Il 25 Aprile esponiamo il gonfalone di san Marco

Un malinteso sentimento di integrazione verso persone di culture, religioni e usanze diverse provenienti da altri continenti o regioni d’Italia, si trasforma per alcuni in uno strumento di autocensura nei diversi contesti sociali in cui normalmente manifestiamo gli aspetti della nostra identità collettiva. Si parli dell’esposizione dei crocefissi in luoghi pubblici, dell’allestimento dei tradizionali presepi natalizi o addirittura della preparazione di piatti della nostra cultura enogastronomica, si sentono qua e là voci di funzionari o semplici cittadini che chiedono di rinunciare alle nostre usanze per “paura di offendere” coloro che provengono da altri contesti. Una sorta di cupio dissolvi, di nichilistica rassegnazione di cui evidentemente è affetta una piccola minoranza della nostra gente che sta perdendo le ragioni stesse del vivere collettivo e comunitario senza ricevere nulla in cambio da quella società fluida impersonale, individualista, disperatamente disgregata, che in una parola chiamiamo “globalizzata”. Eppure la perdita di senso esiste solo per coloro che con ostinazione coltivano l’oblìo e la cancellazione della nostra memoria collettiva.

Ci sono simboli, date, ricorrenze che non passano e non passeranno. Una di queste è sicuramente il 25 Aprile, ricorrenza di San Marco patrono delle Genti Venete. E’ una ricorrenza religiosa che la Serenissima Repubblica ha reso anche e soprattutto civile rivendicandone simbologia e valenze nella sua stessa bandiera. Da secoli, in effetti, esprime il massimo momento di unità del Popolo Veneto.

In questa data riaffermiamo quindi il sentimento di continuità ideale che ci lega ai nostri avi ed ai nostri posteri. E riaffermiamo in pari tempo le idee cardine che la concezione politica Veneta ha espresso in più di un millennio di indipendenza e due secoli di insorgenze e rivolte e proteste per riconquistarla: l’idea che il bene comune debba prevalere sugli interessi particolari, l’idea che l’uomo di Stato debba essere al servizio della Nazione tanto da offrire ad essa la vita se necessario, l’idea che lo scopo dell’esercizio del potere è la limitazione degli abusi e dei soprusi verso le classi deboli della società. Un’idea del mondo, questa, ben chiara nella testa di quei patrizi Veneziani che si facevano decapitare o spellare vivi a Cipro per non arrendersi alla più bassa barbarie ottomana; quelli che sotto le mura di Padova hanno umiliato gli avidi imperatori della Lega di Cambrai resistendo al più gigantesco assedio che l’Europa avesse visto; o quei contadini vicentini che si facevano squartare dalle soldataglie napoleoniche piuttosto che ammainare la bandiera di San Marco. Crediamo che quei valori e quell’idea del mondo siano attuali oggi più che mai e sono simboleggiati dalla nostra bandiera, “carica di gloria vera” come recita l’inno ad essa dedicato composto da Giuseppe Segato.

Il 25 Aprile, invitiamo pertanto i Veneti ad esporre con orgoglio la bandiera Veneta dalla propria abitazione. E’ un segno di continuità di cui andare fieri.

La cultura del niente, la “paura di offendere” sono figlie di un oblìo forzato che non ha più ragion d’essere. E’ ora di voltare finalmente pagina.

Moreno Menini
Associazione Bepin SegatolaMiaBandiera

Chi attacca la Chiesa attacca il popolo Veneto

L’ultima scemenza viene dalla Gran Bretagna, dove la locale unione degli atei ha richiesto l’arresto di Benedetto XVI attribuendogli la responsabilità di crimini contro l’umanità. Benedetto XVI come Pinochet… Siamo alla follia, ma l’attacco che la Chiesa Cattolica sta subendo in queste ultime settimane è furioso, fino a giungere ad apici di irrazionale follia.

Contro il Papa convergono interessi su tre livelli: uno interno alla Chiesa che non condivide il pontificato di Benedetto XVI, uno mediatico-economico che vede avvocati pronti a tutto per guadagnare, uno delle lobby che vogliono limitare il potere vaticano.

Al di là dei casi specifici, c’è davvero l’impressione che in queste settimane si sia di fronte a una sorta di regolamento di conti con il pontificato ratzingeriano. Un pontificato al quale non si perdonano il motu proprio che ha riabilitato la messa antica, la revoca della scomunica ai lefebvriani e il decreto sulle virtù eroiche di Pio XII, firmato lo scorso dicembre. Ma anche, forse più nascostamente, c’è chi non sopporta parole di un certo tipo sulla globalizzazione, sullo sfruttamento delle risorse naturali, sulla dignità del lavoro. Sembra che ogni atto del Papa «irriti» certi ambienti e «uno si deve chiedere il perché», ha osservato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, intervistato dalla Cnn, mentre nei giorni scorsi l’ex Segretario di Stato Angelo Sodano aveva messo direttamente in rapporto gli attacchi a Ratzinger con il messaggio della Chiesa su vita e famiglia.

La riflessione profonda di ogni sano venetista deve far ricordare che l’anima della gente veneta è informata dal cristianesimo e che i valori su cui è stata forgiata la nostra essenza sono i valori della Chiesa Cattolica. Una guerra contro il Papa è una guerra contro ogni singolo veneto, anche se fosse un uomo freddo nella fede. Non esiste il popolo veneto senza la Chiesa Cattolica, ma solo gente che abita in Veneto. Il Leone alato, simbolo apocalittico riferito all’evangelista San Marco, da solo spiega tutto; il Redentore, Gesù Cristo, che affianca il leone alato nell’altra delle due colonne di molte piazze venete, da sempre è il nostro Signore. L’attacco alla nostra identità più profonda ci chiama a prepararci a combattere, a tutti i livelli e con ogni mezzo, giacché la vita stessa perde ogni significato se privata del suo fondamento ontologico.

Non è solo una questione di Chiesa, di messe, di religione. Come si capisce, se si riflette bene, è una questione di vita o di morte. Vigiliamo e preghiamo, tenendo presente che all’occorrenza anche Gesù impugnò la frusta per cacciare i profanatori del Tempio…Monte Berico

Finalmente un Plebiscito valido

ZaiaA xe na vitoria granda! I Elettori ga fato un quarantoto. El Veneto torna a còrar e se vèrze na nova storia.

Ne tocarà, i giorni a vegner, de lesar sui giornai i rajonamenti dei studai sul voto; i discorerà sui “flussi elettorali”, sui “dati scorporati” – e ghe mancaria altro. I fa ben!

Na roba parò a ga da essar ben ciara: el Popolo veneto ga dito che vol a libertà, a sicurànsa e a paronansa a casa soa. A la vizilia del voto ghe go domandà ai Elettori de tegnar de conto al fato che ste elezion regionali podeva essar un plebiscito par el Veneto che i vol. A xe stada na risposta ciara e forte. Ne toca a noaltri, tuti insieme, far in maniera de rincuràr a volontà del popolo: che vègna sùito el federalismo de le tasse, el tajo al dessipamento fato da quei che no i sa da dove che a vien coi schei de a xente che laora! Ghe vol sùito istituzion nove!

