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	<title>L&#039;altra Campana &#187; Identita&#8217; veneta</title>
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		<title>Veneto Stato o Nazione?</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 07:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Interessante il botta e risposta sul Corriere della Sera fra il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, e il costituzionalista Michele Ainis. Nel suo ultimo fondo di domenica, quest’ultimo aveva sottoposto ad una serrata critica il nuovo Statuto della Regione guidata dall’alleanza Lega-Pdl, individuandone contraddizioni e incongruenze. Alcune osservazioni sono condivisibili, come aver definito «pilatesca» la norma capra&#038;cavoli contenuta nell’articolo 5, che da una parte rivendica le radici cristiane e contemporaneamente l’ispirazione alla tradizione laica; o aver sottolineato il ridicolo dell’articolo 27, che autorizza referendum consultivi ma se a richiederlo è il Consiglio regionale. La sostanza dei rilievi di Ainis si concentra, però, sulla bestia nera dei centralisti di questo Paese: la diversità locale. Sempre all’articolo 5, si affaccia la traduzione giuridica dello slogan elettorale di Zaia “Prima i Veneti”, là dove dice che «la Regione opera in special modo a favore di tutti coloro che, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, possiedono un particolare legame con il territorio, garantendo comunque ai minori i medesimi diritti». Per l’editorialista del Corriere, questo comma vìola il principio di uguaglianza tutelato dalla Costituzione, «alla faccia dell’unità della Repubblica italiana». Inoltre, Ainis nega che l’affermazione statutaria secondo cui «il Veneto è costituito dal popolo veneto» abbia un qualsiasi fondamento: a suo avviso, non esiste nessun popolo veneto, perché un popolo è costituito dall’insieme dei cittadini di uno stesso Stato, e in Italia di Stato ce n’è uno: quello italiano con Roma capitale. La replica di Zaia, pubblicata sul quotidiano milanese ieri, è deboluccia, anzi sbagliata: il popolo veneto «esiste da molto prima dello Stato unitario e della istituzione Regione. Esso ha, da un migliaio di anni, lingua, culture, storia e dignità propri». I Veneti, ad eccezione delle tribù alleatesi coi Romani contro i Galli nei secoli prima di Cristo, effettivamente non sono mai apparsi sulla scena storica come popolo a sé stante, autocosciente di essere tale e con una propria fisionomia univoca e ben delineata. La storia millenaria a cui fa riferimento il padano Zaia è la storia della Serenissima Repubblica di Venezia, che mai si concepì come uno Stato “veneto” ma, appunto, solo e soltanto veneziano. Non è una diatriba nominalistica o storiografica, perché la questione sta nell’avere le idee chiare su cosa sia un popolo. Apro il mio manuale di diritto pubblico e vi trovo scritto che è la nazione quell’insieme di elementi etnici, linguistici, culturali e sociali che, arguisco, ha in mente il governatore quando richiama la preesistenza dell’entità popolare su quella statuale. Se si vuole parlare di nazione veneta lo si può fare, ma non a partire da un passato pregresso che non c’è mai stato. Si deve invece affermare più onestamente – e coraggiosamente – che oggi, nell’attuale periodo storico, è presente l’esigenza di veder riconosciuto alla popolazione che parla in veneto (una lingua e non un dialetto, come ricorda il fondatore della Liga, Franco Rocchetta) e si identifica in un certo corpus di tradizioni e valori, lo status di popolo, cioè di nazione con un suo Stato. Il nodo sta tutto qui: l’Italia è uno Stato, il Veneto no. Cercare di infilare nella carta fondamentale di un ente regionale, un po’ di soppiatto, l’idea che il Veneto lo sia, è un nonsenso giuridico, e su questo Ainis ha ragione. Ma ha torto marcio quando preclude la possibilità che l’indipendenza veneta possa essere coltivata e, chissà, un giorno realizzata. La Storia non si ferma davanti agli articoli di una Costituzione. Se fosse così, la stessa unità italiana non sarebbe avvenuta, e Mazzini non avrebbe potuto combattere per tutta la vita in nome di un popolo italiano che prima del 1861 non c’era mai stato. Personalmente ammiro la Venezia dei Dogi e penso che l’Europa dovrebbe ripensarsi come confederazione di regioni (lasciando agli Stati nazionali una funzione di cornice intermedia, culturale più che politica), ma non mi piace che un partito romanizzato e opportunista come la Lega, pur di salvare la facciata di forza identitaria, giochi al piccolo eversore col sedere in poltrona. Qui, e nei palazzi romani. Questa è la vera critica da muovere ai leghisti, non che tocchino il sacro verbo dell’unità, che si è rivelata un fallimento storico.</p>
<p>Alessio Mannino<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/10/Regione-Veneto-simbolo.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/10/Regione-Veneto-simbolo-150x150.jpg" alt="" title="Regione Veneto simbolo" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5175" /></a></p>
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		<title>LA X REGIO “VENETIA ET HISTRIA”, ANTENATA DELLA REGIONE VENETO.</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 10:42:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I Veneti Antichi abitarono la nostra regione già da circa 3.000 anni fa e furono pacificamente integrati, come alleati di Roma, nello Stato romano che, ad opera dell’Imperatore Cesare Augusto, creò per loro e per i Galli Cenomani, circa 2.000 &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/la-x-regio-%e2%80%9cvenetia-et-histria%e2%80%9d-antenata-della-regione-veneto/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I Veneti Antichi abitarono la nostra regione già da circa 3.000 anni fa e furono pacificamente integrati, come alleati di Roma, nello Stato romano che, ad opera dell’Imperatore Cesare Augusto, creò per loro e per i Galli Cenomani, circa 2.000 anni fa, la REGIO X “VENETIA ET HISTRIA”.<br />
Cittadini della X REGIO erano anche i Galli Cenomani (di Bergamo, Brescia e Verona), già da 2 secoli ben integrati con i Veneti tanto che, durante la grande guerra gallica nel 225 a.C., quando i Boi e gli Insubri presero le armi contro Roma, i Cenomani, così come i loro vicini Veneti, conclusero un&#8217;alleanza con la Repubblica romana, e le due “nazioni” insieme apprestarono un esercito di 20.000 uomini, con il quale minacciarono la frontiera insubre (al fiume Adda), (come testimoniano Plinio il vecchio, nel testo “Naturalis Historia” e Strabone, nel “Geografia”).<br />
Con la sistemazione dell’impero attuata da Cesare Augusto, tra il 26 a.C. ed il 16 d.C., la Venetia, ormai entrata nell’orbita dell’impero romano, assume la denominazione di “Venetia et Histria”</p>
<p>Un popolo, quello Veneto, molto attivo nei commerci e negli affari e che ha intessuto complessi rapporti con altri popoli, quali i Greci, gli Etruschi, i Celti, i Romani, privilegiando gli scambi e l’integrazione delle culture.<br />
E quella antichissima integrazione di Veneti e Cenomani fa sì che nel dialetto bresciano-bergamasco (vedi il libro “Dialetti, costumi e tradizioni delle provincie di Bergamo e Brescia”, del bresciano Gabriele Rosa (Iseo, 1812 &#8211; 1897), stampato a Bergamo nel 1857) sia attestato, come anche nella lingua Veneta, l’uso della terminazione Venetica del participio passato in ESTO (es.: volesto, podesto, piovesto etc.):<br />
Scrive il Rosa, a pag. 100, “Anticamente, si usava un participio passato in OST ora rado in qualche paese e per qualche verbo. A Provaglio d’Iseo (BS) dicesi ancora VOLOST, PODOST ed in Valle di Scalve (BG) si usa PIOVOST, FIOCOST, per “voluto, potuto, piovuto, nevicato”;<br />
Ed a pag.102 “Esaminando bene addentro i nostri dialetti, riscontrai nuovamente in loro alcune larghe e profonde analogie e colleganze coi parlari di Venezia, col vecchio e primo volgare italico e col parlare degli Appennini, da rendere il loro studio molto importante ai linguisti…<br />
Le colleganze intime nostre coi Veneti non datano da quando nel 1427-1428 incominciammo a formar parte del Dominio veneto, ma rimontano alla federazione de’ Cenomani coi Veneti, contro i Galli ed in favore dei Romani, agli sbocchi delle industrie delle montagne nostre pei fiumi all’Adriatico dai primordii della civiltà, ed al continuo e minuto commercio che i Veneti, rimontando essi fiumi, veniano facendo tra noi di sale, di spezierie, di aromi, di biade, di cose da lusso.”<br />
Come vediamo, l’intima unione (“colleganza”) dei Bresciani e Bergamaschi con Veneti, Carnii ed Histri (Carnia ed Istria) è durata, politicamente, prima nello Stato romano e poi nella Repubblica Serenissima, per circa 2.000 anni (dal 225 a.c. al 1797 d.c.) ed è stata interrotta, solamente, a causa dell’invasione napoleonica dello Stato Veneziano.<br />
Ma, nonostante la perdita dell’unione politica, rimane l’intima unione spirituale e tradizionale dei popoli costituenti l’antica “Venetia et Histria”: legame che non è mai potuto essere cancellato né da Napoleone, né dagli Austriaci, né da nessun’altra entità statale susseguitasi dal 1866 ad oggi !!!</p>
<p>Giovanni Ponzoni &#8211; Assessore all&#8217;Identità Veneta del Comune di Monticello Conte Otto (VI)<br />
<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/01/Venetia-et-Histria.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/01/Venetia-et-Histria-150x150.jpg" alt="" title="Venetia et Histria" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4945" /></a></p>
