L’islam, come è noto, dal punto di vista sociopolitico è un fenomeno a vocazione universale, una prassi politica ammantata e permeata da una religione di conquista che mira alla sottomissione dei non musulmani alla sharìa. Ora questa sharìa, legge civile e morale, è radicalmente opposta alla mentalità europea, precisamente per l’assenza della distinzione tra sfera temporale e sfera spirituale, vale a dire fra politica e religione. Inoltre, lo statuto riservato alla donna dal Corano è incompatibile con la tradizione europea dove le donne sono state in ogni tempo dee, sante, eroine, combattenti e sovrane.
Tutte cose arcinote che tuttavia si fatica a far capire nell’agone del dibattito politico, a causa dell’imperante atteggiamento “islamicamente corretto” imposto soprattutto, ma non solo, dalla cultura di Sinistra.
Per evitare di venire considerati “islamofobi” credo sia necessario concentrare l’attenzione sugli aspetti civili, giuridici e sociali della prassi musulmana, per evitare che un dibattito incentrato su questioni riguardanti la fede venga snobbato per esempio da atei e agnostici, oppure che si sviluppi su un piano non dimostrabile perché riguardante questioni metafisiche. In fin dei conti, se siamo saldi nelle nostre convinzioni interiori non può essere l’aspetto religioso dell’islam che ci preoccupa, ma esclusivamente quello sociopolitico e giuridico.
Credo dunque che sarebbe più efficace se dicessimo che su un piano strettamente religioso noi rispettiamo l’islam come tutte le religioni storiche, ma che sfortunatamente l’islam non è solo una fede e di conseguenza va preso in esame e studiato, per comprenderne la portata, indipendentemente dal fatto religioso in sé. Esso è infatti anche una legge civile votata al proselitismo aggressivo e rivendicativo. Così come è predicato e praticato, l’islam comporta numerosi elementi in contraddizione profonda con la nostra cultura e la nostra tradizione ed è questo il motivo per cui ci opponiamo fermamente alle esigenze di volta in volta più virulente dell’islam sulle terre europee: soppressione del maiale nelle mense scolastiche, moltiplicazione delle moschee-cattedrali, trattamento specifico riservato alle donne negli ambiti pubblici (ospedali, piscine), contestazione dei programmi d’insegnamento, eccetera.
Non è dunque evidentemente l’islam “in quanto tale” che noi combattiamo – è fuori questione dichiarare una guerra al mondo musulmano – ma bensì il suo sviluppo esponenziale sul nostro suolo. Non possiamo infatti permettere che gli adepti della religione di Maometto rifiutino di accettare le leggi vigenti come invece hanno fatto tutte le altre confessioni religiose, che evitino di sottoscrivere protocolli d’intesa con lo Stato come vuole l’art.8 della Costituzione affinché una confessione religiosa venga riconosciuta legittima, e che non riconoscano esplicitamente la validità dei diritti umani proclamati nelle dichiarazioni universali, giacché per loro solo la legge coranica ha valore cogente. I nostri ordinamenti sono fondati sul principio di uguaglianza di fronte alla legge e non è possibile tollerare la presenza di un gruppo sociale “legibus solutus” senza causare di fatto l’abdicazione dello Stato di Diritto.
Per questi motivi ritengo che noi dovremmo combattere civilmente, su un piano strettamente laico, contro quei cittadini che, in nome di una confessione religiosa, pretendono di violare i principi giuridici fondamentali della nostra civiltà, tra i quali preme dare risalto all’uguale dignità e alla speciale tutela che la nostra legge riserva alla donna, della quale vanno preservate l’integrità del corpo e la libertà. La nostra civiltà è fondata, tra altre cose, sul principio evangelico che “non si lapida l’adultera” e tale principio non può venire messo in discussione da spinte maschiliste di qualsiasi matrice, sia essa religiosa, culturale o politica.







