L’ennesimo attentato che gli afghani hanno commesso contro le forze occidentali è assurto agli onori della cronaca in Italia perché è costato la vita a 6 soldati cittadini della Repubblica.
Adesso si scatena il dibattito sull’opportunità di mantenere l’impegno militare in quella regione del mondo e cominciano i distinguo, le rivendicazioni, le mistificazioni ideologiche, le bugie interessate… Insomma il solito teatrino della politica nostrana, sempre più squallido anche di fronte ai morti. Una cosa però è certa: Bossi aveva anticipato tutti in estate dicendo che forse era il momento di ripensare tutta l’operazione e di far tornare a casa i soldati, ma come al solito era stato stigmatizzato quasi come se si trattasse di un demente accaldato dal sole d’Agosto.
Bossi invece, come al solito, dice le cose giusto al momento giusto, solo che il suo modo di parlare a volte simbolico e quindi criptico, a volte immediato e popolare, non viene capito se non dai suoi elettori che, per fortuna, continuano ad aumentare.
Ma cosa voleva dire Bossi in realtà, e cosa sosteniamo noi da un decennio ormai? Semplice: la democrazia non si può esportare perché essa è il prodotto della civiltà cristiana-occidentale, e può attecchire solo in quelle società che condividono almeno in linea di massima i valori fondamentali sull’uomo come persona e sulla società intesa come mezzo per ottenere la pace in mutua collaborazione comunitaria. Ecco perché in Giappone e in India, pur con le profonde differenze evidenti a tutti, certe forme di democrazia si sviluppano più o meno serenamente, mentre nei Paesi islamici essa è impossibile (e in Turchia resisterà finché resisteranno i principi laicissimi e anti-sharìa imposti dal fondatore Kemal Ataturk, poi franerà brutalmente dando luogo a una riedizione dello stato Ottomano antecedente).
La democrazia, checché se ne pensi, non è solo un meccanismo elettorale fondato sull’attribuzione del potere attraverso il voto; democrazia è quel preciso regime dove il popolo tutto gode di una serie di tutele, di garanzie, di privilegi e di diritti che sono sanciti in base a ben determinati principi giuridici, etici e filosofici. Tali principi sono scaturiti dalla millenaria riflessione compiuta in Occidente in un ambiente strettamente e unicamente cristiano, che sono diventati poi condivisi da tutti anche una volta spogliati della visione religiosa. Della visione, sia chiaro, non della matrice che è e resta cristiana.
Ora, dopo l’11 settembre 2001 gli americani hanno creduto che la soluzione contro il terrorismo fosse quella di “esportare la democrazia” ma non hanno considerato, a causa della loro consueta visione unilaterale dei problemi, che per quel miliardo e mezzo di fedeli all’Islam la democrazia è semplicemente un’eresia, un tabù inviolabile, una porcheria prodotta da gente corrotta da false credenze religiose. Il potere, per i musulmani, non viene da Dio come per la filosofia cristiana, ma è direttamente nelle mani di Allah che lo esercita sulla terra tramite il Corano e l’adesione a esso. Anche senza una lettura radicale della filosofia politica musulmana, è sufficiente analizzare la struttura antropologica delle società dei Paesi a maggioranza islamica per rendersi conto di questa barriera invalicabile.
Tali argomenti noi svilupperemo ancora, per campi specifici e con analisi precise, in futuro su queste pagine, ogni volta che l’occasione sarà propizia. Per ora ci basta dire questo: Bossi, e chi come lui ha capito quanto detto fin qua, ritiene inutile sprecare risorse economiche e soprattutto vite umane in direzione di un obiettivo che non è raggiungibile nemmeno in teoria. I musulmani non saranno mai democratici senza smettere di essere musulmani, perché un’identità esclude l’altra proprio nei valori radicali e fondamentali.
Rimane il problema di che fare contro quello che è stato chiamato “terrorismo islamico”, mentre noi lo chiamiamo semplicemente “consueta prosecuzione della storia nei secoli attuali coerentemente con quelli passati”, se sono storicamente ricordati come successi nei secoli i fatti di Poitiers, Gerusalemme e tutto il Nord Africa, Bisanzio, Lepanto, Rodi, le coste italiane, Budapest, Vienna, più mille episodi meno epocali, eccetera eccetera eccetera.
La sola cosa certa è che l’approccio materialista e socio-economico di stampo marxista è totalmente sbagliato. Sbagliato è anche l’approccio della logica comprendente figlio della scienza politica americana. Sbagliato è anche credere che quel sistema sociale sarà scardinato un giorno dal liberismo, giacché i valori che lo caratterizzano sono assai più forti di quelli labili dell’utilitarismo illuminista.
Quindi bisogna pensare in un altro modo: secondo noi serve una guerra di tipo culturale attraverso i media, accompagnata da una strategia economica coordinata di tutto il mondo libero. Solo che per attuarla serve dapprima una seria presa di coscienza di cosa sia l’Islam nella sua essenza, al di là delle tante sfaccettature esteriori; e poi una seria comprensione di cosa siamo davvero noi occidentali, per agire di conseguenza. Inoltre servirebbero politici istruiti che pensino alle generazioni future, anziché alle future elezioni…
Ma proprio quest’ultimo è il grande limite dell’Occidente contemporaneo.