La Riforma Gelmini cambierebbe l’università: “ora granda”

Il mondo dell’Università ha rappresentato, per come era stato organizzato sino ad ora, il brodo di cultura del consociativismo, di una politica che si autoalimentava attraverso la concessione di privilegi e incarichi non giustificati da meccanismi di selezione fondati sul criterio del merito. Ora questo sistema perverso, per il bene della competitività dell’Italia e del futuro dei nostri giovani, è giunto al capolinea. Giovedì il Consiglio dei ministri ha approvato la proposta di legge del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Gelmini: un progetto, quello presentato dal ministro, volto a dare il via, finalmente, ad un cambiamento di rotta che consenta di rompere con uno status quo che, nel mondo della formazione, ha annichilito la forza propulsiva del nostro Sistema Paese, il capitale umano.

In un contesto in cui le proiezioni relative al 2020 vedono il nostro Paese in difficoltà, gravato da una «forte carenza di competenze elevate e intermedie legate ai nuovi lavori e un disallineamento complessivo dell’offerta formativa rispetto alle richieste del mercato», la politica, per la prima volta, si assume la responsabilità di avviare una riforma vera in un settore, quello della formazione universitaria, che si era trasformato in una sorte di diplomificio, incapace di offrire una preparazione di alto livello che fosse coerente con i bisogni non solo della persona, ma anche dell’economia e della società.

Investire sul capitale umano, oggi, significa credere nello sviluppo della conoscenza come fonte di ricchezza materiale e immateriale, e su questo terreno l’Università può ricoprire, senza dubbio, un ruolo strategico. Quella di colmare il nostro gap formativo è una sfida non solo politica, ma anche culturale ed economica, perché è un’operazione che consentirebbe, in ultima istanza, di affrontare con più sicurezza le sfide della mondializzazione, della modernizzazione e della crescita economica.

La riforma presentata dalla Gelmini, volta a ridare autorevolezza ad un’istituto chiave come quello universitario, si pone dunque all’interno di un progetto più ampio e di sistema per il rilancio del Paese. La legge proposta dal ministro si propone di porre fine alla pratica dei finanziamenti a pioggia; essa infatti prevede che al principio dell’autonomia dell’Università faccia da contrappeso quello della responsabilità: gli Atenei, in sostanza, saranno chiamati a rispondere delle loro azioni, nel senso che, se dimostreranno di gestire male il denaro e dunque i servizi da essi forniti, riceveranno meno finanziamenti. La nuova legge impone l’introduzione di una contabilità economico-patrimoniale uniforme, basata su criteri nazionali fissati dai ministeri dell’Istruzione e del Tesoro: in questo modo i bilanci degli Atenei saranno più trasparenti (debiti e crediti saranno più sotto controllo). Gli Atenei in dissesto finanziario verranno commissariati.

Una novità non da poco, soprattutto alla luce delle logiche di casta che si sono infiltrate in alcuni Istituti universitari, è l’introduzione di un codice etico tra i docenti per evitare conflitti di interessi legati a parentele ed eventuali incompatibilità. Ponendo fine alla discrezionalità dei singoli Atenei sulla durata degli incarichi dei Rettori, si prevede, inoltre, che essi non possano rimanere in carica per più di otto anni (la valenza della misura è retroattiva).

Un altro punto chiave della riforma è quello che dà la possibilità agli studenti di avere un ruolo più attivo: ad essi dovrebbe essere accordata la facoltà di valutare l’operato dei propri professori e il loro giudizio avrà un peso non indifferente sull’attribuzione dei fondi alle Università da parte del Ministero di competenza. Non solo, i professori saranno chiamati a certificare la loro presenza a lezione e dovranno rispettare un tetto massimo di impiego, per il tempo pieno, che non superi le 1.500 ore, di cui almeno 350 dovranno essere impiegate in attività di docenza e di servizio agli studenti. La riforma dà inoltre ampio spazio al principio meritocratico: come ha sottolineato la Gelmini gli scatti di stipendio andranno solo ai professori migliori. Nel caso vi sia una valutazione negativa «si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi». In base al ddl ai docenti sarà poi consentito, nel caso intendano andare a lavorare nel settore privato, di ottenere 5 anni di aspettativa senza perdere il posto di lavoro.

