L’Italia in sospeso pende dalle labbra del mafioso Spatuzza. A questo si è ridotto il Paese che si vanta di essere stato la culla del Rinascimento.
Uno Stato senza Storia che si è appropriato di un passato che non gli appartiene per giustificare una unità artificiosa e antistorica, voluta dalle potenze straniere nel loro “Risiko” ottocentesco, in un secolo e mezzo di vita ha avuto una evoluzione storica che fa vergogna al solo pensarci: dapprima le ambiguità con Francia e Inghilterra supportate dalla ultraventennale alleanza con Austria-Asburgo e Prussia, tradita al momento di entrare in guerra col “Patto di Londra” di Salandra-Sonnino che diedero al Paese la patente di voltagabbana; nel frattempo una politica economica selvaggiamente antiproletaria che costrinse milioni di cittadini a emigrare per la fame. Poi il ventennio fascista e l’ottenimento sul campo della patente di razzisti e traditori. Poi le ambiguità sulle questioni atlantiche, europee, mediterranee, con il guadagno della patente di spie. Nel frattempo, l’emergere della mafia siciliana in campo mondiale che ha guadagnato al Paese anche la patente di mafiosi.
Voltagabbana, razzisti, traditori, spie e mafiosi. Questo il mondo pensa dell’Italia e non per cattiveria, ma per quello che lo Stato italiano ha fatto vedere da quando esiste.
Oggi, a raschiare il fondo di un barile già sfondato, abbiamo un Presidente del Consiglio che può venire messo in crisi dalle parole di un delinquente che da anni è in carcere e che da anni non aveva più nulla da dire. In Italia si dà più importanza alla parola di un mafioso, o di una prostituta come la D’Addario, piuttosto che a quella di un Presidente del Consiglio. Ma dove si crede di poter andare, anche cambiando leadership politica, se il Paese è questo? Un Paese dove vige, di fatto, la presunzione di colpevolezza a prescindere, per tutto e per tutti?
Poi, dopo, se qualcuno chiede di secedere in nome della Storia perché ritiene che questa società debba dichiarare fallimento e venire liquidata, si becca del “razzista” (accusa che c’entra come i cavoli a merenda). Deve essere questa la “genialità italica”…
(Davide Lovat)