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		<title>Ciambetti “La Rai insulta le lingue regionali: un obiezione al pagamento del canone è legittima difesa”</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 08:13:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Come diceva Pier Paolo Pasolini ‘Oggi il dialetto è un mezzo per opporsi all’acculturazione. Sarà, come sempre, una battaglia perduta’. Comunque sia, questa battaglia va combattuta ugualmente se non vogliamo finire nel tritacarne dell’omologazione che inizia con quella programmazione televisiva &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/ciambetti-%e2%80%9cla-rai-insulta-le-lingue-regionali-un-obiezione-al-pagamento-del-canone-e-legittima-difesa%e2%80%9d/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Come diceva Pier Paolo Pasolini ‘Oggi il dialetto è un mezzo per opporsi all’acculturazione. Sarà, come sempre, una battaglia perduta’. Comunque sia,  questa battaglia va combattuta ugualmente se non vogliamo finire nel tritacarne dell’omologazione che inizia con quella programmazione televisiva che la rete pubblica ci propina quotidianamente”.Roberto Ciambetti commenta con estrema durezza “le pubblicità televisive della rete pubblica anticipate dall’Ansa dove vengono canzonate in maniera vergognosa le lingue regionali”  come ha spiegato l’assessore regionale al Bilancio e agli enti locali dopo un suo sopralluogo nell’area del recoarese dove non dà tregua la frana del Monte Rotolon. “Personalmente penso che la Regione potrebbe intervenire perché quelle pubblicità non vengano messe in onda – ha spiegato Ciambetti – perché esse  insultano i valori del regionalismo, di quel regionalismo in cui credevano gli stessi padri costituenti e che viene riaffermato come tratto ineludibile nel progetto federale, dove ciascun popolo, ciascuna cultura locale, ciascuna identità trovano legittimo ruolo. Nella storia della stessa Rai – ha proseguito Ciambetti – la cultura regionale ebbe un ruolo decisivo; parlo degli anni in cui, invece di mandare in onda amenità del genere reality, quando ancora i lettori dei telegiornali e le annunciatrici  non parlavano con cadenze, e grammatiche  romane sempre più accentuate, quando la Rai  attingeva al teatro popolare: la straordinaria parabola dei fratelli De Filippo, Eduardo e Peppino, Govi e la cultura ligure, per non parlare poi del teatro veneto con l’arte di Goldoni. Poi è passato in televisione un progetto di omologazione culturale tragico, dove non a caso fenomeni straordinari di intrattenimento e cultura sono stati deliberatamente dimenticati, trascurati: penso ai Legnanesi di Felice Musazzi o a teatro ternano di  Renato Brugelli, al Piemonte di Gipo Farassino e via dicendo. Ancor oggi le lingue e le culture regionali sono vive: quanti Pitura Freska, quanti Leoni di San Marley, ci sono in Italia? Non lo sappiamo perché è sceso il silenziatore sulla cultura e le lingue dei nostri popoli. Oggi si arriva al culmine: gli advertising spot che la Rai dedica all’Unità d’Italia sono la riprova di questo cammino verso l’omologazione di saperi e culture, di identità e popoli. Il buffo è che questi ‘commercial’ vengano prodotti proprio quando la stessa Unione Europea snobba la lingua italiana, smontando così la tesi di chi vorrebbe la lingua unitaria come strumento di affermazione internazionale dell’identità italiana”. L’assessore regionale poi ha concluso la sua dura presa di posizione invitando ad una sorta di “protesta civile – come ha detto lo stesso Ciambetti – La Rai, quella che insulta la lingue regionali, è la stessa Rai che ha mancato, se non colpevole ritardo, di informare gli italiani e il mondo della tragedia dell’alluvione in Veneto; contro questa, questa Rai, che nega il valore delle culture e lingue locali, dobbiamo prendere una posizione concreta:  perché, ad esempio, noi siamo costretti a pagare il cosiddetto canone, in realtà una imposta, per una televisione che insulta quei valori in cui buona parte dell’Italia vera crede e che sono posti nella nostra stessa Costituzione? Io comincio ad avere dei dubbi sul pagamento del canone Rai, credo che un&#8217;obiezione al pagamento sia un gesto a questo punto di legittima difesa”<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/12/Ciambetti.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/12/Ciambetti-150x150.jpg" alt="" title="MANIFESTO_CIAMBETTI Europee&#039;09.indd" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4881" /></a></p>
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		<title>Zaia: &#8220;Bisogna esporre la bandiera del Veneto nelle scuole&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 20:11:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando era ancora un ministro della Repubblica, portò in omaggio il vessillo di San Marco al neo nominato presidente del tribunale di Treviso, Giovanni Schiavon, affinché sventolasse sul palazzo di giustizia. Ne venne fuori una specie di caso di Stato, &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/zaia-bisogna-esporre-la-bandiera-del-veneto-nelle-scuole/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Quando era ancora un ministro della Repubblica, portò in omaggio il vessillo di San Marco al neo nominato presidente del tribunale di Treviso, Giovanni Schiavon, affinché sventolasse sul palazzo di giustizia. Ne venne fuori una specie di caso di Stato, con condimento di alte polemiche, ma alla fine persino il Csm &#8211; che, con straordinaria solerzia, aprì un procedimento disciplinare a carico del magistrato &#8211; se ne fece una ragione: quella esposta sulla facciata del tribunale era la bandiera della Regione Veneto, che perciò garriva al vento con piena legittimità. Ora che è governatore del Veneto, Luca Zaia vuole fare di quello stendardo l’emblema delle rivendicazioni autonomiste della Regione nei confronti dello Stato centrale. La Bandiera, con la B maiuscola. «Certo, mi rendo conto &#8211; mette le mani avanti Zaia &#8211; che in una fase come l’attuale ci sono problemi stringenti da affrontare e io non mi sottraggo. Ma quello dell’identità, anche se non verrà al primo posto, è un problema autentico».</p>
<p>Lo è a maggior ragione, secondo il governatore, nel passaggio cruciale che il Paese sta attraversando: «In un processo che porta al federalismo e all’autonomia regionale, anche i simboli diventano particolarmente importanti. E noi abbiamo un simbolo di identità, la bandiera del Veneto, che si deve vedere di più». Questo è il cruccio di Zaia: «Sentir dire dai cittadini che mi incontrano che sulla scuola del loro paese la bandiera veneta non c’è. Percepire che, in qualche caso, il gonfalone veneto viene volutamente occultato, magari perché qualcuno pensa &#8211; aggiunge il governatore &#8211; che la bandiera abbia un significato politico o, addirittura, possa fare pubblicità a un partito politico, la Lega. Ma quando mai? Il nostro gonfalone ha più di mille anni di storia &#8211; si infervora Zaia -, è descritto come il &#8220;triumphale vexillum&#8221; in una cronaca di Giovanni Diacono dell’anno Mille. E quella frase riportata nel libro aperto, &#8220;pax tibi marce evangelista meum&#8221;, rimanda alle radici cristiane della nostra gente. Trovo assolutamente disdicevole &#8211; sottolinea il presidente della Regione &#8211; che negli edifici pubblici ci sia chi si vergogna di esporre la bandiera del Veneto. Dirò di più: un veneto che si vergogna della sua bandiera non è un veneto e non merita di ottenere quel federalismo e quell’autonomia per i quali ci stiamo impegnando ». C’è una legge regionale, la 56 del 1975, a sancire ufficialmente la trasmigrazione del Leone alato dalla bandiera della Serenissima a quella della Regione Veneto.</p>
<p>E c’è un decreto del presidente della Repubblica che regola, per gli edifici pubblici, l’esposizione delle bandiere: nazionale, europea e locale. «Sì, la normativa esiste e non c’è bisogno di fare nuove leggi &#8211; argomenta Zaia -. Piuttosto, si tratta di spingere di più affinché venga rispettata l’esposizione del gonfalone veneto. In molte scuole io non lo vedo, a volte manca anche la bandiera dell’Unione Europea ma, nella grande maggioranza dei casi, se c’è un vuoto sui pennoni è quello lasciato dallo stendardo di San Marco. Lo ripeto: premesso che deve sempre essere esposta quella italiana, trovo deplorevole che qualcuno vada ad occultare, più o meno volontariamente, la nostra bandiera ». All’atto pratico, la Regione cosa potrebbe fare? «Se c’è un problema di fornitura o di reperimento delle bandiere &#8211; risponde il governatore &#8211; si rivolgano pure a noi: la Regione è pronta a distribuirle a chi le chiederà. Domandino e provvederemo. Non è nostalgia della Serenissima, è un fatto di identità. E il federalismo che avanza deve ancorarsi anche agli aspetti identitari».</p>
<p>Alessandro Zuin (Corriere del Veneto 8-8-2010)<img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/08/Zaia-2-150x150.jpg" alt="Zaia 2" title="Zaia 2" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4364" /></p>
