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	<title>L&#039;altra Campana &#187; Europa e mondo</title>
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		<title>SECESSIONE SCOZZESE E CRISI DELL’EUROZONA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando una coppia divorzia, ci sono sempre i parenti pronti a ficcare il naso nella separazione. Passando dal micro al macro, quando due nazioni si separano, ci sono sempre conseguenze nelle organizzazioni internazionali di cui entrambe facevano parte, quando erano &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/secessione-scozzese-e-crisi-dell%e2%80%99eurozona/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Unione-Europea-simboletto.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Unione-Europea-simboletto-150x150.jpg" alt="" title="Unione Europea simboletto" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5226" /></a>Quando una coppia divorzia, ci sono sempre i parenti pronti a ficcare il naso nella separazione. Passando dal micro al macro, quando due nazioni si separano, ci sono sempre conseguenze nelle organizzazioni internazionali di cui entrambe facevano parte, quando erano sotto un unico Stato. Il Regno Unito, oltre a essere membro dell’Onu, lo è anche della Nato e dell’Unione Europea. Se la Scozia dovesse salutare Londra e separarsi, chi erediterà i seggi in questi prestigiosi club internazionali? Il dibattito, non solo teorico, si sta intensificando proprio in questi giorni.</p>
<p>Ieri, per esempio, fonti anonime europee confidavano ai reporter dell’Agence France Presse che, in caso di secessione, sia Londra che Edimburgo dovrebbero rinegoziare da capo l’appartenenza all’Ue. Ma fonti legali confidavano sempre all’Agence France Presse che: i due nuovi Stati, una volta separati, verrebbero automaticamente considerati come “successori” del Regno Unito e verrebbero considerati come Paesi membri. Basta solo un voto di maggioranza degli altri governi appartenenti al club europeo.</p>
<p>Tutto sommato, come ricorda alla Bbc il professor Andrew Scott (docente di Studi Europei presso l’università di Edimburgo), “l’Ue è infinitamente creativa quando ha a che fare con un gioco costituzionale che non ha mai visto prima. Ha già gestito l’unificazione tedesca e l’ammissione di Cipro Sud”.</p>
<p>Tutte le fonti interne all’Ue restano rigorosamente anonime. E si può anche capire il perché: nonostante siano stati affrontati casi difficili in passato, una secessione britannica può mettere in discussione l’Abc dell’Unione Europea. Nonostante sia rimasto privo di un governo centrale per più di un anno, nemmeno il Belgio si è formalmente diviso in due Stati distinti. Una secessione all’interno di un membro dell’Ue può creare un precedente che fa paura a molti governi unitari. Se la Scozia se ne va e non paga un prezzo altissimo, poi chi trattiene i catalani e i baschi nella Spagna? E i fiamminghi nel Belgio? E il Nord Italia non ne trarrà alcuna lezione? C’è dunque da attendersi una notevole resistenza fra i governi dell’Ue (quasi tutti) che hanno problemi di separatismo e autonomismo nei loro territori.</p>
<p>Un altro organismo che potrebbe ficcare il naso nella secessione britannica è sicuramente la Nato. Alex Salmond ha fatto capire a chiare lettere che del deterrente nucleare (presente anche nelle basi navali scozzesi) non sa che farsene. Non ha bisogno dell’atomica e non intende avere un esercito che vada oltre i compiti dell’autodifesa. E d’altra parte, chi potrebbe mai attaccare il nuovo Stato? Se l’Inghilterra accetta la separazione e la Regina Elisabetta non è Edoardo I (l’invasore della Scozia ai tempi di Braveheart), gli highlander non hanno alcun nemico, né la Norvegia, né, tantomeno, la piccola Islanda. La Nato potrebbe fare storie, però, se la Scozia non dovesse essere in grado di sostenere la spesa militare necessaria a far parte dell’Alleanza. E, per di più, sottrarrebbe forze (convenzionali) anche al Regno Unito, che finora è stato uno dei principali pilastri del club atlantico. Quindi aspettiamoci di veder opporre resistenza anche sul fronte della Nato.</p>
<p>Ma è proprio necessario appartenere a queste organizzazioni?</p>
