delle condizioni personali, conta la situazione politica difficile e le prospettive sempre più incerte. L’inattesa sconfitta elettorale subita anche dalla Lega nelle recenti elezioni amministrative parziali ha fatto cadere l’illusione che sarebbe stato il raggruppamento nordista il beneficiario delle previste defezioni dell’elettorato berlusconiano.

La risposta di Bossi, così come si è espressa nel suo discorso veneziano di poche settimane fa, è stata deludente per i militanti, per l’intreccio tra la conferma dell’alleanza di governo accompagnata dalla riesumazione delle fanfaluche secessioniste. La Lega è un partito fortemente radicato sul territorio e questo fattore, che normalmente rappresenta un elemento di forza, rischia di trasformarsi nel suo contrario quando il gruppo dirigente sembra imballato, incapace di operare scelte convincenti e attraversato da crepe e contrapposizioni che però non assumono una chiara connotazione politica e programmatica.

Di fronte alla crisi economica la Lega ha detto solo dei “no”, più o meno giustificati e più o meno espressivi della sensibilità e degli interessi della sua base elettorale e del suo sistema di riferimento sociale. Nella contesa che si è aperta nella maggioranza sulle scelte difficili da compiere ha esercitato un ruolo marginale e subalterno, talora a difesa del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, talora a sostegno di interessi particolari. Le frasi oracolari di Bossi sulla durata della legislatura, che difficilmente può arrivare al traguardo naturale, prive di una precisazione sulla tattica parlamentare conseguente, non hanno convinto né i partigiani della continuità del governo né quelli che hanno l’opinione opposta.

I militanti naturalmente scalpitano, esprimono proteste e dissensi, ma non hanno a disposizione un terreno di confronto politico praticabile. Probabilmente si tratta dell’effetto di un meccanismo di validazione interna delle scelte basato sulla fedeltà al leader, che funziona finchè si ottengono successi, ma che entra in crisi nel momento in cui è necessario confrontarsi con difficoltà oggettive. Alla Lega, che viene invitata perentoriamente ogni giorno a “staccare la spina” all’esecutivo non solo dalle opposizioni ma da una parte consistente della base, manca oggi una strategia di ricambio, il che la mette in una posizione di attesa paralizzante e irritante.

D’altra parte l’illusione di uscire indenne da un fallimento del centrodestra, magari con una fuga “rivoluzionaria” in senso secessionista, appare un’ipotesi puramente propagandistica e priva di presa reale. Ormai al traino degli avvenimenti, anche la Lega presenta una crisi di leadership, senza gli strumenti per affrontarla in modo ordinato. Anche per questo è difficile capire come reagirà alla situazione che si è creata con la bocciatura della legge di bilancio alla Camera che apre nuovi scenari e rende più stringente la scelta tra una crisi al buio e una conferma della fiducia a un esecutivo in palese difficoltà, scelte ambedue foriere di nuovi elementi di tensione all’interno del raggruppamento nordista.

Sergio Soave (Avvenire)

Non si lapida l’adultera!

L’islam, come è noto, dal punto di vista sociopolitico è un fenomeno a vocazione universale, una prassi politica ammantata e permeata da una religione di conquista che mira alla sottomissione dei non musulmani alla sharìa. Ora questa sharìa, legge civile e morale, è radicalmente opposta alla mentalità europea, precisamente per l’assenza della distinzione tra sfera temporale e sfera spirituale, vale a dire fra politica e religione. Inoltre, lo statuto riservato alla donna dal Corano è incompatibile con la tradizione europea dove le donne sono state in ogni tempo dee, sante, eroine, combattenti e sovrane.

