I vescovi italiani, nel documento della CEI dal titolo: “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” dimostrano quanto diversa sia la competenza in materia teologico-pastorale da quella in materia storico-politica.
Tutti i ragionamenti ivi sviluppati presuppongono la necessità di un legame indiscutibile fra le diverse nazioni imprigionate nello Stato Italiano. Cosa c’entrano la Venetia del Triveneto, oppure la Padania del Nordovest, con le Italie del Nord (dal Po al Lazio/Molise) e del Sud (ex Regno delle Due Sicilie)? Risposta: quasi niente, salvo i 145 anni di convivenza obbligata e dannatissima.
L’universalità connessa con la parola “cattolica” nulla ha a che vedere con l’universalismo politico, con il mondialismo, con il cosmopolitismo. Questo va detto con chiarezza, perché proprio da un punto di vista teologico la pretesa di una realizzazione in Terra della “Civitas Dei” è una eresia bene identificata e definita con il nome di “Teologia della Liberazione”, il cosiddetto cattomarxismo o cattocomunismo, a seconda del commentatore (la prima definizione sarebbe preferibile, la seconda è più in voga).
La Chiesa non deve pensare a un ordine politico ideale, ma all’annuncio universale del Vangelo come unica Verità piena, nel rispetto certamente delle religioni che contengono un riflesso della Verità (Nostra Aetate – Conc. Vat. II) ma con la consapevolezza che solo il Cristo è la Verità, la Via e la Vita.
La Chiesa si deve occupare di pastorale, di etica, di religione, di politica nel senso alto e primigenio del termine (etica della pòlis), di teologia, di carità, di verità, di filosofia, di fede, di speranza, di solidarietà. Tanta roba, insomma, ma basta così.
Ciò che attiene alla Storia dei popoli, alla politica in senso stretto, quanto tratta invece di diritto positivo o legislazione, di organizzazione del territorio, di tassazione e redistribuzione della ricchezza, di ordine, disciplina, sicurezza, urbanistica, trasporti, sanità, esteri, interni, forma di Stato e di Governo, eccetera eccetera… Insomma, la Chiesa faccia la sua parte e lasci ai laici, cristiani o non cristiani, il compito di fare lo Stato.
Sono parole dette da un credente, uno che ha trascorso qualche anno della sua vita a studiare la politica con le sue scienze umane e qualche altro anno a studiare la religione con le sue scienze teologiche. Da qualcuno che ha capito che la separazione tra Chiesa e Stato, sancita già dal Cristo davanti a Pilato e anche davanti ai farisei, fa bene allo Stato ma fa ancora più bene alla stessa Chiesa.
Parlando di Meridione d’Italia, si occupi la CEI della versione paganeggiante del culto dei santi e dei riti di pseudo-devozione popolare colà praticati; si preoccupi, la CEI, dell’ipocrisia sottesa al sistema mafioso sedicente cattolico, non tanto in relazione ai criminali, bensì in relazione alla gente normale che considera parassitismo, clientelismo e nepotismo come qualcosa di assolutamente normale; si preoccupi dell’assurdo fenomeno della polverizzazione territoriale delle Diocesi, in un ambito dove c’è un vescovado per ogni territorio grande quanto quello affidato a un arciprete del Nord Italia.
E lascino stare i discorsi sull’unità d’Italia come se fosse l’undicesimo comandamento, iscritto da Dio sulle Tavole della Legge… L’Italia non prese forma politica fino al 1861, il Veneto fu annesso nel 1866 con un plebiscito-farsa, Roma fu presa nel 1870. Prima non fu mai Italia, e in futuro non lo sarà più. La carta uscita da Yalta nel febbraio 1945 è destinata a dissolversi, forse in questo secolo appena iniziato, al massimo nel prossimo quando nessuno di noi leggerà più.
Ma la Chiesa ci sarà ancora, perché per fortuna l’ha promesso Gesù Cristo (NON PRAEVALEBUNT), e non si occuperà più di Italia. Anche se il Papa sarà ancora a Roma e si occuperà ancora della Chiesa cattolica universale, in un mondo che speriamo assai meno universale e globalizzato (termini politici) e molto più cattolico (termine pastorale), per il bene dell’umanità tutta.
E sennò sarà pianto e stridor di denti…. D’altra parte: “Nihil sub sole novi, Ecclesiaste dixit”.
Davide Lovat








Abruzzo, Molise e basso Lazio e parte della provincia di Rieti erano parte del Regno delle Due Sicile.