La guerra per azzardo

Il passare del tempo inevitabilmente distorce la realtà e oggi assistiamo a una pericolosa opera di rivalutazione del fascismo e di Mussolini da parte di alcuni. Per questo proponiamo questo bell’articolo uscito giorni fa sul QN, sperando che la lettura offra una possibilità di approfondimento soprattutto a chi non ha ben chiaro quanto Mussolini sia stato una vera disgrazia per la gente che ne ha subito l’influenza…….

Il 10 giugno 1940; dopo oltre nove mesi di neutralità, chiamata con imbarazzo «non belligeranza», e con gran parte dell’Europa sotto il giogo delle armate tedesche, Mussolini decide di onorare il Patto d’Acciaio e scende in campo al fianco di Hitler, l’ingombrante e prepotente alleato lanciato verso quella che appare come una vittoria ormai certa. Esibendo nell’ennesima di tante pose la freddezza del grande statista che crede e che gli è stato fatto credere di essere, Mussolini motiva la sua scelta con la necessità di avere qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace.
Quel cinico calcolo però rivelerà ben presto tutta la faciloneria di tanto speranzoso opportunismo. Al termine del conflitto, con il cupo epilogo della guerra civile, mancheranno infatti all’appello 443mila italiani, 313mila militari e 130mila civili. Nell’arida contabilità di queste cifre è racchiusa la tragedia di un popolo e del debito di sangue che venne chiamato a pagare per l’ultimo, fatale azzardo del suo dittatore. Ed è proprio questa tragedia il primo elemento da tener presente riandando a quel 10 giugno di settant’anni fa.
LEGGEREZZA Pesantissime le responsabilità di casa Savoia nell’assecondare supinamente le avventure mussoliniane e il mortifero abbraccio con la Germania nazista, ma altrettanto pesanti quelle delle gerarchie militari che con criminale leggerezza celarono fino all’ultimo l’impreparazione delle forze armate; l’incredibile serie di svarioni strategici partoriti dagli alti comandi e l’eroismo con cui i nostri soldati, nonostante tutto, seppero farsi onore in condizioni disperate; l’artificiosità di un’alleanza innaturale e impopolare con il nemico battuto vent’anni prima sul Piave e sul Grappa insieme all’assurdo velleitarismo di chi volle travestire da grande potenza una terra di emigrazione, priva di materie prime, con un’economia ancora prevalentemente agricola e gravata da vaste sacche di sottosviluppo. Ed è proprio questo velleitarismo insieme alla titanica macchina propagandistica messa in opera per mascherarlo, ad offrire lo spunto di analisi più interessante perché legato alla velenosa eredità lasciata da Mussolini e dal fascismo all’Italia repubblicana fino ai giorni nostri e, con ogni probabilità, per molti anni a venire: l’eredità dei pochi fatti immersi in nuvole di altisonanti proclami, l’eredità di un ebbrezza retorica, di un autoerotismo della parola che smarrendosi nei vortici di un’alata eloquenza dona effimera parvenza di realtà a sogni e desideri.
Ecco allora gli «otto milioni di baionette», ma inastate su vecchi fucili della Grande Guerra da soldati con scarpe di cartone, le divisioni strutturate su due anziché su tre reggimenti per alterarne il conteggio con espediente truffaldino (idea del generale Alberto Pariani, veronese), la flotta senza uno straccio di portaerei perché l’Italia stessa avrebbe dovuto essere «una grande portaerei» e così via, a colpi di “spezzeremo le reni alla Grecia” e altre simili facezie fino all’uomo del «se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi» che fugge travestito da soldato tedesco con l’oro delle fedi nuziali che le italiane avevano donato alla patria.
Quale incolmabile divario di serietà e realismo separa le «lacrime e sangue» promesse da Churchill agli inglesi dal tronfio e, alla prova dei fatti, iettatorio «Vincere!» sbraitato dal balcone di Palazzo Venezia. È lo stesso divario che separa vent’anni passati a fare la faccia feroce riempiendosi la bocca di grida bellicose e la realtà di un popolo che desiderava tutto fuorché la guerra.
Il vero volto di quel popolo era apparso a Mussolini nel settembre del 1938, al ritorno dalla conferenza di Monaco dove atteggiandosi ad arbitro dei destini mondiali credeva di aver momentaneamente placato la voracità tedesca patrocinando l’accordo che garantiva alla Germania l’annessione dei Sudeti.
Il treno che lo riconduceva a Roma venne accolto lungo tutto il percorso da folle in visibilio che rivivono in questo ricordo di Filippo Anfuso: «Gli italiani si prosternavano non davanti al Duce fondatore dell’Impero ma all’angelo della pace… Giunti a Verona, dove pochi giorni prima Mussolini aveva detto di essere armato sino ai denti, riscuotendo acclamazioni frenetiche, notammo che il fatto di aver deposto le armi a Monaco di Baviera gli valeva, da parte della stessa folla, trasporti estatici ai quali, come tribuno, non poteva aspirare essendo gli omaggi mistici privilegio dei taumaturghi. Fra Verona e Bologna, scorsi contadini letteralmente in ginocchio al passaggio del suo treno… A Bologna, roccaforte di un fascismo tumultuosamente bellicoso, Mussolini si accorse di essere divenuto santo e ne arguì che gli effetti di Monaco avevano superato le sue previsioni: gli italiani preferivano chiaramente i rami d’olivo a quelli d’alloro e la colomba all’aquila».
Un trionfo amaro dunque, perché rivelava quanto l’anima guerriera che si credeva di aver forgiato negli italiani fosse poco più di una chimera e quanto l’uomo nuovo fascista, anelante solo al supremo sacrificio e alieno dal «gretto egoismo borghese» che imputridiva le «demoplutocrazie», fosse ancora assai lontano dal prender forma. Troppo impegnato a ingannare sé stesso ancor più del suo popolo, Mussolini non ebbe l’onestà intellettuale di affrontare una verità così lampante. Per quella menzogna la storia gli avrebbe presto presentato il conto, salatissimo.Mussolini

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