Tre documenti diffusi il 5 ottobre richiamano l’attenzione sull’Africa, un continente in cui ogni giorno, per cause ordinarie, per niente eccezionali, muoiono o perdono le loro proprietà e i mezzi di sussistenza più persone di quelle altrove colpite da catastrofi straordinarie come i terremoti e gli tsunami.
L’ultimo rapporto dell’ONG internazionale «Save the Children» conferma, come negli anni scorsi, che l’Africa, insieme all’Asia, offre all’infanzia le peggiori condizioni di vita. Sono africani e asiatici quasi tutti i nove milioni di bambini, uno ogni tre secondi, che ogni anno muoiono prima di compiere cinque anni: il 97% per cause facilmente prevenibili. Tra i fattori di morte figurano infatti la polmonite (19% dei decessi), la malaria (8%) e il morbillo (4%). Ben il 37% è vittima di complicazioni neonatali in gran parte dovute a mancata o inadeguata assistenza medica. Le percentuali crescono se si considerano i 13 milioni di bambini all’anno, quasi un neonato su 10, che in Africa e Asia nascono prematuri. Circa un milione di essi non sopravvive, colpito da malattie e affezioni la maggior parte delle quali si potrebbero evitare con semplici accorgimenti: ad esempio, portare i neonati non sul dorso, come vuole la tradizione, ma appoggiati al petto, in modo che la loro temperatura resti costante grazie al contatto con il corpo materno. Molti dei sopravvissuti sono inoltre affetti da patologie permanenti, dalla cecità alla paralisi cerebrale, che ne segnano il destino, condannandoli a diventare degli adulti dipendenti dai familiari e dall’assistenza pubblica.
Così stando le cose, in Africa non sarà possibile ridurre di due terzi la mortalità infantile entro il 2015, uno degli «Obiettivi del Millennio» per sconfiggere la povertà nel mondo, il programma varato dalle Nazioni Unite all’inizio del secolo: il traguardo, all’andamento attuale, non sarà raggiunto prima del 2045. Basterebbero da 36 a 45 miliardi di dollari all’anno per salvare almeno metà dei nove milioni di piccoli condannati a morte – sostengono i responsabili di «Save the Children» – meno della metà del denaro speso nei paesi ricchi per l’acquisto di acqua imbottigliata. Ma in realtà la soluzione non è così a portata di mano perché, almeno per quel che riguarda l’Africa, non è tanto la carità internazionale a fare difetto, quanto piuttosto la disponibilità, da parte dei governi, a fare buon uso delle risorse nazionali, quasi sempre considerevoli e più che adeguate allo sviluppo di paesi tutt’altro che sovrappopolati e con percentuali elevate di abitanti in età lavorativa.
È quanto emerge, e certo non costituisce motivo di sorpresa, da un memorandum firmato dai vescovi di Doba e Sarh, due città del Ciad, e presentato al Sinodo dei vescovi sull’Africa inaugurato il 4 ottobre a Roma da Papa Benedetto XVI. In esso monsignor Russo e monsignor Djitangar denunciano il paradosso dei paesi africani in cui le condizioni di vita sono deplorevoli a causa del saccheggio «delle immense ricchezze del sottosuolo, delle foreste, del bestiame e dell’agricoltura». In Ciad dal 2003 quando, con l’aiuto della Banca Mondiale, è iniziato lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio, nessuno – spiegano i sacerdoti cattolici – «né governo centrale né amministrazione locale sembra sapere quanti barili vengono estratti al giorno né quanti pozzi siano stati forati». Si presume che la produzione vada da 220.000 a 300.000 barili di greggio al giorno. Di sicuro è che «se prima la popolazione viveva nella povertà, oggi vive nella miseria», mentre il presidente della Repubblica Idriss Déby, oltre ad accumulare un patrimonio personale sempre più ingente, si è dotato di armi e milizie ben armate e con esse difende la propria carica che, con una modifica costituzionale da lui imposta, si ripromette di detenere a tempo indeterminato.
Se l’Occidente vuole davvero dare seguito ai bei propositi formulati a parole deve ripensare il suo rapporto con il continente africano fin dal principio. La logica della conquista e quella dello sfruttamento non sono più accettabili perché creano delle ingiustizie disumane che gridano vendetta al cospetto di Dio. Forse anche l’opinione pubblica si è rassegnata, a causa del fatto che le continue sottoscrizioni di denaro per opere umanitarie non hanno migliorato per niente la situazione, dopo la fine del colonialismo. Peste (leggi HIV), fame e guerra imperversano e solo la Chiesa continua a parlare con il linguaggio della carità, mentre tutti gli altri soggetti cianciano di denaro, di fondi da trasferire, di debito da cancellare e di amenità di questo tipo.
Quella gente va aiutata sul serio, altrimenti è logico che chi riesce a scappare cerchi con ogni mezzo di venire in Europa. Bisogna cominciare a riflettere sul fatto che certi Stati non sono in grado di garantire il bene dei propri abitanti e, forse, non hanno ragione di sussistere come entità indipendenti. Forse certe zone andrebbero internazionalizzate, sotto l’egida dell’ONU; forse bisognerebbe sostituire agli Stati disegnati dagli Europei nel periodo coloniale dei “Mandati territoriali costituenti” di tipo simile a quelli che guidarono la transizione, in Medio Oriente e Nord Africa, nel periodo che seguì la Prima Guerra Mondiale; forse, solo azzerando completamente i residui coloniali, geopolitici e culturali, di quelle zone d’Africa che sono in ginocchio, si potrebbe dare a quelle persone un futuro degno dell’essere umano.