Sta qua xe a vitoria del Veneto, de i so òmeni e de e so fémene. Vojo sperar che metaremo da na banda i mal de pansa che le votassion fa vegner.

Mi sarò el Presidente de tuti; e par tuti me darò da far e tuti scoltarò!

Gavemo un gropo da desbroiar che no xe mia da poco. Penseo che sia un dogo farse dar el federalismo? Fin a un co’ noaltri veneti gavemo tirà a careta anca par chealtri. Ma desso xe ora, e sarìa anca passada, che pensemo na s’cianta anca par i nostri fioi. Ghe vorìa de vedar un fiantin più in là. Securo che el Veneto xe na region maravejosa, ma xe ora che se descante: a politica a serve par cresar. Na man ai altri ghe a daremo, ma prima – come farìa un bon pare de fameja – dovemo pensar a la nostra xente, a spendar i schei fruto del nostro laoro par la nostra tera.

Ghe vol qualchedun che se sacrifich! e a pròvar el federalismo? Semo qua, ghe pensemo noaltri veneti a andar vanti par capir cossa che sconde el futuro. E par scomisiar, ne core suìto un novo Statuto, che a nostra Region a speta da massa temp. Gavemo da risvejarse come popolo, trovar la dignità e l’autonomia che gavemo perduo dai tempi de la Serenissima Republica.

Se meta el cor in paxe quei che ga paura de un rabalton. Col voto del Popolo veneto xe scomisiada na nova stajon. A poitica xe mejo che a cambie passo. E che nessun prove a tirarse indrio. Mi par primo. So che se go l’onor de combatar par a libertà del Veneto el merito xe de a passion e dei sacrifissi de tanti òmeni e fémene che ga fede ne la storia de a nostra Comunità. Ghe rendo grassie a tuti de cuor, uno par uno; e co lori, ringrassio anca i elettori che ne ga dà el so voto.

No lassaremo che a so bona volontà vegna stuada ne le stanze dei palassoni romani o venessiani.

Quel che i vol, i Cittadini veneti lo gà dita ciaro col so voto. A lori, e sol a lori, ghe respondaremo.

Luca Zaia

Zaia Doge!! W San Marco!

La Lega Nord trionfa, sfondando il 36% di consenso elettorale e distanziando di 10 punti il Popolo delle Libertà. La Sinistra viene spazzata via e il consenso al presidente Zaia è del 60%.

Un trionfo che segna una meta, ma anche un punto di partenza verso gli obiettivi veri del popolo Veneto: l’autonomia fiscale, il federalismo politico e, un domani, il ritorno alla sovranità.

Sembrava impossibile in tutti questi anni di impegno, sotto la pioggia e sotto il sole, lungo la Serenissima da Venezia a Pontida, sul Po, sulle piazze più remote della provincia veneta, poter arrivare a tanto, come sembrerebbe impossibile giungere a quel premio che è follia sperare… Ma nulla è impossibile al popolo unito nell’amore di un sogno condiviso di libertà e democrazia. Possiamo farcela, se ce l’abbiamo fatta fin qua.

NUNC EST BIBENDUM – Tosàti, dèsso se beve!

Ma da domani iniziano le responsabilità grosse. Se saremo all’altezza nelle Regioni, al plurale dato che anche Cota ha vinto in Piemonte, come lo siamo stati nei Comuni e nelle Provincie, un giorno governeremo il nostro Stato. Intanto festeggiamo un Veneto venetista che torna al comando a Venezia.

Forse potremo ammainare la bandiera bianca dal ponte….palazzo-ducale-venezia

22 Marzo 1848: insurrezione a Venezia

Non voglio piegare alle esigenze attuali gli eventi del passato snaturando l’interpretazione dell’insurrezione del 1848 nel Veneto, con la straordinaria parabola vicentina, e la rinascita della Repubblica Veneta il 22 marzo sotto la guida di Daniele Manin. Lascio il mestiere dello storico agli storici: io vorrei solo prendere spunto dalla ricorrenza, e dagli errori che segnarono quell’epica pagina di storia veneta, per riflettere sul presente. I primi mesi del 1848 furono densi di momenti premonitori, diremmo oggi, di quella che sarebbe diventata la primavera dei popoli europei: il 12 gennaio insorge la Sicilia, in febbraio esplode a Parigi la rivolta che porterà alla Seconda Repubblica, il 13 marzo a infiammarsi è Vienna, due giorni dopo Budapest e Berlino: il 17 marzo la notizia della rivolta viennese giunge a Venezia e vengono liberati Daniele Manin e Niccolò Tommaseo; il 22 marzo viene proclamata la Repubblica di Venezia. 25 marzo gli austriaci lasciano Vicenza che il 27 marzo aderisce alla neonata Repubblica Veneziana. Ad una ad una le rivoluzioni verranno sedate a colpi di baionetta ovunque in Europa. A Vicenza, dopo una delle pagine di resistenza meno note al grande pubblico ma tra le più esaltanti in Italia, gli austroungarici segneranno la repressione con un gesto ferocemente barbaro ma emblematico: la lacerazione in 32 pezzi della Cena del Veronese a Monte Berico, simbolo della ferocia della repressione.
Resiste solo Venezia, la cui esperienza durerà sino all’agosto del 1849: proprio la parabola veneziana e gli errori di Manin saranno determinanti nel segnare l’ala democratica della borghesia italiana favorendo il conservatorismo reazionario sabaudo, come bene notò Paul Ginsborg in un suo studio giovanile.
Già nel Settecento la classe dirigente veneziana aveva commesso un errore fatale nel non spiegare al vento della nascente cultura liberale le vele della Repubblica riconoscendo alla borghesia il suo ruolo di forza trainante coinvolgendola nel governo e coinvolgendo il territorio . Manin e i democratici veneti cinquant’anni dopo, oltre a non comprendere il ruolo della campagna e del territorio, commisero l’errore d’appoggiarsi ai Savoia; di certo non potevano sapere che il progetto sabaudo era decisamente reazionario e ben diverso, nella sostanza e negli esiti finali, dagli obiettivi democratici che l’insurrezione popolare, perché tale fu la rivolta del marzo 1848, vagheggiava. La rivolta di popolo fu con quell’errore, in altre parole, incanalata, addomesticata, trasformata in guerra di re, asservita alle esigenze di una oscura casa regnante capace poi di far pagare a quello stesso popolo un incredibile tributo di sangue, vessazioni, fame, povertà.
L’errore di Manin, come quello dei nobili Veneziani settecenteschi, fu quello di non capire che bisognava cogliere l’occasione data dal vento di primavera, dall’ansia di libertà che aveva allora scosso l’intera Europa. Bisognava osare. Oggi, “mutatis mutandi”, la grande crisi economica di questi anni ha segnato la fine di un’epoca e bisogna capire che questo cambiamento è veramente epocale. Nei fatti la crisi ci ha posto tutti davanti ad un nuovo scenario e tutti dobbiamo essere consci che il mondo che verrà sarà completamente diverso da quello che abbiamo conosciuto. Bisogna avere il coraggio di imboccare una nuova rotta: aprire le vele del Veneto e farle gonfiare al vento di primavera verso una nuova stagione di libertà. Il marzo del 1848 a Vicenza come a Venezia si colse, almeno inizialmente, quel vento di libertà e si tentò di inaugurare una nuova stagione. Guardiamo con rispetto e intelligenza critica a quell’anniversario, a quegli uomini per molti aspetti coraggiosi e generosi, per non commettere gli stessi errori e per cercare di guardare davanti a noi.