Tutte cose arcinote che tuttavia si fatica a far capire nell’agone del dibattito politico, a causa dell’imperante atteggiamento “islamicamente corretto” imposto soprattutto, ma non solo, dalla cultura di Sinistra.
Per evitare di venire considerati “islamofobi” credo sia necessario concentrare l’attenzione sugli aspetti civili, giuridici e sociali della prassi musulmana, per evitare che un dibattito incentrato su questioni riguardanti la fede venga snobbato per esempio da atei e agnostici, oppure che si sviluppi su un piano non dimostrabile perché riguardante questioni metafisiche. In fin dei conti, se siamo saldi nelle nostre convinzioni interiori non può essere l’aspetto religioso dell’islam che ci preoccupa, ma esclusivamente quello sociopolitico e giuridico.

Credo dunque che sarebbe più efficace se dicessimo che su un piano strettamente religioso noi rispettiamo l’islam come tutte le religioni storiche, ma che sfortunatamente l’islam non è solo una fede e di conseguenza va preso in esame e studiato, per comprenderne la portata, indipendentemente dal fatto religioso in sé. Esso è infatti anche una legge civile votata al proselitismo aggressivo e rivendicativo. Così come è predicato e praticato, l’islam comporta numerosi elementi in contraddizione profonda con la nostra cultura e la nostra tradizione ed è questo il motivo per cui ci opponiamo fermamente alle esigenze di volta in volta più virulente dell’islam sulle terre europee: soppressione del maiale nelle mense scolastiche, moltiplicazione delle moschee-cattedrali, trattamento specifico riservato alle donne negli ambiti pubblici (ospedali, piscine), contestazione dei programmi d’insegnamento, eccetera.

Non è dunque evidentemente l’islam “in quanto tale” che noi combattiamo – è fuori questione dichiarare una guerra al mondo musulmano – ma bensì il suo sviluppo esponenziale sul nostro suolo. Non possiamo infatti permettere che gli adepti della religione di Maometto rifiutino di accettare le leggi vigenti come invece hanno fatto tutte le altre confessioni religiose, che evitino di sottoscrivere protocolli d’intesa con lo Stato come vuole l’art.8 della Costituzione affinché una confessione religiosa venga riconosciuta legittima, e che non riconoscano esplicitamente la validità dei diritti umani proclamati nelle dichiarazioni universali, giacché per loro solo la legge coranica ha valore cogente. I nostri ordinamenti sono fondati sul principio di uguaglianza di fronte alla legge e non è possibile tollerare la presenza di un gruppo sociale “legibus solutus” senza causare di fatto l’abdicazione dello Stato di Diritto.

Per questi motivi ritengo che noi dovremmo combattere civilmente, su un piano strettamente laico, contro quei cittadini che, in nome di una confessione religiosa, pretendono di violare i principi giuridici fondamentali della nostra civiltà, tra i quali preme dare risalto all’uguale dignità e alla speciale tutela che la nostra legge riserva alla donna, della quale vanno preservate l’integrità del corpo e la libertà. La nostra civiltà è fondata, tra altre cose, sul principio evangelico che “non si lapida l’adultera” e tale principio non può venire messo in discussione da spinte maschiliste di qualsiasi matrice, sia essa religiosa, culturale o politica.

La crisi demografica italiana: un lento suicidio

In Italia nascono ogni anno tra 500 e 600 mila bambini (561.944 nel 2010, secondo l’Istat), 150mila in meno di quanto sarebbe necessario “solo per garantire” nel tempo “l’attuale dimensione demografica”, mentre la fecondità” si è attestata attorno alla media di 1,4 figli per donna”. Urge dunque “far entrare nell’intero corpo sociale la consapevolezza della sfida demografica con cui l’Italia deve inevitabilmente misurarsi”. Il cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato Cei per il Progetto Culturale, spiega così l’iniziativa di un “Rapporto-proposta” sul tema del calo delle nascite in Italia, al quale hanno lavorato, afferma il porporato, “alcuni dei maggiori demografi italiani di varie matrici culturali insieme a studiosi di altre discipline”.

“Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia”: questo il titolo del volume edito da Laterza, presentato nel pomeriggio a Roma presso la sede dell’editore (in via di Villa Sacchetti 17) dallo stesso Ruini con il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e suo successore quale presidente della Cei, insieme ai professori Giancarlo Blangiardo, Francesco D’Agostino e Antonio Golini. Il Rapporto Cei si articola in tre parti: la prima è orientata a fornire una oggettiva lettura del cambiamento, attraverso l’analisi della dinamica dei fenomeni demografici e delle trasformazioni strutturali della popolazione e delle famiglie; la seconda si spinge alla riflessione sulle sue cause e sulle relative conseguenze di ordine economico e socio-culturale; la terza apre la via al difficile terreno delle proposte e affronta la questione del governo del cambiamento demografico.

Lo scopo dell’iniziativa è quello di offrire “elementi di consapevolezza e spunti di riflessione per mantenere vivo il dibattito” sulla crisi demografica che sta segnando il nostro Paese, “con l’auspicio” di vedere finalmente tradotte in fatti concreti le “iniziative di contrasto ai risvolti negativi delle tendenze in atto che da tanto, forse troppo, tempo vengono inutilmente richieste”. Il volume presenta dati e analisi delle trasformazioni sociali degli ultimi anni, riflessioni, sfide e proposte; sottolinea il ruolo centrale della famiglia e, soprattutto, la necessità di “una maggiore consapevolezza” del “profondo significato simbolico-culturale collegato alla messa al mondo dei figli. Ogni bambino che nasce – afferma il testo – è infatti un segno di speranza, di fiducia nei riguardi del mondo e della vita”.

BAGNASCO: STIAMO ANDANDO VERSO UN LENTO SUICIDIO DEMOGRAFICO
Il cardinale Angelo Bagnasco è intervenuto questo pomeriggio a Roma alla presentazione del secondo rapporto-proposta sul cambiamento demografico. “Stiamo andando verso un lento suicidio demografico – ha detto Bagnasco – il presente rapporto-proposta, per il quale desidero ringraziare sentitamente il comitato per il progetto culturale della Chiesa italiana e segnatamente il suo instancabile presidente, il cardinale Camillo Ruini, offre molteplici dati che confermano questa ipotesi, tentando una interpretazione non emotiva e tantomeno ideologica, ma aderente alla realtà. Soprattutto aiuta ad andare oltre la semplice analisi dei dati perché disegna una cornice interpretativa del fenomeno del ‘cambiamento demografico’, che chiama in causa la nostra società ed è destinato a segnare profondamente il nostro Paese”.

Scenari possibili dell’imminente “dopo-Berlusconi”

In prossimità del suo 75° compleanno (29 settembre) l’on. Berlusconi ha ricevuto un velato, ma non troppo, discorso di “benservito” anche dalla CEI per bocca del Card. Bagnasco.
Essendo inutile in questa sede discutere sugli effetti positivi o negativi che l’azione del Cavaliere ha lasciato nei 20 anni in cui si è compiuta la sua vicenda politica, vorrei sottoporre ai lettori alcune riflessioni politiche che mi sembrano attuali.
Innanzitutto è impensabile un futuro da Presidente del Consiglio per Berlusconi, se non altro per ragioni anagrafiche, a meno di non voler sottoporre a eutanasia politica l’Italia intera, estenuata da 20 anni di avvitamento del dibattito attorno alla sua persona.
L’ uscita di scena di Berlusconi, ormai auspicabile a prescindere dai sentimenti nutriti, non potrà che mutare in maniera dirompente lo scenario politico cresciuto attorno a lui o contro di lui. Innanzitutto la fine del potere carismatico causerà, come da dottrina weberiana, l’esplosione del PdL in correnti cementate da specifici interessi diversi, finora tenuti insieme solo dal potere. La fine del PdL, o il suo pesante ridimensionamento, causerà l’implosione immediata della Lega Nord: tale partito, nel quale ho militato per molti anni, è diventato un simulacro, una caricatura di se stesso dopo la malattia di Bossi e non ha più una direzione o un programma politico. Esso funge solo da contenitore del dissenso delle regioni ipertassate del Nord Italia ed è legato da un patto d’acciaio (e di denaro) tra Berlusconi e Bossi: il primo garantisce posti, soldi e potere negli enti locali, in cambio della fedeltà assoluta del secondo, che con i suoi voti garantiva finora la maggioranza perpetua in un sistema maggioritario.
Ma senza Berlusconi, che garantisce il potere a un partito territoriale che ha perso completamente la verve riformista delle origini e si è ridotta a declamare slogans ormai superati, la Lega Nord morirà ancor prima della fine di Bossi, tra scissioni e penose baruffe.

