(Vangelo domenicale commentato da don Pierangelo Rigon)
Diceva loro mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”. E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
32ma domenica del tempo ordinario (Mc 12, 38 – 44)
Il Vangelo di questa domenica ci porta a Gerusalemme, accanto al tempio imponente, il centro della religione ebraica.
Gesù è ormai vicino ai giorni della sua passione e morte ed è proprio in questo contesto che san Marco evangelista pone il raccontino, all’apparenza piuttosto insignificante, ma che è invece ricchissimo d’insegnamento, che abbiamo sentito. Com’è facile immaginare, il tempio di Gerusalemme è un luogo frequentatissimo: autorità, sacerdoti che svolgono il loro ministero, pellegrini, perfino commercianti che fanno i loro affari anche lì ed infine poveracci che chiedono l’elemosina.
Gesù è insieme ai suoi apostoli, osserva e commenta le varie scene.
Ecco che passano gli scribi che appartengono all’alta società del tempo.
Ci tengono molto che la gente li guardi, li saluti ossequiosamente, riconosca la loro autorità. Il Signore, che conosce fino in fondo il cuore di ogni uomo, mette così in guardia dalla loro vanità con parole molte forti che, più o meno, potremmo tradurre così: “Guardatevi da loro, tenetevi lontani dai loro atteggiamenti. Avrebbero il compito di fare giustizia e di difendere i deboli, secondo la Legge di Dio, e invece sono meschini profittatori che si mangiano persino il pane delle vedove. E’ inutile che si facciano vedere tanto devoti al tempio, tutti pii, con le mani giunte … se non cambiano vita la loro condanna è assicurata”.
Poi Gesù osserva un’altra scena. C’è una parte del tempio in cui si raccolgono le offerte per le necessità della grande struttura, la sua gestione, ma anche per soccorrere i poveri . E in questa “sala del tesoro” ciascuno mette quello che vuole e soprattutto quello che può.
Lavoriamo un po’ d’immaginazione anche qui: arrivano i ricchi che fanno risuonare la borsa piena di soldi e poi, con gesto ampio della mano, fanno tintinnare rumorosamente le monete che cadono.
Sopraggiunge poi una donna; l’evangelista precisa che si tratta di una vedova povera. Fa cadere due monetine, un soldo in tutto.
E di fronte a questa scena commovente Gesù pronuncia uno degl elogi più belli che si trovano nel Vangelo: “Questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri”.
Da una parte c’erano i ricchi tronfi e vanitosi che ostentavano le loro possibilità e non ci rimettevano assolutamente nulla. Potremmo dire che, pur elargendo 10.000 euro nemmeno se ne accorgevano. E dall’altra parte ecco la povera vedova che aveva dato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere.
La vera carità non consiste in quanto uno dà, ma in quanto uno tiene per sé.
Gesù lo sapeva allora e lo sa anche adesso.
Le occasioni per fare del bene attraverso l’offerta di denaro sono infinite. E non solo in chiesa o per la chiesa. Si pensi alle iniziative più varie per soccorrere chi è colpito da qualche calamità naturale, si pensi alle raccolte per favorire la ricerca medica, le adozioni a distanza.
Non solo la Chiesa, quindi, ma anche la società civile sollecita la generosità dei cittadini. Spesso, nell’uno e nell’altro caso, c’è il rischio dell’ostentazione.
Mi lasciano perplesso, ad esempio, certe trasmissioni televisive durante le quali c’è una specie di gara a chi offre di più per arrivare alla quota stabilita.
E in quel contesto si sentono nominare Ditte, Fondazioni, Istituti che largheggiano assai nell’elargizione. Chiaro che diventa solo una forma di pubblicità. Anche così se ne ha un tornaconto.
In che modo un cristiano può vincere la tentazione della vanità, l’orgoglio di apparire e di essere considerato?
L’unica strada è mettersi alla scuola esigente del Vangelo e soprattutto prendere sul serio il nostro incontro con Gesù Cristo che si realizza principalmente partecipando almeno la domenica all’Eucaristia.
Che cos’è la Messa per chi ha fede? E’ il dare a Dio le monetine del nostro tempo, delle nostre possibilità e capacità, per avere in dono Lui.
Il sacerdote, quando offre all’altare il pane e il vino dice che sono “frutti della terra e del lavoro dell’uomo”.
Noi diamo al Signore quello che la terra coltivata produce e che, lavorato dalle nostre mani, diventa cibo, sostentamento, possibilità di vita. In quel pezzetto di pane bianco e in quelle poche gocce di vino miste con l’acqua è simboleggiata tutta la nostra povera e fragile umanità.
Egli, Dio, accoglie questi doni e non li tiene per sé. Ce li restituisce fatti Corpo e Sangue del suo Figlio.
Siamo così abituati a queste formule, a questi riti, che purtroppo non ci commuoviamo più di fronte a questo gesto d’infinita generosità del Signore.
Davvero Dio è la persona più generosa perché, pur essendo Tutto, ci dà Tutto. Nulla tenendo per sé!
E’ indispensabile ritrovare lo stupore e la commozione davanti al mistero eucaristico che celebriamo alle volte con stanca ripetitività.
Guardando a quello che Dio fa per noi, possiamo certamente imparare ciò che possiamo fare tra di noi, per volerci più bene, per costruire insieme quella civiltà dell’amore che è già stata disegnata dalla volontà dell’Onnipotente.