(Roberto Ciambetti)
moneta venezia

Verso gli Stati Uniti d’Europa: dal latino all’inglese passando per il veneto

Anticipiamo alcuni stralci di un articolo di Sabino Acquaviva che sarà pubblicato nel numero in uscita della rivista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore “Vita e Pensiero”.

Parlare dell’Europa, dei futuri Stati Uniti d’Europa, significa dimenticare il nostro passato? Esattamente il contrario. E per capirlo dobbiamo guardare alla storia del nostro continente, e quindi comprendere che proprio quel passato prepara il futuro di uno Stato federale di oltre cinquecento milioni di abitanti, e vede finalmente insieme molti popoli che un tempo si combattevano ferocemente. Né possiamo dimenticare che per la prima volta nella storia l’Europa, via via che l’Unione europea si espande, comprende al suo interno uno spazio di pace, forse l’unico mai esistito nella sua storia.
Nell’ambito di questo Stato federale, che poco alla volta prende forma, si assiste a un conflitto (a parole) e a uno strano dibattito tra chi sostiene che bisogna valorizzare i dialetti e chi difende gli Stati nazionali. Due posizioni conservatrici e fuori del nostro tempo.
L’attuale dibattito affronta un tema poco concreto e non è a tono con la nuova società che sta nascendo. E questo perché il dibattito non guarda né al passato né alle radici del nostro futuro. Il nostro passato? L’Europa di un tempo, soprattutto quella medievale, si fondava culturalmente, e in parte anche politicamente, sulla presenza della lingua latina come lingua capace, insieme al cristianesimo, di unificare il nostro continente, soprattutto di fronte alla pressione dell’islam in un primo tempo proveniente dall’Africa, in un secondo tempo dalla Turchia e dai Balcani dell’impero ottomano.
L’Europa dei molti secoli che stanno alle nostre spalle era quindi un continente in cui esistevano un certo numero di lingue regionali e il latino come lingua di comunicazione continentale. Molte di queste lingue, come l’identità dei popoli che le parlavano, furono soffocate dalla nascita degli Stati nazionali. Tali Stati furono l’espressione e il risultato del prevalere in ogni regione geografica di una lingua regionale. In tal modo, in Francia il francese del nord divenne il francese, in Italia il toscano prevalse sulle lingue regionali e divenne l’italiano, in Spagna il castigliano divenne lo spagnolo. Risultato? Secoli di guerre fratricide e massacri. I popoli d’Europa che vivono in una regione e lì hanno e difendono (o non difendono) la loro identità, sono molti. Il dibattito sui dialetti oscura il problema principale (quello delle lingue regionali) che rimane nascosto e poco evidente.
Ricordo, ad esempio, quanto diceva mio padre a proposito dei soldati italiani che occuparono la Dalmazia nel 1941. Un suo amico veneto andò al ristorante chiedendo una forchetta, ma nessuno capiva l’italiano né quindi sapeva cosa portare. Ma quando – parlando veneto – chiese un piron, il cameriere comprese immediatamente. I presenti percepirono l’esistenza di un’unità linguistica fra il dalmata di allora e il veneto del Veneto centrale. Questa unità linguistica sotterranea che univa e in parte unisce i popoli dell’Europa (allora anche attraverso il latino, oggi anche attraverso l’inglese) esiste ancora? Il mezzo miliardo di europei si sentono e sono parte di una comunità di popoli che hanno, nell’essenziale, una cultura comune, vivono in uno stesso continente, pensano a uno Stato federale che tuteli appunto anche lingue e culture regionali? Anzi, che dia loro, come si suol dire, “nuova vita”? O si tratta di un sogno impossibile?
Per tentare di rispondere a questa domanda è necessario porsi un altro interrogativo: che cosa accade in questo periodo in Europa? I fatti che bisogna prendere in considerazione sono almeno quattro: 1) cresce la percezione dell’appartenenza a un’area politica, culturale e militare, i futuri Stati Uniti d’Europa, con oltre 500 milioni di abitanti; 2) diminuisce la percezione dell’appartenenza a singoli Stati nazionali; 3) cresce in parallelo la comprensione dell’appartenenza a popoli, culture e lingue regionali; 4) questo fatto facilita la comprensione dell’esistenza di una grande nazione europea di cui viene ostacolato lo sviluppo dagli Stati nazionali. Tradotto in esempio, è come dire che cresce la percezione dei catalani, dei veneti eccetera, della loro identità e appartenenza a una nazione europea. Ritengo che guardare al futuro significhi guardare all’Europa e tutelare le identità regionali. Questo discorso, apparentemente locale e in parte sorpassato, risponde invece all’esigenza di pensare il futuro del nostro continente. Il fenomeno che ha visto il prevalere del toscano a danno delle lingue regionali è collegato a quello che ha visto fenomeni analoghi nell’ambito di altri Stati provocati dal desiderio di combattere le identità regionali e rafforzare quelle nazionali.
E quindi si è finito per raccontare una storia falsa e finta dell’ultimo secolo. Noi tutti sappiamo, ad esempio, com’è avvenuta l’unificazione dell’Italia. L’esercito piemontese ha conquistato e sottomesso i territori e i popoli del Mezzogiorno; nello stesso modo è stata condotta la spedizione dei Mille, che ha imposto con la violenza la fine del regno di Napoli e la fine di Napoli come capitale di un grande Stato. Sappiamo anche come i prefetti hanno governato l’Italia con il pugno di ferro a nome dei Savoia.
Ma l’orizzonte culturale, sociale, linguistico, politico, dell’Italia e dell’Europa sta cambiando anche per ragioni di respiro molto più ampio. Nascono e si contrappongono agli Stati nazionali europei delle grandi identità economiche, linguistiche e culturali come la Cina e l’India. Quell’orizzonte sta cambiando perché l’Europa, se non riesce a unificarsi, è destinata a soccombere; nessuno dei nostri Stati (che vanno da uno a sessanta milioni di abitanti, o poco più o poco meno) può opporsi alla concorrenza di Stati con oltre un miliardo di abitanti, in rapida espansione economica e demografica. L’Europa deve essere unificata, ma tale unificazione deve essere fatta – mi dispiace dirlo – contro gli Stati nazionali e favorendo la rinascita di identità regionali di cui l’Europa era e può tornare a essere la sintesi.
In conclusione, è urgente una svolta storica nei programmi di sviluppo di un continente come l’Europa, alla ricerca del proprio futuro. Ma come la grande Europa del Rinascimento aveva una lingua veicolare, il latino, così questa nuova Europa che nasce deve anch’essa rivalutare le culture regionali e accettare l’inglese come lingua veicolare comune. Quindi voglio essere paradossale e assurdo: viva il catalano, viva il provenzale, viva il veneto e speriamo che i nostri popoli, e non gli Stati nazionali, accelerino la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, affinché l’Europa stessa torni a essere uno dei principali protagonisti della storia del pianeta. patria serenissima