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		<title>Antica Venezia, patriarca del mare</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 07:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le grandi monografie cui il Mulino ci ha da tempo abituato con la sua «Biblioteca storica», e dove i titoli relativi ad aspetti del mondo musulmano sono sempre più frequenti, il nuovo libro di Maria Pia Pedani s’impone per &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/antica-venezia-patriarca-del-mare/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le grandi monografie cui il Mulino ci ha da tempo abituato con la sua «Biblioteca storica», e dove i titoli relativi ad aspetti del mondo musulmano sono sempre più frequenti, il nuovo libro di Maria Pia Pedani s’impone per l’ampiezza dello sguardo e affascina per le caratteristiche di un racconto fresco, arioso, nel quale il rigore della narrazione storica e l’enorme erudizione non compromettono per nulla il fascino d’un quadro che richiama le marine del Carpaccio e le scene squillanti di colore dei vedutisti veneziani del Settecento: i crociati, i pellegrini, il bottino delle lontane conquiste orientali, i cerimoniali degli ambasciatori, i «dragomanni» (un po’ interpreti, un po’ diplomatici, un po’ spie), i corsari, i rematori di galea, i mercanti e gli schiavi.</p>
<p>Il tema proposto dalla Pedani, turcologa e ottomanista a Ca’ Foscari di Venezia, abbraccia quasi esattamente un millennio. Anzi, possiamo fornirne le date precise, senza bisogno di partire dai fatidici 21 marzo 421 (mitica data di fondazione della città) oppure 8 gennaio 429 (altrettanto mitica data di consacrazione della prima chiesa sull’allora isola di Rialto), e magari nemmeno dal 750, anno della prima notizia dei contatti tra Venezia e i Paesi musulmani nordafricani (dai quali era partita, anzi si era già conclusa, la conquista della penisola iberica); e neppure dall’813-820, allorché il funzionario formalmente bizantino che reggeva la città, il dux (è ancora un po’ presto per chiamarlo «doge») conferma l’ordine dell’imperatore romano d’Oriente, secondo il quale era proibito commerciare con i «saraceni», padroni dei Paesi costieri del Mediterraneo dalla Siria alla Provenza. Ma il punto era proprio questo: si poteva davvero impedire a una città incastrata nell’estremo apice nordoccidentale dell’Adriatico, isolata da una terraferma ancora barbarica e insicura e che pur preferiva certo far parte dell’impero romano d’Oriente che non di quello, nuovo e sospetto, fondato dai franchi, di commerciare con le genti che egemonizzavano i tre quarti del litorale mediterraneo? Evidentemente, no. Ecco perché l’effettivo punto di partenza del millennio veneziano preso in considerazione da Maria Pia Pedani, e che giunge formalmente al triste 12 maggio 1797 (la fine dell’indipendenza di Venezia), è un’altra data fatidica, il 31 gennaio 828, allorché i due mercanti Bono e Rustico rientrarono nella loro città recando, da Alessandria, le reliquie di san Marco: sottratte mediante l’espediente poco pio ma efficace di trasportarle coperte di pezzi di carne di porco.</p>
<p>Fu davvero fondamentale, quella traslazione; secondo la tradizione cristiana, una Chiesa può dichiararsi patriarcale solo se conserva la reliquia di un apostolo. Avere il corpo dell’evangelista Marco nella chiesa di Rialto significava, per i veneziani, poter fondare un patriarcato concorrente rispetto a quello di Aquileia, che pretendeva un’egemonia su di loro. Ma nessuno poteva allora prevedere comunque che da quelle poche isolette collegate da passerelle e da pontoni, su una bassa e malsana laguna, in un lontano angolo d’un lunghissimo golfo del Mediterraneo, si sarebbe sviluppata in pochi decenni una grande città marinara, autentica cerniera tra Oriente e Occidente, la potenza marinara che avrebbe per almeno mezzo millennio – dall’età delle crociate al Seicento – dominato il Mediterraneo, contendendo la talassocrazia ad autentici colossi come la semialleata Bisanzio, l’eterna rivale Genova, l’impero di Carlo V e quello ottomano.</p>
<p>Di questa storia quasi incredibile – che pur è stata più volte narrata da studiosi straordinari come Alberto Tenenti, Marino Berengo, Ugo Tucci, Paolo Preto, Gaetano Cozzi, Gherardo Ortalli, Gino Benzoni – la Pedani ritraccia ora la dinamica dei rapporti con il mondo orientale: che significa bizantino ed arabo-egiziano fino al Quattrocento, ottomano tra XVI e XVIII secolo. Una storia di guerre e di conquiste, certo, ma anche di rapporti diplomatici e perfino amichevoli, di spionaggio, di scambi, di splendide acquisizioni e di superbe realizzazioni artistiche. «Levantini» e «semiturchi» per gli occidentali, i veneziani mandavano galee da guerra ma anche mercanti e diplomatici a Istanbul, prestavano al sultano i loro artisti migliori, accoglievano benevolmente i viaggiatori provenienti dal mondo ottomano e con rispettosa generosità li ospitavano nel «Fondaco dei Turchi» dov’essi vivevano sicuri e  ben trattati perfino durante i periodi nei quali la Serenissima era in guerra contro la Porta. Un modello di civiltà e un esempio di serena saggezza per questi nostri tempi.</p>
<p>Maria Pia Pedani<br />
&#8220;Venezia porta d’Oriente&#8221;<br />
Il Mulino. Pagine 334. Euro 26,00<br />
(articolo di Franco Cardini) <img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/07/palazzo-ducale-venezia-150x150.jpg" alt="palazzo ducale venezia" title="palazzo ducale venezia" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4247" /></p>
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		<title>La caduta di Famagosta (Cipro) e il massacro</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 21:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Identita' veneta]]></category>
		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Papa a Cipro ha esortato i cristiani a non abbandonare il Medio Oriente, cercando con parole prudenti di spegnere sul nascere l’incendio che poteva scaturire dalla uccisione rituale con decapitazione del vescovo cattolico in Turchia, da parte di un fedele praticante e osservante musulmano nell’esercizio ortodosso della sua fede. Noi vogliamo ricordare l’episodio avvenuto a Cipro nel 1571, quando altri turchi osservanti e praticanti cercarono di cacciare i cristiani veneti da quelle terre; l’esempio di martirio offerto dall’eroe Bragadin sia di monito per tutti……..</p>
<p>Il 29 luglio i turchi tornarono per la quinta volta all’assalto attaccando la città da tutti i lati. Lungo il muro di cinta furono aperte molte brecce, dalle quali penetrarono gli assalitori. Gli ultimi difensori si erano asserragliati nella cittadella, i viveri erano esauriti, era stato mangiato anche l’ultimo cavallo e restavano appena sette barili di polvere. A questo punto non restava che la resa.</p>
<p>Marcantonio Bragadin era un senatore della Repubblica dotato di grande esperienza politica. E, da buon politico, riteneva di avere in mano ancora qualche carta da giocare. Lui non sapeva se i soccorsi gli sarebbero giunti in tempo, ma anche Lala Mustafà lo ignorava. Il comandante turco aveva perduto moltissimi uomini (circa cinquantamila) e certamente doveva essere assillato dalle pressioni del sultano affinché ponesse fine a quella sanguinosa campagna. Di conseguenza, pur di finirla, forse avrebbe accettato di concedergli condizioni onorevoli. D’altro canto, Bragadin ignorava la perfida slealtà del generale turco e contava sulle convenzioni di guerra che garantivano la vita alla guarnigione della città assediata che accettasse di arrendersi. Una capitolazione negoziata poteva quindi evitare il massacro dei difensori superstiti.</p>
<p>Il 1° agosto, sulla torre della cittadella venne esposta la bandiera bianca e, poche ore dopo, i delegati dei due eserciti si incontrarono per trattare le condizioni di resa. Secondo quanto riferisce Romano Canosa, l’accordo stabiliva quanto segue: Saranno rispettate le vite, le robbe, le armi, le insegne e cinque pezzi d’artiglieria dei migliori. Tre cavalli saranno offerti dai Turchi [quelli dei veneziani erano stati tutti mangiati] uno al chiarissimo senatore Bragadin, l’altro al signor Baglioni e l’altro al magnifico Querini. Sarà assicurato il passaggio sicuro dei soldati in Candia, accompagnati dalle galere, e li greci potranno restare nelle sue case godendo il suo e vivendo da cristiani.</p>
<p>Dopo la firma dell’accordo, i turchi mandarono alcuni vascelli nel porto ed ebbe subito inizio l’imbarco dei soldati italiani per il trasferimento a Creta.</p>
<p>Il 4 agosto, in risposta al cortese invito di Lala Mustafà, che gli aveva espresso il desiderio di conoscerlo di persona, Marcantonio Bragadin si recò nel campo turco. Per l’occasione, egli indossava con solennità la toga rossa di senatore coi simboli del suo rango ed era accompagnato da Astorre Baglioni, Nestore Martinengo e Gianantonio Querini e scortato da un centinaio di archibugieri. L’incontro si svolse nella grande tenda del comandante turco. Lala Mustafà accolse gli ospiti con grande cortesia e li fece accomodare sui cuscini mentre venivano serviti caffè e succhi di frutta. Bragadin, racconterà un testimone oculare, “aveva il volto sereno, senza né paura, né fierezza”, ma dopo i primi convenevoli l’atmosfera si fece subito tesa. Come recitasse un copione già predisposto, Lala Mustafà cominciò rapidamente ad accalorarsi e ad accusare Bragadin di avere ucciso dei prigionieri turchi durante la tregua, l’altro ribatté che queste recriminazioni avrebbero dovuto essere avanzate prima della firma del trattato, ma il turco non volle ascoltare ragioni. Tanto per cominciare, disse che avrebbe trattenuto come ostaggio Gianantonio Querini, ossia il giovane lasciato dal padre coi difensori di Famagosta, sul quale aveva già puntato i suoi occhi libidinosi. Alle proteste di Bragadin, Lala Mustafà ebbe uno scoppio d’ira e senza perdere tempo, con un solo cenno della mano, ordinò ai suoi uomini di arrestare tutti i veneziani. Poi cominciò la carneficina.</p>
