La caduta di Famagosta (Cipro) e il massacro

Il Papa a Cipro ha esortato i cristiani a non abbandonare il Medio Oriente, cercando con parole prudenti di spegnere sul nascere l’incendio che poteva scaturire dalla uccisione rituale con decapitazione del vescovo cattolico in Turchia, da parte di un fedele praticante e osservante musulmano nell’esercizio ortodosso della sua fede. Noi vogliamo ricordare l’episodio avvenuto a Cipro nel 1571, quando altri turchi osservanti e praticanti cercarono di cacciare i cristiani veneti da quelle terre; l’esempio di martirio offerto dall’eroe Bragadin sia di monito per tutti……..

Il 29 luglio i turchi tornarono per la quinta volta all’assalto attaccando la città da tutti i lati. Lungo il muro di cinta furono aperte molte brecce, dalle quali penetrarono gli assalitori. Gli ultimi difensori si erano asserragliati nella cittadella, i viveri erano esauriti, era stato mangiato anche l’ultimo cavallo e restavano appena sette barili di polvere. A questo punto non restava che la resa.

Marcantonio Bragadin era un senatore della Repubblica dotato di grande esperienza politica. E, da buon politico, riteneva di avere in mano ancora qualche carta da giocare. Lui non sapeva se i soccorsi gli sarebbero giunti in tempo, ma anche Lala Mustafà lo ignorava. Il comandante turco aveva perduto moltissimi uomini (circa cinquantamila) e certamente doveva essere assillato dalle pressioni del sultano affinché ponesse fine a quella sanguinosa campagna. Di conseguenza, pur di finirla, forse avrebbe accettato di concedergli condizioni onorevoli. D’altro canto, Bragadin ignorava la perfida slealtà del generale turco e contava sulle convenzioni di guerra che garantivano la vita alla guarnigione della città assediata che accettasse di arrendersi. Una capitolazione negoziata poteva quindi evitare il massacro dei difensori superstiti.

Il 1° agosto, sulla torre della cittadella venne esposta la bandiera bianca e, poche ore dopo, i delegati dei due eserciti si incontrarono per trattare le condizioni di resa. Secondo quanto riferisce Romano Canosa, l’accordo stabiliva quanto segue: Saranno rispettate le vite, le robbe, le armi, le insegne e cinque pezzi d’artiglieria dei migliori. Tre cavalli saranno offerti dai Turchi [quelli dei veneziani erano stati tutti mangiati] uno al chiarissimo senatore Bragadin, l’altro al signor Baglioni e l’altro al magnifico Querini. Sarà assicurato il passaggio sicuro dei soldati in Candia, accompagnati dalle galere, e li greci potranno restare nelle sue case godendo il suo e vivendo da cristiani.

Dopo la firma dell’accordo, i turchi mandarono alcuni vascelli nel porto ed ebbe subito inizio l’imbarco dei soldati italiani per il trasferimento a Creta.

Il 4 agosto, in risposta al cortese invito di Lala Mustafà, che gli aveva espresso il desiderio di conoscerlo di persona, Marcantonio Bragadin si recò nel campo turco. Per l’occasione, egli indossava con solennità la toga rossa di senatore coi simboli del suo rango ed era accompagnato da Astorre Baglioni, Nestore Martinengo e Gianantonio Querini e scortato da un centinaio di archibugieri. L’incontro si svolse nella grande tenda del comandante turco. Lala Mustafà accolse gli ospiti con grande cortesia e li fece accomodare sui cuscini mentre venivano serviti caffè e succhi di frutta. Bragadin, racconterà un testimone oculare, “aveva il volto sereno, senza né paura, né fierezza”, ma dopo i primi convenevoli l’atmosfera si fece subito tesa. Come recitasse un copione già predisposto, Lala Mustafà cominciò rapidamente ad accalorarsi e ad accusare Bragadin di avere ucciso dei prigionieri turchi durante la tregua, l’altro ribatté che queste recriminazioni avrebbero dovuto essere avanzate prima della firma del trattato, ma il turco non volle ascoltare ragioni. Tanto per cominciare, disse che avrebbe trattenuto come ostaggio Gianantonio Querini, ossia il giovane lasciato dal padre coi difensori di Famagosta, sul quale aveva già puntato i suoi occhi libidinosi. Alle proteste di Bragadin, Lala Mustafà ebbe uno scoppio d’ira e senza perdere tempo, con un solo cenno della mano, ordinò ai suoi uomini di arrestare tutti i veneziani. Poi cominciò la carneficina.

