Il disastro di Haiti riporta in mente le riflessioni, già fatte su questo giornale mesi fa, sul perché Dio “permette” i disastri nel mondo. Per stavolta rimandiamo i lettori a quegli articoli e ci soffermiamo invece su quello che la TV ci sta portando in casa.
Haiti è uno dei Paesi più derelitti del mondo, fin dalla sua nascita. Fu una colonia contesa dalle potenze europee e proprio ad Haiti si verificò il primo grande esempio di ribellione di un ex-schiavo, l’emblema della lotta per i diritti umani dei deportati Sig. Toussaint L’Ouverture che nel 1804 diede la vita per permettere la creazione del primo stato caraibico indipendente, Haiti appunto, a danno dei napoleonici che ne causarono la morte. Tuttavia questo Stato, che è situato nella parte Ovest dell’isola di Hispaniola (la parte est è quella di Santo Domingo e della Repubblica Dominicana) è sempre stato obbligato a una sorta di isolamento internazionale e progressivamente è piombato nella miseria e nell’anarchia alla quale, come da manuale di scienza politica, è seguita una sequenza di colpi di Stato e di “pronunciamenti” militari (così si chiamano i golpe in America Latina).
Fino a pochi anni fa il potere era detenuto da una famiglia di feroci dittatori, i Duvalier, che incarnano tutti gli stereotipi del dittatore militare latinoamericano: lusso personale, ferocia, sfruttamento privato delle risorse pubbliche, chiusura diplomatica, assenza di riforme sociali e di libertà individuali, prepotenza diffusa per mantenere un clima di impunità nel quale chi dispone delle armi e del denaro può mantenere in soggezione tutto il popolo. Oggi al potere c’è l’anonimo sig. Préval, ma tutto si può dire tranne che Haiti sia una democrazia.
Il terremoto terribile che ha devastato Haiti, particolarmente la capitale Port-au-Prince, è un disastro per la povera popolazione derelitta a cui non resta altro che la speranza in un aiuto. Ragionare sull’opportunità di intervenire in certi scenari politico-strategici, mentre si lascia carta bianca alla creazione di vere e proprie satrapìe in pieno Occidente, sarebbe interessante e lungo; ma adesso è del tutto secondario. Il dramma di tanta povera gente che ha perso tutto quando già non aveva quasi niente deve sollecitare gli spiriti alla solidarietà.
Siamo i primi ad essere diffidenti verso le organizzazioni umanitarie, troppo piene di stipendiati per poterle definire “caritatevoli”, ma invitiamo comunque tutti coloro che se la sentono a mandare un contributo anche minimo alla Croce Rossa Internazionale o, tramite la Diocesi di appartenenza di ciascuno, alla Chiesa di Haiti che ha perso nel terremoto anche il suo Arcivescovo . Se vi fidate, ci sono anche la Caritas e l’Unicef e lo diciamo per completezza, pur storcendo il naso. Difficilmente ci esponiamo per appelli di questo tipo, giacché siamo grandi critici verso ” l’industria della carità professionale” e siamo stufi di vedere che non cambia mai niente; ma Haiti è davvero un posto reso misero solo dalla cattiveria umana, capace di affamare la gente anche su una terra ubertosa e fertile. Forse un piccolo gesto di altruismo può dare un boccone di pane a un bambino rimasto solo, o fornire una medicina a una puerpera abbandonata.