Ciò significa che l’elettorato di Centrodestra – che in Italia sarebbe meglio definire “elettorato che non voterà mai per la Sinistra italiana sessantottina, massimalista e più zapaterista di Zapatero” – rimarrà privo di un’offerta politica coordinata. In questo senso credo che vada interpretato l’attivismo della CEI che richiama i cittadini battezzati alla formazione di un nuovo soggetto politico di ispirazione cattolica. Ma anche qui la vedo dura, poiché la galassia dell’associazionismo cattolico è frammentatissima e, spesso, divisa anche ideologicamente, a causa della perdita di contatto con il Magistero, la Dottrina, le Scritture, la Tradizione e soprattutto con la Fede.
Ben diverso infatti mi è parso il richiamo effettuato dal Papa, Benedetto XVI, nella recente visita pastorale nel mio Veneto. Il suo richiamo non invitava tanto a trovare soluzioni tattiche per aggregare una formazione efficace in termini elettorali, quanto a rinnovare e svolgere il proprio impegno di cattolici a servizio della comunità da parte di persone competenti e preparate, che conoscano la Dottrina Sociale della Chiesa per farsene testimoni, che siano coerenti con la fede della Chiesa e che si impegnino solo in formazioni che non contravvengano ai valori non negoziabili del cristianesimo.

In questa situazione dinamica e alla luce di queste considerazioni che non hanno alcuna pretesa di esaustività, mi chiedo se non sia opportuno prendere coscienza del vuoto imminente che si prospetterà alla maggioranza dell’elettorato italiano e ritengo opportuno tenere in considerazione, come eredità da cogliere, quanto di buono proposto e mai ottenuto dai partiti morenti, per farlo proprio: l’alleggerimento dello Stato e della spesa pubblica, la devoluzione massiccia di competenze dallo Stato alle Regioni, il compimento dell’art.5 della Costituzione, la liberalizzazione delle professioni, la riforma pensionistica, il sostegno alle famiglie.
Questo nella speranza di contribuire a formare un movimento, o una federazione di movimenti, di chiara ispirazione cristiana, federalista in senso classico, all’altezza delle responsabilità che il nostro popolo ha il dovere ed il diritto di assumere a pieno titolo nel contesto Europeo e mondiale.
Cosa che sarebbe assai più difficile dopo un eventuale governo “zapaterista all’amatriciana” ispirato dal trio Vendola-Bersani-Di Pietro. “A peste, fame et bello, libera nos Domine…..” L’ordine dei tre cognomi non è casuale, rispetto alla secolare invocazione della Chiesa orante.

Intervista a Kreeft: Occidente, il vuoto dentro

Peter Kreeft, con una quarantina di libri alle spalle e un’inesausta attività di conferenziere, è uno degli apologeti del cattolicesimo più noti negli Stati Uniti. Nato nel 1937, convertitosi dal calvinismo durante gli studi a Yale, oggi insegna filosofia al Boston College e al King’s College di New York. Dopo il crollo delle Torri gemelle, si è fatto notare per una serie di interventi fuori dal coro sul tema dell’islam, culminati con il libro Tra Allah e Gesù pubblicato di recente dall’americana Ivp Books.