Nell’ambito di un processo di razionalizzazione delle spese che consenta una migliore e più efficiente allocazione delle risorse la Gelmini ha previsto la possibilità di unire o federare Atenei vicini per contenere i costi superflui e, al contempo, accrescere la qualità dell’insegnamento e della ricerca. A questo fine si prevede di ridurre della metà i settori scientifico-disciplinari (dagli attuali 370) . Ogni Ateneo potrà essere composto al massimo da dodici Facoltà. L’obiettivo è quello di evitare la moltiplicazione di Facoltà inutili e comunque non rispondenti alle esigenze del mondo del lavoro.

Un altro punto centrale del ddl Gelmini è quello che introduce l’abilitazione nazionale come condizione per l’accesso all’associazione e all’ordinariato: l’abilitazione, che sarà a numero aperto e avrà una cadenza annuale, è attribuita da una commissione nazionale, composta anche da membri esterni, che esprimerà il suo giudizio servendosi di parametri di qualità già prestabiliti con decreto ministeriale; i posti saranno poi assegnati a chi si distinguerà in occasione delle procedure pubbliche di selezione bandite dai singoli Atenei, alle quali potranno accedere solo gli abilitati.

Un’altra novità riguarda anche l’organizzazione della governance interna alle Università: se da una parte sarà il Senato accademico a poter presentare proposte di carattere scientifico, dall’altra sarà il Consiglio di amministrazione che dovrà rispondere in merito alle assunzioni e alle spese (lo stesso discorso vale anche per le sedi distaccate). Il Cda, che avrà il 40% di membri esterni (tra questi vi potrà essere anche il presidente), non sarà elettivo. Potranno inoltre far parte degli organi di governo anche gli studenti. Nasce poi, in sostituzione dell’attuale direttore amministrativo, la figura del direttore generale, una sorta di manager di Ateneo.

Per quanto riguarda i giovani ricercatori il ddl approvato mercoledì dal Cdm si propone di ovviare ad un problema che, nell’Università, si trascina ormai da parecchio tempo: in Italia si diventa ricercatori all’età media di 37 anni, e ciò avviene dopo anni di precariato. Come ha sottolineato il ministro Gelmini, «non ha senso essere ricercatori a 50 o 60 anni», anche perché così si frustra la carriera di chi si deve ancora costruire un futuro. Contro questo trend negativo la riforma introduce una svolta importante: la possibilità di diventare ricercatori a 30 anni, con uno stipendio medio che aumenterà e si aggirerà intorno ad una media di 1800 euro mensili, e con contratti a tempo determinato della durata di tre anni ciascuno (prorogabili per altri 3). Se al termine del suo percorso il ricercatore sarà ritenuto una risorsa per l’Ateneo dovrà essere confermato con un contratto a tempo indeterminato in qualità di associato (stop, dunque, alle borse di studio post dottorali). Con questa misura si vuole porre un freno allo sfruttamento e alle penalizzazioni economiche a cui sono stati soggetti sino ad ora i giovani ricercatori, incentivando invece il principio del merito.

Infine, last but non the least, verrà avviata una politica volta a valorizzare il diritto allo studio attraverso l’istituzione di un fondo nazionale per premiare gli studenti più meritevoli: grazie alla riduzione delle spese superflue della burocrazia verranno reperite risorse da destinare al finananziamento di borse di studio e alla promozione di prestiti d’onore con tassi bassissimi.

Insomma: un ministro finalmente sta provando a riformare l’istruzione di questo sciagurato Belpaese…. Aiutiamola!Universita': dl, mercoledi' fiducia alla Camera

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