Il club di Cernobbio batte quello di Aspen

Il club Cernobbio batte Aspen uno a zero. Monti vs Tremonti partita chiusa. Se il prof dovesse davvero, nelle prossime ore, diventare premier, il Governo Ambrosetti sarebbe in piedi. È chiaro agli habitué della zuppa, che le spezie da cucinare in questo caso sono tutte di ottima qualità.
È come confrontare la Caccia con gli Scacchi o il Clubino con l’Unione. L’atlantismo dell’Aspen presieduto da Tremonti perde una partita contro l’europeismo celebrato da Monti e Napolitano sulle rive del lago di Como. Altro che poteri forti, qui sono gli interessi ad essere forti. Aspen e Ambrosetti sono i due club della politica che contano in Italia. I loro partecipanti si confondono e si assomigliano, ma alla fine gli happy few che a stanze chiuse chiacchierano dei destini del mondo, cioè di Roma, hanno profili diversi.

E mai come quest’anno l’accoglienza degli Ambrosetti’s boys nei confronti del presidente dell’Aspen e ministro dell’Economia è stata fredda. Eppure l’Aspen ha rappresentato la cucina più organizzata delle nomine pubbliche. Dal club è uscita la Polverini, il bazoliano Gorno Tempini e il banchierone americano Tamagnini (entrambi dalle parti del risparmio postale italiano), Colombo (Enel),Castellano (Sace).E così via.D’Altronde Tremonti era riuscito a mettere insieme un parterre a lui molto congeniale: leghisti che contano (Reguzzoni e Super Giorgetti), democratici che parlano bene (Letta, Bassanini e Nicola Rossi), burocrati di livello ( da Grilli a Sadun a Scannapieco) e magistrati che pesano, come Francesco Greco. La lista è ovviamente molto più lunga (vicepresidente è Amato, sì, proprio lui, il grande concorrente di Monti)e l’organizzazione molto seria.Tavole rotonde sempre di alto livello e seminari di due giorni (il prossimo a Firenze il 19 novembre). Invitati rigorosamente vagliati e paganti.

Con il possibile arrivo di Monti (che peraltro non si è fatto mancare qualche Aspen) a Palazzo Chigi, volano le quotazioni di Ambrosetti. L’incontro fu inventato da Beniamino Andreatta ed esordì nel 1975: all’epoca si scelse luglio per la prima puntata. Da quel momento in poi è diventato il centro della tecnocrazia europea. In riva al lago non è mai mancato un commissario europeo o un banchiere di Francoforte. Villa d’Este, dove si tiene l’incontro,a settembre diventa la foresteria di Bruxelles (e lo capiamo). L’anima dossettiana, prodiana dell’iniziale Cernobbio si è poi temperata con le spinte liberali delle burocrazie economiche europee, alla Monti. Il presidente della Repubblica interviene in videoconferenza, i partecipanti si bevono le relazioni dei commissari, chiusi anche loro tra le porte di una segretezza che è sempre meno tale.

La zuppa va al sodo, altrimenti si scuoce. Per chi avesse qualche ambizione politico economica, Cernobbio potrebbe diventare ancor di più il luogo dove stare. Stile Mr Geox, che ha certo nessun bisogno di farsi vedere, ma che partecipa ad entrambi. Quest’anno si è pure beccato un bell’invito a Cannes, tendenza G20. E a noi, che per anni abbiamo considerato Cernobbio (dove i giornalisti, come i cani, vengono accettati, ma con la museruola, cioè fuori dalla stanza) una noiosa passerella di cose già dette, la pena che ci spetta:l’irrilevanza.Così si fa.Un Cernobbio a settembre, un Aspen a novembre, tessendo tessendo. E raccontandoci quanto è brutto e poco interessante un Paese così scarsamente meritocratico e tutto basato sulle relazioni. Appunto. Viva Ambrosetti.

Ps. A proposito di relazioni, il neoconsigliere dell’Eni, Alessandro Profumo (un aspeniano con juicio) non ha gradito i rapporti del suo ceo, Paolo Scaroni, con Luigi Bisignani, che si compiaceva della defenestrazione proprio di Profumo. In una riunione glielo avrebbe detto a brutto muso. Vatti a fidare di questa indiscrezione. Ma siamo certi che Magic Alex abbia chiesto che il comitato di controllo interno, oggi affidato a Lorenzi, la smetta di dipendere direttamente dal ceo.
E risponda piuttosto al consiglio nella sua interezza. Chissà come si metteranno d’accordo.

Il Golpe di Napolitano con Mario Monti

I poteri finanziari forti hanno realizzato un colpo di stato nel nostro Paese riuscendo a far dimettere Silvio Berlusconi e imponendo Mario Monti. E’ un colpo di stato che vede partecipi un’ampia coalizione di congiurati eccellenti: dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco al Presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, dal Segretario nazionale del Partito Democratico Pier Luigi Bersani al leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, dal Corriere della Sera di Ferruccio De Bortoli a Michele Santoro resuscitato con “Servizio Pubblico”.