<p>Nella loro storia, i turchi hanno sempre usato la crudeltà come strumento di dominio. La loro religione d’altronde non vietava di torturare, decapitare e fare scempio degli infedeli. Per molti di loro, la crudeltà era addirittura un godimento. Quello che accadde ai malcapitati prigionieri lo ricaviamo dal racconto di due giovani paggi che furono risparmiati, forse per la loro avvenenza, e che solo molti anni dopo furono riscattati dai loro familiari.</p>
<p>I prigionieri, che erano circa un centinaio, furono riuniti nello spiazzo antistante la tenda e furono metodicamente fatti a pezzi a uno a uno, mentre Lala Mustafà assisteva impassibile e la folla intorno schiamazzava. Furono uccisi e squartati anche Gianantonio Querini e Astorre Baglioni. Soltanto Marcantonio Bragadin fu risparmiato perché Mustafà si limitò a ordinare che gli fossero tagliati il naso e le orecchie. Mentre lo scempio era in corso, il turco si godeva l’orrendo spettacolo divertendosi a chiedere al malcapitato dove fosse il suo Gesù Cristo che avrebbe dovuto salvarlo. Successivamente, anche tutti i soldati che avevano preso posto sulle navi, convinti di essere ormai in salvo, furono ricondotti a terra e in parte uccisi, in parte incatenati.</p>
<p>Il giorno seguente, Lala Mustafà fece il suo ingresso trionfale a Famagosta e, dopo aver fatto impiccare Lorenzo Tiepolo, cui Bragadin aveva affidato il governo della città prima di recarsi al campo turco, scatenò i suoi soldati contro l’inerme popolazione con le conseguenze che è persino doloroso immaginare.</p>
<p>Ma le sofferenze di Marcantonio Bragadin non erano ancora terminate. Dopo alcuni giorni di reclusione, con le atroci ferite sommariamente cauterizzate con pece bollente, il prigioniero fu condotto di nuovo al cospetto di Mustafà che lo sottopose a una serie di crudeli torture. Fu costretto a trasportare delle ceste di terra fino alle batterie e a baciare il terreno ogni volta che passava davanti al suo torturatore. Poi, “per mettere alla prova il suo coraggio” per tre volte gli premettero la testa sul ceppo per delle finte decapitazioni. Successivamente, fu fatto spogliare e messo in berlina legato a una sedia che venne issata sull’albero di una nave affinché potesse essere visto anche dalle altre navi che erano nel porto. Infine, venne ricondotto nella piazza centrale e scuoiato vivo. Bragadin morì, così riferisce un cronista, quando “il coltello del boia era giunto all’altezza dell’ombelico”. Non ancora soddisfatto, Lala Mustafà ordinò che la pelle dello sventurato fosse riempita di paglia e il macabro manichino venne esibito per le vie di Famagosta e quindi appeso al pennone di una galea accanto alle teste mozzate di Baglioni, di Querini e di Nestore Martinengo.</p>
<p>I macabri trofei sarebbero stati in seguito portati da Mustafà a Costantinopoli per essere mostrati al sultano e quindi sepolti nel cimitero degli schiavi. Per magra consolazione, ricorderemo che i resti dell’eroico senatore saranno trafugati nel 1580 da un giovane veneziano di nome Polidoro il quale li riporterà a Venezia dove sono ancora conservati in un’urna situata all’interno del monumento a lui dedicato nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo. </p>
<p>tratto da: Arrigo PETACCO, La croce e la mezzaluna. Lepanto 7 ottobre 1571: quando la Cristianità respinse l’Islam, Mondadori, Milano 2005, p. 141-144.<img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/06/Bragadin-150x150.jpg" alt="Bragadin" title="Bragadin" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4109" /><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/06/Bragadin1-150x150.jpg" alt="Bragadin" title="Bragadin" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4125" /></p>
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		<title>Lingua veneta e lingua catalana: confronto con un altro modello</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 08:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa`commentando con un amico catalano la pretesa dei consiglieri di un Comune veneto di poter esprimersi anche in lingua veneta, sbottó: “Beh! …. Qual é il problema!?”, bloccando sul nascere le mie obiezioni sulla traduzione, sulle varietá dialettali, &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/lingua-veneta-e-lingua-catalana-confronto-con-un-altro-modello/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa`commentando con un amico catalano la pretesa dei consiglieri di un Comune veneto di poter esprimersi anche in lingua veneta, sbottó: “Beh! …. Qual é il problema!?”, bloccando sul nascere le mie obiezioni sulla traduzione, sulle varietá dialettali, sulla trascrizione ecc.</p>
<p>Effettivamente in Catalogna il problema della lingua é stato affrontato e risolto da parecchio tempo:  in tutte le sedi istituzionali: dal parlamento regionale, ai consigli comunali, dalla scuola obbligatoria alle universitá é usata la lingua catalana; accettata/ tollerata anche la lingua castigliana (lo spagnolo). In modo analogo é stato risolto il problema linguistico anche nelle altre regioni della Spagna con lingua propria:: il basco nel Paese basco, il gallego in Galizia, il valenziano a Valenza ecc.</p>
<p>Tutto bene. Se non fosse che solo 35 anni fa in Catalogna e in Spagna la situazione linguistica era molto diversa da qiuella attuale e certamente non migliore di quella che esiste oggi nel Veneto. Durante i  40 anni di dittatura franchista infatti  e cioé fino alla morte del dittatore  (1975) la lingua catalana era stata proibita in tutti gli ambiti pubblici e ufficiali. In Spagna solo si poteva usare il Castigliano (lo spagnolo); altre lingue o dialetti erano tollerate solo  nell’ambito familiare e privato.<br />
Cosí accedde che con l’instaurazione dell’Autonomia nel 1980 la Catalogtna aveva piú della metá della popolazione che non parlava e non capiva il catalano (anche a causa della massiccia immigrazione dalle altre regioni spagnole) e pochissimi catalani erano in grado di scriverlo.  </p>
<p>Con la democrazia peró le nuove istituzioni autonomiche catalane (Generalitat e Ayutaments ecc) scommisero fin dall’inizio in maniera determinata e senza mezze termini sulla rinascita della lingua catalana, considerata l’elemento caratterizzante della Catalogna moderna.<br />
Due furono gli strumenti che Jordi Pujol (president de la Generalitat de Catalunya dal 1980 al 2003) subito individuó: la scuola e la televisione.<br />
La scuola:  la Generalitat ottenne fin dal principio di poter gestire direttamente la scuola catalana. Con la cosidetta “immersione linguistica”, (copiata da un’altra grande autonomia: Il Quebec), impose la lingua catalana in tutti gli ordini di scuola (dalla materna all’universitá): tutte le materie cioé dovevano essere impartitte in catalano. Si  esigeva per conseguenza dagli insegnanti una conoscenza scritta e orale  della lingua di livello elevato. Parecchi insegnanti castiglianoparlanti chiesero trasferimento in altre regioni della Spagna, altri  aderirono con recettivitá e profitto ai corsi di Catalano organizzati per loro dalla Generalitat..<br />
La televisione.  Appena ne ebbe i mezzi e la possibilitá dopo la scuola Jordi Pujolel si dedicó a creare (1983) una rete televisiva catalana in catalano (TV3), seguita qualche anno dopo da una seconda rete (TV33),  da contrapporre alle due reti statali allora esistenti in spagnolo TVE1 e TVE2.<br />
Si puó dire che nello stesso periodo in cui Berlusconi creava in Italia le sue tre televisioni commerciali contrapposte alle tre nazioni, in Spagna le televisioni autonomiche, (l’esempio catalano infatti fu subito imitato dal Paese basco, da Valenzia, dalla Galizia ecc.,) si contrapposero alle televisioni nazionali..<br />
La cadena catalana TV3 fu particolarmente efficacie per la “normalizació linguistica” in quanto diede a tutta Catalogna un uso standard del catalano, allora parlato secondo diverse varianti provinciali Sopra tutto diede alla lingua catalana pari dignitá rispetto al castigliano Jordi Pujol qualche anno piú tardi dirá: era importante che i catalani sentissero parlare J.R. (della famosa serie Dallas) in catalano per poterlo usare senza complessi in tutti gli ambiti sociali..</p>
<p>Questa impostazione voluta e portata avanti da Jordi Pujol e dal suo partito CiU per piú di 20 anni, trovó formulazione giuridica nel nuovo statuto catalano del 2006 (v. post  del 13/V/10).Di questo citeró solo alcuni estratti dell’art. 6  intitolato:  “La lingua propria e le lingue ufficiali”<br />
1.	“La lingua propria di Catalogna é il catalano. Come tale il catalano é la lingua d’uso normale e preferente delle amminsitrazioni pubbliche e dei mezzi di comunicazione pubblici di Catalogna ed é anche la lingua normalmente usata come curriculare e di base nell’insegnamento “<br />
2.	“Il catalano é la lingua ufficiale di Catalogna. Anche lo é il castellano, che é la lingua ufficiale dello stato spagnolo.<br />
Tutte le persone hanno il diritto d’utilizzare le due lingue ufficiali e i cittadini di Catalogna hanno il diritto e il dovere di conoscerle. I poteri pubblici di Catalogna devono stabilire le misure necessarie per facilitare l’esercizio di questi diritti e il complimento di questo dovere………</p>
<p>Naturalmente il Veneto non é la Catalogna né la lingua veneta é la lingua catalana. I parallelismi tra realta simili servono per conoscere soluzioni efficaci ad analoghi problemi, soluzioni peró che sempre richiedono di essere adattate alle reali situazioni particolari.<br />