Professor Kreeft, l’11 settembre 2001 ha acceso anche le polveri del dibattito sull’islam come minaccia all’identità o alle radici cristiane dell’Occidente. Lei ha sempre scosso la testa, perché?
«L’11 settembre è per l’islam quello che l’inquisizione spagnola è stata per il cattolicesimo: una fonte di disagio, che ha origine in una perversione della fede. L’islam non è un pericolo per l’identità cristiana più di quanto gli uomini siano una minaccia per l’identità delle donne e i cani per l’identità dei gatti. L’islam sembra effettivamente destinato a superare il cristianesimo in Europa, ma se lo merita, dal momento che i cristiani tradiscono la propria identità con la debolezza, la secolarizzazione e l’indifferenza. Quasi ovunque in Europa i musulmani credono più fortemente nell’islam di quanto i cristiani credano nel cristianesimo. Praticano molte delle virtù cristiane meglio dei cristiani, in particolare l’amore per le famiglie numerose. Hanno cercato di conquistare la cristianità con le armi per mille anni e hanno fallito, ora hanno un’arma più potente ed efficace: madri e bambini. I musulmani hanno più te, quella parola cinese intraducibile che significa forza spirituale, robustezza, volontà di combattere soffrire e sperare. Noi siamo sicuramente migliori di quanto non lo fossero i nostri avi in quelle virtù soft come la compassione, la gentilezza e la comprensione, e siamo peggiori per quanto riguarda virtù hard come il coraggio, la castità e l’onestà con noi stessi. I musulmani sono l’opposto. Sono come gli ebrei dell’Antico Testamento. Guardiamo i Salmi, come parlano in continuazione di combattimenti. Suonano più islamici che cristiano-moderni. Noi, non i musulmani, siamo i nostri peggiori nemici. Siamo noi che siamo finiti in un vuoto spirituale. E la natura aborre il vuoto, sia spiritualmente che fisicamente. In altre parole, i cristiani non sono mai stati veramente minacciati nella loro identità – benché certo lo siano stati nelle loro vite e nei loro corpi – da religioni anti-cristiane o da persecuzioni come quelle che avvengono anche in molti Paesi islamici. “Il sangue dei martiri è seme di futuri cristiani”».

Lei punta piuttosto il dito contro un paganesimo di ritorno. In che senso lo intende?
«Il cristianesimo è in decadenza e sta morendo in Europa non per cause esterne, come l’insalata, ma dal suo interno, come una patata. Un edonismo mondano e socialmente rispettabile è la religione che lo sta rimpiazzando. Questo è ciò che intendo con “paganesimo”, non l’antico e pio culto politeistico. Se stessimo tornando a quel tipo di paganesimo sarebbe un motivo di speranza, perché i pagani si convertono naturalmente al cristianesimo. Tommaso d’Aquino ha scritto che l’uomo non può vivere senza gioia – e perciò non può vivere senza passione, perché la gioia a differenza della tristezza è appassionata. Una persona privata delle sue vere gioie spirituali necessariamente si abbandona ai piaceri carnali. Il continente che una volta era cristiano ha perso la sua passione. La sua unica passione è ora sessuale, non religiosa. Questo è il motivo per cui sta perdendo nei confronti dell’islam. La passione più forte vince sempre».