La nostra Costituzione che dice che l’Italia è una Repubblica parlamentare è stata fatta a pezzi e Napolitano ha trasformato l’Italia in una Repubblica presidenziale dove ormai ha assunto nelle sue mani il potere esecutivo decidendo anticipatamente chi dovrà guidare l’Italia, nominando Monti arbitrariamente senatore a vita quasi si trattasse di una sorta di pizzo da pagare ai poteri finanziari forte per convincerli della sua determinazione ad accondiscendere alle loro richieste.

La scelta sovrana degli italiani, espressa alle urne liberamente attraverso le elezioni, è ormai carta straccia. Berlusconi che era stato investito della responsabilità di governare è stato costretto a dimettersi. La colpa è innanzitutto sua, si è rivelato un capo di governo incapace di gestire la sua stessa maggioranza e ad operare da statista per realizzare il suo stesso programma di riforme liberali, nonostante godesse della più ampia maggioranza parlamentare nella storia dell’Italia repubblicana. Ma è anche vero che è stato sottoposto al fuoco incrociato di tutti i poteri forti, Napolitano, la magistratura, la Confindustria, la grande finanza, i sindacati, i partiti del centro-sinistra, la stampa nazionale e persino la Chiesa. Non gli hanno dato tregua, giorno dopo giorno è stato colpito direttamente fino a logorarlo e a impedirgli di poter esercitare le proprie funzioni.

Il colpo di stato finanziario si sta perpetrando mettendo alla guida del governo un economista gradito alla Banca Centrale Europea, al Fondo Monetario Internazionale e alla Commissione dell’Unione Europea, le tre centrali del potere finanziario che hanno messo sotto tutela l’Italia per dare il colpo di grazia al governo Berlusconi. Monti, che non è stato eletto dagli italiani e che soprattutto non dovrà rispondere del suo operato agli italiani, ha l’incarico di imporre agli italiani una manovra di almeno 400 miliardi di euro che si tradurrà nell’ulteriore impoverimento del ceto medio e nell’acutizzazione dei conflitti sociali. Sarà una manovra omicida ed irresponsabile di chi ritiene che pur di contenere l’indebitamento pubblico e conseguire il pareggio di bilancio sia assolutamente legittimo e doveroso imporre ai cittadini italiani che tutti i giorni si rimboccano le maniche e vivono con il sudore della propria fronte nuovi sacrifici.

La nomina di Monti a nuovo capo di governo ha fatto comprendere a tutti che ormai in Italia chi comanda sono i poteri finanziari forti, il dio mercato, mentre la democrazia è stata assassinata esautorando i cittadini dal potere di esprimere attraverso le elezioni la scelta di chi abbia il diritto di governarli. Dal momento che la maggioranza dei parlamentari non ha ancora maturato il diritto a percepire la pensione e pertanto la maggioranza dei parlamentari è contraria allo scioglimento anticipato delle Camere, questi parlamentari che antepongono l’interesse personale a quello della Nazione finiranno per assecondare il colpo di stato finanziario. Gli stessi deputati del Pdl designati da Berlusconi finiranno per sostenere il governo golpista di Monti unendosi ai golpisti del Partito Democratico e dell’Udc. Nessuno di loro è stato eletto dagli italiani e non ritengono di dover rispondere del loro operato agli italiani.

Diciamo “No” al colpo di stato finanziario, “No” al governo Monti imposto dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Commissione dell’Unione Europea, “No” al capo dei golpisti Giorgio Napolitano, “No” al fronte dei deputati e senatori collusi e opportunisti che sosterranno Monti in Parlamento, “No” alla manovra che impoverirà ulteriormente il ceto medio, “No” alla strategia che si fa beffe dei cittadini, che umilia la persona, che scardina la famiglia, che toglie speranza ai giovani nel nome della parità di bilancia e del riallineamento del valore dello spread.

Rendiamoci conto che la democrazia ci sta venendo tolta e che da questa UE, col suo Euro-tedesco, dobbiamo uscire al più presto

La sinistra schiava del mercato che fino a ieri ha demonizzato

C’era una volta la sinistra che condannava e lottava contro il capitalismo, il mercato, le banche, le borse, lo sfruttamento della persona, la sottomissione dei popoli, l’Alleanza Atlantica, le guerre, l’Occidente, l’Unione Europea, le religioni, la violazione della pari dignità della donna. All’opposto la sinistra odierna, frutto del crollo delle ideologie e dell’annacquarsi delle identità politiche, difende e promuove esattamente l’opposto. Si tratta di un brusco voltafaccia così come potrebbe apparire da un’analisi superficiale? Assolutamente no.