Per ritornare ai consiglieri comunali che pretendono di usare la lingua veneta nelle sedute del Consiglio comunale non credo che la loro iniziativa sia ispirata da un progetto linguistico  alla catalana. Sanno bene che il veneto non é la Catalogna. Peró non c’e dubbio che la loro presa di posizione é un atto di autoaffermazione come a dire: siamo veneti e per cominciare non ci vergognamo di parlare la lingua che nostra madre ci ha trasmesso con il lattematerno e la maggior parte del popolo veneto tuttora usa. La rinascita di un popolo comincia proprio dal credere di essere un popolo</p>
<p>A nostro giudizio forrse la lingua non é il “fatto differenziale” per il Veneto perlomeno come lo é per la Catalogna  Forse sono  da individuare altre le caratteristiche quali caratterizzanti l’essere veneto..<br />
In ogni caso pretendere di parlare in lingua veneta  nelle sedute del Consiglio comunale mi sembra uno scatto di autostima</p>
<p>Che succederebbe, per es. se si stabilisse il principio, ovvio in Catalogna,  che nel Veneto i Veneti hanno diritto di essere attesi negli uffici pubblici anche nella propria lingua materna? O che le persone che vivono nel Veneto hanno il dovere di apprendere la lingua veneta?</p>
<p>Le disposizioni della Generalitat sulla scuola pur tuttavia ancor oggi sono oggetto di controversia in Catalagna: basti pensare che in Barcellona, é possibile iscrivere i propri figli in una scuola dove l’insegnamento delle materie (curriculorare) é in tedesco, il francese, l’inglese, in giapponese, anche l’ intaliano ecc., peró non esiste una scuola il cui insegnamento curriculare sia in castigliano.</p>
<p>Naturalmente Il Veneto non é Catalogna e nemmeno Galizia o Galles.</p>
<p>Dalla Catalogna: Giancarlo Zorzanello<br />
<img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/05/sito-lingua-veneta-150x150.jpg" alt="sito lingua veneta" title="sito lingua veneta" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-3992" /></p>
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		<title>La lingua veneta irrompe nelle istituzioni</title>
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		<pubDate>Sat, 15 May 2010 17:11:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Bona sera, ben rivà al consilio comunae. Femo l&#8217;apelo par i siori consilieri&#8221;. Il presidente del consiglio comunale di Montecchio, Claudio Meggiolaro, potrebbe aprire in questa maniera la prossima seduta, cioè in lingua veneta. Montecchio quindi è il primo Comune &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/la-lingua-veneta-irrompe-nelle-istituzioni/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Bona sera, ben rivà al consilio comunae. Femo l&#8217;apelo par i siori consilieri&#8221;. Il presidente del consiglio comunale di Montecchio, Claudio Meggiolaro, potrebbe aprire in questa maniera la prossima seduta, cioè in lingua veneta. Montecchio quindi è il primo Comune vicentino a poter usufruire di una discussione bilingue, dove i consiglieri potranno tranquillamente passare dall&#8217;italiano al veneto e viceversa senza esser invitati ad usare esclusivamente la lingua nazionale.<br />
Ma l&#8217;adozione dell&#8217;idioma veneto è giunta dopo un’aspra battaglia fra richieste della minoranza di emendamamenti soppressivi, all&#8217;introduzione dell&#8217;articolo 50 (rigettato dalla maggioranza), proteste e botta e risposta. L&#8217;approvazione è giunta con i voti della maggioranza e Giuseppe Ceccato.</p>
<p>L&#8217;adozione del veneto fa parte delle 12 modifiche del regolamento del Consiglio comunale, studiate dalla commissione statuto e regolamenti, alla cui redazione cui hanno partecipato tutte le forze politiche presenti fra maggioranza e minoranza. Proprio sulla questione della lingua la discussione è durata oltre due ore.</p>
<p>«Sono modifiche importanti per lo svolgimento delle sedute &#8211; ha evidenziato il presidente della commissione, Carlo Colalto di Lega Nord &#8211; in particolare chi vorrà potrà parlare in italiano o dialeto». Perplessità invece da parte del Pdl: «Siamo d&#8217;accordo sulla tutela e valorizzazione delle tradizioni &#8211; ha detto il capogruppo Emanuele Festival &#8211; vogliamo però precisare che è importante che in un momento istituzionale qual è una seduta del consiglio comunale sia utilizzata la lingua italiana». Festival ha spiegato che lo svolgimento del consiglio comunale deve essere «iImmune da critiche e possibili interpretazioni cavillose. E gli interventi devono essere interpretabili e fruibili da tutti i consiglieri e da chi ascolta».</p>
<p>La lingua è l&#8217;elemento fondamentale nell&#8217;identificazione di una comunità rispetto a un&#8217;altra e la battaglia per riappropriarsi dell&#8217;autonomia non può che passare anche per questa strada. Così è stato fatto in Galles, così in Catalogna e nei Paesi Baschi, così in Sudtirolo (o Alto Adige che dir si voglia). Così deve essere fatto anche in Veneto per ridare dignità a una nazione che da troppo tempo è chinata sotto il giogo dell&#8217;oppressione e dell&#8217;oblio delle proprie radici.</p>
<p><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/05/Villa-Cordellina-150x150.jpg" alt="Villa Cordellina" title="Villa Cordellina" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-3932" /></p>
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		<title>Intervista sulla Serenissima: il muro di omertà comincia a franare</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 13:06:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista de &#8220;Il Giornale&#8221; a Ranieri da Mosto, che richiama al diritto internazionale per riconoscere il diritto all&#8217;autodeterminazione del Veneto come nazione, come popolo e come Stato indipendente alla luce della verità inoppugnabile della Storia. La pubblichiamo per chi è &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/intervista-sulla-serenissima-il-muro-di-omerta-comincia-a-franare/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista de &#8220;Il Giornale&#8221; a Ranieri da Mosto, che richiama al diritto internazionale per riconoscere il diritto all&#8217;autodeterminazione del Veneto come nazione, come popolo e come Stato indipendente alla luce della verità inoppugnabile della Storia. La pubblichiamo per chi è stato privato nella sua formazione culturale di questa parte essenziale della sua identità.<br />
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<p>Se il suo antenato Alvise da Mosto (1432-1488), navigatore ed esploratore partito dal Canal Grande, ebbe il merito di scoprire l’arcipelago del Capo Verde, il patrizio veneziano Ranieri da Mosto può attribuirsi quello d’aver intravisto in largo anticipo sui tempi il Capo Verde per antonomasia, Umberto Bossi, e non solo dal colore di camicie, cravatte e pochette. Correva l’anno 1996. La Lega Nord, sbertucciata dall’universo mondo, aveva appena costituito il Governo Sole, in opposizione a quello di Roma, e cercava a Venezia, preconizzata capitale della Padania, il suo Palazzo Chigi. Incurante dei sorrisini di compatimento che si sarebbe attirato nei salotti, il nobiluomo non ebbe esitazioni: «Vi metto a disposizione Palazzo Muti Baglioni, casa mia».</p>
<p>Chiamala casa. Intanto è talmente importante che dà il nome alla strada in cui si trova, calle dei Muti o Baglioni, nel sestiere di San Polo, vicino al ponte di Rialto, proprio di fronte all’abitazione di vacanza dello stilista francese Pierre Cardin, «me racomando, se dise Cardìn, no’ Cardèn, xe nato a San Biagio de Callalta». Poi è in assoluto l’edificio più alto di Venezia, campanili a parte: «Sette piani, 24,60 metri al cornicione, 29 col tetto», precisa da Mosto, che vi occupa tutto il piano nobile, «800 metri quadrati, più di 20 stanze», non s’è mai degnato di contarle: al Consiglio dei ministri della Lega fu riservata la più grande, «el portego», 22 metri di lunghezza per 7 di larghezza, 6,40 l’altezza del soffitto, roba che ci si potrebbero ricavare due appartamenti, e infatti il piccolo Cosimo, 14 mesi, l’ultimo dei sei nipotini del conte, ci scorrazza sul triciclo. Inoltre è l’unico a disporre di una cappella privata consacrata: «Potevamo celebrarci i matrimoni e i battesimi, ma i preti si rifiutano di venirci perché adesso sono obbligatori i riti comunitari».</p>
<p>Per non parlare delle opere d’arte: anche volendo tralasciare i dipinti della scuola veneziana del Tiepolo, basterà dire che nel Salone rosso (chiamato in famiglia la «sala del divorzio» per via delle scene allegoriche dipinte da Jacopo Guarana, l’affrescatore di Ca’ Rezzonico, raffiguranti il bene e il male nel matrimonio e i vizi e le virtù femminili) vi è il più grande specchio costruito in Italia nel Settecento sull’esempio della Galleria di Versailles. All’artigiano vetraio richiese talmente tanti anni di lavoro che la parte inferiore è in stile Luigi XV mentre la parte superiore fu ultimata in stile Luigi XVI, essendo nel frattempo cambiato il re di Francia. Figurarsi dunque la gioia di Ranieri da Mosto, 86 anni, erede di una delle famiglie del patriziato veneziano che detenevano il potere nella Repubblica veneta, per aver visto un leghista, Luca Zaia, finalmente insediato sul trono dogale che per 15 anni è stato occupato da Giancarlo Galan, e pazienza se «Zaia xe trevisan, Galan gera padovan, Carlo Bernini gera anca lu trevisan, Gianfranco Cremonese gera anca lu padovan, Angelo Tomelleri gera veronese, ’rivarà ben la ’olta de un venessian!».</p>