Nella loro storia, i turchi hanno sempre usato la crudeltà come strumento di dominio. La loro religione d’altronde non vietava di torturare, decapitare e fare scempio degli infedeli. Per molti di loro, la crudeltà era addirittura un godimento. Quello che accadde ai malcapitati prigionieri lo ricaviamo dal racconto di due giovani paggi che furono risparmiati, forse per la loro avvenenza, e che solo molti anni dopo furono riscattati dai loro familiari.

I prigionieri, che erano circa un centinaio, furono riuniti nello spiazzo antistante la tenda e furono metodicamente fatti a pezzi a uno a uno, mentre Lala Mustafà assisteva impassibile e la folla intorno schiamazzava. Furono uccisi e squartati anche Gianantonio Querini e Astorre Baglioni. Soltanto Marcantonio Bragadin fu risparmiato perché Mustafà si limitò a ordinare che gli fossero tagliati il naso e le orecchie. Mentre lo scempio era in corso, il turco si godeva l’orrendo spettacolo divertendosi a chiedere al malcapitato dove fosse il suo Gesù Cristo che avrebbe dovuto salvarlo. Successivamente, anche tutti i soldati che avevano preso posto sulle navi, convinti di essere ormai in salvo, furono ricondotti a terra e in parte uccisi, in parte incatenati.

Il giorno seguente, Lala Mustafà fece il suo ingresso trionfale a Famagosta e, dopo aver fatto impiccare Lorenzo Tiepolo, cui Bragadin aveva affidato il governo della città prima di recarsi al campo turco, scatenò i suoi soldati contro l’inerme popolazione con le conseguenze che è persino doloroso immaginare.

Ma le sofferenze di Marcantonio Bragadin non erano ancora terminate. Dopo alcuni giorni di reclusione, con le atroci ferite sommariamente cauterizzate con pece bollente, il prigioniero fu condotto di nuovo al cospetto di Mustafà che lo sottopose a una serie di crudeli torture. Fu costretto a trasportare delle ceste di terra fino alle batterie e a baciare il terreno ogni volta che passava davanti al suo torturatore. Poi, “per mettere alla prova il suo coraggio” per tre volte gli premettero la testa sul ceppo per delle finte decapitazioni. Successivamente, fu fatto spogliare e messo in berlina legato a una sedia che venne issata sull’albero di una nave affinché potesse essere visto anche dalle altre navi che erano nel porto. Infine, venne ricondotto nella piazza centrale e scuoiato vivo. Bragadin morì, così riferisce un cronista, quando “il coltello del boia era giunto all’altezza dell’ombelico”. Non ancora soddisfatto, Lala Mustafà ordinò che la pelle dello sventurato fosse riempita di paglia e il macabro manichino venne esibito per le vie di Famagosta e quindi appeso al pennone di una galea accanto alle teste mozzate di Baglioni, di Querini e di Nestore Martinengo.

I macabri trofei sarebbero stati in seguito portati da Mustafà a Costantinopoli per essere mostrati al sultano e quindi sepolti nel cimitero degli schiavi. Per magra consolazione, ricorderemo che i resti dell’eroico senatore saranno trafugati nel 1580 da un giovane veneziano di nome Polidoro il quale li riporterà a Venezia dove sono ancora conservati in un’urna situata all’interno del monumento a lui dedicato nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo.

tratto da: Arrigo PETACCO, La croce e la mezzaluna. Lepanto 7 ottobre 1571: quando la Cristianità respinse l’Islam, Mondadori, Milano 2005, p. 141-144.BragadinBragadin

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