La sinistra ha semplicemente rimodulato le sue scelte conformemente al mutato quadro internazionale caratterizzato dalla globalizzazione della dimensione materiale della modernità con la prospettiva del predominio del modello capital-comunista, da una Nato che si schiera dalla parte dei popoli del Terzo mondo pur perseguendo i suoi interessi, da un’Unione Europea sempre più relativista, massonica e scristianizzata, dalle Chiese che antepongono il servizio sociale alla missione evangelizzatrice, da un islam che emerge come ideologia e sistema di potere vincente nell’insieme del Mediterraneo. Ma di fatto ieri e oggi la sinistra è coerente con una concezione della vita che riduce la persona a produttore di materialità per poter consumare sempre di più, di un potere centralizzato in cui le sovrastrutture mondiali, sovranazionali e statali s’impongono sui singoli, di una democrazia dove prevale la demagogia, il populismo e la speculazione sulla denuncia per distruggere costi quel costi le fondamenta stessa della nostra civiltà che corrispondono ai valori basilari della nostra umanità.

Prendiamo atto che la sinistra è schierata dalla parte di una maggioranza che è infatuata di questa globalizzazione e ha eretto il mercato alla stregua di un dio da venerare. Dal presidente della Repubblica, l’ex comunista Napolitano, ai poteri forti della finanza e della grande impresa che si esprimono attraverso le borse, le banche, le aziende, le istituzioni tra cui la massoneria e gli organi di comunicazione di massa da loro controllati, fino ai sindacati che rappresentano la maggioranza della classe media, sono tutti apologeti del mercato. Si è affermato un culto del mercato come se corrispondesse alla verità assoluta, universale, inconfutabile. Quante volte abbiamo sentito ripetere negli ultimi tempi frasi del tipo “Berlusconi non ha convinto il mercato” oppure “il mercato boccia la manovra finanziaria”. Ma chi è il dio Mercato?

Siamo arrivati al punto da elevare i rappresentanti del mercato ad autorità supreme e indiscusse del mondo, di fronte a cui tutti dobbiamo prostrarci a prescindere dal nostro rango e dall’essere investiti di un mandato democratico che sostanzia la sovranità popolare. Gli indici delle borse, il Fondo monetario internazionale, la Banca Centrale Europea e le agenzie di rating sono i nuovi idoli che dettano legge e condizionano la nostra esistenza. Accettiamo come un fatto naturale che dei dirigenti designati quali i presidenti delle banche centrali Europea e d’Italia o il presidente della Commissione Europea dettino per filo e per segno al nostro capo di governo che cosa deve fare dettagliatamente in ambito finanziario, economico, sociale, politico e giuridico, sotto forma di ultimatum in cui la posta in gioco è la vita o la morte del nostro governo, per quanto esso rappresenta la sovranità popolare che l’ha scelto democraticamente, mentre quei dirigenti non sono stati eletti né rispondono del loro operato ai popoli. Siamo arrivati al punto da auspicare l’avvento al potere di Mario Monti, espressione genuina del dio Mercato, affinché ci imponga una manovra tutta lacrime e sangue da 400 miliardi di euro, senza passare dal responso delle urne e proprio perché non dovrà rispondere del suo operato agli italiani.

È veramente scandaloso che la sinistra sia strenuamente schierata a difesa dell’euro e di questa Unione Europea costi quel che costi. Ma se da quando Ciampi, Prodi e Amato ci imposero l’euro come se fosse la bacchetta magica che avrebbe risollevato le sorti della nostra economia, tocchiamo con mano che il tenore di vita degli italiani è peggiorato, che sono sempre più le famiglie che stentano ad arrivare a fine mese e che la disoccupazione, specie quella giovanile, è aumentata? Ovviamente la sinistra addebita tutte le colpe a Berlusconi dimenticando che dal 2000 ha condiviso la gestione del potere. L’importante è che nessuno osi mettere in discussione l’euro e questa Unione Europea che non si fanno scrupolo alcuno a tendere la mano alla Cina capital-comunista affinché finanzi i nostri debiti spianando la strada al suo successo come nuova superpotenza mondiale, alla nostra subalternità finanziaria ed economica e al suicidio della nostra civiltà.

Non ci meraviglia pertanto che gli adoratori del dio Mercato, da Napolitano alla Confindustria, dai relativisti che s’annidano nei partiti, nella società e nelle Chiese, siano oggi a favore dell’ulteriore cessione di sovranità dell’Italia alla Banca Centrale Europea, dimenticando che si tratta di un’istituzione di banchieri privati che perseguono i loro interessi e non il bene comune; applaudano alla guerra in Libia e alla cosiddetta “Primavera araba” dicendoci che è all’insegna della libertà e della democrazia quando poi scopriamo che sta portando al potere gli islamici radicali che sono l’antitesi della libertà e della democrazia; promuovano la costruzione di nuove moschee e la legittimazione del velo delle donne islamiche anche se ciò corrisponde al venir meno della certezza della nostra identità e dei valori fondanti della nostra civiltà.

