Diario Europeo senza Natale: proteste da Francia e Italia

«Un errore increscioso». Così, sulla sezione dedicata del sito della Commissione europea, si giustificava ieri l’assenza delle festività cristiane dai 3 milioni e passa di copie del “Diario europeo” inviato alle scuole superiori di mezzo continente per l’anno scolastico in corso. Un comunicato evidenziato in rosa, di poche righe, in cui si spiega come la “dimenticanza” non sia affatto dovuta a motivi discriminatori e come un foglio integrativo sia già stato inviato a tutti gli insegnanti che riceveranno l’agenda, «per riparare».

La nota è arrivata dopo la vera e propria rivolta di ministri, esponenti politici, gruppi e associazioni di diversi Paesi, su tutti Italia, Francia e Austria, che negli ultimi giorni avevano scritto alla Commissione per esprimere la propria indignazione rispetto all’iniziativa: un diario scolastico – lo ricordiamo – che con l’intento di far conoscere ai giovani europei tutte le grandi festività delle religioni più diffuse tra gli Stato membri dell’Unione, riportava tutte le numerosissime feste religiose musulmane, indù, sikh, ebraiche, ma sorprendentemente non il Natale, né la Pasqua.

Il “caso”, tuttavia, è ben lontano dall’essere risolto. Intanto perché quei tre milioni di copie – ordinate da presidi e docenti a scatola chiusa, senza cioè che fossero a conoscenza del loro contenuto – sono in viaggio verso le scuole nella loro versione originaria: il commissario europeo per la Salute e la Politica dei consumatori John Dalli ha fatto sapere che indietro non si può tornare (l’operazione è costata ben 5 milioni di euro) e che si provvederà a inviare un foglio da inserire nelle agende a integrazione delle mancanze. In Italia ne arriveranno nelle prossime settimane 215mila copie (il 6% del totale), distribuite in 1.296 istituti. E qui la confusione regna ancora sovrana: diversi assessorati all’Istruzione regionali e provinciali hanno chiesto alle scuole di informarli dell’eventuale ricezione delle copie, ma in molti, da Nord a Sud, hanno già annunciato che le rimanderanno direttamente al mittente.

Quanto alla “svista” della Commissione, sono in molti a voler andare fino in fondo. È il caso degli eurodeputati italiani Roberta Angelilli, Gianni Pittella, Carlo Casini, David-Maria Sassoli, Enrico Francesco Speroni, Mario Mauro – per una volta senza distinzione politica – che hanno firmato e presentato proprio ieri una dura interrogazione parlamentare definendo la pubblicazione dell’agenda una «violazione del principio di libertà di pensiero, di coscienza e di religione». Una presa di posizione che aveva già visto protagonista, lo scorso dicembre, il ministro degli Esteri Franco Frattini: con una lettera al presidente Barroso il titolare della Farnesina aveva chiesto l’immediato ritiro delle agende, definendo l’episodio «un’indecenza, una cosa indegna».

Sulla scia di un’altra lettera di protesta inviata a fine dicembre a Barroso dal presidente del Partito cristiano-democratico francese, Christine Boutin, mercoledì scorso anche il ministro francese incaricato degli Affari europei, Laurent Wauquiez, ha denunciato con forza la mancata menzione delle feste cristiane nell’agenda. Così come il Consiglio dei laici cattolici austriaco (Klrö) («Resta l’impressione – ha sottolineato il presidente Wolfgang Rank – che nella prassi l’Ue dimentichi talvolta gli impegni presi e spesso a svantaggio dei cristiani») e la Conferenza dei vescovi europei (che tramite il suo portavoce Johanna Touzel aveva già dichiarato come la mancata menzione delle feste cristiane in questa agenda fosse «semplicemente incredibile»).

Viviana Daloiso (Avvenire)

Il dialogo con la Russia è decisivo per l’intero Occidente

«L’Italia è stata la prima a credere in nuovi rapporti con Mosca e ad istituzionalizzare a Pratica di Mare nel 2002 il Consiglio Nato-Russia. Nessuno più di me poteva sentire la necessità di questa collaborazione, perché mi sento figlio della Guerra Fredda». Queste sono state le dichiarazioni, sulle quali ritorneremo in seguito, del presidente del Consiglio Berlusconi in occasione del vertice Nato di Lisbona del 19 e 20 novembre scorso. Uno dei frutti più promettenti e positivi di questo ultimo forum dell’organizzazione internazionale è stato sicuramente il decisivo passo in avanti compiuto nella direzione della collaborazione con la Federazione Russa.

Al vertice Nato di Lisbona – il primo di questi summit a vedere la partecipazione di un capo di Stato russo – Mosca si è impegnata a sostenere gli sforzi dell’Alleanza Atlantica per la stabilizzazione dell’Afghanistan, nodo cruciale per la sicurezza eurasiatica. Il sostegno russo allo sforzo occidentale ovviamente non si concretizzerà con l’invio di truppe – un’evenienza improponibile, tanto per gli afghani che per i russi, per evidenti ragioni storiche – ma con la fornitura di armamenti e di istruttori per il costituendo Esercito Afghano, che dovrebbe quanto prima autonomizzarsi e sostituire le forze occidentali.

Gli armamenti di fabbricazione russo-sovietica hanno il vantaggio, rispetto a quelli occidentali, di possedere doti di maggior semplicità e robustezza, ideali per forze armate di Paesi tecnologicamente non sviluppati come l’Afghanistan, e soprattutto di essere già conosciuti e padroneggiati dal personale afghano abituato a servirsene da almeno 30 anni. La Russia si impegnerebbe così non solo a fornire le forze afghane di armi leggere, come gli intramontabili Kalashnikov, ma anche e soprattutto di elicotteri, un mezzo indispensabile per operazioni in terreni montuosi e con una rete stradale carente come quelli afghani. Mosca si è impegnata anche ad addestrare nelle proprie scuole militari i futuri piloti di Kabul.

