Il 25 Gennaio di 51 anni fa si apriva la stagione del Concilio Vaticano II, un evento epocale per la Chiesa cattolica e, come tutti quelli precedenti, foriero di cambiamenti positivi ma anche di discussioni e scismi.
A distanza di mezzo secolo e solo grazie alla pia opera dell’attuale grande papa Benedetto XVI, finalmente si comincia a vedere un barlume della verità dei contenuti del Vaticano II: finora infatti la sola cosa evidente a tutti è stata la riforma liturgica, peraltro attuata in maniera scorretta e arbitraria da parte del clero che ha di fatto sconfessato le chiare indicazioni della costituzione conciliare DEI VERBUM. Infatti il Concilio, nell’introdurre la celebrazione della messa in lingua volgare, raccomanda di mantenere sempre la messa in latino per le occasioni solenni e, ovunque possibile, per la messa principale della domenica; i preti invece, assieme ai cambiamenti nella ritualità della liturgia, hanno di fatto cassato il latino rendendo ignorantissima la gente in materia di religione, con grave danno per la solidità della fede (“fides quaerens intellectum” – S.Anselmo d’Aosta).
Nel complesso, possiamo dire che sono tre gli atteggiamenti riscontrabili nella Chiesa in relazione al Vaticano II. Il primo è quello dell’adesione piena, più o meno consapevole non importa, e le statistiche lo indicano come quello maggioritario sebbene più silenzioso. Il secondo, esiguo nel numero, è quello del rifiuto totale con la nascita di un’eresia specifica definita come “sedevacantismo”, in quanto chi vi aderisce rifiuta il Concilio e non riconosce i Papi da Giovanni XXIII in poi, dichiarando “vacante” la sede pontificia; alcuni di loro si fanno chiamare “tradizionalisti” ma tale definizione è sbagliata (leggi articolo vicino, a firma Italo Francesco Baldo, sul tema). Il terzo, relativamente molto numeroso, è quello di coloro che scambiarono l’epoca del Vaticano II con il Concilio stesso, e viceversa; sono i “cattocomunisti”, oggi “cattoprogressisti”, che aderirono al Sessantotto e alle sue fascinazioni filomarxiste e politicamente rivoluzionarie, scambiando il cristianesimo per una prassi, la Chiesa per un’agenzia sociale di filantropia e solidarietà economica, la fede in Cristo come una forma di esperienza spirituale soggettiva e immediata, la finalità dell’insegnamento cristiano come un programma politico da attuare qui ed ora. Anche in questo terzo caso si può parlare di aperta eresia, codificata e sistematizzata concettualmente con la cosiddetta “Teologia della Liberazione”; il problema di questa eresia consiste nell’ampia adesione (circa il 30 % dei fedeli italiani) e nella pretesa di essere i “veri interpreti del Concilio Vaticano II”, manifestata con l’occupazione gramsciana delle parrocchie e dei consigli pastorali, delle associazioni, delle attività di animazione, con atteggiamento escludente fin quasi alla violenza verbale verso i non allineati.
Oggi questa corrente è disorientata dalla chiarezza con cui Benedetto XVI (che lavorò come consulente teologico al Concilio…) rivela la pienezza dei contenuti del Vaticano II, richiama all’autenticità liturgica e sconfessa l’essenza aleatoria del cattoprogressismo. L’effetto è una palese ostilità verso questo papa, l’elevazione a “antipapa ideale” del gesuita card. Martini e l’esercizio di una fiera opposizione a tutti i livelli contro il magistero di Benedetto XVI.
Questo giornale è emanazione di un’associazione culturale (Cattolici Marciani – Fraternità e Tradizione) che dichiaratamente aderisce in tutto e per tutto al Concilio Vaticano II e che teologicamente è impostata sulla dottrina della Chiesa, da Cristo a Ratzinger, senza deviazioni o obiezioni. L’occasione dell’anniversario ci è propizia dunque per mettere qualche opportuno puntino sulle “i”.
Davide Lovat
L’italiano, come le altre lingue, non sono lingue volgari, come il latino e il greco non sono lingue nobili. E’ ora di levarsi dalla testa questo pregiudizio.
Per quanto riguarda l’italiano è già da più di 700 anni che esistono opere letterarie di immenso valore; tanto che Dante Alighieri è tradotto in moltissime lingue.
Per quanto riguarda il latino c’è stata una coincidenza. Tre anni dopo la fine del Concilio Vaticano II, il latino è diventato, per legge dello stato italiano, lingua facoltativa da studiarsi alle scuole medie. Di fatto oggi non lo capisce più nessuno.
A rigor di termini il latino e il greco non sono lingue cristiane, ma mutuate dal mondo pagano. L’unica lingua cristiana è il siriaco, la lingua di Gesù.
Che ogni popolo abbia il diritto di sentire celebrare la Santa Messa e udire le parole del Vangelo nella propria lingua nativa è di diritto divino. Così è rivelato dalle Sacre Scritture: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?… e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2, 7-8.11).
Quindi non c’è nessuna eresia, semmai una puntuale osservanza della Parola di Dio., proprio nel momento in cui viene fondata la Chiesa. Quindi è volontà di Dio che ogni popolo deve celebrare la Divina Liturgia nella propria lingua nativa.
Fraternamente in Cristo Gesù
Dario Bazec
P.S. E’ insufficiente dire liturgia, perché liturgia in greco è il disbrigo di ogni pratica. Perciò quando si parla di celebrazioni, bisogna dire Divina Liturgia (non lo sapete il greco?).
Pingback: imperialismo pagano