In Europa si è fatta strada un’alleanza tra laici e cristiani conservatori contro il relativismo. Pensa ne sia possibile una allo stesso scopo anche tra cristiani e musulmani?
«L’alleanza tra conservatori sia religiosi che atei contro il relativismo morale e la debolezza della cultura liberal, e quella tra cristiani e musulmani contro la secolarizzazione della cultura, sono virtualmente la stessa alleanza. I musulmani sono il popolo più “conservatore” del mondo. Abbiamo bisogno di lasciarci guidare maggiormente in quella direzione, mentre loro hanno bisogno di lasciarsi guidare nella direzione delle virtù soft. Dovremmo scambiare diecimila psicologi e piscoterapeuti tra quelli di moda con diecimila mullah. Noi siamo progettati per esperienze di donazione estatiche, in cui ci proiettiamo al di fuori di noi dimenticandoci del nostro Io. Se ci viene a mancare questo tipo di estasi in senso verticale, verso Dio, finiamo per ricercare – e esserne dipendenti – estasi orizzontali, che sono un’immagine delle prime. La cultura islamica è deficitario nel suo sguardo sulle donne, ma è forte nel suo slancio verticale, nell’abbandono a Dio».

Quale dovrebbe essere la risposta della Chiesa?
«La Chiesa fornisce sempre degli antidoti contro le eresie, sia morali che teologiche, e la teologia del corpo di Giovanni Paolo II è la grande arma che oggi la Chiesa ha a disposizione contro la rivoluzione sessuale».

Andrea Galli (Avvenire)

L’UE deve pretendere il ritiro della Turchia da Cipro

La Turchia minaccia di sospendere le relazioni con la UE se nel prossimo Giugno 2012, seguendo la prassi da sempre in vigore della rotazione semestrale, la presidenza verrà affidata al membro di turno, cioè Cipro.

Anzi, “Cipro Sud” dicono i turchi, che dal 1974 occupano indebitamente un quarto dell’isola nella zona settentrionale ed hanno eretto una barriera per difendere il territorio invaso.

Bisognerebbe rispondere con una pernacchia già così, se non fosse che il ministro degli Esteri italiano Frattini – grande sponsor dell’ingresso della Turchia in Europa – subito si è affrettato a dichiarare che “non possiamo permetterci di perdere la Turchia”. E allora bisogna proprio mettere i puntini sulle “i”, perché non si può dimenticare da dove arriva la questione di Cipro e, dopo averlo ricordato, non si può provare che un sentimento di disprezzo per le parole del Ministro Frattini.

Correva l’anno 1571 e la Turchia musulmana assediò l’isola di Cipro, territorio della Repubblica Serenissima di Venezia. Dopo una strenua difesa, terminata nella città di Famagosta, il rappresentante del Doge e di Venezia comandante Marcantonio Bragadin trattò una resa onorevole con promessa di salvacondotto per uomini e donne, sennonché i musulmani decisero di non rispettare gli accordi, uccisero a tradimento tutti gli ambasciatori veneziani presenti nel luogo della trattativa e catturarono il Bragadin.

L’uomo politico veneziano fu sottoposto a 11 giorni di supplizio tra orrende torture e umiliazioni, culminati nello scempio finale: Bragadin fu scuoiato vivo e morì sulla piazza di Famagosta il 13 Agosto 1571 durante l’ultima, orrenda violenza che gli veniva inflitta. La sua pelle riempita di paglia e rivestita dei suoi abiti fu mandata in giro per la città perché fosse vista dai veneziani prigionieri.

La notizia di tale barbarie naturalmente fece il giro d’Europa e fu l’occasione per saldare, per la prima e ultima volta nella storia, un’alleanza di tutti i Paesi Europei, finalizzata a fermare l’avanzata degli invasori musulmani che miravano a espandersi dalla Turchia a tutto il continente cristiano. Fu così che fu armata una flotta che affrontò a Lepanto, il 7 Ottobre 1571, le forze marittime musulmane e le sbaragliò, infliggendo alla Turchia una sconfitta pesante, tale da fermare per quasi un secolo la sua avanzata verso Occidente.

Tuttavia Cipro rimase ancora a lungo sotto l’influenza turca e, quando finalmente si rese indipendente, mai si vide riconosciuta la libertà dallo stato musulmano, tanto che alla prima occasione propizia i turchi tornarono a sbarcare sull’isola e occuparono la parte Nord, proprio fino a Famagosta, la città dello scempio patito dal martire Marcantonio Bragadin.