La Russia inoltre formerà gli agenti afghani delle forze di polizia, specialmente quelli destinati alla lotta contro il traffico di droga. Un traffico che, partendo dal martoriato Paese centrasiatico, sta travolgendo tutta l’Eurasia e colpendo in modo particolarmente violento la stessa Russia e i Paesi dell’ex impero sovietico.

Oltre all’armamento e all’addestramento del personale militare e della sicurezza dell’Afghanistan, una delle decisioni di Mosca più apprezzate dall’Alleanza Atlantica è stata quella di consentire il transito in territorio russo di rifornimenti destinati alle forze Nato impiegate in quel teatro, fino ad ora dipendenti dall’insicuro corridoio pakistano, sempre più oggetto di attacchi da parte della guerriglia islamica (chiamata per semplificazione «talebana», ma che include svariati gruppi di estrazione tribale e fondamentalista), che oramai controlla stabilmente le regioni alla frontiera fra Pakistan e Afghanistan.

La disponibilità russa a collaborare per la stabilizzazione dell’Afghanistan è un indice di quanto questo dossier sia importante nelle agende di sicurezza sia dei Paesi dell’Alleanza Atlantica che della Russia e dei Paesi dell’Asia Centrale ex-sovietica. Per quanto nel recentissimo passato il rapporto fra comunità atlantica e Russia possa aver vissuto delle battute di arresto, come durante la guerra in Georgia del 2008, è del tutto evidente come una sconfitta della Nato in Afghanistan e una vittoria dell’integralismo islamico nella regione, specie se accompagnato da complicità di oscure mafie internazionali che vivono sul traffico di droga e sullo sfruttamento dell’immigrazione, porterebbe in un baratro di instabilità e di caos tutta l’Eurasia, e in questo baratro la Russia sarebbe una delle prime vittime. Se è vero che le alleanze militari si creano e si rafforzano soprattutto sulla base di interessi concreti e di pericoli condivisi, ancor prima che sulla base di ideologie, allora il caso afghano è da considerarsi paradigmatico e dovrebbe essere la cartina di tornasole dei rapporti fra Occidente e Russia.

Russia e Occidente, soprattutto Europa, formano ora una vera e propria «comunità di rischio», visto che a fronte di debolezze condivise devono affrontare anche delle sfide e dei pericoli comuni. Tanto la Russia che l’Occidente soffrono infatti, sebbene in modo differente, della concorrenza – economica, politica, demografica e oramai persino militare – dei Paesi extra europei ed extra occidentali, alcuni dei quali (Cina, India, ma anche Paesi del Sud-Est asiatico) possono oramai rivaleggiare con tutto l’Occidente (e con la Russia) anche nel campo della tecnologia e del potenziale militare, proprio quei fattori che almeno fino agli anni ’60 (quando la Cina divenne potenza nucleare) avevano consentito la superiorità mondiale euro-occidentale.

Russia e Occidente si trovano inoltre alle prese con un declino demografico che, accompagnandosi all’ingresso di flussi migratori dal sud del mondo, sta alterando l’equilibro socio-politico (quindi culturale) delle due società, già colpite (più in Occidente a dire il vero) da gravi fenomeni di destrutturazione socio-culturale iniziati almeno dalla fine degli anni ’60.

La Russia, nonostante il dato geografico, le specificità culturali e uno sviluppo storico peculiare ne abbiano fatto il Paese eurasiatico per eccellenza, rimane comunque legata a doppio filo all’Europa, e quindi all’Occidente, in virtù non solo di affinità etno-linguistiche, ma anche di una comune appartenenza alla sfera della civiltà cristiana e del diritto romano. In questo quadro il dialogo fra la cosiddetta comunità euro-atlantica – che in fin dei conti altro non è che l’Europa con la sua filiazione nordamericana – e la Russia assume un significato di vitale importanza se si ha a cuore la sopravvivenza stessa della nostra civiltà e dell’Europa/Occidente come soggetto della storia. Al giorno d’oggi riproporre uno scontro fra Russia e Occidente, sotto qualsiasi forma, sarebbe una catastrofe pari al voler far scoppiare un conflitto fra Germania e Francia per il possesso dell’Alsazia e Lorena.

Per ricollegarci alle dichiarazioni del presidente del Consiglio Berlusconi in occasione del summit di Lisbona citate in apertura, dobbiamo riconoscere che l’impegno del premier italiano per avvicinare Russia e comunità euro-atlantica è stato continuo, instancabile e, alla prova dei fatti, più che produttivo. Al di là dell’amicizia personale con Vladimir Putin, va ricordato come Berlusconi sia stato uno dei primi leader europei, nel «lontano» 1994, a voler dare piena fiducia alla nuova Russia appena uscita dal comunismo, e questo quando ancora Putin era un perfetto sconosciuto (persino in Russia) e quando ancora non si parlava di progetti energetici congiunti come il gasdotto South Stream. Il vero punto di svolta e capolavoro politico della «politica russa» di Berlusconi fu il summit di Pratica di Mare del giugno del 2002, dove con la creazione del Consiglio Nato-Russia vennero consolidate la basi per un dialogo che, privo di un quadro istituzionale, sarebbe rimasto una sola dichiarazione d’intento o, peggio, una vuota formula retorica. L’importanza dell’incontro del 2002 è stata sempre ribadita, soprattutto in momenti difficili come la guerra russo-georgiana del 2008, dal presidente del Consiglio Berlusconi, che mai si è stancato di invocare quello «spirito di Pratica di Mare» che in questi giorni è sembrato nuovamente trionfare e dal quale forse dipendono le sorti dell’Europa e dell’Occidente.

Deficit, Irlanda e Portogallo a rischio, in arrivo aiuti dall’Ue

È di nuovo allarme rosso nell’Ue per alcune economie nazionali in bilico. Dopo la Grecia, salvata alcuni mesi fa ma che non riesce a uscire dalla crisi, ora sull’orlo del baratro sembrano esserci Portogallo e Irlanda, con la Spagna che potrebbe seguirle a breve. E l’Unione europea sembra destinata a mobilitare tra qualche giorno gli strumenti che si è data per soccorrere i Paesi in difficoltà. Una situazione, quella attuale, che si riflette anche sull’euro che ha fatto segnare una chiusura al di sotto di quota 1,36 dollari.

L’Irlanda è in contatto ormai continuo con l’Unione europea per un intervento di salvataggio che scongiuri il rischio di un contagio verso altri Paesi dell’area euro. A confermarlo è l’opposizione: Michael Noonan, portavoce dell’opposizione, ha riferito alla Bbc che «le indiscrezioni (di un salvataggio imminente) circolate nel weekend sono vere» e che «l’intervento europeo è in preparazione».

Stamani il vice presidente della Banca centrale europea, Vitor Constancio, ha parlato di contatti in corso, smentendo tuttavia che Dublino abbia richiesto aiuti. Fonti europee riferiscono invece che la cifra di cui si sta discutendo per soccorrere Dublino varia fra i 50 e i 90 miliardi di euro. In ogni caso non ci sono novità ufficiali sulla richiesta di intervento del Fondo anti-crisi usato per la Grecia, il cui staff sta comunque lavorando alacremente in queste ore per essere pronti a ogni evenienza. Il direttore Klaus Regling (tedesco) parteciperà martedì alla riunione dell’Eurogruppo e subito da Palazzo Justus Lipsius, dove ha sede il Consiglio Ue, hanno spiegato che «è tutto normale e ovvio».

Sta di fatto che nelle ultime ore c’è stata una accelerazione o quantomeno una concitazione eccezionale nelle mosse e nelle dichiarazioni dei vari attori in gioco. Escluso dagli irlandesi come da tutti gli altri governi che stanno dando segnali ai mercati in questi giorni (Germania, Francia innanzitutto) che Dublino abbia bisogno di un sostegno per rifinanziare il debito sovrano (è già coperto fino a metà 2011), c’è il problema delle banche che avrebbero bisogno secondo alcuni calcoli più pessimistici di 50 miliardi di euro per ricapitalizzarsi.

E, infatti, come detto, le voci e i rumors indicano 50 miliardi l’ammontare base del quale si parlerebbe a livello tecnico di un eventuale intervento del Fondo anti-crisi. Secondo alcuni si discuterebbe di una cifra fra i 50 e i 90 miliardi di euro. Tutto questo, naturalmente, viene smentito da tutte le fonti ufficiali e dai governi interessati. Di qui l’interrogativo della giornata: è possibile usare il Fondo anti-crisi (costituito in maggio con 60mld di euro della Commissione, 440 miliardi di garanzie di prestito dai membri Eurozona e 250 miliardi di prestiti Fmi) per sostenere le banche? Secondo Constancio sì e lo ha spiegato a Vienna: il meccanismo non può essere usato direttamente per le banche, ma per fare prestiti ai governi che poi possono usarlo come ha fatto il governo greco. Ebbene, Atene ha usato 10 miliardi proprio per le banche.

Anche per Lisbona «c’è un alto rischio» di dover chiedere l’assistenza finanziaria degli altri paesi europei. Lo ammette il ministro delle Finanze portoghese Fernando Teixeira dos Santos che, intervistato dal Financial Times, spiega come il suo paese «non sta affrontando solo un problema nazionale: è un problema che tocca Grecia, Irlanda e Portogallo, così come l’Eurozona e la sua stabilitá». E questo – ha aggiunto – «rende più probabile un contagio, dal momento che anche se le situazioni sono molto differenti i mercati hanno le stesse preoccupazioni» per i tre paesi. «Se non fossimo insieme nell’eurozona – sottolinea il ministro portoghese – il rischio di contagio sarebbe più basso, invece così i mercati avvicinano» la situazione di Lisbona a quella di Atene e Dublino

Obama: «Una forte economia Usa è un bene per tutti»

A Seul è tutto pronto per il G20 che si aprirà ufficialmente giovedì. La capitale sudcoreana si prepara ad accogliere i Grandi della Terra e scatta la «zona rossa», un’area intorno al Coex – il centro congressi che ospita il vertice – che sarà interdetta a tutti i non autorizzati. A Seul è già arrivato Barack Obama. In una lettera e inviata martedì il presidente americano chiede agli altri leader del G20 – che avrà tra i temi principali la soluzione alla “guerra delle valute” – di «fare la loro parte» per ridurre gli squilibri fra le potenze esportatrici e gli importatori fortemente indebitati.

Secondo Obama, un’economia forte è il più importante contributo che gli Stati Uniti possono fornire alla ripresa globale. «Nessun Paese può raggiungere da solo il nostro obiettivo comune di una ripresa forte, sostenibile ed equilibrata», scrive Obama nella lettera. Alla vigilia del summit un accordo tra i Grandi sembra ancora lontano, soprattutto sul fronte valutario, con la resistenza della Cina a rivalutare lo yuan, come vorrebbe Washington.

Mentre il lavoro degli sherpa prosegue, dal primo ministro britannico David Cameron arriva un invito alla Cina a collaborare con il G20 «per riequilibrare l’economia mondiale». «Se la Cina è pronta a portare avanti l’apertura dei suoi mercati e a lavorare con il Regno Unito e gli altri Paesi del G20 per riequilibrare l’economia mondiale e adottare in modo progressivo delle misure volte a internazionalizzare la sua valuta, questo contribuirà molto a garantire all’economia mondiale la stabilità di cui ha bisogno per una crescita forte e duratura», ha detto Cameron. Inoltre, ha aggiunto, «questo favorirà anche l’idea, all’interno della comunità internazionale, che la Cina, come potenza economica, sia una forza positiva».

Oslo risponde “moschee in cambio di chiese” all’Arabia Saudita

Questa volta i pionieri vengono dal Nord. Arriva dalla Norvegia, infatti, una notizia che rappresenta una svolta nelle relazioni internazionali a livello politico-religioso. Infatti il governo di Oslo, con una mossa finora inedita, ha rivendicato piena reciprocità rispetto al tema della libertà religiosa. Destinatario dell’autorevole osservazione diplomatica l’Arabia saudita, la «patria» dell’islam, visto che la dinastia Saud che governa nella Penisola araba è considerata la custode della Mecca, il luogo più santo dell’islam. Ebbene, proprio da Ryiadh, sia dal governo che da enti privati, era venuta nei giorni scorsi la richiesta all’esecutivo di Oslo di un via libera per il finanziamento (la stampa scandinava ha parlato di decine di milioni di euro) ad una nuova moschea gestita dal Centro islamico Tawfiiq nella stessa capitale scandinava. Ebbene, la risposta del ministero degli Esteri, Jonas Gahr Störe, è stata lapidaria: «Nessuna moschea “saudita” in Norvegia senza libertà religiosa in Arabia saudita». Ovvero, il rifiuto di accettare che un Paese come l’Arabia, noto per la sua assoluta mancanza di libertà di culto e di credo, possa finanziare nel proprio territorio la costruzione di un luogo di preghiera. Ma c’è di più. Störe – che non può essere assimilato ad un islamofobo, viste le sue passate posizioni “ecumeniche” durante il caso delle vignette danesi su Maometto – ha ribadito: «Avremmo potuto dire semplicemente: “No, il nostro governo non approva questi finanziamenti”. E invece abbiamo approfittato dell’occasione per aggiungere che sarebbe paradossale accettare questo flusso di denaro saudita dal momento che la nascita di una comunità cristiana in Arabia viene considerata un crimine».

Secondo la costituzione saudita, infatti, l’islam è religione di Stato e non è ammesso nessun culto diverso, nemmeno per i milioni di immigrati (cristiani ma anche indù) provenienti dall’Asia in cerca di lavoro nel settore petrolifero. Fece scalpore, nel 2005, il caso del cristiano indiano Brian Savio O’Connor, arrestato, imprigionato e torturato perché sorpreso in possesso di Bibbie e libri cristiani. Solo una campagna internazionale promossa dall’agenzia AsiaNews riuscì a sensibilizzare l’opinione pubblica e ad ottenere la scarcerazione di O’Connor, che fu poi espulso dal Paese. La mossa di Oslo, dunque, non ha niente di islamofobo ma si richiama alla tradizione del rispetto dei diritti umani, di cui la libertà religiosa costituisce il pilastro, come più volte sostenuto da Giovanni Paolo II. Il quale, profetico anche su questo, lanciò il tema della “reciprocità” nello storico incontro con la gioventù musulmana nello stadio di Casablanca, in Marocco: era il 19 agosto 1985. Queste le parole di Wojtyla: «Il rispetto e i dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto in ciò che concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l’intesa tra i popoli. Aiutano a risolvere insieme i problemi degli uomini e delle donne di oggi, in particolare quella dei giovani». Discorso ricordato e rievocato da Benedetto XVI a Castel Gandolfo il 25 settembre 2006 nel suo incontro con gli ambasciatori dei Paesi a maggioranza islamica, all’indomani delle polemiche scaturite dalla lezione papale di Ratisbona. Intanto il governo di Oslo non si ferma e guarda avanti. Il ministro Störe ha infatti affermato: «Constato che molti dei miei colleghi europei hanno lo stesso problema», cioè il finanziamento di moschee da parte dell’islam wahabita di matrice saudita, una delle versioni meno aperte della religione coranica. «La Norvegia – ha concluso il ministro – porterà il problema davanti al Consiglio d’Europa».

Obama governerà zoppo, ma a metà

Manca meno di una settimana al voto di midterm e per Barack Obama si conferma la previsione di una seconda metà di mandato da anatra zoppa. Eppure non così zoppa coem si prevedeva qualche settimana fa. Secondo il sondaggio pubblicato da Huffington Post, il partito democratico dovrebbe riuscire a mantenere, seppure di misura, la sua maggioranza al Senato. Mentre è molto più che probabile che perda il controllo della Camera dei Rappresentanti. Ciò significherebbe le dimissioni di Nancy Pelosi dalla carica di Speaker dell’assemblea, così come evocato dai «Tea Party» in ogni loro manifestazione ormai da un anno a questa parte.

Secondo questa stima, al Senato, dove si vota solo per 13 seggi, un terzo del totale, i democratici avrebbero il 92% delle probabilità di conservare la maggioranza. Al termine della consultazione, a loro andrebbero certamente 49 seggi, 46 all’opposizione repubblicana e solo 3 sono in bilico. Ma si ritiene poco probabile che possano andare tutti e tre al Grand Old Party. Opposto il discorso per quanto riguarda la Camera dei Rappresentanti, la «House» che il 2 novembre verrà rinnovata integralmente. Qui le proiezioni danno l’80% delle probabilità ai repubblicani di conquistare la maggioranza dei seggi in palio. Al momento ai conservatori andrebbero 216 seggi, ai democratici 195, 26 sarebbero ancora incerti. Tutta in salita, per il partito di Barack Obama, anche la sfida per i governatori. Il 2 novembre se ne eleggeranno ben 37, un numero record per la storia degli Stati Uniti. Secondo questo sondaggio, al termine della consultazione, dei 50 Stati che compongono gli Usa, solo 17 saranno presieduti da democratici, mentre i repubblicani ne guiderebbero ben 29. Incerti appena quattro. Ciò vorrebbe dire che i repubblicani strapperebbero ai loro avversari ben sei poltrone di governatore. Tanti, se si pensa l’influenza che potranno avere in vista del voto per la Casa Bianca, alla fine del 2012. Intanto, il vento di destra che spira forte sull’elettorato americano, sta mettendo in pericolo la sopravvivenza politica dei cosiddetti «blue dog», così vengono chiamati i democratici moderati, attentissimi alle politiche di bilancio statale. Secondo il Wall Street Journal, almeno la metà dei deputati aderenti a questa corrente interna al partito di Obama rischia di non tornare in Parlamento. Degli attuali 54 «blue dog» a Capitol Hill, sei hanno già deciso di ritirarsi dalla politica, 39 corrono in collegi impegnativi, e di questi 22 sono candidati in circoscrizioni decisamente a rischio, dove partono sfavoriti rispetto ai loro avversari repubblicani.

Tutto questo si sa nel giorno in cui un altro sondaggio mette in grande allarme Obama anche in chiave futura: è quello pubblicato dal quotidiano online Politico che dice che il gruppo politicamente decisivo, ovvero quello degli indipendenti, ha voltato le spalle al presidente. Nel 2008, gli elettori registrati come né democratici né repubblicani avevano votato per Obama, quest’anno sceglieranno il partito conservatore. Il che, in chiave rielezione alla presidenza, è un dato molto preoccupante.
Intanto proprio in vista del 2012, data alla quale già guardano tutti in occasione di questo midterm, cominciano a farsi strada le ipotesi delle candidature: se in campo repubblicano appare comunque scontata quella del presidente che cercherà di riprendersi il Paese, in campo repubblicano i nomi più accreditati sono quelli di Sarah Palin, Mitt Romney e di Newt Gingrich, l’uomo che nel 1994 riuscì in un’operazione molto simile a quella che sta riuscendo ai conservatori oggi: strappare il Congresso ai democratici dopo appena due anni dall’elezione del presidente. Allora era Clinton, oggi Obama. Gingrich piace a molti elettori, così come piace Michael Bloomberg, sindaco di New York e nome usato molto spesso nelle proiezioni dei candidati per il 2012. Lui correrebbe come indipendente. Potrebbe anche perché i soldi non gli mancano. E sono fondamentali, come dimostrano queste elezioni: per il midterm sono stati spesi 2 miliardi di dollari. Un record.

Guerra ai cristiani

Anche se spesso buona parte dei media non ne dà adeguato risalto, perché intrisi delle logiche del «politicamente corretto», i cristiani nel mondo sono realmente vittima di persecuzioni e discriminazioni. Ma per fortuna non tutti tacciono su questo fenomeno triste ed insieme degno di rilievo. Tra gli uomini più attivi e determinati nel denunciare questo stato di cose figura senz’altro l’europarlamentare del Pdl Mario Mauro, autore del bel nuovo saggio Guerra ai cristiani. Anche in qualità di rappresentante della presidenza dell’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), l’alto esponente politico-istituzionale del movimento di Berlusconi si sta spendendo da anni per la difesa dei diritti umani, e portano la sua firma le due risoluzioni del Parlamento europeo in cui si prende atto e si condanna la situazione persecutoria nei confronti dei cristiani nel mondo. E’ proprio il cristianesimo quello che è preso di mira più di tutte le altre confessioni religiose. L’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, nei suoi ultimi rapporti, ha dimostrato come il 75% delle discriminazioni a base religiosa nel mondo sino proprio a danno dei cristiani. E l’agenzia Fides riporta che ci sono stati solo l’anno scorso ben 37 omicidi sulla base del mero odio anticristiano.

Sembra che non ci sia zona del globo terrestre in cui si risparmino i cristiani da attacchi, violenze, soprusi e vessazioni. Il fondamentalismo islamista in molti paesi arabi africani e del Medio Oriente asiatico ed il totalitarismo politico di matrice comunista in alcune aree dell’Estremo Oriente, non stanno lasciando scampo a persone e gruppi che intendono in qualche modo rendere una testimonianza pubblica e/o culturale della loro fede cristiana. Dalle vere e proprie crocifissioni in Sudan alla legge pakistana sulla blasfemia, dalla tendenza dell’amministrazione pubblica egiziana ad «islamizzare» i cittadini fin nei loro documenti d’identità agli arresti e torture in Iran, è evidente come l’islamismo radicale stia facendo di tutto per annientare la presenza cristiana in quei luoghi. La proposta culturale cristiana viene strumentalmente ed ingiustamente bollata come uno sfregio ed un oltraggio ad Allah ed alla religione maomettana, che si vuole appunto egemone e dominante. Chiese e villaggi bruciati e distrutti ci sono anche in India, in cui si contano anche atroci casi di cristiani arsi vivi. I cristiani vengono messi ai margini anche nell’isola di Cipro, dove l’occupazione turca ha provato già in passato a cancellare molti simboli e luoghi sacri. I cristiani devono porre massima attenzione alle attività che svolgono anche nella più «laica» Turchia. Nel Medio Oriente, come in Iraq, si attuano strategie per incrementare l’esodo dei cristiani dalla Terra Santa. Per non parlare dell’Estremo Oriente, della Cina ad esempio, dove i cattolici fedeli al pontefice romano sono perseguitati dalle forze dell’ordine statali e tendono ad essere qualificati come «agenti al servizio di una potenza straniera», e dunque si trovano a far parte della chiesa «sotterranea e clandestina», mentre quella «ufficiale» deve coercitivamente fare riferimento, più che al papa, al Partito comunista cinese.

Sempre in merito all’ostilità al cristianesimo, all’islamismo ed al comunismo presenti soprattutto in Africa ed Asia fa da complemento il relativismo laicista del continente europeo. Quella che va per la maggiore sembra essere una certa corrente neoilluministica, per cui vengono visti con diffidenza, quando non con disprezzo, i corpi intermedi naturali tra l’individuo e lo stato, mentre la religione (anzitutto quella cattolica) deve essere relegata nell’ambito strettamente individuale e privato, e non deve avere rilievo pubblico ed «influenzare» le scelte culturali e politiche. L’uomo è, invece, ontologicamente portato a cercare un significato ed un senso ultimo alla propria vita. E ciò non può non avere ripercussioni ed un rilievo nella società e di conseguenza nella cultura e nella politica.

Termini come pari opportunità, uguaglianza, democrazia, laicità, diritti e principio di «non discriminazione» subiscono una strumentalizzazione e servono in realtà a coprire un approccio ed atteggiamento delle istituzioni comunitarie e di forze politiche soprattutto di sinistra improntato all’indifferentismo religioso ed al nichilismo. Si ostacolano e marginalizzano politiche per la difesa della vita dal concepimento al suo termine naturale e per la promozione della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e s’incentivano, al contrario, misure atte a favorire le unioni omosessuali con relative adozioni di bambini, l’aborto come contraccettivo, l’eugenetica come segno di «salute riproduttiva», ore di etica ed educazione alla cittadinanza al posto dell’ora di religione cattolica nelle scuole. E’ poi da ricordare come la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo abbia condannato l’Italia per la presenza per via legislativa del crocifisso nelle aule scolastiche. Ma il calo demografico ed il crollo dei matrimoni non sono che l’altra faccia della medaglia dell’attuale situazione di crisi e declino del Vecchio Continente, dove l’aborto è diventato statisticamente la più grande causa di mortalità.

Insomma, occorre fronteggiare il relativismo ed il fondamentalismo, e procedere alla difesa e promozione del cristianesimo, perché laddove c’è la presenza cristiana nella società si sviluppano anche la dimensione comunitaria (anche di opere ed imprese), la laicità delle istituzioni, una legislazione più rispettosa del diritto naturale, un allargamento della ragione ed una più autentica promozione della dignità della persona, dei diritti umani e della libertà. Ed è certamente a partire dall’Italia e dall’Europa che si deve condurre una proposta ed azione politica e culturale volta a difendere le nostre radici cristiane e la libertà religiosa. E da qui sviluppare anzitutto una cultura ed al contempo una politica mirate ad incentivare la natalità, la famiglia formata dall’unione stabile tra un uomo ed una donna aperti alla vita ed educazione dei figli, la solidarietà, lo sviluppo socio-economico, la pace, la giustizia e la libertà.

Allarme terrorismo in Europa

Cresciuti in Germania, addestrati in Pakistan, pronti a tornare in Europa per fare attentati. E’ questo il «ciclo della morte» emerso dalle notizie (filtrate alla stampa statunitense dall’intelligence) sull’allarme attentati nel Vecchio Continente. Al Qaeda ha tuttora in mente di compiere nelle città europee massacri come quello commesso a Mumbai nel novembre del 2008.

In Europa non siamo ben consapevoli dell’orrore che si compì nella metropoli indiana due anni fa. Quindi è bene ricordarlo sommariamente, per capire che fine rischiamo di fare. A Mumbai, il 26 novembre 2008, un commando di terroristi islamici approdato al porto indiano sparò all’impazzata nella stazione ferroviaria e nel Leopold Café, poi cercò (senza riuscirci) di compiere un altro massacro nell’ospedale di Cama, infine si impossessò armi in pugno di due alberghi di lusso (Taj Mahal e Oberoj Trident) e del locale centro ebraico Nariman House. I sei ostaggi ebrei di quest’ultimo, compreso il rabbino Gavriel Holtzberg e sue moglie Rivka (in cinta di cinque mesi), furono torturati e uccisi. La battaglia attorno ai due alberghi si prolungò fino al 29 novembre. I terroristi non riuscirono nell’intento di farli saltare in aria con tutti gli ostaggi. In totale rimasero sul terreno 138 fra civili e militari indiani e 28 civili stranieri. Tutto ciò fu provocato da appena 10 terroristi, di cui uno solo sopravvissuto, poi incarcerato e condannato a morte in India. Come nell’attacco dell’11 settembre, Al Qaeda dimostrò di poter infliggere il massimo del danno al minimo del costo.

I terroristi seguaci di Bin Laden vogliono ripetere 10, 100, 1000 Mumbai nel nostro continente. Nel mirino ci sono soprattutto città francesi, inglesi e tedesche. Ma il rischio è che vi siano piani, non ancora scoperti, per obiettivi in Spagna e Italia. I bersagli che possono essere colpiti sono la torre Eiffel e la cattedrale di Notre Dame a Parigi, la stazione centrale e la torre della tv ad Alexanderplatz a Berlino, la famiglia reale britannica a Londra. Non è emerso alcun obiettivo specifico per il nostro Paese, anche se «l’allarme terrorismo resta elevato», come ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro degli Interni, Roberto Maroni.

Come sono state ottenute queste informazioni? Per quel che si sa, arrivano soprattutto da una fonte principale: Ahmed Sidiqi. Arrestato in Afghanistan lo scorso luglio, è stato interrogato nella base Nato di Bagram. Trentaseienne, di origine afghana, Sidiqi è cittadino tedesco, residente ad Amburgo. Ieri il ministero degli Interni di Berlino ha rivelato che il suo non è un caso unico. Sidiqi farebbe parte di un gruppo di musulmani di Amburgo, «sparito» dalle proprie case nel 2009. Sarebbero almeno 70 i musulmani tedeschi addestrati da Al Qaeda in Pakistan e Afghanistan. Uno di essi è Makanesi Rami, 25 anni, un tedesco di origini siriane, apparso in un video a fine 2009. Nel filmato brandiva un coltello e una pistola ed esortava i suoi connazionali ad unirsi al jihad. Nel filmato si vedono anche scene in cui un gruppo assalta posizioni nemiche con missili e cannoni, che ricorda molto gli attacchi stile Mumbai. Un funzionario dell’intelligence ha rivelato che Sidiqi, nel corso degli interrogatori, ha ammesso che a Naam Meziche (sempre di Amburgo), era stato affidato il compito di pianificare gli attacchi nel complotto, e che l’incarico era stato approvato da Bin Laden in persona. L’imam della moschea Taiba di Amburgo è Mamoun Darkazanli, un uomo d’affari tedesco originiario della Siria. La commissione di inchiesta sull’11 settembre ha evidenziato legami finanziari tra l’imam e Al Qaeda.

Cittadini tedeschi sono anche i quattro militanti uccisi da un missile lanciato lunedì da un drone americano, nei pressi di Mir Alì (nella regione del Waziristan del Nord, Pakistan), mentre erano a colloquio con il leader tribale Sher Mullah, vicino alla causa dei Talebani. Farebbero tutti parte della stessa rete, artefice dei piani di attentati in Europa. Fra i sospetti terroristi arrestati in Afghanistan risultano anche uomini con cittadinanza olandese e francese.

L’allarme terrorismo nel nostro continente, dunque, parte… dal nostro continente. Sono soprattutto cittadini europei, sia pure recentemente acquisiti, che vogliono colpire le loro stesse città, nel nome del jihad globale. Ma a difendere l’Europa, invece, è soprattutto l’America. Sono i droni americani che colpiscono le reti del terrore a cavallo del confine fra Pakistan e Afghanistan. Sono loro che fanno il «lavoro sporco» e sono i primi a subire le critiche dei loro alleati. Islamabad ha fatto fuoco e fiamme (nel senso letterale del termine, questa volta) contro gli ultimi attacchi di elicotteri e droni americani nel suo territorio nazionale: ha risposto bloccando i rifornimenti alla missione Isaf in Afghanistan e, guarda caso, decine di autocisterne destinate alla Nato sono state bruciate da «sospetti militanti» nei loro parcheggi in Pakistan. La stampa europea è sempre in prima linea nel contestare i raid americani oltre-confine. In Germania, prima potenziale vittima dei terroristi, l’opposizione all’intervento militare in Afghanistan è più forte che mai e ha già portato alle dimissioni di generali e ministri. In Europa è ancora facile crogiolarsi in una retorica del multiculturalismo e puntare il dito contro gli Usa. E’ facile scrivere che il terrorismo è solo la reazione alla politica «imperialista» americana. E’ altrettanto facile ignorare una realtà che non vogliamo ammettere: i tentativi di attacco di Al Qaeda contro l’Europa sono continui. Ne sappiamo qualcosa solo quando informazioni di intelligence rivelano i suoi piani. O quando un attentato va in porto. O quando un terrorista fa cilecca all’ultimo minuto, compreso il fallito attentato suicida nella caserma Santa Barbara di Milano. Non vogliamo ammettere che, se non ci fosse una prima linea di difesa, costituita dagli americani, al confine fra Pakistan e Afghanistan, i massacri in stile Mumbai avverrebbero qui, dietro casa nostra.

Spagna in crisi: ecco i frutti di Zapatero

Madrid – Quando si vota bisogna pensare al futuro. In Spagna, dopo il miracolo creato da Aznar e da 10 anni di governo liberaldemocratico, i neoarricchiti cittadini iberici pensarono solo al presente e di potersi guardare l’ombelico, di poter pensare a soddisfare le brame del ventre e del basso ventre, magari fino al canale rettale – secondo la deviante movida almodovariana; votarono per Zapatero, per i “matrimoni” dei gay, per lo sperpero del tesoro accumulato attraverso politiche sociali miopi e quantomeno discutibili. Oggi si godono il risultato, lo stesso che è toccato all’Italia dopo i 5 anni di fine millennio dominati dalla nostra Sinistra, che hanno messo in ginocchio il nostro Paese ancora oggi incapace di superare quel danno.

Ma parliamo della Spagna. Ieri il Paese era bloccato. Oggi la mazzata di Moody’s che taglia il rating di Madrid abbassandolo ad Aa1 dal precedente Aaa. Lo riporta l’agenzia Bloomberg aggiungendo che l’outlook resta stabile.

Sciopero Decine di voli cancellati, treni, bus, metro, ospedali e scuole in servizio minimo, e perfino il re si è fermato, in segno di neutralità. La Spagna ha vissuto ieri il primo sciopero generale dell’era Zapatero, convocato dai due grandi sindacati del paese, Ugt e Ccoo, contro la riforma del mercato del lavoro e la manovra antideficit decise dal governo. La protesta è stata largamente pacifica, ma ci sono stati incidenti soprattutto a Barcellona e Madrid, con duri scontri fra picchetti di sciopero nella capitale, giovani antisistema nella città catalana, con la polizia. Il bilancio della giornata è di circa 30 feriti e 80 arresti.

Le misure anti-deficit Lo sciopero interviene in un momento delicato per la Spagna, alla vigilia della presentazione in parlamento della finanziaria anti-deficit da parte del premier Zapatero. I sindacati hanno parlato di un “grande successo”, valutando nel 70% circa l’adesione allo sciopero. Ugt e Ccoo, finora vicini al governo socialista, hanno proclamato lo sciopero con riluttanza, spinti anche dalla drammatica situazione dell’occupazione, con un esercito di 4 milioni di senza lavoro, il 20% della popolazione attiva. Il governo ha assunto toni concilianti, attento a evitare un vero strappo con i suoi alleati naturali. Il ministro del Lavoro Celestino Corbacho ha salutato “il senso di responsabilità” dei leader sindacali. Per Corbacho lo sciopero ha avuto “una adesione diseguale” con un “effetto moderato”.

Gli incidenti Gli incidenti più seri si sono verificati nella capitale e a Barcellona. A Getafe, alla periferia di Madrid, la polizia ha sparato per aria per liberare due agenti rimasti rinchiusi dietro i cancelli dell’impresa aeronautica Eads presidiati da circa 200 manifestanti, e poi ha caricato. Scontri anche nel cuore di Madrid, sulla Gran Via. A Barcellona decine di giovani anti-sistema si sono scontrati con i reparti antisommossa attorno a Piazza della Università, a due passi dalla Rambla, hanno bruciato una autopattuglia, lanciato sassate. Circa 20 gli arrestati. Gli scontri sono poi ripresi vicino alla cattedrale. A fine pomeriggio circa 80 persone erano state fermate in tutto il Paese, una trentina i feriti negli scontri.

I sit in Circa 100 manifestazioni pacifiche hanno chiuso la giornata di sciopero in tutto il Paese, con la partecipazione di decine di migliaia di persone. La più importante a fine pomeriggio a Madrid, fra Paseo del Prado e Puerta del Sol. Per rispetto al diritto di sciopero scritto nella Costituzione, oggi si è fermato anche il re. Juan Carlos ha annullato tutti gli impegni ufficiali esterni. E’ stato, hanno precisato da Casa Reale, un gesto di neutralità istituzionale, non una adesione.

Francia, velo integrale al bando. Ora anche noi…

La Francia ha adottato in via definitiva il disegno di legge che vieta di indossare il velo islamico integrale nei luoghi pubblici. Dopo il via libera dato dalla camera bassa del Parlamento lo scorso luglio, ieri il senato ha approvato il testo con 246 voti favorevoli e uno contrario. Nonostante il parere negativo del Consiglio di Stato. Il testo non menziona esplicitamente il burqa o il niqab, ma la «dissimulazione del volto nei luoghi pubblici», che includono strade e piazze. E «i luoghi aperti al pubblico» (negozi, ristoranti, parchi e affini) o «destinati a un servizio pubblico» (scuole, ospedali, uffici, ecc).

Il provvedimento prevede una multa di 150 euro e un corso di educazione civica per tutte le donne che indosseranno burqa o il niqab. Rischia invece fino ad un anno di carcere e un’ammenda di 30mila euro chiunque costringa la propria compagna a coprire il capo. La legge non entrerà in vigore prima della prossima primavera, dopo un periodo di sperimentazione. Sempre che la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi su un ricorso contro il provvedimento, non decida diversamente. Dure polemiche sono arrivate dalle associazioni in difesa dei diritti delle donne e del mondo islamico, ma il presidente Nicolas Sarkozy, in crisi nei sondaggi e alle prese con il controverso piano di rimpatri di rom, si è mostrato determinato ad andare avanti, nella convinzione che il velo islamico rappresenta un attentato alla dignità della donna ed è incompatibile con i valori su cui si fonda la Repubblica. A questo riguardo, la legge afferma che «le pratiche radicali lesive della dignità e della parità tra uomini e donne, tra cui quella di portare il velo integrale, sono contrarie ai valori repubblicani».

La Francia, dove secondo le stime del ministero degli Interni circa 2mila donne indossano il burqa, sarà il primo Paese europeo a vietarlo. Una misura, questa, che l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha criticato nei mesi scorsi, sostenendo che il divieto di nascondere il volto viola i diritti a libertà d’espressione e alla libertà religiosa delle donne. Nel frattempo, una misura simile è in via d’adozione anche in Belgio, che si appresta ad adottare l’interdizione totale del velo islamico integrale. Il progetto di legge approvato a fine aprile dalla Camera dei deputati deve essere ora varato anche dal Senato. In Olanda diversi progetti di legge che riguardano il divieto del velo integrale sono tuttora in preparazione. Persino in Spagna, dopo le iniziative di alcuni comuni che proibiscono il velo integrale in pubblico, il governo prevede d’includere in una futura legge sulla “libertà di religione” una misura che restringa l’uso del burqa nei luoghi pubblici.

Pronte le “adesioni” anche in Italia. Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ha auspicato una decisione analoga anche da parte del governo italiano: «Libertà di fede, ma anche garanzia di sicurezza. Nessuna limitazione al suo uso in contesti privati, ad evidente tutela della libertà individuale, ma ammende per chi in contesti come scuole, parchi o mezzi di trasporto si copre, volontariamente o per costrizione, al punto da rendere impossibile la propria identificazione». Plaude anche il Capogruppo della Lega Nord alla Camera, Marco Reguzzoni: «Riteniamo giusta la scelta fatta dalla Francia sia in termini di sicurezza che in termini culturali».