IL PERSONAGGIO. Francesco Jori ha scritto la storia del movimento “popolano e fortunato” e ha rilasciato un intervista pubblicata dal Giornale di Vicenza dove descrive il suo punto di vista e il risultato dei suoi studi effettuati come docente universitario.
Lo definisce «un movimento popolano e fortunato». Ne sottolinea il forte radicamento nel territorio: prova ne siano i 113 sindaci eletti dalla Lega nel Veneto sui 300 e passa che ha in Italia.
Predice che il liòn ruggirà ancora più forte nel Veneto, se «prevarranno ancora questi due poli di plastica». Ricorda i tempi in cui Berlusconi era Berluskaiser per Bossi, ma spiega anche che oggi Pdl e Lega hanno mutua necessità di sostenersi.
Francesco Jori, 62 anni, giornalista (prima al Gazzettino e ora nei quotidiani Finegil), saggista, docente universitario ha pubblicato “Dalla Liga alla Lega”, la prima storia della Lega vista da Nordest. Ilvo Diamanti, che ne ha scritto la prefazione, consiglia di leggere il libro per capire finalmente che cos’è la Lega «e non meravigliarsi ogni volta che vince le elezioni».
Perché la Lega è popolana?
«Perché sa intepretare a pelle tutto, a partire dai bassi istinti. Capisce i problemi ma anche le percezioni del popolo. Prenda la questione sicurezza, che è una sua bandiera: nell’Alta Padovana i rumeni sono triplicati e i reati calati. Ma i cittadini non vivono così il fenomeno. E la Lega lo capisce».
D’Alema una volta sostenne che la Lega ha una radice di sinistra. È vero?
«Solo nel senso che sa interpretare il sentire comune, come un tempo era prerogativa della sinistra. La verità è che il suo successo è dovuto alla clamorosa incomprensione da parte dei partiti storici. In questo è stata fortunata, perché quasi tutti l’hanno sbeffeggiata e usata strumentalmente. Elogiata o castigata a seconda della convenienza: basta pensare alla sinistra nel 1994. Ma non l’hanno mai presa sul serio. È come se l’allenatore di calcio mandasse in campo una squadra di riserve perché non stima pericolosi gli avversari. E questi invece lo travolgono di gol».
La sua analisi parte del 1983, dalla Liga di Tramarin, Beggiato e Rocchetta. Neanche allora fu compreso questo nuovo partito?
«Tutt’altro. Ricordo un’analisi lucida di Buffarini nel Pci e altre della Dc, azzeccate allora e attualissime anche adesso. La Lega – si sosteneva – nasce da spinte giuste e capisce i problemi. Esistevano anche ricette. Bisaglia stesso propose di fondare la Dc veneta bavarese, idea rilanciata poi da Corazzin. Ma tutto rimase fermo».
E la Lega vinceva le elezioni…
«Mica sempre. L’andamento della Lega è altalenante: picchi clamorosi e cadute rovinose. Nel 2001 non riesce neanche a superare lo sbarramento del 4% per entrare alla Camera. Nel 2008 ottiene gli stessi voti che ebbe nel 1992: già allora andò a sud del Po. Oggi ha anche il sindaco di Prato, dopo 62 anni di sindaci di sinistra».
Qual è il motivo di questo su e giù elettorale?
«La Lega è come un autobus: c’è chi sale per arrivare al capolinea, chi scende alla fermata dopo. Ha una fascia ampia di elettorato mobile: chi vota per protesta, chi lo fa per una battaglia… Quando fa il pieno di malumori e indecisi arriva al massimo. Raccoglie i frutti di un lavoro capillare sul territorio».
Il suo rapporto con la realtà veneta è assai stretto: perché?
«Ricordo che nel ’96, quando Bossi da solo ottenne un inutile 30%, quando a Rocca Pietore votò Lega il 75% e a Foza il 72%, cercai di indagare. Il parroco di Croce d’Aune mi spiegò che lui aveva invitato a votare Lega perché i leghisti erano gli unici a farsi vedere ed erano persone che mantenevano quello che promettevano».
Insomma, i comportamenti opposti rispetto ai politici vecchia maniera.
«Alle feste popolari ci sono sempre tutti, dal ministro in giù. I dirigenti della Lega hanno l’auto che segna almeno centomila chilometri. Manzato ha fondato una scuola quadri con 200 iscritti. Hanno un vero cursus honorum».
Questo fa sì che la Lega abbia già una seconda generazione di amministratori, i quarantenni.
«Certo, come Manzato e Zaia. Ma molti dimenticano che la vera forza della Lega sono gli oltre 300 sindaci, dei quali più di cento nel Veneto. La Lega ha materiale umano, ma pure l’idea del limite. Bepi Covre, dopo aver fatto il sindaco e due mandati da deputato ha lasciato tutto».
Quale sarà il futuro?
«Se resteranno questi due poli di plastica, la Lega nel breve e medio periodo si rafforzerà. Quando tutto sarà rimescolato, quando per ragioni anagrafiche non ci saranno più questi leader, allora sorgeranno i problemi, perché l’elettorato di Lega e Pdl è confinante. Per il momento i due partiti hanno necessità di sostenersi l’un l’altro».
C’è chi ritiene che la candidatura leghista in Regione darà la stura a liti interne. È d’accordo?
«Se Galan non sarà confermato governatore, liti interne ne avrà di più il Pdl, creda a me. Perché il Pdl non c’è nel Veneto come partito radicato nel territorio: non a caso ha meno dei voti dei due partiti da cui è nato».