Ebbene, nonostante la questione cipriota sia da sempre il principale ostacolo all’ingresso della Turchia nella UE, ancora oggi i Turchi, con il beneplacito di tanti politici come il ministro Frattini, spera di risolvere la questione ottenendo il riconoscimento dello “status quo” attuale, anziché il ritorno allo “status quo ante” che dovrebbe ristabilire l’integrità dell’isola e la sovranità cipriota su tutto il territorio.

Noi siamo contrari a ogni soluzione diversa dall’evacuazione di Cipro da parte dei turchi, dalla piena indipendenza di tutto il territorio dell’isola, e da ogni compromesso favorevole a legittimare una tragica prepotenza da sempre passata sotto silenzio dai media occidentali. Per questo chiediamo che l’Europa risponda con vigorosa fermezza alla Turchia: “come non fu accettabile lasciare Danzica a Hitler, non è possibile lasciare parte di Cipro alla Turchia”. C’è in tutte le cose un limite che non si può varcare, questo è un caso esemplare.

Dal cinema ai salotti Così l’Italia snobba la crisi e pensa agli immigrati

Il Giornale ha scritto e riscritto che l’arte di Stato (cioè finanziata dallo Stato) può avere un solo esito: il conformismo. Serviva una prova in più? Eccola. Alla Mostra di Venezia si è presentato un plotone di registi italiani con una sola idea in testa: l’immigrazione. Ciascuno ha trattato il tema secondo la sua capacità e sensibilità. E non tutte le opere, forse, sono allineate all’ideologia del politicamente corretto. Naturalmente ci sono anche film italiani, nelle varie sezioni, che affrontano altre questioni o puntano sul disimpegno ma non hanno avuto fino a qui la stessa risonanza dei film di Olmi, Crialese, Patierno e Gipi (solo per limitarsi ai nomi più noti; e si noti che a parte Gipi, che si è accontentato di 140mila euro, tutti gli altri vantano un contributo pubblico pari o superiore al milione di euro).

Se un marziano sbarcasse al Lido, si convincerebbe di vivere in un Paese in cui l’immigrazione e il trattamento «razzista» che riserviamo agli stranieri, specie al Nord, siano il problema dei problemi. Invece siamo qui ad affrontare una crisi globale, preoccupati per la tenuta economica del Paese. Noi, insieme con gli immigrati che rappresentano una parte importante della forza lavoro e della società. In quanto al razzismo del Nord, l’accusa è risibile, come dimostrano i dati Caritas. Semmai, a mostrare la corda è una certa cultura del piagnisteo, fondata sui nostri irrazionali sensi di colpa, che sottolinea le differenze, finendo con l’alimentare pretese assurde e relativi rancori.

Capita così che le sentenze della magistratura interpretino il codice, attenuandone certe misure, per tutelare il clandestino. Capita anche che, secondo l’opposizione e certi opinionisti, dalla lotta all’evasione fiscale debbano essere esclusi gli extracomunitari irregolari che trasferiscono somme di denaro all’estero. Perché le corsie preferenziali?

Questo approccio, intrecciato a una visione statalistica della società, potrebbe essere un ostacolo all’integrazione ma alcuni nostri registi non sembrano essere sfiorati dai dubbi. Immigrato buono, italiano cattivo. Ciak, si gira.

Ma noi non siamo pinguini, caro Pisapia….

Due grossi pinguini maschi in frac e bombetta giocano a palla con due baby pinguini. «Pure voi siete una famiglia?» chiede Piccolo Uovo, il protagonista della favola politically correct disegnata da Al­tan, e presentata ieri alla festa milanese del Pd come lettura per i bimbi dell’asilo. «Sì! – risposero i due papà insieme ai loro piccoli». È una delle avventure tra le cop­pie gay di Piccolo Uovo, il fumetto che vuo­le «raccontare tutte le tipologie di fami­glie, non solo quelle etero».