<p>Bisogna capirlo: citati fin dal 1118 nei documenti della Serenissima, per una trentina di generazioni i da Mosto hanno concorso alla scelta del doge o come candidati o come elettori. Il padrone di casa dei ministri padani ha già preparato la lista della spesa per Zaia. Punto primo: presentare ricorso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia affinché venga invalidata per mancanza del numero legale la seduta del Maggior Consiglio che il 12 maggio 1797, essendo doge Ludovico Manin e «con l’unico voto contrario del mio avo Zan Alvise da Mosto», sotto la pressione delle armi cedette Venezia a Napoleone, che subito la svendette all’Austria. Punto secondo: farsi restituire dalla Francia tutti i tesori trafugati dalla soldataglia bonapartista, a cominciare dalle venetissime Nozze di Cana del Veronese e dalla venetissima Cena in Emmaus di Tiziano Vecellio, oggi al Louvre. Punto terzo: costringere il presidente Nicolas Sarkozy a restituire a Venezia l’equivalente di 2 milioni di miliardi di vecchie lire, «comprensivi di interessi e rivalutazione dal 1797 a oggi». Punto quarto: obbligare la Pinacoteca di Brera a rimandare in laguna i 41 dipinti «che Napoleone arraffò nel 1811 e consegnò ai suoi fedeli tirapiedi milanesi». Punto quinto: far risorgere la Serenissima Repubblica o, in alternativa, trasformare almeno Venezia in uno Stato indipendente. Utopie? Meglio non sottovalutare le capacità divinatorie del patrizio veneziano. L’ultima volta che il conte da Mosto, all’epoca giornalista nella redazione di Venezia della Rai, si dedicò a un’utopia, 35 anni fa, di lì a qualche mese ebbe la soddisfazione di vedersela stampata sulla Gazzetta Ufficiale come legge dello Stato. «Si trattava della famosa riforma della Rai. Che è nata qui, sul tavolino dove ora lei appoggia i gomiti. Erano due fogli buttati giù a mano e poi ricopiati a macchina da me medesimo. Non scrivo mai tanto, la gente si stufa a leggere. Il promemoria mi era stato chiesto dall’onorevole Giorgio Bogi, che si occupava di emittenza radiotelevisiva per conto del Pri. Decisi di prevedere una prima rete filogovernativa, una seconda che non fosse né carne né pesce, una terza spenzolata a sinistra. E così fu fatto. Bogi è ancora vivo, può chiedergli conferma». </p>
<p>Da Mosto ha sempre vissuto nelle proprie carni una contraddizione: da una parte fervente serenissimo e dall’altra sospettabile di collusione con i nemici d’Oltralpe, essendo nipote per via materna di una nonna che era cugina dell’imperatrice Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III, ultima sovrana di Francia dal 1853 al 1870.</p>
<p>Peggio ancora: è un leghista con mezzo sangue terrone, avendo suo padre Andrea sposato Eugenia de Vito Piscicelli, originaria di Napoli. Come se non bastasse: nel 1956 convolò a nozze con la nobildonna Maria Grazia Vanni d’Archirafi, appartenente sì a un’illustre famiglia ducale, ma purtroppo di Palermo anziché di Venezia, dalla quale ha avuto due figli, Marcandrea, laureato in economia alla Columbia University, e Francesco, volto noto della Bbc.</p>
<p>Come mai mise a disposizione della Lega il suo palazzo?<br />
«Sono in politica da quando avevo 19 anni. Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, il primo congresso clandestino del Partito d’azione si tenne in queste stanze. Per una vita ho militato nel Pri. Ma poi mi sono reso conto che solo la Lega poteva rinnovare il Paese. Ho accettato di candidarmi e sono stato eletto consigliere comunale. Bossi voleva trovare una sede in terraferma per il nostro governo. Mi opposi: giammai! E così la Padania nacque in questa casa. Il Senatùr teneva in braccio la mia nipotina Delia, che avrà avuto meno di due anni. Oggi sembra folclore. Ma allora non fu una cosa facile».<br />
Immagino.<br />
«Non le dico i musi lunghi degli altri nobili radunati nel Circolo dell’Unione, di cui ero presidente. Anche adesso. Il commento più benevolo: “Ma de cossa valo in çerca questo?”. Ero inviso a tutti, compreso il mio unico fratello, Antonio, che essendo partito dal Pli, poi passato con i radicali e infine approdato al Psi non tollerava un secessionista nel parentado. Ho cercato di non soffrirci troppo. Da trent’anni tenevo esposto al balcone il vessillo col Leone di San Marco. Quel giorno fu rimpiazzato dalla bandiera col Sole delle Alpi. Alla prima seduta del Governo Sole, casa mia era assediata dai missini del Fronte della gioventù. Arrivarono alcuni facinorosi in barca e tirarono una bomba molotov contro uno dei portoni d’acqua. I carabinieri, poarèti, non avevano neanche un natante per inseguirli. Fortuna che l’avvocato Giorgio Suppiei, mio amico, passava in quel momento col suo motoscafo e riuscì a spegnere le fiamme con un po’ di secchiate tirate su dal rio San Cassiano».<br />
Non si vergogna a partecipare al rito dell’ampolla in Riva degli Schiavoni, con versamento dell’acqua del Po nella laguna?<br />
«Le liturgie servono per avvicinare la gente alla sostanza. Sono stato due o tre volte anche al raduno di Pontida, se è per quello, e senza mai sentirmi a disagio. L’idea ha fatto strada al di sopra dei nostri desideri, questa è la verità».<br />
Fu la Liga il primo movimento autonomista. Non dovrebbero essere i veneti a comandare sui lombardi, anziché viceversa?<br />
«Guardi, in effetti la Lombardia fu creata con lo Stato italiano in una maniera piuttosto strana. Sul confine del Parco dello Stelvio c’è Cima Venezia, non Cima Milano. In Val Camonica esiste un paese che si chiama Cedegolo. La Serenissima nel 1441 acconsentì che fosse consegnato a un signorotto locale. “Ma sì, cedeghelo”, concesse il Doge, donde il toponimo».</p>
<p>Perciò?<br />
«I bresciani, i bergamaschi, i cremaschi facevano parte della nostra Repubblica. Hanno una civiltà, una lingua, un dialetto diversi dai lombardi. Per cui il Veneto lombardo deve ritornare al Veneto».<br />
Ma che cos’ha lei, nobile veneziano che viene da studi di giurisprudenza, in comune con Bossi, proletario lombardo che viene dalla Scuola radio Elettra?<br />
«La voglia di secessione».<br />
Da attuarsi come? Con i fucili?<br />
«Con un ricorso alla Corte dell’Aia. È una causa non indifferente. L’avrei già avviata in proprio, se non occorressero soldi a palate per pagare gli studi legali di diritto internazionale. Ma è quella la strada maestra che ha portato Panama, per esempio, a liberarsi dal giogo degli Stati Uniti d’America, di cui era divenuta colonia. Confido in Zaia. Tutti i passaggi giuridici che il 12 maggio 1797 portarono all’abdicazione del doge Manin e alla svendita di Venezia all’Austria sono nulli».<br />
Perché mancava il numero legale nella seduta del Maggior Consiglio.<br />
«Anche: 580 presenti anziché 650. Ma non solo: il trattato di Campoformio stipulato da Napoleone con Francesco II, col quale territori indipendenti da 1100 anni, e cioè Venezia, il Veneto, l’Istria, la Dalmazia e le Bocche di Cattaro, furono regalati all’Austria e trasformati d’ufficio in Provincia veneta dell’impero austro-ungarico, è invalido in base al diritto all’autodeterminazione dei popoli. Che razza di trattato è senza il popolo? Al massimo è un tradimento. E frutto di un colossale imbroglio fu anche il successivo plebiscito del 20 ottobre 1866, imbastito nel giro d’una decina di giorni, che approvò l’annessione del Veneto all’Italia una volta cacciati gli austriaci».<br />
Quello che si concluse con 641.758 sì e appena 69 no?<br />
«Ma andiamo! Neanche in Bulgaria! Una truffa bella e buona. I Savoia comprarono i prefetti, intimidirono gli elettori, adottarono una scheda bianca per il sì e una nera per il no, il che cancellò la segretezza del voto».<br />
Secondo Gian Antonio Stella i serenissimi hanno le loro radici «nelle lagne di quei patrizi come Ranieri da Mosto che vivono di rimpianti». Anche se poi la firma veneta del Corriere della Sera riconosce che Napoleone compì «uno sfregio insolente e gratuito» nel rubare financo il Leone che svettava da secoli su una delle colonne di San Marco, traslocato a Parigi per essere piazzato agli Invalides, da dove sarebbe tornato a casa 18 anni dopo, grazie agli austriaci, frantumato in 84 pezzi.<br />
«Se avessimo 500 carrarmati, il discorso sarebbe diverso. Ma i 500 carrarmati per dispiegare un’azione più pesante nei confronti del consesso italiano e internazionale non li abbiamo, purtroppo. E quindi le nostre restano giocoforza lagne».<br />
Come visse l’assalto al campanile di San Marco da parte degli otto serenissimi nel bicentenario dell’atto di morte della Repubblica veneta?<br />
«Lo seppi per caso alle 8.30 del mattino. Mi vestii in velocità e corsi in piazza San Marco. Li avrei affiancati volentieri, ma purtroppo era già tutto finito. Che azione esaltante! Quel 9 maggio 1997 il premier Romano Prodi era in visita negli Usa. Il New York Times gli dedicò tre righe in tutto. Invece i serenissimi l’indomani occupavano mezza pagina. M’inchino alla memoria di Bepin Segato, l’ideologo dell’assalto, che Iddio gli conceda l’eterno riposo. Scrisse una pagina indelebile di storia patria. Né bastarono a piegarlo tre anni di galera. E furono un fatto prodigioso anche le interruzioni del Tg1. Ci vuole grande perizia tecnica, lo lasci dire a me che ho lavorato 35 anni in Rai, per intromettersi nelle frequenze della Tv di Stato. Eppure i serenissimi ci riuscirono. Senza contare la situazione giuridica creata dal loro eroico gesto». </p>
<p>Di che situazione giuridica sta parlando?<br />
«L’assalto avvenne di notte e le teste di cuoio dei carabinieri arrivarono in piazza San Marco soltanto all’alba. Questo significa che per almeno otto ore la Repubblica italiana perse la sua sovranità sulla Repubblica veneta ripristinata dagli otto insorti. Mi commosse il fatto che dei popolani avessero serbato in cuor loro il ricordo della Serenissima, e coltivato per anni il sogno di farla rivivere, e si fossero preparati all’azione a prezzo di enormi sacrifici, incuranti dei pericoli, pronti a finire in prigione. I patrizi, diciamocelo, se ne fregano della Serenissima. Il popolo no! L’amore per la Repubblica è sempre stato più vivo nel popolo che nei nobili, a Venezia come a Rovigno, a Parenzo come a Perasto, la cittadina dei 12 gonfalonieri, oggi nel Montenegro, che si arrese per ultima il 23 agosto 1797 e che seppellì se stessa insieme col vessillo di San Marco al grido “Ti con nu, nu con Ti”».<br />
Un discorso commovente.<br />
«“Ma za che altro no’ ne resta da far par Ti, el nostro cor sia l’onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagreme!”».<br />
Però l’orazione fu tenuta dal capitano delle guardie, Giuseppe Viscovich, che se non ricordo male era un conte, come lei.<br />
«Ci sono state lodevoli eccezioni anche nella nobiltà, non dico di no. Lei pensi solo al dialogo fra Giulio II e l’ambasciatore Giorgio Pisani, che appartenendo al patriziato poteva ambire a diventare doge e dunque si riteneva superiore a chiunque. Il collerico Papa Giuliano della Rovere, al quale la Serenissima aveva appena strappato i territori della Romagna, scagliò l’anatema sui veneziani: “Io non mi rimarrò grave, fino a che non vi abbia fatti umili, e tutti pescatori siccome foste”. E Pisani, imperturbabile, gli rispose: “Vieppiù vi faremo noi, Padre Santo, un piccol chierico, se non sarete prudente”. Me ne trovi un altro, in duemila anni di storia, che abbia saputo tener testa a un pontefice, addirittura minacciando di retrocederlo a seminarista».<br />
Non si trova.<br />
«Ecco che cos’ho sempre rimproverato a questa Italietta: d’essere di carta, troppo modesta, priva d’orgoglio. Esiste una dignità delle nazioni. Non dobbiamo imitare i francesi, che quando allargano la bocca per pronunciare “la Fraaance” si mettono sull’attenti. Ma, santiddio, un minimo di rispettabilità va mantenuta. Invece l’unità d’Italia è stata fatta solo sui debiti delle tre guerre risorgimentali, non sugli ideali. La Serenissima non aveva debiti. Nel Seicento il doge Francesco Morosini resistette per 23 anni ai turchi nella guerra di Candia senza aumentare le tasse. Piuttosto preferiva vendere il patriziato a gente danarosa. Oh, mica per due lire: stiamo parlando di 100.000 ducati, qualcosa come 300 milioni di euro di oggi. Venezia già nel Duecento possedeva la metà dell’oro di tutta la cristianità. E non s’era ancora espansa in terraferma. E si trattava d’una città di appena 140.000 abitanti, più piccola non solo di Parigi ma persino di Napoli».<br />
Poi arrivò quel ladrone del Bonaparte.<br />
«Si sa che fece la campagna d’Italia solo per depredarne le ricchezze. Venezia era la cassaforte. Napoleone rubò alla Serenissima 40 milioni di lire oro, di cui 15 milioni del Ducato di Modena depositati alla Zecca della Repubblica veneta. A valori di oggi calcoli 2 milioni di miliardi di lire italiane, cioè 1.033 miliardi di euro».<br />
Che lei rivuole dalla Francia.<br />
«Esatto. Li avrebbero dovuti pretendere i governi italiani che si sono succeduti finora, ma sono stati uno più vigliacco dell’altro. Per cui ne chiesi personalmente la restituzione già nel 1997 con lettera ufficiale al presidente Jacques Chirac. Nemmeno mi rispose. Adesso mi accingo a riformulare la stessa richiesta a Sarkozy. La Convenzione dell’Unesco approvata il 14 novembre 1970 all’articolo 11 parla chiaro: “Vengono considerati come illeciti l’esportazione e il trasferimento di proprietà forzati di beni culturali, risultanti direttamente o indirettamente dall’occupazione di un Paese da parte di una potenza straniera”». </p>
<p>Nel caso della Serenissima di che beni si tratta?<br />
«Il tesoro di San Marco che era custodito nella basilica, a quel tempo cappella ducale. I dipinti e gli arredi sacri di 160 chiese veneziane. Migliaia di tele, sculture, specchi, vetrate, lampadari e oggetti preziosi delle scuole d’arte. I 470 manoscritti antichi asportati dalla Marciana. Un numero inestimabile di incunaboli, codici miniati e libri sottratti a biblioteche e istituti religiosi. L’intera flotta da guerra esistente nel 1797, una delle più importanti del Mediterraneo. I ricchissimi materiali dell’Arsenale di Venezia, tra i quali l’occorrente per equipaggiare 8 vascelli, 6 fregate e 5 cutter, 6.000 cannoni di vario calibro, 2.000 fucili e 6.000 pistole, interi depositi di vele e sartiami. Senza contare che mi aspetto da Sarkozy un adeguato indennizzo per la violenta soppressione della Repubblica di Venezia, declassata da millenaria capitale di uno Stato sovrano a modesta città di provincia».<br />
Mi sa che fa prima a restituirle Carla Bruni.<br />
«La Francia negli anni Novanta ottenne la restituzione di molti beni confiscati dalla Russia. Non può fare orecchie da mercante».<br />
E rivuole anche i 41 quadri veneziani custoditi nella Pinacoteca di Brera.<br />
«Li ho inventariati uno per uno. Lei sa come finirono in Lombardia? È presto detto. I nobili milanesi, a differenza di quelli veneziani, sono stati storicamente succubi di qualcuno, dei Visconti, degli Sforza, degli spagnoli, degli austriaci, sempre servi! Anche di Napoleone. Che, per compensarli della loro cortigianeria, gli regalò dipinti di Tintoretto, Mantegna, Tiziano, Paolo Caliari, Cima da Conegliano, Jacopo Bassano, Lorenzo Lotto, Palma il Giovane. Il nuovo governatore Zaia deve scrivere al suo collega Roberto Formigoni e pretendere che ci vengano restituiti».<br />
Oggi di chi è Venezia?<br />
«Di nessuno. Siamo rimasti in 59.000. Venezia è una Disneyland che è stata anonimizzata dal Pci. L’hanno svuotata dal di dentro e riempita di camere per turisti. I bed and breakfast non votano. Nelle sue edizioni rivedute e scorrette, occhio alla esse, il partito comunista ha deciso di distruggere quel poco che restava della Serenissima. I compagni hanno sempre odiato i veneziani. E guardi che sono stato staffetta partigiana dal 1942 al 1945, procurai ad almeno un centinaio di ricercati i documenti falsi che li salvarono dalla deportazione nei lager nazisti e fui arrestato dai fascisti. Nel dopoguerra ho provato a trattare con l’onorevole Gianmario Vianello, pace all’anima sua. Staliniano fino al midollo. I comunisti xe sempre comunisti, col ciodo in testa, no’ ghe xe santi. Possono chiamarsi diessini, ulivisti, democratici, rossi, verdi, zali, tuto quelo che ti vol: non cambieranno mai».<br />
Ora che è finito il regno di Massimo Cacciari sarà contento.<br />
«Sono stato con lui in Consiglio comunale per cinque anni. Se la prendeva con i suoi dandogli dei cretini in aula. Gli ho sempre votato contro, ma l’ho in simpatia. Lo considero un uomo di grande levatura. È l’unico che potrebbe fare il segretario del Partito democratico, non quei menarrosti di Bersani, D’Alema e Veltroni. Ma è scomodo persino per loro. Cacciari l’ha detto chiaro e tondo: “Farei il Pd del Nord, sull’esempio della Lega”».<br />
Renato Brunetta, il figlio del venditore ambulante di gondoete, non ce l’ha fatta a prendere il posto di Cacciari, gli hanno preferito come sindaco Giorgio Orsoni. Come si spiega? Il ministro accusa la Lega di non averlo votato.<br />
«Non c’entra. È che gli manca il look. In questo mondo di plastica l’immagine conta, purtroppo. E poi non dimentichiamo che l’avvocato Orsoni vive all’ombra della Chiesa, è primo procuratore di San Marco, si occupa della basilica e del campanile. È un cattolico di sinistra nella manica del cardinale Angelo Scola. Il patriarca, che non manca mai di ricordare d’essere figlio d’un socialista massimalista, è un politico, non è un religioso come il suo predecessore Marco Cé». </p>
<p>Scola mi ha spiegato che non bisogna opporsi a quello che lui definisce «meticciato di civiltà», perché «se un simile processo è in atto, significa che esprime la volontà di Dio».<br />
«La Chiesa ha bisogno del meticciato perché non ha più clero locale, quindi deve reclutare i sacerdoti dove e come può. Un tempo il quinto o il sesto figlio dei veneti poveri si faceva prete, attirato da una rendita mensile pari a 5.000 euro di oggi. Adesso la Chiesa, già ridotta in bolletta dai Savoia, può passargliene al massimo 800. La religione è bella, ma senza soldi non sta in piedi. Per 800 euro un africano corre, un italiano no».<br />
Perché è diventato giornalista quando poteva limitarsi a fare il nobile?<br />
«Finita la guerra, mio padre, che era stato direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, riscuoteva 1.150 lire di pensione. Un chilo di burro nel 1945 ne costava 2.000. Perciò cominciai a collaborare con la Rai. Era il 1952. La televisione ancora non esisteva. Le notizie radiofoniche dal Veneto finivano nel Gazzettino padano, in onda da Milano. Nel 1956 morì d’infarto il caporedattore Licio Burlini. Chiamai il collega Sergio Telmon, repubblicano, pregandolo di metterci una buona parola con Ugo La Malfa».<br />
Ahi, ahi, lottizzato e raccomandato.<br />
«La Malfa lo conoscevo dal 1946. Quando scendevo a Roma per la direzione del Pri, mi riceveva subito, non ho mai capito perché avesse tanta simpatia per me. Mi convocò nella capitale. Fuori dal suo ufficio faceva anticamera Guido Carli, futuro governatore della Banca d’Italia. Ricevette prima me. “Telefoniamo a Villi De Luca, ci deve qualcosa”, disse La Malfa. Formò di persona il numero sull’apparecchio, non si fidava a passare per il centralino, segno che gli spioni già allora si davano da fare. De Luca, un galantuomo che in seguito avrebbe diretto il telegiornale, fu assai comprensivo: “Oltre alla nomina, a da Mosto bisognerà riconoscere un aumento di stipendio”. Ma La Malfa, parsimonioso fino allo scrupolo con i soldi pubblici, lo stoppò: “No, no, può aspettare”. Risultato: per i primi cinque anni feci il capo della sede Rai di Venezia mantenendo lo stipendio di redattore ordinario».<br />
Una fregatura per la pensione.<br />
«Non me ne parli. L’Istituto di previdenza dei giornalisti mi versa 4.000 euro al mese. Per mantenere il monumento nazionale in cui ho la fortuna di vivere ne spendo 5.000. Il tessuto urbano di questa città risale al 1300. La legge speciale per Venezia prevedeva che lo Stato aiutasse i proprietari di dimore storiche. Con la scusa dell’emergenza acqua alta, non arriva più un euro. Ha rastrellato tutto il Mose, il sistema di paratie mobili. Un carrozzone pazzesco che continua a ingoiare soldi. Mi sa che non finiranno mai di costruirlo».<br />
Lo scrittore Gian Mario Villalta è convinto che gli italiani percepiscano il Nordest come «una landa disertata dalla civiltà e dalla cultura, dove vivono tristi umanoidi dominati dall’avarizia e dalla xenofobia». Ha idea del perché i veneti siano antipatici a tutti?<br />
«Semplicemente perché lavoriamo tanto. Siamo ancora un popolo serio rispetto alla media italiana. Il governo nazionale sa che qui gli basta un dito per comandare, non occorre il bastone. Il veneto si alza alle 6, lavora fino alle 19, cena, guarda un po’ di televisione, va a letto e la mattina dopo si rialza per tornare al lavoro. In Rai io facevo orari folli, 15-18 ore al giorno. Quando vi fu l’alluvione del 4 novembre 1966, la più disastrosa in mille anni di storia, un metro e 90 di acqua alta, telefoni saltati, linee elettriche interrotte, un nostro tecnico andò in cerca di un generatore di corrente finché non lo trovò e con quello lessi la mia radiocronaca, a lume di candela, informando l’Italia che stavamo affondando. Fosse accaduto a Roma? Non lo so. A Roma casca el matòn e i lo lassa par tera».<br />
È per questo che ai veneti sono antipatici i terroni?<br />
«Un veneto s’innamora del lavoro perché in esso trova la dignità. Un meridionale cerca solo la paga. Il veneto vuole costruire. La vita è costruzione, non è distruzione. S’è mai chiesto perché le donne venete sono molto attive?». </p>
<p>Mi sono chiesto come mai tutti gli ori femminili alle Olimpiadi o nelle gare mondiali vengano vinti da campionesse nate in questa regione: Federica Pellegrini, Dorina Vaccaroni, Novella Calligaris, Sara Simeoni.<br />
«Lei pensi solo al ruolo che aveva la donna sotto la Serenissima, in particolare a Venezia. Col marito per mare otto mesi l’anno, tutto era nelle sue mani: la cura dei figli, il governo della casa, i contratti di proprietà. Godeva di un’autonomia che nessun’altra donna del suo tempo aveva. Questa è la culla della libertà, nel Settecento in piazza San Marco vi erano 200 casini, non quelli di oggi, luoghi d’intrattenimento dove le signore potevano conversare alla pari con i maschi. Uno apparteneva alla mia bisnonna, Anna Gardi».<br />
Allora un motivo c’è se le veneziane vengono ancor oggi sospettate d’essere donne di facili costumi.<br />
«Vede, purtroppo col saccheggio dei napoleonici, la flotta sequestrata, i commerci bloccati, Venezia moriva di fame. Un giornalista francese arrivato qui nel 1811 scoprì che la città aveva perso 30.000 abitanti e che metà dei veneziani girava per calli e campielli a chiedere l’elemosina, quando appena 15 anni prima il loro tenore di vita era quattro volte superiore alla media europea. In queste condizioni che altro potevano fare le madri se non vendere le loro figlie per strada? Lord Byron, che soggiornò a Venezia fra il 1816 e il 1819, ne comprò una quarantina. E lo stesso Jean Jacques Rousseau, santificato dai giacobini come apostolo dell’infanzia, si prese una veneziana di 10 anni per vincere la depressione. Poi parlano tanto di pedofilia&#8230;».<br />
Non mi ha spiegato come mai i veneti votano in massa per la Lega.<br />
«I veneti votano per l’autonomia. Il Veneto si sente diverso, sa che il suo è un mondo a sé. L’imprenditore veneto si suicida per responsabilità verso i dipendenti, perché non riesce a pagargli lo stipendio. Le risulta che succeda qualcosa di simile in altre parti d’Italia? Mi spiace dirlo, ma quel Francesco de Vito Piscicelli, il costruttore napoletano che voleva fare affari dopo il terremoto dell’Aquila, arrestato in seguito all’agghiacciante conversazione telefonica col cognato &#8211; “io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro al letto” &#8211; è un mio lontano cugino. La differenza fra il Veneto e il Sud è tutta qui. Loro sono abituati al pasticcio. “T’ho fatto fesso”: questa è la gioia del meridionale».<br />
La Lega è la nuova Democrazia cristiana?<br />
«Con la Dc la nostra autonomia era garantita dai Bisaglia, dai Rumor, dai Ferrari Aggradi, dai Gui. Per questo Antonio Bisaglia, una creatura delle Assicurazioni Generali, venne fatto fuori. O non crederà che sia caduto in mare per un malore e che suo fratello don Mario sia annegato per sbaglio in un lago del Cadore mentre indagava sull’oscuro incidente che costò la vita a Toni?».<br />
Qual è la miglior dote dei veneti?<br />
«La tenacia. Ci aggiunga la tranquillità: si sentono a posto con la loro coscienza».<br />
E il peggior difetto?<br />
«Non riescono a battere i pugni sul tavolo per ottenere ciò che gli spetta».<br />
Un giorno Venezia s’inabisserà oppure vivrà in eterno?<br />
«Venezia seppellirà i suoi detrattori, questo è sicuro». <img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/05/Venezia-Repubblica-Cartina-150x150.gif" alt="Venezia Repubblica Cartina" title="Venezia Repubblica Cartina" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-3871" /></p>
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		<title>Ripristinata &#8220;Dialettologia&#8221; a Ca&#8217; Foscari</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 07:09:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con un provvedimento varato già dalla giunta Galan, ma passato solo in questi giorni attraverso le necessarie autorizzazioni formali, la Regione del Veneto e l’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno siglato una convenzione che potrà portare, nei prossimi anni, all’istituzione &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/ripristinata-dialettologia-a-ca-foscari/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con un provvedimento varato già dalla giunta Galan, ma passato solo in questi giorni attraverso le necessarie autorizzazioni formali, la Regione del Veneto e l’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno siglato una convenzione che potrà portare, nei prossimi anni, all’istituzione permanente di una cattedra di Dialettologia italiana finanziata dalla Regione e istituita presso l’ateneo veneziano.</p>
<p>Lo studio dei dialetti italiani, e in particolare della ricca tradizione linguistica veneta, è da tempo oggetto di studi a Ca’ Foscari &#8211; in particolare presso il Centro interuniversitario di studi veneti, fondato da Giorgio Padoan &#8211; ma dai tempi del dialettologo Paolo Zolli nessun docente di ruolo a Venezia ha più ricoperto una cattedra di Dialettologia italiana.<br />
Così, la Regione &#8211; con un’iniziativa dell’allora vicepresidente della giunta Galan, Franco Manzato, oggi assessore della giunta Zaia &#8211; ha deciso di avviare l’iter per l’istituzione di una cattedra di dialettologia italiana “sponsorizzata” da palazzo Balbi. In seguito alla convenzione firmata in questi giorni, Ca’ Foscari affiderà l’insegnamento a un suo professore di ruolo (si tratta del prof. Lorenzo Tomasin, esperto di dialettologia e di storia della lingua, già autore di vari volumi dedicati al veneziano e al padovano antico).<br />
Nei prossimi anni, il rinnovo della convenzione dovrebbe consentire il bando di un concorso e l’istituzione di una cattedra permanente.<br />
«C’è un’Europa che non ci piace: è quella &#8211; spiega in un comunicato il governatore Luca Zaia &#8211; che disdegna la lingua italiana e, con essa, culture e storie millenarie di cui la lingua è simbolo. Oggi però, proprio dal Veneto, parte la sfida all’Europa dei burocrati, vittima di una malintesa modernità che fa strame della nostra identità. Mentre a Bruxelles l’inglese mette all’angolo italiano, francese e tedesco, la Regione Veneto scrive, con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, un capitolo originale, se non del tutto nuovo, del rapporto fra cultura e istituzioni, inaugurando il corso di dialettologia».<br />
«Tutto ciò &#8211; prosegue la nota diffusa dal presidente &#8211; non accade a caso. Quella stessa gestione burocratica, e asfittica, della lingua che porta in Italia a teorizzare la discriminazione del veneto come lingua madre, induce l’Europa delle burocrazie a discriminare la lingua italiana, quasi fosse un orpello inutile. Di qua, dobbiamo e dovremo misurarci con i sepolcri imbiancati che credono che cultura e lingua siano immutabili nei secoli dei secoli; di là, con gli ultras della comunicazione “facile” che discrimina tutto ciò che non è anglofono. Il Veneto si propone oggi come laboratorio per un’idea, quella della valorizzazione delle lingue materne, che è molto più che una provocazione. Perché la difesa dei diritti di uno Stato fondatore e membro dell’Europa a 27 passa dalla valorizzazione e tutela dei diritti delle singole entità che compongono quello Stato e che &#8211; è giunta l’ora &#8211; dovrebbero dar luogo a un nuovo patto fra pari».<img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/04/ca-foscari-150x150.jpg" alt="ca&#039; foscari" title="ca&#039; foscari" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-3779" /></p>
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