La nostra conclusione è che chi ama il dio Mercato non ama se stesso e non ama gli italiani. Per noi la persona viene prima del denaro, la materialità è al servizio della persona e non viceversa la persona schiava della materialità. Non vogliamo morire per l’euro né sottometterci a quest’Europa senz’anima. Non crediamo in questa globalizzazione succube della Cina capital-comunista. Non vogliamo suicidarci sull’altare della democrazia formale rimettendo il nostro destino nelle mani degli islamici che sfruttano le elezioni per imporre la dittatura teocratica.

(Magdi Cristiano Allam)

Renzi terremota il Pd: “Facce nuove”

Se non è un “Big Bang”, poco ci manca. Dalla convention dei rottamatori alla stazione Leopolda di Firenze Matteo Renzi scuote il Pd. Il sindaco ribelle non ufficializza la sua discesa in campo («il candidato deve uscire dalle primarie e non da un’assemblea»), ma spara bordate contro i «dinosauri» del partito. Beccandosi anche la piccata reazione di Bersani, che accusa Renzi di avere «idee anni ottanta».

«Manteniamo il partito che abbiamo e cambiamo le facce dei politici», attacca il sindaco padrone di casa dal palco della Leopolda. Secondo Renzi «c’è un problema di rapporti con le vecchie liturgie di partito e con il centralismo democratico: un metodo che andava bene nel ’900». Un invito ad aprirsi all’ascolto delle ragioni dei rottamatori, a tornare sui programmi e a non lasciarsi invischiare in una discussione tutta interna ai gruppi dirigenti.

Ce n’è anche per Vendola a cui Renzi contesta lo strappo durante il primo esecutivo Prodi, un «tradimento che portò all’inciucio che aprì la strada al governo di D’Alema». Non è un mistero che l’obiettivo siano le primarie. Ma sul punto Renzi prende tempo: «Non so se alla fine ci candideremo ma certo avremo fatto un piacere all’Italia restituendo dignità alla politica». Per ora avanti tutta sul programma. Da stasera sanno in rete «le cento idee uscite dalla Leopalda sul Wiki-Pd», annuncia dal palco. «Così riporteremo l’Italia ad essere patria della bellezza e non delle volgarità», rilancia tra gli applausi. «La mia paura – ammette Renzi – è che di fronte al fallimento del governo il centrosinistra non sappia rispondere o replichi senza coraggio e solo con slogan e conservazione».

A Firenze la partita sembra tutta interna al centrosinistra: «Qui alla Leopolda – rimarca il sindaco – abbiamo parlato poco di Berlusconi: noi siamo qui per parlare del futuro e lui non è il futuro». «Il centrosinistra non può dividere i lavoratori dagli imprenditori», chiede Renzi. «Se uno oggi ha i soldi non apre una fabbrica ma lavora e investe nella finanza ed è anche tassato meno. Bisogna tornare a dare valore a chi fa impresa». La ricetta è definitiva: «Manteniamo il partito che abbiamo e cambiamo le facce dei politici». «Se il Pd vuole vincere le elezioni deve provare a scrivere una storia nuova, e la storia nuova la scrivono i pionieri, non i reduci». «Valorizziamo i militanti, i circoli, andiamo noi fuori, non portiamoli nelle nostre stanze – conclude Renzi -. Un partito degno di questo nome, democratico, non fa burocrazia interna, ma si apre».

Da Napoli arriva la risposta di Bersani. Alla scuola di formazione per i giovani quadri del partito nel Mezzogiorno “Finalmente Sud”, il segretario va al contrattacco: «Attenzione a non scambiare per nuove delle idee che sono un usato degli anni Ottanta, perchè con quelle siamo finiti nei guai». Anche Vendola attacca Renzi: «Lo considero incapace di porre il tema della fuoriuscita dal disastro che il liberismo, in un trentennio, ha compiuto nel mondo intero». Il leader di Sel rivendica una «sensibilità comune» con l’attuale segreteria del Pd in un asse con Bersani che sembra connotarsi proprio in funzione anti-Renzi. Il segretario del Pd prova a stemperare i toni: «Leggo sui giornali di uno scontro personale che non esiste, non mi appartiene, non è nel mio stile e nella mia logica». Da Firenze intanto Renzi commenta con i giornalisti la convention appena terminata: «La nuova generazione di politici, quella che verrà, deve essere come lo yogurt, con una data di scadenza».

Crisi, piano anti contagio per Italia e Spagna

Un contingency plan, una rete di sicurezza per prevenire le conseguenze di un contagio di Italia e Spagna e gli effetti globali che ne deriverebbero, nel caso in cui dovessero fallire le misure studiate finora. Ne discutono da giorni, in quelli che al momento sono soltanto «contatti informali», i vertici del Fondo monetario internazionale e quelli dell’Unione europea con le controparti a Washington e nelle capitali europee. Obiettivo: evitare l’onda d’urto globale che potrebbe innescarsi in questa fase di particolare instabilità sui mercati.

A riferire all’Ansa dell’ipotesi allo studio, che non prevede al momento misure concrete ma è semplicemente un tema in discussione per essere pronti nell’emergenza, è una fonte internazionale bene informata e vicina al dossier, confermata a livello di banche centrali. Nessun commento, intanto, da Palazzo Chigi.

L’input a discutere una rete di sicurezza sarebbe arrivato dagli Usa. Ma l’esigenza di avere una rete di protezione, aggiuntiva rispetto alle misure decise a livello europeo, è avvertita anche a Parigi e in particolare – fa presente una fonte – Berlino. E il tema potrebbe essere oggetto di un giro di tavolo al G20 di Cannes la prossima settimana.

«I negoziati ufficiali in atto sono quelli sotto gli occhi di tutti», spiega la fonte riferendosi alla sequenza di vertici culminati nel rafforzamento del fondo di salvataggio Efsf e nella lettera d’intenti dell’Italia alla Ue. Ma accanto allo scenario principale, che non prevede un contagio vero e proprio di Italia e Spagna e che si sta affrontando con le misure in corso, le istituzioni finanziarie internazionali starebbero ragionando su uno scenario pessimistico, in via esclusivamente preventiva, «per approntare misure d’emergenza».

Nel caso dell’ipotetico scenario B, un ruolo di pronto intervento lo svolgerebbero le banche centrali, in grado di convogliare ampia liquidità e tamponare emergenze nel settore bancario ricorrendo agli swap già usati negli anni recenti della crisi. Anche il Fmi, che fra l’altro sarà coinvolto nel potenziamento del fondo salva-Stati deciso mercoledì al vertice di Bruxelles, sarebbe in prima linea nel caso in cui dovesse scattare il contingency plan. Ma il capitale dell’istituzione di Washington potrebbe dover essere rafforzato da parte dei Paesi “soci”: «Per i tre programmi relativi a Grecia, Irlanda e Portogallo non ci sono stati problemi», spiega la fonte, mentre nel caso di un allargamento ad altri beneficiari «ci sarebbe un problema di risorse».

Veneto Stato o Nazione?

Interessante il botta e risposta sul Corriere della Sera fra il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, e il costituzionalista Michele Ainis. Nel suo ultimo fondo di domenica, quest’ultimo aveva sottoposto ad una serrata critica il nuovo Statuto della Regione guidata dall’alleanza Lega-Pdl, individuandone contraddizioni e incongruenze. Alcune osservazioni sono condivisibili, come aver definito «pilatesca» la norma capra&cavoli contenuta nell’articolo 5, che da una parte rivendica le radici cristiane e contemporaneamente l’ispirazione alla tradizione laica; o aver sottolineato il ridicolo dell’articolo 27, che autorizza referendum consultivi ma se a richiederlo è il Consiglio regionale. La sostanza dei rilievi di Ainis si concentra, però, sulla bestia nera dei centralisti di questo Paese: la diversità locale. Sempre all’articolo 5, si affaccia la traduzione giuridica dello slogan elettorale di Zaia “Prima i Veneti”, là dove dice che «la Regione opera in special modo a favore di tutti coloro che, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, possiedono un particolare legame con il territorio, garantendo comunque ai minori i medesimi diritti». Per l’editorialista del Corriere, questo comma vìola il principio di uguaglianza tutelato dalla Costituzione, «alla faccia dell’unità della Repubblica italiana». Inoltre, Ainis nega che l’affermazione statutaria secondo cui «il Veneto è costituito dal popolo veneto» abbia un qualsiasi fondamento: a suo avviso, non esiste nessun popolo veneto, perché un popolo è costituito dall’insieme dei cittadini di uno stesso Stato, e in Italia di Stato ce n’è uno: quello italiano con Roma capitale. La replica di Zaia, pubblicata sul quotidiano milanese ieri, è deboluccia, anzi sbagliata: il popolo veneto «esiste da molto prima dello Stato unitario e della istituzione Regione. Esso ha, da un migliaio di anni, lingua, culture, storia e dignità propri». I Veneti, ad eccezione delle tribù alleatesi coi Romani contro i Galli nei secoli prima di Cristo, effettivamente non sono mai apparsi sulla scena storica come popolo a sé stante, autocosciente di essere tale e con una propria fisionomia univoca e ben delineata. La storia millenaria a cui fa riferimento il padano Zaia è la storia della Serenissima Repubblica di Venezia, che mai si concepì come uno Stato “veneto” ma, appunto, solo e soltanto veneziano. Non è una diatriba nominalistica o storiografica, perché la questione sta nell’avere le idee chiare su cosa sia un popolo. Apro il mio manuale di diritto pubblico e vi trovo scritto che è la nazione quell’insieme di elementi etnici, linguistici, culturali e sociali che, arguisco, ha in mente il governatore quando richiama la preesistenza dell’entità popolare su quella statuale. Se si vuole parlare di nazione veneta lo si può fare, ma non a partire da un passato pregresso che non c’è mai stato. Si deve invece affermare più onestamente – e coraggiosamente – che oggi, nell’attuale periodo storico, è presente l’esigenza di veder riconosciuto alla popolazione che parla in veneto (una lingua e non un dialetto, come ricorda il fondatore della Liga, Franco Rocchetta) e si identifica in un certo corpus di tradizioni e valori, lo status di popolo, cioè di nazione con un suo Stato. Il nodo sta tutto qui: l’Italia è uno Stato, il Veneto no. Cercare di infilare nella carta fondamentale di un ente regionale, un po’ di soppiatto, l’idea che il Veneto lo sia, è un nonsenso giuridico, e su questo Ainis ha ragione. Ma ha torto marcio quando preclude la possibilità che l’indipendenza veneta possa essere coltivata e, chissà, un giorno realizzata. La Storia non si ferma davanti agli articoli di una Costituzione. Se fosse così, la stessa unità italiana non sarebbe avvenuta, e Mazzini non avrebbe potuto combattere per tutta la vita in nome di un popolo italiano che prima del 1861 non c’era mai stato. Personalmente ammiro la Venezia dei Dogi e penso che l’Europa dovrebbe ripensarsi come confederazione di regioni (lasciando agli Stati nazionali una funzione di cornice intermedia, culturale più che politica), ma non mi piace che un partito romanizzato e opportunista come la Lega, pur di salvare la facciata di forza identitaria, giochi al piccolo eversore col sedere in poltrona. Qui, e nei palazzi romani. Questa è la vera critica da muovere ai leghisti, non che tocchino il sacro verbo dell’unità, che si è rivelata un fallimento storico.

Alessio Mannino

Un’alunna è musulmana Il quadro della Madonna sparisce dai muri dell’aula

Niente preghiere in aula. Niente festività religiose. Niente quadri della madonna in aula. La stretta laica arriva anche all’istituto Andrea Sole di Borgo Molara, nel palermitano.

A causare l’eliminazione di ogni simbolo religioso dalla scuola materna ed elementare di Palermo le rimostranze di una famiglia musulmana, preoccupata che la figlia potesse essere discriminata religiosamente dalla presenza dei simboli cristiani nell’istituto. Una decisione che per accontentare una singola famiglia, scontenta di fatto tutti gli altri genitori della scuola, che oppongono alla decisione sostanzialmente la stessa motivazione. Non è giusto discriminare nessuna posizione religiosa. Sia essa islamica o cristiana. Passi l’abolizione delle preghiere all’inizio delle lezioni, forse eccessive, ma la rimozione del quadro della vergine dai muri dell’istituto, decisa dalla dirigente del plesso scolastico, si scontra con le idee dei genitori che commentano il fatto e fanno presente che i loro figli hanno diritto a mantenere l’identità religiosa e culturale con la quale sono cresciuti.

Dal canto suo la preside, a capo di di una direzione didattica che comprende 5 plessi, e quindi un migliaio di alunni, spiega che “la mamma della bambina musulmana ha soltanto rivendicato il diritto di non aver impartiti insegnamenti cattolici. Sono garante di un’istituzione che deve vedere tutti egualmente rappresentati. Avevo persino pensato di realizzare un angolo interreligioso”.

Nessun problema, almeno in questo caso, è stato avanzato invece per la presenza in aula del crocifisso, anche perché, spiega sempre la dirigente scolastica, “ci sono sentenze europee che lo consentono” e dell’albero di Natale.

E anche la richiesta di togliere l’immagine della Madonna dalla classe desta non pochi dubbi, dato che Maria, nonostante non sia considerata madre di Dio nella religione musulmana, è comunque venerata per la sua verginità e come madre di un profeta. Il Corano infatti le dedica la XIX sura.

Feltri: Sinistra senza idee né bussola

Il Partito democratico a forza di aspirare rischia di finire nell’aspirapolvere; a forza di puntare al governo di transizione rischia di transitare senza lasciare traccia. Non si era mai vista un’opposizione tanto accanita contro un premier e tanto inconcludente e pasticciona. La vera anomalia italiana non è il sistema elettorale ma il sistema tout court, cioè un bipolarismo che si regge su un polo solo, il centrodestra, perché l’altro, il centrosinistra, si è squagliato da tempo e non riesce più a raggrumarsi; è privo di una propria politica, non ha idee, non ha lo straccio di un programma, non è in grado di esprimere un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio. Cosicché anche chi ne ha piene le tasche dell’esecutivo in carica non sa a che santo votarsi per eventualmente cambiare orchestra e direttore della medesima.

Risultato. La gente non si interessa più della cosa pubblica, pensa ad altro: lo si evince dai sondaggi che mettono in evidenza una crescita preoccupante di potenziali astensionisti e dal calo netto di ascolti dei talk show di informazione.
Non si era mai registrato nulla di simile. La crisi c’è e si manifesta in forme gravi. Poi però se compulsi i dati statistici scopri che la disoccupazione è in costante diminuzione, le esportazioni si mantengono a buoni livelli, la borsa va giù ma torna su. Bravo chi capisce qualcosa. Quanto allo stile di vita dei cittadini, nulla di mutato rispetto a quattro o cinque anni orsono: ristoranti pieni, autostrade ingolfate, città sempre più trafficate, il settore viaggi-vacanze è in salute.

Siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa, solo la Germania ci supera. Eppure le agenzie di rating ci declassano considerandoci a rischio. Sappiamo il perché: abbiamo il debito pubblico più spaventoso del mondo occidentale e non siamo capaci di tagliare la spesa corrente perché lo Stato deve mantenere milioni di connazionali nullafacenti, abituati a scroccare pensioni e vitalizi, a occupare posti di lavoro che in realtà sono ammortizzatori sociali. In Calabria hanno assunto ancora guardie forestali pagate per stare all’osteria. È una piaga antica che richiede cure continue e costose, ma non guarisce mai perché il medico pietoso, è noto, non osa intervenire se non superficialmente e la malattia incancrenisce. Davanti al disastro, l’unica soluzione proposta dalla generica e caotica sinistra è questa: mandiamo a casa Silvio Berlusconi. Poi? Provvederemo, inventeremo, ci affideremo allo stellone che ci ha sempre protetti.

L’opposizione (e anche qualcuno della maggioranza) è impegnata solo a sputtanare il governo e non si rende conto che così sputtana anche il Paese, dipingendolo ogni giorno come se fosse sull’orlo della bancarotta. L’autodenigrazione produce effetti micidiali sulla reputazione della Patria e autorizza la stampa estera a calcare la mano su di noi. L’immagine italiana viene infangata. Ovvio che i mercati, già impressionati dal debito pubblico, ci giudichino male e ci puniscano. Eppure la sinistra non demorde. Insiste nell’opera di demolizione. Sogna di creare una nuova maggioranza impossibile che, se anche fosse possibile, avrebbe caratteristiche politiche tali da non essere all’altezza di tagliare i rami secchi. Difatti l’agognata rivoluzione liberale se non l’ha fatta la destra figuriamoci se è alla portata della sinistra. E in mancanza di dinamica e dialettica tra minoranza e maggioranza, l’Italia è condannata all’immobilismo. In pratica: tira a campare.

(Vittorio Feltri – Panorama)

Caritas: in Italia 8,3 milioni di poveri Allarme giovani: il 20% è under 35

Hanno casa, macchina, lavoro. Eppure non riescono ad arrivare alla fine del mese. Il fenomeno dei nuovi poveri, in Italia, continua ad allargarsi e la conferma arriva dal rapporto Caritas-Fondazione Zancan. In quattro anni (2007-2010) le richieste di aiuto economico rivolte ai Centri di Ascolto delle Caritas Diocesane sono aumentate dell’80,8%. Fra gli italiani, con un +42,5% – afferma il rapporto dall’emblematico titolo ’Poveri di dirittì – si è registrato l’incremento maggiore delle persone che si sono rivolte ai centri mentre fra gli stranieri si è avuto il +13,9%. Al primo posto fra i problemi segnalati c’è la povertà economica, seguono i problemi occupazionali ed abitativi; al quarto posto, i problemi familiari.

Nel complesso, in 4 anni è aumentata dell’83,1% la richiesta di coinvolgimento di soggetti esterni (come gruppi di volontariato, enti pubblici o privati, persone o famiglie, parrocchie). Forte anche l’aumento delle richieste di sussidi economici (+80,8%) e di consulenze professionali (+46,1%). Diminuiscono invece le richieste di sostegno socio-assistenziale (-38,6%) ma anche quelle di lavoro (-8,5%). Rispetto alle risposte fornite dalla Caritas, aumenta il coinvolgimento di soggetti terzi (+90%) come anche l’erogazione di sussidi economici e di beni primari: rispettivamente, +70% e +40,8%.

Dalla fotografia del rapporto cambia il volto della povertà che ora coinvolge «pesantemente l’intero nucleo familiare: tutti si trovano a vivere, in modo diversi, una condizione di stress e di sofferenza, anche se le donne e i giovani pagano il prezzo più alto». Ad esempio, nel 2004 il 75% dei problemi si riferiva ai bisogni di carattere primario (casa, cibo, sanità, ecc.), nel 2010 tale valore ha raggiunto l’81,9% mentre le problematiche post materiali (come disagio psicologico e dipendenze) passano dal 25 al 18,1%. La questione abitativa diventa «un’emergenza» i cui problemi in 4 anni sono aumentati del 23,6%. Altro dato in forte aumento: dal 2005 al 2010, il numero dei giovani che si è rivolto ai centri è aumentato del 59,6%; il 76,1% (era il 70% 5 anni prima) di questi non studia nè lavora.

Particolarmente vulnerabili si confermano gli stranieri che rappresentano il 70% delle persone che si rivolgono ai centri. Secondo un campione degli operatori della Caritas, il disagio maggiore è fra gli immigrati che vivono da soli in Italia, quelli di sesso maschile, con età compresa fra i 25 e 44 anni. In genere hanno problemi di lavoro (66,4%) e situazioni di povertà economica (62,5%).

La Lega non ha strategie (o governi) di ricambio

Gli episodi che fanno emergere le forti tensioni che scuotono il Carroccio si accavallano ormai con un ritmo quasi quotidiano e fanno intendere che la granitica unità del partito “padano” attorno al suo leader e fondatore è ormai uno sbiadito ricordo (e non sorprende certo il fatto che si accompagnino con una certa regolarità con “incidenti di percorso” via via più seri del governo imperniato sull’asse Pdl–Lega).

Umberto Bossi sembra sempre più rinchiuso in una sorta di camarilla politico–familiare, che gli fa da scudo ma anche da intercapedine nei confronti di un movimento che si sente e si mostra disorientato. Naturalmente, al di là delle condizioni personali, conta la situazione politica difficile e le prospettive sempre più incerte. L’inattesa sconfitta elettorale subita anche dalla Lega nelle recenti elezioni amministrative parziali ha fatto cadere l’illusione che sarebbe stato il raggruppamento nordista il beneficiario delle previste defezioni dell’elettorato berlusconiano.

La risposta di Bossi, così come si è espressa nel suo discorso veneziano di poche settimane fa, è stata deludente per i militanti, per l’intreccio tra la conferma dell’alleanza di governo accompagnata dalla riesumazione delle fanfaluche secessioniste. La Lega è un partito fortemente radicato sul territorio e questo fattore, che normalmente rappresenta un elemento di forza, rischia di trasformarsi nel suo contrario quando il gruppo dirigente sembra imballato, incapace di operare scelte convincenti e attraversato da crepe e contrapposizioni che però non assumono una chiara connotazione politica e programmatica.

Di fronte alla crisi economica la Lega ha detto solo dei “no”, più o meno giustificati e più o meno espressivi della sensibilità e degli interessi della sua base elettorale e del suo sistema di riferimento sociale. Nella contesa che si è aperta nella maggioranza sulle scelte difficili da compiere ha esercitato un ruolo marginale e subalterno, talora a difesa del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, talora a sostegno di interessi particolari. Le frasi oracolari di Bossi sulla durata della legislatura, che difficilmente può arrivare al traguardo naturale, prive di una precisazione sulla tattica parlamentare conseguente, non hanno convinto né i partigiani della continuità del governo né quelli che hanno l’opinione opposta.

I militanti naturalmente scalpitano, esprimono proteste e dissensi, ma non hanno a disposizione un terreno di confronto politico praticabile. Probabilmente si tratta dell’effetto di un meccanismo di validazione interna delle scelte basato sulla fedeltà al leader, che funziona finchè si ottengono successi, ma che entra in crisi nel momento in cui è necessario confrontarsi con difficoltà oggettive. Alla Lega, che viene invitata perentoriamente ogni giorno a “staccare la spina” all’esecutivo non solo dalle opposizioni ma da una parte consistente della base, manca oggi una strategia di ricambio, il che la mette in una posizione di attesa paralizzante e irritante.

D’altra parte l’illusione di uscire indenne da un fallimento del centrodestra, magari con una fuga “rivoluzionaria” in senso secessionista, appare un’ipotesi puramente propagandistica e priva di presa reale. Ormai al traino degli avvenimenti, anche la Lega presenta una crisi di leadership, senza gli strumenti per affrontarla in modo ordinato. Anche per questo è difficile capire come reagirà alla situazione che si è creata con la bocciatura della legge di bilancio alla Camera che apre nuovi scenari e rende più stringente la scelta tra una crisi al buio e una conferma della fiducia a un esecutivo in palese difficoltà, scelte ambedue foriere di nuovi elementi di tensione all’interno del raggruppamento nordista.

Sergio Soave (Avvenire)