La vita complicata del doge di Venezia

Preziosa lezione dello storico Alvise Zorzi sulla figura del Doge della Repubblica Serenissima di Venezia, dal titolo “Meglio se molto vecchio
e possibilmente ricchissimo”, che proponiamo in occasione della mostra numismatica nella quale, dal 6 marzo al 5 aprile, sarà esposta a Venezia – nella Biblioteca Nazionale Marciana – l’unica collezione completa al mondo delle monete dogali nella mostra “Oselle veneziane. Il dono dei Dogi”. La mostra è accompagnata dal volume “Il dono dei Dogi” (Cittadella, Biblos, 2009, pagine 351, euro 60) dal quale è tratto il bellissimo brano successivo.

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di Alvise Zorzi

Squilli di trombe, suono di campane a distesa: la processione del doge esce dal Palazzo Ducale la Domenica delle Palme per raggiungere la basilica dopo aver fatto il giro della piazza. Aprono il corteo otto stendardi di seta col leone di san Marco, due bianchi, due rossi, due violacei e due azzurri, che simboleggiano, rispettivamente, la pace, la guerra, la tregua e la lega, seguiti dai “comandadori”, uscieri e banditori pubblici vestiti di bianco, che si riconoscono per uno zecchino d’oro cucito sul berretto a tozzo. Poi vengono sei lunghissime trombe d’argento sorrette da fanciulli riccamente vestiti come i suonatori. Poi, ancora, le “famiglie”, ovvero servitù, degli ambasciatori esteri; indi un concerto di tube e pifferi, gli scudieri del doge, i canonici di San Marco e di San Pietro di Castello e il patriarca di Venezia che benedice il popolo. Segue, preceduta dal cero bianco sorretto da un chierico, la corona o “corno” dogale, portata da uno scudiero. È la “zogia”, il gioiello, col quale il doge viene incoronato in vetta alla Scala dei Giganti; quando cadrà la Repubblica, nel 1797, lo si troverà fregiato di quarantatré gemme, fra le quali un bellissimo diamante e un grosso rubino, e di ventiquattro grosse perle a forma di pera.
Vengono poi i segretari del Senato e del Consiglio dei Dieci, e, preceduto dalla scranna dogale dorata e dal relativo cuscino, pure dorato, il Cancellier grande, capo della burocrazia statale. Infine, preceduto dal “ballottino” (il bambino che aveva estratto dall’urna le schede e le “ballotte” usate nell’elezione dogale), seguito dallo scudiero che regge l’ombrello o padiglione dorato, dagli ambasciatori e dalla Serenissima Signoria preceduta dalla spada di Stato, lui, il doge, il Serenissimo. Indossa il manto di restagno o di broccato d’oro col bavero d’ermellino e grossi bottoni di filigrana d’oro sopra la veste talare di seta, la “dogalina”, che copre i piedi rivestiti di calzari rossi; in capo porta la berretta, o corno d’uso, di velluto o di seta.
Al suo passaggio tutti si scoprono davanti a colui che incarna la maestà dello Stato veneziano. A vederlo, così sfarzosamente abbigliato, non sembra diverso da un monarca, e il cero, la scranna, l’ombrello e il cuscino sono le insegne, tramandate nei secoli, che un tempo accompagnavano e simboleggiavano il potere imperiale bizantino; anche i calzari, i borzacchini di pelle rossa, erano stati un tempo privilegio degli imperatori di Bisanzio. Tuttavia…
“Dose di Veniesia, altramente chiamato Prencipe, è il primo officio che daghi la nostra Repubblica alli soi zentilhomeni benemeriti”. Il nostro grande diarista Marino Sanudo definisce cosi, all’inizio del secolo XVI, la più alta carica dello Stato veneziano. È un officio, cioè una magistratura, ma chi la occupa è Principe, cioè sovrano. E questa è la chiave di lettura per capire chi fosse il doge: capo dello Stato con dignità e attributi principeschi, però magistrato elettivo, scelto fra i cittadini (leggi: i patrizi) benemeriti, a coronamento di una carriera più o meno brillante, una delle pochissime cariche vitalizie della Serenissima Repubblica di Venezia.
Un detto cinquecentesco, latino, definisce esemplarmente la figura del doge: Princeps in sollemnitatibus, cioè sovrano nelle cerimonie solenni, in Curia senator, senatore nelle assemblee costituzionali, in Urbe captious, prigioniero virtuale in città, extra Urbem reus, colpevole se lascia la città, beninteso senza autorizzazione del Maggior Consiglio.
Principe, dunque, capo di uno Stato che, nel periodo della massima potenza, inalbera nel proprio stemma, all’ombra del “corno” dogale, le corone dei regni di Creta e di Cipro, alle quali aggiungerà, dopo le conquiste di Francesco Morosini, quella del regno di Morea, il Peloponneso; di uno Stato che domina per molto tempo uno spazio territoriale notevole: il “Dominio da Tera”, che comprende il Veneto, il Friuli e una grossa fetta di Lombardia, con Bergamo, Brescia e Crema, e il “Dominio da Mar”, che comprende Istria e Dalmazia, le isole Jonie, le Cicladi, una parte delle Sporadi, la grande isola di Creta e, dopo la perdita dell’Eubea (Negroponte per i Veneziani) anche l’altra grande isola mediterranea di Cipro. Uno Stato che, per molti secoli, viene considerato una potenza europea di prima grandezza, tanto che, nel 1509, tutte le altre potenze europee scenderanno in campo per soggiogarla, e non ci riusciranno.
Il doge è considerato in tutto e per tutto un sovrano, e come tale si comporta. Non viaggia come i re o i papi, meno che mai rende visita a principi o potentati forestieri. Li accoglie a Venezia quando vengono a render visita, non tanto a lui quanto alla Serenissima Repubblica; non va mai a visitare le città suddite, le quali gli inviano, invece, i propri rappresentanti. Una scena come quella che si ammira in un dipinto conservato nel Palazzo Ducale di Genova, dove si vede il doge di Genova genuflesso ai piedi del Re Sole, a Versailles, non sarebbe, per il doge di Venezia, nemmeno lontanamente immaginabile: di regola, imperatori e re, lui li tratta da pari a pari.
In Urbe captivus: le autorizzazioni a uscire dal Palazzo gli vengono concesse col contagocce, per consentirgli un po’ di villeggiatura: non certo in luoghi remoti, alla Giudecca per Andrea Vendramin, nel Quattrocento, a Murano per Andrea Gritti, nel Cinquecento, tanto per fare qualche esempio. Nel liberale Settecento il doge può anche uscire di Palazzo, purché in maschera e incognito. Carlo Ruzzini (1732-1734) va volentieri a trovare il vecchio feldmaresciallo von der Schulenburg, eroe della difesa di Corfù contro i Turchi nel 1716, per rievocare con lui i vecchi tempi, e Alvise iv Mocenigo può andare a far visita al neo eletto procuratore di san Marco Almorò Pisani “nel mezzo delle maschere quasi da tutti incognito”, e sorseggiare un caffè “in chicchera giapponese guarnita d’oro, sopra una sottocoppa parimenti d’oro massiccio”. Un altro doge Mocenigo, Alvise iii, eletto nel 1721, scapolo, va addirittura tutte le sere a casa di suo fratello a chiacchierare e a giocare a carte. E va in villeggiatura, come era di gran moda, Marco Foscarini a Stra come Alvise Pisani, Alvise iv Mocenigo nella villa del Belvedere a Cordignano presso Sacile, che era un feudo della famiglia, o a San Bruson presso il Dolo, sulla riviera del Brenta.
Se, poi, il doge cumula l’altissima dignità col comando supremo delle forze navali, come, nei tempi più recenti, Francesco Morosini, l’autorizzazione a lasciare la città è naturalmente implicita. Ma può accadere che il doge venga designato per il comando navale, e non voglia saperne: Cristoforo Moro, nel dicembre 1463, avrebbe dovuto assumere il comando del contingente veneziano della Crociata bandita da Papa Pio ii contro i turchi. Il poveretto, vecchio, malandato e, a suo dire, totalmente digiuno di ogni nozione militare e marittima (“non era bon, salvo che star con frati”, commentava acidamente un cronista), si dichiara inadatto a sostenere l’incarico. Gli viene risposto che avrebbe dovuto pensarci prima, ormai tutto l’Occidente si aspetta che il doge di Venezia prenda parte alla spedizione e far macchina indietro sarebbe una perdita di credibilità; quanto alle scuse, il consigliere Vettor Cappello si alza e gli dice che è necessario che vada e che “la Terra”, cioè la Patria, non può fare a meno di “adoperar la so persona per le occorentie di questi tempi”.
Che, poi, il Serenissimo Principe fosse virtualmente prigioniero in città, lo si desume facilmente dalla somma di impegni che lo coinvolgevano in prima persona e ai quali gli era difficile, se non impossibile, sottrarsi tranne il caso di malattia, e malattia grave: dogi ammalatissimi si trascinano, a forza di volontà, ma non rinunciano ai propri doveri, obblighi politici, dall’apertura quotidiana (con l’assistenza di almeno quattro consiglieri ducali) dei dispacci di ambasciatori e rettori di città e province, inviati nominalmente a lui, ma effettivamente alla Serenissima Signoria o al Senato, alla presenza alle sedute delle assemblee, Collegio ogni mattina, Senato tre o quattro volte la settimana, Consiglio dei Dieci almeno ogni mercoledì, Maggior Consiglio ogni domenica. Poi, le innumerevoli “andate”, visite solenni a chiese, monasteri e confraternite di devozione, e processioni non meno solenni: nell’ultimo secolo dell’indipendenza veneziana, una trentina all’anno, contando le messe e i vesperi solenni nella basilica di San Marco, cappella dogale.
A questo calendario, alquanto impegnativo (“rari sono i zorni di riposo”, annotava Sanudo) si aggiunge quello dei ricevimenti in Palazzo Ducale, dalle visite di prammatica dei giovani nobili che incominciano la vita politica alle spose novelle che si recano con lo sposo e i parenti a “toccar la mano” al capo dello Stato, dall’incontro con i pescatori dell’isolotto di Poveglia, i quali, in memoria della loro partecipazione alla mitica difesa contro i Franchi di Carlomagno l’anno 810, avevano il privilegio di farsi ricevere dal doge, di baciarlo in viso e di pranzare con lui la domenica dopo l’Ascensione, alle visite dei rappresentanti delle arti e mestieri (i fruttivendoli vengono a offrirgli la primizia dei meloni, con gran chiasso di trombe e pifferi), ai grandi banchetti ufficiali che Sua Serenità deve offrire quattro volte all’anno, il giorno di Santo Stefano, il giorno di San Marco, quello dell’Ascensione e quello di San Vito, con lo scopo dichiarato di permettere contatti diretti e regolari tra il vertice dello Stato e un certo numero di magistrature.
Vita privata? Nell’appartamento a lui riservato in Palazzo Ducale, decorato e abbellito, naturalmente, a sue spese, spesso più che sontuosamente, il Serenissimo può, nelle poche ore libere da impegni ufficiali, fare quello che gli pare. Giovanni Bembo, rude uomo di mare, offre banchetti pubblici più splendidi di qualsiasi altro doge, ma, solo, mangia con gusto salumi e insalata fresca. Di Francesco Molin, doge dal 1646 al 1655, anche lui valoroso ammiraglio, si mormorava che si consolasse col vino degli acciacchi della vecchiaia, tanto che, alla sua morte, girò un epigramma dove si diceva che “prima di morir, per prender fiato, volse bever un gotto di moscato”. Passatempi assai diversi, i suoi, da quelli di Alvise iv Mocenigo, che, la sera, ascolta volentieri il cognato Marcantonio Corner suonare il violoncello accompagnato al clavicembalo dalla nuora, Francesca Grimani, mentre la dogaressa, Pisana Corner, gioca a tressette con le cugine e il “compare” Lodovico Rezzonico.
In Curia senator: un senatore come tutti gli altri. Il Senato, composto dei sessanta del Pregadi (in origine, era usanza che i senatori venissero convocati a domicilio, cioè “pregati” di recarsi a Palazzo) più i sessanta della Zonta, o aggiunta, più alcuni magistrati che ne facevano parte con o senza diritto di voto, era l’assemblea che esercitava il potere esecutivo; il Collegio, composto dal doge, dai sei consiglieri ducali (uno per sestiere di Venezia), e dai Savi del Consiglio, di Terraferma e agli Ordini, aveva attribuzioni miste, un po’ ufficio di presidenza del Senato, un po’ consiglio dei ministri. Il doge faceva parte di diritto di entrambi, anzi, virtualmente li presiedeva; lo stesso accadeva nel Consiglio dei Dieci, dove egli era presente assieme ai sei consiglieri ducali. Infine, nel Maggior Consiglio, corpo sovrano della Repubblica e fonte di ogni potere, egli solo aveva facoltà di proporre mozioni (non però da solo, ma di concerto con altri magistrati) e di prendere la parola ogni volta che lo ritenesse opportuno, restando al suo posto anziché recarsi, come gli altri oratori a una delle tribune allestite nella sala.
Dunque malgrado le numerosissime limitazioni imposte dalla “Promissione Ducale”, la legge costituzionale che egli doveva giurare appena eletto, il Serenissimo godeva di una posizione altamente privilegiata. Della quale un uomo politico sperimentato e intelligente, un parlamentare navigato poteva ampiamente valersi così da esercitare un potere effettivo sulle decisioni delle varie assemblee. Ma ciò non accadeva troppo spesso. Dal Cinquecento in poi gli elettori del doge prediligono sovente vecchioni decrepiti e possibilmente ricchissimi. Costoro, in pratica, non contano nulla o quasi nulla, non sono che “meschinissime larve” (è stato detto!), e il loro ruolo si limita alla figurazione esteriore, sempre fastosa ma vuota di ogni contenuto.
D’altra parte, una personalità robusta e autoritaria che non si piegasse alle alchimie della prassi parlamentare ma pretendesse di comandare in prima persona rischiava l’impopolarità se non l’ostilità del patriziato (e anche del popolino, sempre sensibile alle idiosincrasie dei maggiorenti). Il caso limite è rappresentato da Agostino Barbarigo, il doge dalla candida barba fluente che vediamo inginocchiato ai piedi della Vergine in una pala di Giambellino.
Era indubbiamente un bell’uomo, “de degna statura, de admiranda presentia” come scrive di lui il diarista Girolamo Priuli, era un uomo politico in vista, ed era fratello del doge Marco, del quale le malelingue dicevano che fosse morto in seguito a un violento alterco proprio con lui. Certo, Agostino era un caratteraccio che non tollerava contraddizioni e aveva un grande concetto di sé e della propria carica, tanto che si faceva baciare la mano dalle spose e dai giovani patrizi e addirittura permetteva che i visitatori gli si inginocchiassero davanti. In più, aveva, come è stato scritto, “una certa propensione ai buoni vini e alle vesti di pelliccia” e “una certa signorile trascuranza nel pagamento dei propri debiti”; soprattutto pareva che avesse anche accettato regali, cosa assolutamente non ammessa per il capo dello Stato, e, peggio che mai, in contanti. Fatto sta che quando morì, l’anno 1501, “era una meraveia udir le maleditioni ognun li dava”, come scrive Sanudo; e su di lui fu aperta un’inchiesta postuma che, quando fu conclusa, costrinse gli eredi a rimborsare allo Stato una grossa somma di danaro illegalmente percepita. doge andrea gritti

DA SAN MARCO A SAN MARCO

Zòbia, 18 Marso 2010 verso un bòto (ore 13,00) ghe sarà a Quinto un inportante fàto che tuti ga da conòsare : el pasàjo de la stafeta che portarà el gonfalon de San Marco dal Garda fin a Venexia.

El titolo de la manifestasiòn xe “ DA SAN MARCO A SAN MARCO” e no’l ga altra razon che coea de esaltar el valor sinbòlico de sto inportante avenimento che po’ el sarìa coeo de ricordare a tuti i Veneti (noaltri) le Origini, la Storia Gloriosa, el forte atacamento a le nostre Tradisiòn e Usanse e el Amore ca ghemo da vère par la nostra nathiòn e la nostra Tèra.
· Serchemo de èsare orgojosi de le nostre origini!
· Basta col fàto de sentirse de manco de che altri!
· Xe ora de indrisare la schèna e alsare ‘a testa rendèndose conto ca semo a casa nostra e coà vorissimo parlare, vivare e mantegnere usanse e costumi nostri da senpre!
I Veneti, senpre visti come polentoni, deboloti de caràrete, sotomesi ai altri e on fià stupidoti, ga invesse fato vedare al mondo ‘a so bravura e ‘l so spirito de inisiativa. El pasajo de ‘a Stafeta de San Marco ga da ricordare tute ste robe e ga da far capire che parlare ne ‘a nostra lengua veneta (pur ne le diverse parlate) no’l xe come fare un salto indrìo, ma invese xe on patrimonio ca ormai xe restà vivo solo coà e speta a noaltri tegnerghene da conto.

Carlo Alberto Bertolini
San Marco bandiera

La Sinistra e il venetismo senza Veneti

Il tema dell’identità “territoriale” sta assumendo una valenza sempre più importante, politicamente, ora che siamo al bivio obbligato fra il modello Multietnico e Multiculturale americano, e quello Indigeno europeo.

Vorremmo brevemente analizzare una apparente “giravolta ideologica” di alcuni circoli della sinistra post-comunista veneta su queste tematiche perché le riteniamo di assoluto interesse in merito al dibattito odierno; riteniamo interessante svelarne presupposti e conclusioni anche per mettere in guardia gli ambienti indipendentisti ed autonomisti dalla diffusione di queste teorizzazioni pseudoidentitarie.

Un dato di partenza incontestabile che oggi interroga il pensiero progressista è il distacco politico delle “classi subordinate” nei riguardi dei partiti di sinistra sui temi dell’immigrazione. Sia sul fronte del mondo del lavoro che su quello della sicurezza operai e dipendenti hanno più volte dimostrato di non seguire i tradizionali referenti abbracciando, con disinvoltura, rivendicazioni apertamente ostili e votando a più riprese partiti di destra o populisti.[1] Di fronte a queste evidenza sulla presunta “mancanza di una coscienza di classe” dei ceti popolari la sinistra ha assunto sostanzialmente due posizioni alternative: l’indifferenza rinunciataria, ovvero la rinuncia alla ridiscussione della linea dal basso su questi temi, e il tentativo embrionale di fagocitazione della rivendicazione autonomistica, svuotandone i contenuti dal “di dentro”. Mentre l’atteggiamento dell’indifferenza altro non è che la continuazione della vecchia certezza elitaria sull’immaturità del popolo (quando dimostra autonomia culturale rispetto ai suoi autoproclamati “interpreti”), lo scimmiottamento autonomista dei post-comunisti rappresenta invece una novità interessante. Si distingue per una caratterizzazione ideologica attiva, di fronte al desolante vuoto delle categorie interpretative lasciato dagli indifferenti, dopo la caduta degli schemi introdotti dalla globalizzazione selvaggia[2]. Questa “corrente” è formata da amministratori ( i proponenti del “Partito Democratico del Nord” come Cacciari, Chiamparino, Giaretta) e nuovi outsider del movimentismo new global/no global rappresentati da Luca Casarin. Entrambi stanno introducendo i temi dell’autonomia politica, dell’autogoverno, e di una retorica federalista, all’interno della sinistra italiana. Ma lo fanno, e adesso cercheremo di vederlo, a modo loro.
Possiamo soffermarci su un paio di documenti per rintracciare i caposaldi di queste posizioni. Il primo a proposta alla direzione del PD Veneto, formulata dal sen. Giaretta nel gennaio 2008, di un manifesto dei valori del PD sulla “venetitudine”, dal titolo “Per un nuovo patriottismo veneto”, poi rigettato dalla direzione stessa[4]. In essa viene propugnata una nuova concezione organizzativa “federalista” del partito in cui l’idea di Patria Veneta venga fatta discendere dall’adesione ad un “civismo costituzionale” e “all’adesione ai valori della tolleranza, del multiculturalismo e dell’accoglienza”. In altri termini, la proposta mirava ad introdurre un nuovo concetto di Patria Veneta che nasce dalla strenua opposizione tra cultura e natura nell’ambito politico. La Patria sognata dal PD di Giaretta non è altro che un’idea. La quale, per inciso, può essere fatta propria da chiunque e da qualunque latitudine[5] provenga senza alcuna particolare solidarietà con il territorio che la esprime. Nella discussione al manifesto viene scandita a chiare lettere l’esigenza di autonomia politica per il Veneto, a patto che lo stesso divenga un semplice contenitore informe multiculturale, multietnico, multitutto: in una parola privo di identità propria. Una volta svuotato di se stesso e dei suoi abitanti originari, al Veneto gli si può concedere di tutto.

In linea con questa impostazione è anche la proposta di revisione dell’articolo 2 del Titolo I° dello Statuto della Regione Veneto, in particolare nella definizione di Popolo Veneto che il PD ha proposto in netta opposizione alla bozza del centro-destra: “il Popolo Veneto è costituito da tutti coloro che vivono e lavorano all’interno della Regione Veneto”. Dal vigente articolo dello Statuto[3] verrebbe così tolto ogni riferimento alla storia, alle caratteristiche proprie, alla tradizione veneta, all’idea stessa di comunità che trascende una accozzaglia informe di individui recintati temporaneamente fra il Garda e la Livenza. E’ pacifico l’intento di svuotare l’idea (se non il senso stesso delle parole) di Popolo attribuendone l’appartenenza anche a chi per definizione non è parte del Popolo Veneto, ovvero gli immigrati (italiani o extracomunitari). E’ in atto, a ben guardare una sorta di “ripulitura semantica” della terminologia che indica Identità, Continuità, Tradizione.
Ma se questi sono i timidi tentativi di qualche settore dirigenziale del PD di elaborare proposte e nuovi valori mondialisti tinteggiati di “autonomismo”, l’esperienza più significativa esce dal variegato mondo del movimentismo new/no global, ed è salita alla ribalta della cronaca con la partecipazione del leader dei disobbedienti Luca Casarini ad una manifestazione in favore della lingua veneta svoltasi a Venezia lo scorso anno. Per la verità alcuni centri sociali di Padova e Mestre già da qualche anno utilizzano innaturalmente le bandiere di San Marco per manifestazioni pro-immigrati e pro-zingari, e questa uscita di Casarini ne è par alcuni versi la spiegazione. In una lettera indirizzata agli ex-compagni, che circola su Internet, l’ex disobbediente chiarisce la necessità di nuove prospettive per l’area antagonista. Constata che siamo “in un’epoca di grandi trasformazioni epocali, [e] dovremmo abituarci a vagare un po’ nel vuoto, rischiando sempre di cadere. Stare fermi non si può, non ha senso e gli spettatori divertiti sono i peggiori”. E allora decide di rendere visibile l’incontro ed il confronto avviato con il gruppo di “Raixe Venete” qualche anno addietro, rimarcando l’effetto di “ripensamento” scaturito nelle discussioni fra le file venetiste, e l’aver stimolato questi ultimi “ad interrogarsi anche su altre cose che non fossero solo il loro originario, e secondo me perdente e pericoloso se non esce da alcune ambiguità, modo di pensare”. In che cosa consiste questo ripensamento? In primis il fatto di averne portato alcuni ad affermare che “essere veneti non è una questione né etnica, né biologica.”
Per di più visto che il problema del mito nella società simbolica bisogna porselo, lasciando in soffitta il vecchio strumentario di strutture e sovrastrutture, Casarini svela il suo: l’intuizione che “l’utilizzo di simboli storici, tipo il leone di S. Marco, per battaglie contro il razzismo, fosse non solo intelligente, ma giusto”. Fuori di metafora, i bengalesi o i mori strappati con la violenza tirannica del libero mercato globale alle loro terre, diverrebbero miracolosamente le nuove preziose genti marchesche da catechizzare, essendosi stufato di quelli che già stanno qui, sulla terra degli avi, ab immemorabilia. L’autonomia politica, la simbologia marchesca, la lingua veneta e le rivendicazioni culturali vanno bene… purchè si riferiscano stranamente a dei non veneti.

“Se essere veneti, nel senso che dava Cesare Pavese a questo concetto di “appartenenza”, cioè per scelta, e non per sangue, significasse essere storicamente per la mescolanza tra le genti….. assumerebbe una luce diversa da quella un po’ ammuffita che hanno ora”.

La chiosa del nuovo cursus movimentista (o almeno di parte di esso) è tutta politica: “Come dice Marcos, sono per l’autonomia, non per la secessione. L’idea di una battaglia autonomistica, in cui un reale federalismo si costruisca contro le piccole patrie della Lega, non è certo nuova, o mia. Con Massimo Cacciari, già nel 1998 quando si parlava e si provava a capire come rispondere a questa spinta globale verso nuove forme stato, compilammo il “manifesto delle autonomie”…

Dobbiamo quindi tornare a monte: per la sinistra post-comunista oggi come un secolo fa cultura e natura dovranno viaggiare rigorosamente separate se non in aperta contrapposizione.

L’identità etnica scompare, magicamente sostituita da scelte individuali; masse informi di individui girovaghi, i migranti appunto, comporranno e ricomporranno incessantemente le popolazioni dei territori senza vincoli né legami col suolo che li ospita.

Il nuovo Veneto che rivendicherà autonomia e libertà politica sarà un infernale melting pot, un crogiuolo di etnie il cui unico minimo comun denominatore è l’assenza di un qualsiasi legame solidaristico col territorio su cui vivono e con le generazioni passate.

Per questa sinistra utopista l’ibridazione, il meticciato, la mescolanza sono il motore indispensabile allo sradicamento della comunità naturale, e quindi vanno favorite. Una volta svuotato il Veneto dai Veneti, sarà possibile una nuova ricostruzione simbolica, storpiata o inventata ad arte. L’uso strumentale della millenaria bandiera di S. Marco e la rivendicazione culturale sganciata dalla comunità cui si riferisce non ha una valenza tanto differente da quella che in commercio ha la pubblicità ingannevole.
Decontestualizzare aspetti di una cultura dal Popolo che le ha generate è anche metodologicamente sbagliato.

Di fronte a questi travisamenti vanno ribaditi i punti fermi del pensiero identitario europeo e di quello differenzialista in particolare. Fra l’individuo e l’umanità esiste una dimensione intermedia, plurale, in cui si collocano le comunità umane, le etnìe e tutti i vari raggruppamenti che hanno generato le diverse culture, e che sono alla base del principio del “differire”. Queste differenze, pur non essendo assolute ed immobili, sono continue nel tempo e stabili nel territorio. Queste differenze sono ciò che rende il mondo plurale, vario e degno di essere vissuto.

Sono il patrimonio della nostra etnicità che ci portiamo dietro, di padre in figlio, dalla notte dei tempi. La comunità etnica non è frutto di una scelta volontaria, bensì è un elemento costituente della nostra identità personale: nessuno sceglie i genitori in cui nascere, né la sua lingua madre, né il paesaggio in cui vivrà i primi anni della sua vita; tutti questi dati segneranno la nostra identità soggettiva a prescindere dalla nostra volontà.

Scindere la lingua veneta dai suoi parlanti è una aberrazione priva di senso perchè non si possono isolare tratti di una cultura specifica ed originaria, decontestualizzarli e ricomporli ad uso di altri. Una lingua d’adozione ha soggettivamente una valenza del tutto differente da una lingua madre.
Ogni lingua, come ogni altro aspetto cuturale mantiene il senso pieno solo in relazione alla comunità che l’ha prodotta. Come diceva Levi-Strauss affinché una cultura umana produca qualcosa di significativo deve essere cosciente e convinta della propria originarietà, della propria unicità .
Occorre insomma accettare che anche il Popolo Veneto è una entità bio-culturale, in cui la cultura è strutturalmente intrecciata alla natura. Questa comunità ha il sacrosanto diritto ed il sacrosanto dovere di lottare per la propria autonomia ed indipendenza politica, al fine di preservarne la specificità.

Immaginare un Veneto crogiuolo di etnie, mescolanza di sradicati dei cinque continenti, in perpetua antitesi con la sua storia e la sua continuità spazio-temporale, è invece l’ultimo delirio di una ideologia mondialista che avendo perso il voto dei ceti popolari veneti sta lavorando attivamente alla loro punizione con la più radicale delle soluzioni: la sostituzione etnica. Il travestimento pseudo-autonomista di questi “globalizzatori dei diritti” non nasconderà l’inbroglio ideologico, nè l’essenza del discorso, fin quando Noi Veneti avremo la capacità di riconoscerci per ciò che siamo sempre stati, senza strani esperimenti.

Moreno Menini
——————————————————————-NOTE

[1] Ricordiamo che la CGIL di Treviso, per bocca del suo segretario Paolino Barbiero il 17 Novembre 2008, di fronte alla crisi galoppante, è stata costretta dai propri associati a intimare al Governo : “Basta nuovi ingressi di stranieri, finché non saranno ricollocati quelli lasciati a casa in questi mesi dalle aziende”. E’ stata subito smentita dalla Segreteria Nazionale (La Repubblica 18 Novembre 2008).

Ricordiamo inoltre l’exploit della Lega Nord in Emilia alle amministrative del 2008 che grazie al voto dipendente ha raggiunto quasi il 10%

[2] L’opposizione agli indifferenti, gli eredi della nomenclatura del PD, si potrebbe riassumere in questa analisi di Luca Casarin “Ma la verità, il dramma, è che la Lega, utilizzando a suo modo sapientemente le contraddizioni del nostro tempo, è diventata rappresentanza di un blocco sociale trasversale, un partito sindacato territoriale con cui, in particolare quello che avremmo definito una volta “proletariato”, ha l’illusione di poter contrattare con lo stato il suo livello di vita. E’ ovvio che così non è, ma lo è solo per noi, ancora. Gli operai delle grandi fabbriche, dopo il popolo delle partite iva, vota Lega.”

[3] <>

[4] A dimostrare come la posizione che prima ho chiamato degli “indifferenti” sia ancora predominante nel partito democratico.

[5] E quindi anche i nuovi potenziali elettori del PD immigratiSan Marco bandiera

10 Febbraio, il nostro Giorno della Memoria

Il 10 Febbraio vengono ricordati i 15.000 Veneti (Giuliani-Istriani-Dalmati) che vennero uccisi dalla furia slavo-comunista, assieme ai 350.000 che vennero cacciati dalle loro case, deportati e sfollati che dovettero abbandonare la terra dei loro padri, abitata e coltivata per molto più di 1000 anni.

Questa tragedia che divise l’unità territoriale delle terre venete, già sottoposte al dominio dell’Italia e da quel momento spartite con la Jugoslavia, ancor oggi viene rammentata con fastidio da tanta parte degli italiani: dagli ex-comunisti, oggi sedicenti progressisti, perché è una memoria vergognosa che li ha visti complici delle truppe titine fino ad avallare la pulizia etnica dei Veneti; dagli esponenti del centrodestra, perché quando si va più a fondo del biasimo anticomunista emerge quella verità storica che non piace rammentare nemmeno a loro, cioè che il martirio fu subito da un popolo già martire, quello Veneto, nell’indifferenza del popolo italiano che dimostrò in quell’occasione scomoda di non considerare i Veneti come italiani. I Veneti sono italiani solo quando fa comodo, quando devono pagare le tasse.

Tanto più stride l’omertà su quel genocidio quanto più lo si paragona con la grancassa incessante della “Giornata della Memoria della Shoah”, fissata per il 27 Gennaio ma celebrata con zelo quasi furioso per tre settimane (dal 7 Gennaio al 28-29 Gennaio). Risulta evidente che perfino nello sterminio subito da un popolo esistono popoli di serie A e popoli di serie B.

Il dovere di ogni Veneto è quello di tenere viva la fiamma di quel tragico ricordo, perché il sogno di una ricostituzione dello Stato Veneto passa solo dal desiderio di riunire tutte le genti Venete e di possedere una memoria comune condivisa. Tra di noi, con i nostri fratelli e con i nostri figli, dobbiamo studiare questo episodio violento della Storia ed evidenziare come l’Italia abbia maltrattato il Veneto una volta di più.

In attesa di riunire terre e genti grazie all’adesione della Croazia nell’UE, che sembra non lontana, teniamo vivo il desiderio di riabbracciare i nostri connazionali facendo il dovuto tributo ai nostri morti.

“Viva San Marco!” fu il grido che ci unì per molti secoli. In attesa di poterlo urlare di nuovo tutti assieme, ognuno tributi un pensiero in favore della requiem aeterna di quella povera gente, ancor oggi violentata dalla dimenticanza degli italiani.
(Davide Lovat)
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