L’idea proposta durante lafesta del Pd è di adottare la favoletta come libro di lettu­ra negli asili milanesi. Sul palco Rosaria Iardino, membro del coordinamento na­zionale per le donne del Pd, la consigliera regionale lombarda del Pd Sara Valmaggi e Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano. Lui spiega: «Gli asili non sono mia compe­tenza. Ma ho letto il libro a mio figlio e da padre lo consiglio agli altri padri. Mi piace­rebbe anche che i bambini potessero di­scuterne tra di loro». Majorino è l’assessore che ha voluto la delega alle Famiglie, al plurale per dire che non c’è solo un tipo di famiglia, come recita la Costituzione, quello formato da marito moglie e figli, ma «molti tipi di fami­glia ». E Piccolo Uovo racconta il viaggio di un uovo che prima di nascere «vuole cono­scere le diverse tipologie di famiglie: con genitori etero e omosessuali».

Nei giorni scorsi è stato il sindaco di Mi­lano, Giuliano Pisapia, parlando dalla fe­sta del Pd, a sostenere di aver «rispetto» per le posizioni della Chiesa e per la fami­glia, così come indicata dalla Costituzione italiana, ma che lui è di tutt’altro avviso: «La Costituzione afferma che la famiglia è fondata sul matrimonio. Io la penso diver­samente ». Pisapia ha poi aggiunto di voler spiegare questi concetti a Benedetto XVI. L’obiettivo di oggi è ancora più ambizio­so: trasmettere tali idee sulla famiglia ai bambini dell’asilo, così da «far percepire loro come naturali i cambiamenti che stan­no trasformando la nostra società». Spie­ga la pd Rosaria Iardino: «Abbiamo chie­sto all’assessore Majorino di favorire l’in­serimento questo libro nelle scuole mater­ne, tra i volumi che vengono adottati dagli asili gestiti dal Comune. In realtà testi del genere circolano già in inglese. Il nostro obiettivo è di fornire gli asili di libri come questo in lingua italiana». Una sponsoriz­zazione delle adozioni gay? La Iardino non lo dice: «Per i maschi omosessuali è già possibile avere figli con una madre sur­­rogata, per le donne omosessuali c’è la pro­creazione medicalmente assistita».

Piccolo Uovo, il protagonista del fumet­to di Altan, è un gamete femminile. Come ognun sa, deve congiungersi con il gamete maschile, più comunemente detto sper­matozoo, perché nasca un bimbo o una bimba. Ma il naturale concetto di maschi­le e femminile sembra ignoto al racconto per gli asili. Ecco due micie infiocchettate. «Ehi voi, siete una famiglia?» domanda Piccolo Uovo. «Sì, dissero le due mamme insieme al loro gattino».

Accanto alle famiglie gay, ci sono anche le monogenitoriali (ippopotamo single con figlio) e le coppie miste formate da un cane nero e una cagnolina bianca. Ma alla fine la più strana è la famiglia di conigli ete­ro, banali maschio e femmina, con tre figli coniglietti. La mamma ha un fiore tra i ca­pelli, il papà uno sgargiante panciotto. Da­vanti a tanta semplicità, forse Piccolo Uo­vo sarà rimasto confuso.

Violenza e terrorismo nascono nelle moschee

Appello fraterno da italiano che ama l’Italia ai connazionali succubi del­l’id­eologia del multi­culturalismo e folgo­rati dalla moschea­mania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agen­zia nazionale d’informazione, inse­rendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l’annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.

Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l’imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all’interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l’imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.

Il 30 agosto a Copenaghen, all’uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell’Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall’imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.

Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all’interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l’artiglieria dell’esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto. Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell’ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese.

Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all’interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.

La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all’ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.

Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio.