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	<title>L&#039;altra Campana &#187; Politica e Società</title>
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		<title>Tovarish Monti, il liberalizzatore sovietico</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 09:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione attenzione, parla Mosca, l’infobjurò sovietico annuncia che nella giornata odierna il comitato supremo per il “Bene Comune del Popolo Italiano”, guidato dall’illustre e autorevole presidente Mario Monti ha stabilito che il nostro popolo ha l’urgente esigenza di più libertà in campo economico e quindi decreta con effetto immediato una serie di provvedimenti atti a favorire un incremento della competitività. I provvedimenti si intendono immediatamente esecutivi ed inappellabili. Chiunque vi si opporrà, verrà considerato un boicottatore.”</p>
<p>Questo l’ipotetico messaggio di annuncio in epoca sovietica.</p>
<p>Cambiano le epoche e le coordinate geografiche, ma la modalità con cui sono stati intrapresi dal governo i provvedimenti “liberalizzatori” in fretta e furia e senza alcuna consultazione dovrebbe fare riflettere ogni persona che si ritenga dotata di un minimo di analisi critica e lucidità mentale.</p>
<p>Si parla di liberalizzare e si usa un decreto per farlo. Tanti soggetti economici devono sottostare alla volontà di un unico soggetto centrale e autoritario (e aggiungo non eletto da nessuno). Dopo una prima fase di progressivo inasprimento fiscale (gli effetti reali saranno tastati sulla nostra pelle fra pochi mesi), ora si pretende si inoculare nell’organismo qualche provvedimento ridicolo in campo economico (qualche notaio in più, la scatola nera sulle automobili, l’obbligo di fare tre preventivi alle assicurazione e l’imposizione per il medico di famiglia di dire al paziente che esistono i farmaci generici).</p>
<p>Non vedo l’ora di essere competitivo! Per decreto legge! Ma perché non annullano la gravità per decreto legge? Potremmo così fluttuare liberamente nello spazio! C’è poco da ridere. Il cittadino è considerato un mero esecutore della volontà centrale.</p>
<p>La Costituzione, che dovrebbe essere il documento che stabilisce i limiti del Governo, in realtà non ha più alcun valore, ne viene sventolata la presenza soltanto quando fa comodo. La saccenza tipica del pianificatore centralista decreta quanto ognuno di noi debba essere libero, come debba lavorare, muoversi, comunicare, mangiare, come debba essere educato, e così via. Tutto viene imposto dall’alto in modo tale da annullare ogni opposizione e con uno stravolgimento nell’uso delle parole da alterarne il significato di base.</p>
<p>Le libertà vengono emanate per decreto, chi si oppone è un privilegiato egoista, un boicottatore da isolare ed eliminare. Gli spazi di manovra per esprimere una propria opinione sono sempre più limitati alla scelta di dove andare in vacanza d’estate ed il grado di influenza di ogni singolo cittadino è sempre più limitato ed irrisorio. Eppure alla gente viene fatto credere di essere liberi. Il “Corriere della sera” sotto la parolina magica liberalizzazione ha titolato: “Famiglie e professioni, la vita cambia così”. Capito? Per il più importante quotidiano d’Italia, libertà significa vedersi cambiare la vita per legge, per volontà di un bocconiano.</p>
<p>Tutta questa situazione dovrebbe fare rabbrividire e far scattare un qualche meccanismo di difesa o fors’anche una sana rabbia che porti a consapevoli atti di disubbidienza. Altrimenti per decreto legge un giorno fisseranno a che ora dobbiamo lasciare questa Terra.</p>
<p>спокойной ночи! (Che in lingua sovietica significa buonanotte!). Siam passati dal “presidente operaio” a quello “sovietico”.<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Colbacco.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Colbacco-150x150.jpg" alt="" title="Colbacco" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5247" /></a></p>
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		<title>LA LEGA E’ UNA POLVERIERA. MILANO PUO’ VALERE UNA RISSA</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’apparente tregua, o pace che dir si voglia, spacciata l’altra sera a Varese in occasione del “Maroni Night”, quando Bobo e Umberto si sono presentati insieme sul palco, non è durata nemmeno lo spazio di un mattino. Ieri, infatti, su vari fronti sono scoppiate continue battaglie che danno l’idea di un movimento seduto su una polveriera, che al Teatro Apollonio ha solo cercato di dare la sensazione di una ritrovata unità, per evitare il rischio che la manifestazione di domenica a Milano contro il governo Monti si trasformi in un ring dove si misureranno le due diverse fazioni.</p>
<p>La giornata è stata un fuoco d’artificio continuo. Il deputato maroniano Luca Pini ha disconosciuto la firma sulla mozione di sfiducia personale presentata da Reguzzoni contro il ministro Corrado Passera, facendola sostanzialmente decadere. Mozione per altro considerata un errore dallo stesso Maroni.  Durissime le parole usate dal deputato: «Ieri Bossi ha confermato a Maroni che della mozione su Passera non ne sapeva nulla, per questo oggi ho disconosciuto la mia firma telematicamente con la Camera. Non mi faccio prendere per il culo da un soggetto come Reguzzoni. Non ho ritirato la firma perchè semplicemente non ho firmato nulla – spiega il deputato leghista -. Non ero neanche stato avvisato dell’iniziativa. Finchè Reguzzoni non viene rimosso dal suo incarico – aggiunge – a livello collettivo io non firmo nulla se non è una iniziativa di Bossi o di Maroni. Tra l’altro ritengo che in questa fase una mozione di sfiducia ad un ministro serva solo a ricompattare la maggioranza. È inutile che Reguzzoni ed i suoi quattro ‘scalzacan’ dicano che una iniziativa di Bossi perchè non è così ». «Della mozione non ne sapevo nulla – conclude Pini – al punto che quando Reguzzoni ha preso la parola in Aula, immaginavo stesse presentando le sue dimissioni». Replica di Reguzzoni: «Se non si discuterà la mozione contro il ministro dello Sviluppo, a ridere sarà Passera ed il nostro nemico che è il governo Monti. A piangere saranno invece benzinai, camionisti, professionisti, tassisti… la cui voce non troverà adeguata eco parlamentare. Ognuno porta la responsabilità delle proprie azioni».</p>
<p>Sempre i maroniani hanno fatto saltare il relatore della legge comunitaria, il bossiamo Marco Maggioni. E Reguzzoni sempre più sotto tiro che fa? Si limita a dire di aver rimesso il mandato di capogruppo fin da dicembre e che deve essere Bossi a decidere. Ma al riguardo è difficile fare previsioni. Tra Reguzzoni e un maroniano, c’è anche chi non esclude un terzo scenario: Bossi, raccontano, potrebbe andare incontro alla richiesta di togliere l’incarico a Reguzzoni, per darlo però a un altro suo fedelissimo. E infatti è spuntato il nome del presidente della Provincia di Brescia, Daniele Molgora, deputato ed ex sottosegretario e collezionatore di incarichi, che ieri è stato visto in via Bellerio. La notizia avrebbe fatto imbestialire i maroniani in quanto Molgora viene considerato appunto vicino ai cerchisti, essendo nella sua città grande avversario del vicensindaco Fabio Rolfi, eletto di recente segretario provinciale della Lega col sostegno dei maroniani.</p>
<p>E questa la chiamate tregua o peggio ancora pace? Ma andiamo… per non parlare del fatto che il pomeriggio prima del “Maroni Night” al teatro Apollonio pare che Bossi fosse contrariato dall’annunciata grande affluenza di pubblico e abbia accusato qualche dirigente di pagare i pullman per portare a Varese i fans di Maroni. Insomma, quella andata in scena ieri sera è stata una sorta di sceneggiata napoletana, dove è stata sparsa una buona dose di ipocrisia ad uso e consumo dei militanti.</p>
<p>Intanto continuano anche le manovre interne fra i vari schieramenti. Prova ne sia l’incontro di ieri pomeriggio a Palazzo Estense dove è andato in scena un summit tra l’ex ministro dell’Interno e i sindaci di Varese e Verona Attilio Fontana e Flavio Tosi. Se gli incontri tra i primi due fanno parte della routine, l’aggiunta del primo cittadino veronese fa prevedere  una linea comune da tenersi domenica a Milano – con il grande raduno della Lega Nord contro il governo Monti -, ma anche a possibili strategie in vista dei congressi del partito.<br />
Infatti l’altre sera Umberto Bossi ha fatto un’apertura alle richieste della base, annunciando che domenica pomeriggio il federale si riunirà in via Bellerio per decidere modi e tempi delle assise che dovranno decidere nuovi dirigenti e linea politica del Carroccio.</p>
<p>I tre esponenti del Carroccio sono rimasti chiusi nell’ufficio del sindaco Fontana per circa un’ora e mezza. All’uscita Tosi ha detto: “I congressi vanno fatti in tempi molto veloci. Bossi è il nostro capo indiscusso, infatti lo scontro è al di fuori di lui. C’è una parte della Lega che ha il consenso e lavora per il territorio. E chi invece non ha il consenso e lavora pro domo sua”. Si tenta cioè di forzare la mano a Bossi, che l’altra sera a Varese ha fatto una vaga apertura sulla stagione dei congressi, annunciando qualche decisione già nel Consiglio federale che si svolgerà domenica in via Bellerio dopo la manifestazione. Ma non sarebbe una novità che si entra nel “gran consiglio” con l’ipotesi di una decisione e se ne esca con quella contraria. Dipende dalle influenze che subirà il capo prima di quel momento e il grado di incazzatura che gli andrà montando nel constatare che ormai Maroni è più popolare di lui fra i militanti. E si sa, una cosa del genere il Senatur non l’ha mai tollerata e quando è avvenuta, le teste degli usurpatori sono rotolate (ricordarsi Miglio). Sarà ancora in grado, il vecchio capo malandato, di attivare la ghigliottina?<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/BOSSI-e-MARONI.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/BOSSI-e-MARONI-150x150.jpg" alt="" title="BOSSI e MARONI" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5243" /></a></p>
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		<title>Concordia, i 7+1 responsabili del naufragio</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 10:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche se mancano le informazioni dettagliate relative a quanto sia successo in plancia, direi che a questo punto ci sono abbastanza elementi per capire chi siano i responsabili della tragedia occorsa. Fermo restando che il responsabile ultimo della nave è &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/concordia-i-71-responsabili-del-naufragio/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Naufragio-Costa.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Naufragio-Costa-150x150.jpg" alt="" title="Naufragio Costa" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5239" /></a>Anche se mancano le informazioni dettagliate relative a quanto sia successo in plancia, direi che a questo punto ci sono abbastanza elementi per capire chi siano i responsabili della tragedia occorsa.</p>
<p>Fermo restando che il responsabile ultimo della nave è e resta sempre il comandante, lo sottolineo onde anticipare critiche inutili a questa mia personale opinione, vediamo un po’ chi sono gli altri corresponsabili della tragedia. A differenza del comandante della nave che è pagato dalla Costa Crociere, si tratta, per i primi sette nomi, di persone pagate dalle nostre tasse, uomini di Stato, quelli che il “servizio pubblico” è fondamentale.</p>
<p>1. Il comandante della Guardia di Finanza di Porto Santo Stefano. Ho avuto modo di incrociare più volte le motovedette della Guardia di Finanza al largo dell’isola del Giglio. Costoro sono in grado di fermare la stessa barca nella stessa settimana anche tre volte, trovando sempre le stesse carte a bordo, ma non credo che abbiano mai fermato la Costa Concordia che passava a 100 metri dall’isola. Sono disposto a ricredemi se qualcuno mi mostrerà i verbali del controllo. Da parte mia posso mostrare dozzine di verbali di controllo, inutili, riguardanti barche dai 10 ai 15 metri, tutte a vela.</p>
<p>2. I comandanti delle suddette vedette. Precisi e puntuali nel conoscere le norme in vigore e spesso anche nell’inventarne di nuove inesistenti, ma sempre riguardanti piccole imbarcazioni da diporto, per lo piu’ a vela. Ricordo che un giorno decisero di controllare per due lunghe ore ogni spillo della barca più piccola che trovarono in porto. Dopo aver perso inutilmente le due ore, dissero che mancava il canone RAI dello stereo.</p>
<p>3. I comandanti delle motovedette dei Carabinieri che perlustrano con continuità le coste del Giglio. Anche loro hanno avuto modo di fermare più volte imbarcazioni a vela di massimo 15 tonnellate, ma non credo abbiano mai fermato la Costa Concordia di circa 10000 tonnellate. Ricordo che, proprio dove e’ successo il fatto, spiegarono a me e ad altri in barca con me che, secondo loro, dovevamo ancorarci molto distanti dall’isola. In pratica ci dicevano che dovevamo stare più distanti dall’isola, fermi all’ancora noi, che non la Costa Concordia a 15 nodi di velocità.</p>
<p>4. Il Comandante della Capitaneria di Porto dell’Isola del Giglio in servizio in occasione dell’unico passaggio ravvicinato documentato del 14 agosto scorso, che non conosco personalmente, ma che immagino come i suoi colleghi sempre solerte nell’indicare alle imbarcazioni da diporto di 10 metri dove possono e non possono ormeggiare, dove possono e non possono transitare. Costui evidentemente non si è accorto di un’imbarcazione di 291 metri che usava passare a pochi metri dalla riva.</p>
<p>5. Il Comandante della Capitaneria di Porto di Porto Santo Stefano, superiore del precedente, che sguazza in quei mari tutti i giorni e che, pur responsabile dell’area di mare in cui la tragedia è avvenuta, non ci può certo raccontare di non aver mai saputo che le navi da crociera passassero così vicine all’isola.</p>
<p>6. Il comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Gregorio De Falco. Si’, proprio lui, l’eroe di oggi (quello del “vadaabordocazzo”). Profondo conoscitore delle normative relative al comando in caso di naufragio, ci vuole spiegare se sapeva che le navi di quella stazza passavano a così poca distanza dall’isola del Giglio? Se non lo sapeva, ci vuole spiegare di cosa parla con i suoi uomini? Di quante imbarcazioni a vela di 10 metri abbiano fermato o meno in settimana? Ho avuto a che fare anche con loro ed ho potuto apprezzare la rigida precisione con la quale si applicano quotidianamente ad indagare se barchini di 2 metri e mezzo, abbiano o meno l’assicurazione. Purtroppo non sto scherzando.</p>
<p>7. Il Sindaco del Giglio, Sergio Ortelli (“grazie per il passaggio ravvicinato”) al quale non è mai passato per la testa che una nave come la Costa Concordia non fosse proprio del tutto in sicurezza a quella distanza dall’isola. Anzi “si faceva interprete di un ringraziamento personale” verso il comandante della Costa Concordia.</p>
<p>Per ultimo, ma citato in testa a questa personale riflessione, l’unico di tutti costoro che non sia pagato dalle nostre tasse: il comandante della nave: Francesco Schettino.</p>
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		<title>TORNARE AL CONTRATTO LIBERO PER SALVARE LAVORO E IMPRESE</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[La legge n. 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, ha compiuto quaranta anni lo scorso anno. È una legge che ha indiscutibilmente segnato la storia dei rapporti di lavoro e ha inciso profondamente sulle dinamiche di mercato. &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/tornare-al-contratto-libero-per-salvare-lavoro-e-imprese/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Cerco-lavoro.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Cerco-lavoro-150x150.jpg" alt="" title="Cerco lavoro" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5231" /></a>La legge n. 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, ha compiuto quaranta anni lo scorso anno. È una legge che ha indiscutibilmente segnato la storia dei rapporti di lavoro e ha inciso profondamente sulle dinamiche di mercato. Com’è noto, la sua approvazione è avvenuta a margine del cosiddetto “autunno caldo”, a conclusione di un lungo percorso legislativo, iniziato con il disegno di legge presentato da Giuseppe Di Vittorio nel 1952. Nel corso della III legislatura, lo stesso Di Vittorio, unitamente all’altro parlamentare e sindacalista della CGIL, Fernando Santi, presentarono un nuovo disegno di legge sui diritti dei lavoratori nelle fabbriche, a cui fece seguito quello presentato dal PSIUP e un altro ancora presentato, durante la IV legislatura, dal Partito Comunista. Durante la V legislatura, a cavallo tra il mese di giugno 1968 e il giugno 1969, furono presentati al Senato ben cinque disegni di legge. L’ultimo, che costituiva la sintesi e il superamento dei precedenti, il n. 738 del 24 giugno 1969, fu presentato a nome del governo di centro–sinistra, all’epoca presieduto dal democristriano Mariano Rumor, dal ministro socialista Giacomo Brodolini. Venne approvato dal Senato l’11 dicembre 1969. E fu tramutato in legge, con l’approvazione definitiva della Camera dei Deputati, il 14 maggio 1969. A tale seduta presero parte 352 deputati su 630, 217 votarono a favore, 135 si astennero, non ci fu alcun voto contrario.</p>
<p>Con la legge così approvata, fu regolamentato l’ingresso delle organizzazioni sindacali nelle imprese, furono ampliati i diritti dei lavoratori e, soprattutto, furono posti ulteriori e  penetranti limiti ai licenziamenti. Su quest’ultimo punto, l’articolo 18 ha messo a carico delle imprese, con non più di 15 dipendenti, l’obbligo di riassunzione (e di risarcimento del danno) del dipendente licenziato senza giusta causa o giustificato motivo.</p>
<p>Proprio tale disposizione è quella che, nel corso del quarantennio di vigenza, ha alimentato numerose discussioni e sollevato le maggiori polemiche. C’è chi, muovendo dall’assunto che essa sia ispirata alla necessità di proteggere i lavoratori, ritenuti la parte debole nei rapporti con i datori di lavoro, considera l’articolo 18 un baluardo intoccabile e ritiene che la sua abrogazione significherebbe indebolire anche le altre forme di tutela dei diritti dei lavoratori. E c’è chi invece sostiene che si debba rendere più flessibile il rapporto di lavoro stabile, anche superando il dualismo che caratterizza un diritto del lavoro, troppo generoso con i dipendenti e troppo avaro con i precari.</p>
<p>Non sorprende quindi che molte proposte di riforma siano state avanzate e che siano stati promossi persino due referendum popolari: il primo, nel 2000, da parte dei Radicali, che si proponevano di eliminare la norma; il secondo, nel 2003, promosso da Rifondazione Comunista che, al contrario, proponeva di estendere la tutela a tutti i lavoratori. Entrambi i referendum non hanno raggiunto il quorum.</p>
<p>Qualche riflessione è utile. Le contrapposte argomentazioni sono essenzialmente basate su preconcetti ideologici: perché non tengono conto che nell’ambito del mercato e, in particolare, del mercato del lavoro, i conflitti si svolgono sempre all’interno di un gioco a somma positiva, che produce vantaggi per tutti i contraenti. «Il mercato – ha chiarito Bruno Leoni – non è un campo di battaglia, in cui si cerca di uccidere il nemico; è un’istituzione pacifica, in cui ognuno cerca di assicurarsi gli altrui beni e servizi al minor prezzo possibile, ma col consenso degli interessati». Ne discende che l’imprenditore non gode di una posizione dominante o di un potere economico, che gli consentano di dare libero sfogo ai suoi capricci. E ciò significa che i dipendenti, assertivamente considerati parte debole, non dipendono dall’arbitrio imprenditoriale. In realtà, in un’economia di mercato il potere spetta unicamente ai consumatori, i quali sono sovrani e, con le loro scelte,  orientano l’attività degli imprenditori. Questi sono di conseguenza tenuti a obbedire agli ordini del pubblico acquirente, che deve essere servito al meglio e al minor costo possibile. L’imprenditore che non sia in grado di comportarsi in tal modo viene dai consumatori estromesso dal mercato.</p>
<p>L’attività imprenditoriale deve perciò svolgersi in maniera efficiente: non solo nell’ambito della scelta e della lavorazione dei fattori di produzione, ma anche, e soprattutto, impiegando, e mantenendo al lavoro, il personale più qualificato. Non è un caso che Ludwig von Mises abbia scritto: «Nell’impresa privata l’assunzione di un operaio non è un atto di favore ma una normale transazione commerciale, nella quale entrambe le parti, il datore di lavoro e il prestatore d’opera, trovano il loro tornaconto. Il datore di lavoro deve cercare di pagare la forza-lavoro in misura corrispondente alla sua prestazione lavorativa. Se non lo fa, rischia di vedersi sottrarre l’operaio da un concorrente disposto a pagare di più. Il prestatore d’opera, da parte sua, deve cercare di occupare il suo posto in modo da meritare il salario, per non rischiare di perdere il posto stesso. Poiché l’assunzione non è un favore ma una transazione economica, l’operaio assunto non deve preoccuparsi dell’eventualità di essere licenziato per avversione nei suoi confronti. L’imprenditore che licenzia per avversione un operaio che lavora bene e si guadagna il suo salario, danneggia soltanto se stesso e non l’operaio, il quale finirà comunque per trovare un’occupazione dello stesso livello».</p>
<p>Non c’è pertanto alcuna rapporto da riequilibrare attraverso una speciale tutela come quella apprestata dall’articolo 18, che rende “forte” una delle parti del rapporto a discapito dell’altra, non tenendo conto che la parte imprenditoriale è già tenuta a rispondere alle esigenze dei consumatori, orientati nelle scelte unicamente dalle preferenze individuali e pronti a penalizzare gli imprenditori per ogni deviazione, anche minima, rispetto alla loro domanda. Il che si traduce in un gravoso onere che comprime la richiesta di lavoro, distorce l’allocazione ottimale delle risorse e frena la crescita delle imprese.</p>
<p>E non solo. Proprio accordando una speciale tutela al dipendente, la normativa vigente finisce per burocratizzare le aziende private e, nel contempo, per rendere meno produttivo il lavoro dal quale viene rimossa l’alea insita in ogni attività umana. Altra considerazione può pure essere fatta in ordine agli stessi motivi di recesso del datore, per i quali il giudizio, nel non infrequente caso di contestazione del licenziamento, è sottratto alle parti. È infatti rimesso alla discrezionalità, forse maggiore di quanto non accada in altri settori, del magistrato.</p>
<p>I tempi sono ormai maturi per rimuovere l’articolo 18, la cui vigenza si è dimostrata una norma illiberale e demagogica. Occorre estromettere lo Stato e la sua legislazione dalla libera negoziazione sociale, tra chi domanda e chi offre lavoro. È così che si può restituire alle parti la libertà di regolamentare autonomamente i propri interessi, anche perfezionando contratti diversi da quello a tempo indeterminato, che avrebbero «valore di legge tra le parti» (art. 1321 c.c.). E queste sarebbero tenute ad adempiere alle obbligazioni assunte per non incorrere nelle sanzioni eventualmente già inserite nell’accordo contrattuale e comunque previste per i casi di inadempimento.</p>
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		<title>SECESSIONE SCOZZESE E CRISI DELL’EUROZONA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:42:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando una coppia divorzia, ci sono sempre i parenti pronti a ficcare il naso nella separazione. Passando dal micro al macro, quando due nazioni si separano, ci sono sempre conseguenze nelle organizzazioni internazionali di cui entrambe facevano parte, quando erano &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/secessione-scozzese-e-crisi-dell%e2%80%99eurozona/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Unione-Europea-simboletto.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Unione-Europea-simboletto-150x150.jpg" alt="" title="Unione Europea simboletto" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5226" /></a>Quando una coppia divorzia, ci sono sempre i parenti pronti a ficcare il naso nella separazione. Passando dal micro al macro, quando due nazioni si separano, ci sono sempre conseguenze nelle organizzazioni internazionali di cui entrambe facevano parte, quando erano sotto un unico Stato. Il Regno Unito, oltre a essere membro dell’Onu, lo è anche della Nato e dell’Unione Europea. Se la Scozia dovesse salutare Londra e separarsi, chi erediterà i seggi in questi prestigiosi club internazionali? Il dibattito, non solo teorico, si sta intensificando proprio in questi giorni.</p>
<p>Ieri, per esempio, fonti anonime europee confidavano ai reporter dell’Agence France Presse che, in caso di secessione, sia Londra che Edimburgo dovrebbero rinegoziare da capo l’appartenenza all’Ue. Ma fonti legali confidavano sempre all’Agence France Presse che: i due nuovi Stati, una volta separati, verrebbero automaticamente considerati come “successori” del Regno Unito e verrebbero considerati come Paesi membri. Basta solo un voto di maggioranza degli altri governi appartenenti al club europeo.</p>
<p>Tutto sommato, come ricorda alla Bbc il professor Andrew Scott (docente di Studi Europei presso l’università di Edimburgo), “l’Ue è infinitamente creativa quando ha a che fare con un gioco costituzionale che non ha mai visto prima. Ha già gestito l’unificazione tedesca e l’ammissione di Cipro Sud”.</p>
<p>Tutte le fonti interne all’Ue restano rigorosamente anonime. E si può anche capire il perché: nonostante siano stati affrontati casi difficili in passato, una secessione britannica può mettere in discussione l’Abc dell’Unione Europea. Nonostante sia rimasto privo di un governo centrale per più di un anno, nemmeno il Belgio si è formalmente diviso in due Stati distinti. Una secessione all’interno di un membro dell’Ue può creare un precedente che fa paura a molti governi unitari. Se la Scozia se ne va e non paga un prezzo altissimo, poi chi trattiene i catalani e i baschi nella Spagna? E i fiamminghi nel Belgio? E il Nord Italia non ne trarrà alcuna lezione? C’è dunque da attendersi una notevole resistenza fra i governi dell’Ue (quasi tutti) che hanno problemi di separatismo e autonomismo nei loro territori.</p>
<p>Un altro organismo che potrebbe ficcare il naso nella secessione britannica è sicuramente la Nato. Alex Salmond ha fatto capire a chiare lettere che del deterrente nucleare (presente anche nelle basi navali scozzesi) non sa che farsene. Non ha bisogno dell’atomica e non intende avere un esercito che vada oltre i compiti dell’autodifesa. E d’altra parte, chi potrebbe mai attaccare il nuovo Stato? Se l’Inghilterra accetta la separazione e la Regina Elisabetta non è Edoardo I (l’invasore della Scozia ai tempi di Braveheart), gli highlander non hanno alcun nemico, né la Norvegia, né, tantomeno, la piccola Islanda. La Nato potrebbe fare storie, però, se la Scozia non dovesse essere in grado di sostenere la spesa militare necessaria a far parte dell’Alleanza. E, per di più, sottrarrebbe forze (convenzionali) anche al Regno Unito, che finora è stato uno dei principali pilastri del club atlantico. Quindi aspettiamoci di veder opporre resistenza anche sul fronte della Nato.</p>
<p>Ma è proprio necessario appartenere a queste organizzazioni?</p>
<p>Per ora sì. Perché la Scozia, proprio come l’Irlanda, avrebbe la possibilità di trattare con il governo di Londra su un piano di parità. L’adesione all’Ue “…ha cambiato le relazioni dell’Irlanda con il Regno Unito dalla sera alla mattina” – spiega Tony Brown, dell’Institute of European Affairs di Dublino – “si raggiunge un piano di parità. Non occorre più attendere mesi per combinare un incontro il premier britannico, basta sollevare il telefono”.</p>
<p>Per ora, dunque, l’appartenenza all’Ue è quasi un percorso obbligatorio. Per ora… Ma la crisi dell’eurozona, certificata anche dal suo declassamento da parte delle maggiori agenzie di rating, significa una sola cosa: che nel prossimo futuro dobbiamo attenderci che l’Ue non conterà più molto. O non conterà più nulla, se l’eurozona dovesse sciogliersi. E’ altrettanto necessario appartenere alla Nato?</p>
<p>L’Irlanda è neutrale, ma vive benissimo. E intrattiene regolarmente rapporti con tutti gli Stati che vuole, Usa per primi. La Nato, dopo la fine della Guerra Fredda, non ha più l’urgenza di difendere l’Europa dall’Urss e non ha ancora trovato una sua nuova identità, né una missione comune. Basti vedere che si è spaccata in due fronti, al suo interno, in tutte le crisi dall’Iraq (2003) ad oggi.</p>
<p>E quindi, di cosa dovrebbero preoccuparsi gli scozzesi? In questi giorni stanno comparendo articoli catastrofisti, come quello a firma di Andrew Roberts, sul Mail Online del 14 gennaio, in cui si prevedono scenari di collasso, subito dopo l’indipendenza: isolamento diplomatico, giacimenti di petrolio venduti ai cinesi, una secessione interna delle isole Shetland e un’economia in bancarotta. Ma questi articoli sono scritti sempre seguendo la logica del “Big is Beautiful”: più si è grandi, più “si conta”. Nazioni piccole, nate da secessioni, come Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Estonia, dimostrano invece che “Small is Beautiful”, perché il piccolo si organizza meglio.</p>
<p>La crisi dell’eurozona è, al contrario, la prova del 9 della fragilità dei grandi sistemi.</p>
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		<title>Il Foglio sfotte il Sole 24Ore</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 18:12:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Fate presto&#8221;. E&#8217; la frase sparata in prima pagina a caratteri cubitali dal Sole 24Ore il 10 novembre scorso, in piena crisi finanziaria, con lo spread sul Bund che schizzava alle stelle e la Borsa che subiva uno dei più &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/il-foglio-sfotte-il-sole-24ore/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Fate presto&#8221;. E&#8217; la frase sparata in prima pagina a caratteri cubitali dal Sole 24Ore il 10 novembre scorso, in piena crisi finanziaria, con lo spread sul Bund che schizzava alle stelle e la Borsa che subiva uno dei più forti attacchi speculativi internazionali degli ultimi anni. </p>
<p>Roberto Napoletano, direttore del quotidiano di Confindustria, invitava il governo a fare il massimo sforzo, e a farlo presto, per affrontare la situazione ed evitare il disastro dell&#8217;Italia, considerato imminente. Il titolo dava il senso della drammaticità del momento. Era una citazione. Lo stesso titolo, &#8220;Fate presto&#8221;, era comparso sul Mattino di Napoli tre giorni dopo il terremoto del 23 novembre 1980.</p>
<p>Passate alcune settimane e archiviato il governo Berlusconi, il nostro Paese deve adottare le misure necessarie a uscire dalla tempesta. A guidare la &#8220;nave Italia&#8221; c&#8217;è il professor Mario Monti, in fretta e furia nominato senatore a vita. E&#8217; stato chiamato a &#8220;salvare&#8221; il Paese.  In Italia gode del sostegno di tutti, meno quello della Lega. All&#8217;estero lo appoggiano la Merkel, Sarkozy, Obama, Barroso, Van Rompuy e la Lagarde. Insomma tutti, o quasi. Eppure le misure &#8220;anticrisi&#8221; tardano ad arrivare. Certo, per mettere in cantiere dei provvedimenti importaqnti serve tempo. Nessuno lo mette in dubbio. Ma non si capisce come mai per alcuni organi d&#8217;informazione, molto solerti, fino a poco fa, nel chiedere un veloce cambio di passo, ora non ci sia più alcuna fretta. Insomma, siamo già fuori dalla crisi? Non sembra proprio&#8230;</p>
<p>Ecco dunque che il Foglio di Giuliano Ferrara ha deciso di rompere il silenzio e, con una finta prima pagina del Sole 24Ore, ha titolato a caratteri cubitali: &#8220;Fate con calma&#8221;. In alto, sopra al titolo, una striscia rossa con dei numeri significativi. Tra questi ce n&#8217;è uno, 5.184, che indica le ore intercorse tra il giuramento del governo e domani. Poi si legge un commento, con una punta di acida ironia: &#8220;E&#8217; nato così in fretta il sobrio gabinetto che ci ha spiazzato, viziato e il paese soffre d&#8217;astinenza grave. Vorremmo che avesse già fatto acuti, seminato sconcerto, non solo reso omaggio a chi ha preceduto, a chi sta a fianco, a chi sta dietro e ai due che stanno altrove e stanno sopra&#8230;&#8221;. E&#8217; difficile non sorridere alla satira del Foglio. Ci auguriamo, però, che la calma auspicata da Ferrara non sia eccessiva&#8230;<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/11/Fate-con-calma.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/11/Fate-con-calma-150x150.jpg" alt="" title="Fate con calma" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5222" /></a></p>
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		<title>Politica commissariata dal comunista Napolitano</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 12:52:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Napolitano, con il plauso di tutto il Centrosinistra che è minoranza nel Paese e in Parlamento, ha proposto al Governo Monti, che è stato venduto a tutti come “governo tecnico”, di agire in ambito assolutamente politico e ideologico: si deve, &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/politica-commissariata-dal-comunista-napolitano/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Napolitano, con il plauso di tutto il Centrosinistra che è minoranza nel Paese e in Parlamento, ha proposto al Governo Monti, che è stato venduto a tutti come “governo tecnico”, di agire in ambito assolutamente politico e ideologico: si deve, secondo Napolitano, cambiare la legge sull’attribuzione della cittadinanza, passando dal principio dello jus sanguinis a quello dello jus soli tanto amato da&#8230; globalizzatori, internazionalisti di origine marxista e mercatisti (è questo argomento uno dei punti di contatto tra liberisti e comunisti, infatti). Ma questo Governo non è stato eletto sulla base di un programma, è “tecnico” appunto, deve agire solo in ambito strettamente economico e per il resto limitarsi all’ordinaria amministrazione. Riforme strutturali di questa portata devono necessariamente venire approvate dal popolo sovrano, attraverso un’elezione su un programma specifico. Già il fatto di non andare a votare subito, visto lo stato attuale, è una cosa abominevole per la democrazia; se addirittura si comincia a paventare una politica di marca progressista quando il popolo ha votato, con maggioranza larga, per forze conservatrici, allora il colpo di Stato diventa palese.</p>
<p>In tutta questa situazione emerge chiara una verità: i partiti politici presenti in Parlamento hanno completamente fallito la loro missione di rappresentanza delle istanze popolari, dimostrandosi incapaci di attuare un programma nonostante un successo elettorale netto, per quanto riguarda PdL e Lega Nord; dimostrandosi incapaci di costruire un’alternativa credibile, per quanto riguarda tutti gli altri partiti d’opposizione. La politica è di fatto commissariata e le nuove energie espresse dalla società civile hanno il dovere di mettere in rilievo questo fallimento, proponendosi come nuova alternativa.</p>
<p>I partiti presenti in Parlamento non meritano ulteriore credito, poiché hanno dimostrato di essere autoreferenziali e interessati solo a logiche di gestione del potere conquistato attraverso un esercizio del voto ormai ridotto a mera competizione elettorale tra lobbies concorrenti.</p>
<p>Per restituire speranza di democrazia al popolo sovrano è necessaria una battaglia per imporre ai media – almeno quelli pubblici – di concedere spazio di propaganda anche a movimenti e formazioni politiche nuove, per le quali c’è una fortissima domanda politica nell’elettorato sebbene manchi completamente l’accesso all’informazione. Su questo argomento è quanto mai urgente e opportuna una riflessione</p>
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		<title>Non ci sono complotti! Solo strategie!</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 08:58:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ desolante constatare come in Italia si liquidino i fatti scomodi, che disturbano il coro unanime della propaganda mainstream, come teorie di paranoici cospirazionisti. Riesumando persino, in chiave sarcastica, il “complotto demo-pluto-giudaico-massonico” di fascista memoria. Succede in questi giorni a &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/non-ci-sono-complotti-solo-strategie/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ desolante constatare come in Italia si liquidino i fatti scomodi, che disturbano il coro unanime della propaganda mainstream, come teorie di paranoici cospirazionisti. Riesumando persino, in chiave sarcastica, il “complotto demo-pluto-giudaico-massonico” di fascista memoria. Succede in questi giorni a quanti osano sfidare la beatificazione del nuovo Presidente del Consiglio, il tecnocrate Mario Monti.</p>
<p>Semplicemente, viene ridicolizzato chi fa informazione. Perché, fino a prova contraria, riportare gli incarichi, la storia e i legami di un uomo che sta per diventare il capo del governo italiano, equivale a informare. Su quel tanghero di Berlusconi, anni e anni di inchieste che lo hanno perquisito in lungo e in largo fino all’ultima escort. E, lubrico sensazionalismo d’alcova a parte, passare al setaccio il suo impero mediatico e finanziario, le sue cricche, i suoi abusi e soprusi era cosa buona e giusta. Ma storcere il naso infastiditi se ci si limita a fare un ritratto di Monti un po’ più completo dell’agiografia dominante, questo no, non va bene a chi stappa bottiglie per la “liberazione” dal ducetto di Arcore. E’ la libera stampa a corrente alternata. Faziosa e miope d’un occhio. La Repubblica come rovescio speculare del Giornale.<br />
Ma veniamo al merito. Si dice: supporre che l’algido, mite e bocconiano ex membro della Commissione Europea sia un uomo dei poteri forti internazionali che hanno causato la crisi e ora la risolvono a loro profitto è complottismo. A parte il fatto che i complotti nella Storia ci sono sempre stati e non si vede perché debba esserne esclusa a priori financo la possibilità, qui nessuno, o quanto meno non noi, parla di piani escogitati a tavolino da una Spectre onnipotente. Finanzieri, industriali e banchieri, con codazzo di politici e giornalisti servi, non sono déi, non hanno un potere assoluto. Niente e nessuno al mondo lo ha. Hanno interessi, che superando in raggio d’azione i confini nazionali si configurano come internazionali, o sovranazionali che dir si voglia. La logica con cui li perseguono, di conseguenza, non può che essere nemica della sovranità nazionale. E non può non scontrarsi con le esigenze e le aspirazioni sociali del grosso dei popoli, dei ceti medi e deboli, perché questi vivono di lavoro e risparmi, mentre quelli di usura bancaria (lucrano sugli interessi dei debiti privati e statali) e di speculazioni borsistiche (i grandi investitori alla Soros decidono compravendite tirandosi dietro come greggi la massa dei piccoli: et voilà il giudizio dei famosi “mercati”).<br />
Questi signori hanno ritrovi in cui si riuniscono: Trilaterale (di cui il professor Monti è presidente per l’Europa), il CFR, il club Bilderberg, quest’ultimo segretissimo. Sono consessi in cui discutono e si confrontano sulle strategie da adottare per favorire nel modo più concertato possibile i propri obbiettivi di guadagno economico e influenza geopolitica. Se anche non esistessero, questi salotti, i signori che ne fanno parte ricercherebbero ugualmente di massimizzare profitti e conquistare maggior potere. E’ umano, direi logico che sia così. Il fatto, però, che tali società semi-segrete esistano, se non proprio una prova, è la spia che quegli enormi interessi ci sono e fanno quel che è ovvio che facciano: disegnare progetti e piazzare personalità nei posti di comanda per attuarli.<br />
Denunciare le appartenenze di questo o quel “tecnico” (ma intruppati in questi raduni dei potentati mondiali ci sono o ci sono stati anche fior di politici come i Clinton, Prodi, Tremonti, lo stesso Obama) fa capire meglio da dove derivano e quali possono essere i moventi delle idee che mettono in campo. Affermare il solido rapporto fra Monti e la banca d’affari numero uno al mondo, la Goldman Sachs, è certamente significativo, dal momento che la GS, una fucina di prodotti finanziari tossici, ha sfornato intere amministrazioni a Washington e sulla crisi ha accumulato immensi surplus alla faccia degli americani e della gente in tutto il mondo finita sul lastrico o ridotta ai soliti “sacrifici”. Cosa mai ci sarà di assurdamente complottistico nell’esporre questo fatto? E che razza di paranoia sarebbe far presente che Monti sedeva anche nel cda della Fiat, la multinazionale ormai sempre meno italiana e sempre più americana? Perché dovremmo trangugiare zitti e buoni la verità ufficiale senza un dubbio e senza fare una verifica, mentre a Berlusconi, potere forte anche lui, abbiamo contato anche i peli nel naso? Che ci rispondano con fatti e argomenti, gli antiberlusconiani isterici e la sinistra finanziaria, invece di ribattere con battutine che non dicono nulla. Altrimenti tocca simpatizzare per le finte vergini leghiste e gli ultimi servi fedeli Ferrara e Sallusti, gli unici, assieme a qualche sparuto intellettuale libero come Giulietto Chiesa o Guido Viale, che sul palcoscenico di massa (non quello di noi quattro gatti clandestini su internet e qua e là sul territorio) si oppongono al golpe della finanza globale sotto le vesti della triade Ue-Bce-Fmi.</p>
<p>Alessio Mannino</p>
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		<title>Conflitti d’interessi, Monti batte Berlusconi</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 08:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nota per gli anti-berlusconiani osservanti che oggi intonano gli osanna al nuovo capo del governo Mario Monti, l’economista liberista più amato dalla Bce e dalla finanza internazionale: scorrendo la lista dei ministri, i conflitti d’interesse la fanno da padrone. Ho &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/conflitti-d%e2%80%99interessi-monti-batte-berlusconi/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nota per gli anti-berlusconiani osservanti che oggi intonano gli osanna al nuovo capo del governo Mario Monti, l’economista liberista più amato dalla Bce e dalla finanza internazionale: scorrendo la lista dei ministri, i conflitti d’interesse la fanno da padrone. Ho già detto di lui, che è un recordman di intrecci e influenze elitarie (ripassino: ex consigliere Fiat, Comit e Generali, dal 2005 advisor Goldman Sachs, presidente europeo della Commissione Trilaterale, membro del direttivo del Bilderberg Group: grazie a queste credenziali è stato commissario europeo negli anni ’90 ed è da tempo immemore editorialista del Corriere della Sera, mica per altro).<br />
Veniamo al consiglio dei ministri. Il primo banchiere italiano, Corrado Passera capo di Banca Intesa (azionista di una miriade di società, dalla Telecom alla Ntv di Montezemolo e Della Valle fino ad Alitalia e ad Rcs-Corriere della Sera, giusto per fare solo qualche nome), diventa superministro dello Sviluppo economico e Infrastrutture. La vicepresidente del consiglio di sorveglianza sempre di Intesa, consigliere di Buzzi Unicem ed editorialista del quotidiano Il Sole 24 Ore, Elsa Fornero, è nominata ministro del Welfare. Il commercialista Piero Gnudi, neo-ministro per il Turismo e Sport, siede nel cda di Unicredit, del gruppo Astaldi e del Sole 24 Ore, dopo essere stato presidente di Enel fino a pochi mesi fa. Francesco Profumo, a cui va il ministero dell’Istruzione, ha fatto parte del cda di Unicredit Private Bank e oggi è presente in quelli di Telecom, Pirelli e Fidia. Piero Giarda, già sottosegretario al Tesoro coi governi di centrosinistra negli anni ’90, assume il dicastero dei Rapporti con il Parlamento da consigliere di sorveglianza del Banco Popolare. Dulcis in fundo, la ministra della giustizia, Paola Severino, è un famoso avvocato proveniente dallo studio legale di un altro ex Guardasigilli, Giovanni Maria Flick. Segni particolari: la sua sterminata lista di clienti eccellenti annovera Prodi, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Geronzi, Rutelli, Formigoni, la Fininvest, Telecom, Eni, Enel, Total eccetera eccetera e, nota importante, è considerata una “morbida” su certi temi, guarda caso quelli che stanno a cuore al plurindagato Silvio Berlusconi. Tipo le intercettazioni, che in un convegno del 2009 lei ebbe a definire «inefficaci», in pratica inutili. Stendiamo un velo pietoso sull’onnipresente Antonio Catricalà, uomo per tutte le stagioni premiato con il ruolo di sottosegretario alla presidenza del consiglio: fu quello che, grazie a una giravolta verbale di sua invenzione inserita nel lodo Maccanico, salvò Rete4 dal passaggio al satellite, e che da capo dell’Authority antitrust in tutti questi anni ha dormito sonni profondi. Dulcis in fundo, il braccio destro del neo-premier, Enzo Moavero, un eurocrate doc: conosce a menadito gli uffici della burocrazia dell’Unione e ricopre l’incarico di giudice della Corte europea di Giustizia di Lussemburgo. E’ il naturale ministro agli Affari Europei.<br />
Poi c’è il capitolo Vaticano. Un certo, marcato ammiccamento alla Chiesa è evidente nei seguenti ministri: Lorenzo Ornaghi (Beni Culturali), ex rettore dell’Università Cattolica e vicepresidente del quotidiano dei vescovi Avvenire; Andrea Riccardi (Cooperazione Internazionale), fondatore della Comunità di Sant’Egidio; lo stesso Passera, presente al recente convegno di Todi in cui il presidente della Cei, cardinal Bagnasco, ha chiamato a raccolta il variegato mondo associativo ed economico d’ispirazione cattolica. Infine, non dimentichiamo l’ammiraglio Giampaolo Di Paola al ministero della Difesa (attualmente dirige il comitato militare della Nato, da cui ha seguito le operazioni di guerra in Libia) e Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore italiano a Washington, agli Esteri. Entrambi una garanzia per gli Usa, senza il cui via libera, nel Belpaese non si forma nessun governo. </p>
<p>(Alessio Mannino)<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/11/Monti-e-Tremonti1.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/11/Monti-e-Tremonti1-150x150.jpg" alt="" title="Monti e Tremonti" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5210" /></a></p>
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		<title>E il creativo pigro e blasfemo s’inventò il bacio tra Papa e Imam</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 08:19:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e religione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Si chiama guerrilla marketing e, in genere, vi ricorre chi vuole promuovere un prodotto o un’idea ma non possiede i soldi per farlo con i mezzi tradizionali. Due azioni eclatanti di mordi-e-fuggi da guerriglieri pubblicitari sono state perpetrate ieri mattina &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/e-il-creativo-pigro-e-blasfemo-s%e2%80%99invento-il-bacio-tra-papa-e-imam/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiama guerrilla marketing e, in genere, vi ricorre chi vuole promuovere un prodotto o un’idea ma non possiede i soldi per farlo con i mezzi tradizionali. Due azioni eclatanti di mordi-e-fuggi da guerriglieri pubblicitari sono state perpetrate ieri mattina in Italia. Alcuni militanti dell’azienda, costretta a mezzi estremi per acquisire una visibilità altrimenti negata, hanno srotolato due enormi manifesti con i fotomontaggi di un appassionato bacio omosessuale tra personaggi famosi: Obama e Hu Jintao, presidenti americano e cinese, davanti alla Borsa e al Duomo a Milano; Benedetto XVI, Pontefice della Chiesa cattolica, e Ahmed Mohamed el-Tayeb, imam della moschea di Al-Azhar al Cairo (considerato da molti la più importante autorità religiosa dei sunniti), a due passi da Castel Sant’Angelo. È annunciato anche il bacio tra Netanyahu e Abbas, primo ministro isareliano e presidente palestinese: l’attesa è spasmodica.</p>
<p>E l’azienda guerrigliera, povera ma creativa e combattiva, costretta a mezzi estremi per rendersi visibile? È Benetton. Quell’azienda che ieri all’Eliseo il presidente Sarkozy ha insignito, nella persona del suo storico &#8220;capitano&#8221; Gilberto Benetton, dell’onorificenza di Cavaliere della Legione d’Onore. Quella che ieri, sempre a Parigi, ha presentato la Campagna universale &#8216;Unhate&#8217; (contro l’odio) con proclami da comicità involontaria: «Abbiamo deciso di dare visibilità mondiale a un’idea alta di tolleranza, per invitare i cittadini di tutti i Paesi a riflettere su come l’odio nasca soprattutto dalla paura dell’altro e di ciò che non si conosce». Proprio così. I cervelloni benettoniani non conoscono. Non sanno. Il Papa non odia proprio nessuno e abbiamo la sensazione che un collega musulmano potrebbe scrivere lo stesso dell’imam egiziano. I benettoniani, tutti presi dalla loro compiaciuta frenesia creativa, ignorano che pochi giorni fa ad Assisi il Papa cattolico ha convocato capi di tutte le religioni, musulmani compresi, e anche autorevoli non credenti, per un pellegrinaggio verso la verità e la pace: l’esatto contrario dell’odio. I benettoniani ignorano la sensibilità dei credenti, moltissimi dei quali si sono sentiti profondamente offesi dalla provocazione gratuita, in cui non hanno visto un messaggio di amore, ma di odio nei confronti della loro fede. Credenti cattolici – bastava navigare ieri nel web per trovare dozzine di appelli al boicottaggio dei prodotti Benetton – e, ne siamo sicuri, credenti musulmani. L’atto blasfemo è dunque grave. Non a caso ieri sera il portavoce della Sala Stampa Vaticana, padre Lombardi, informava che &#8220;la Segreteria di Stato sta vagliando i passi da fare presso le autorità competenti per garantire una giusta tutela del rispetto della figura del Santo Padre&#8221;.</p>
<p>Poiché non è la prima volta che l’immagine del Papa viene irrisa o utilizzata per far denaro, conosciamo l’obiezione: nessuna censura, nessun limite alla satira, nessun laccio alla libertà d’espressione. Davvero? Pochi giorni fa era sempre il popolo del web a insorgere contro Luciana Littizzetto, e Fabio Fazio che l’ha lasciata fare, per una infelice battuta sugli alluvionati liguri (&#8216;È come se uno a Natale avesse fatto il presepe dentro al water e si lamentasse se qualcuno tira l’acqua&#8217;: i familiari dei morti avranno riso?). Non essendoci la religione, e tanto meno il Papa, di mezzo, nessuno ha gridato alla censura liberticida. Il problema è davvero il solito e sta nel senso del limite e del sacro o, se si preferisce, nel buon gusto e nel rispetto dei sentimenti altrui. Buon gusto e rispetto o li hai o non li hai. In questa occasione, Benetton non li ha avuti, anzi ha dichiarato guerra – una guerra cialtrona – al buon gusto e al rispetto.</p>
<p>Provocare è arte raffinata che richiede la delicatezza e la sensibilità del bisturi da chirurgo, non la mannaia del macellaio. In passato, Benetton ha saputo usare il bisturi, a volte; ma è spesso scivolata nella bassa macelleria. Come oggi. Pasticciare con i simboli e i sentimenti religiosi è sintomo non di creatività ma di grossolana pigrizia dell’intelligenza.</p>
<p>Devono averci pensato, i Benetton, pur a frittata ormai fatta, se nella tarda serata di ieri un «portavoce» del gruppo comunicava l’intenzione di «ritirare l’immagine», ormai disseminata sul web. Oggi, se ne sono capaci, porgano le loro scuse.</p>
<p>(Umberto Folena su &#8220;Avvenire&#8221;)</p>
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