<p>Per ora sì. Perché la Scozia, proprio come l’Irlanda, avrebbe la possibilità di trattare con il governo di Londra su un piano di parità. L’adesione all’Ue “…ha cambiato le relazioni dell’Irlanda con il Regno Unito dalla sera alla mattina” – spiega Tony Brown, dell’Institute of European Affairs di Dublino – “si raggiunge un piano di parità. Non occorre più attendere mesi per combinare un incontro il premier britannico, basta sollevare il telefono”.</p>
<p>Per ora, dunque, l’appartenenza all’Ue è quasi un percorso obbligatorio. Per ora… Ma la crisi dell’eurozona, certificata anche dal suo declassamento da parte delle maggiori agenzie di rating, significa una sola cosa: che nel prossimo futuro dobbiamo attenderci che l’Ue non conterà più molto. O non conterà più nulla, se l’eurozona dovesse sciogliersi. E’ altrettanto necessario appartenere alla Nato?</p>
<p>L’Irlanda è neutrale, ma vive benissimo. E intrattiene regolarmente rapporti con tutti gli Stati che vuole, Usa per primi. La Nato, dopo la fine della Guerra Fredda, non ha più l’urgenza di difendere l’Europa dall’Urss e non ha ancora trovato una sua nuova identità, né una missione comune. Basti vedere che si è spaccata in due fronti, al suo interno, in tutte le crisi dall’Iraq (2003) ad oggi.</p>
<p>E quindi, di cosa dovrebbero preoccuparsi gli scozzesi? In questi giorni stanno comparendo articoli catastrofisti, come quello a firma di Andrew Roberts, sul Mail Online del 14 gennaio, in cui si prevedono scenari di collasso, subito dopo l’indipendenza: isolamento diplomatico, giacimenti di petrolio venduti ai cinesi, una secessione interna delle isole Shetland e un’economia in bancarotta. Ma questi articoli sono scritti sempre seguendo la logica del “Big is Beautiful”: più si è grandi, più “si conta”. Nazioni piccole, nate da secessioni, come Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Estonia, dimostrano invece che “Small is Beautiful”, perché il piccolo si organizza meglio.</p>
<p>La crisi dell’eurozona è, al contrario, la prova del 9 della fragilità dei grandi sistemi.</p>
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		<title>L&#8217;UE deve pretendere il ritiro della Turchia da Cipro</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 15:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[La Turchia minaccia di sospendere le relazioni con la UE se nel prossimo Giugno 2012, seguendo la prassi da sempre in vigore della rotazione semestrale, la presidenza verrà affidata al membro di turno, cioè Cipro. Anzi, &#8220;Cipro Sud&#8221; dicono i &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/lue-deve-pretendere-il-ritiro-della-turchia-da-cipro/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Turchia minaccia di sospendere le relazioni con la UE se nel prossimo Giugno 2012, seguendo la prassi da sempre in vigore della rotazione semestrale, la presidenza verrà affidata al membro di turno, cioè Cipro.</p>
<p>Anzi, &#8220;Cipro Sud&#8221; dicono i turchi, che dal 1974 occupano indebitamente un quarto dell&#8217;isola nella zona settentrionale ed hanno eretto una barriera per difendere il territorio invaso.</p>
<p>Bisognerebbe rispondere con una pernacchia già così, se non fosse che il ministro degli Esteri italiano Frattini &#8211; grande sponsor dell&#8217;ingresso della Turchia in Europa &#8211; subito si è affrettato a dichiarare che &#8220;non possiamo permetterci di perdere la Turchia&#8221;. E allora bisogna proprio mettere i puntini sulle &#8220;i&#8221;, perché non si può dimenticare da dove arriva la questione di Cipro e, dopo averlo ricordato, non si può provare che un sentimento di disprezzo per le parole del Ministro Frattini.</p>
<p>Correva l&#8217;anno 1571 e la Turchia musulmana assediò l&#8217;isola di Cipro, territorio della Repubblica Serenissima di Venezia. Dopo una strenua difesa, terminata nella città di Famagosta, il rappresentante del Doge e di Venezia comandante Marcantonio Bragadin trattò una resa onorevole con promessa di salvacondotto per uomini e donne, sennonché i musulmani decisero di non rispettare gli accordi, uccisero a tradimento tutti gli ambasciatori veneziani presenti nel luogo della trattativa e catturarono il Bragadin.</p>
<p>L&#8217;uomo politico veneziano fu sottoposto a 11 giorni di supplizio tra orrende torture e umiliazioni, culminati nello scempio finale: Bragadin fu scuoiato vivo e morì sulla piazza di Famagosta il 13 Agosto 1571 durante l&#8217;ultima, orrenda violenza che gli veniva inflitta. La sua pelle riempita di paglia e rivestita dei suoi abiti fu mandata in giro per la città perché fosse vista dai veneziani prigionieri.</p>
<p>La notizia di tale barbarie naturalmente fece il giro d&#8217;Europa e fu l&#8217;occasione per saldare, per la prima e ultima volta nella storia, un&#8217;alleanza di tutti i Paesi Europei, finalizzata a fermare l&#8217;avanzata degli invasori musulmani che miravano a espandersi dalla Turchia a tutto il continente cristiano. Fu così che fu armata una flotta che affrontò a Lepanto, il 7 Ottobre 1571, le forze marittime musulmane e le sbaragliò, infliggendo alla Turchia una sconfitta pesante, tale da fermare per quasi un secolo la sua avanzata verso Occidente.</p>
<p>Tuttavia Cipro rimase ancora a lungo sotto l&#8217;influenza turca e, quando finalmente si rese indipendente, mai si vide riconosciuta la libertà dallo stato musulmano, tanto che alla prima occasione propizia i turchi tornarono a sbarcare sull&#8217;isola e occuparono la parte Nord, proprio fino a Famagosta, la città dello scempio patito dal martire Marcantonio Bragadin.</p>
<p>Ebbene, nonostante la questione cipriota sia da sempre il principale ostacolo all&#8217;ingresso della Turchia nella UE, ancora oggi i Turchi, con il beneplacito di tanti politici come il ministro Frattini, spera di risolvere la questione ottenendo il riconoscimento dello &#8220;status quo&#8221; attuale, anziché il ritorno allo &#8220;status quo ante&#8221; che dovrebbe ristabilire l&#8217;integrità dell&#8217;isola e la sovranità cipriota su tutto il territorio.</p>
<p>Noi siamo contrari a ogni soluzione diversa dall&#8217;evacuazione di Cipro da parte dei turchi, dalla piena indipendenza di tutto il territorio dell&#8217;isola, e da ogni compromesso favorevole a legittimare una tragica prepotenza da sempre passata sotto silenzio dai media occidentali. Per questo chiediamo che l&#8217;Europa risponda con vigorosa fermezza alla Turchia: &#8220;come non fu accettabile lasciare Danzica a Hitler, non è possibile lasciare parte di Cipro alla Turchia&#8221;. C&#8217;è in tutte le cose un limite che non si può varcare, questo è un caso esemplare.<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/09/Cipro.gif"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/09/Cipro-150x150.gif" alt="" title="Cipro" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5126" /></a></p>
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		<title>La Turchia al bivio</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 08:48:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le notizie delle ultime settimane provenienti da Ankara hanno lasciato perplessi gran parte degli analisti politici europei, che non avrebbero mai creduto possibile un simile sviluppo all&#8217;interno della politica turca: le dimissioni senza precedenti dei massimi esponenti militari della Turchia &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/la-turchia-al-bivio/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le notizie delle ultime settimane provenienti da Ankara hanno lasciato perplessi gran parte degli analisti politici europei, che non avrebbero mai creduto possibile un simile sviluppo all&#8217;interno della politica turca: le dimissioni senza precedenti dei massimi esponenti militari della Turchia e la loro immediata sostituzione da parte del presidente Gul (insieme al premier Erdogan) stanno segnando una nuova era per il paese, in cui, fino a poco tempo fa, i militari agivano con la massima discrezione anche nella politica interna del paese. Il processo giudiziario in corso nei confronti di alcuni capi militari turchi per l&#8217;accusa di tentato golpe ha messo in ginocchio l&#8217;intero sistema militare del paese. Inoltre, la politica astuta di Erdogan e la sua recente rielezione per il terzo mandato hanno dato sufficiente coraggio al partito di governo, che ha approfittato della situazione frantumendo il vecchio status quo tra politici e militari. Il processo non è ancora concluso del tutto, ma lascia intuire ed intravedere la fine di un&#8217;epoca lunga decenni, che vide l&#8217;esercito turco come «il garante» dello stato secolare, ma anche come un serio ostacolo per il progresso e liberalizzazione del paese.</p>
<p>Oggi si intravede chiaramente «il vento di cambiamento» che ha cominciato a soffiare dalle parti di Ankara. Il lungo conflitto sistemico tra la politica e i militari si sta avviando verso la conclusione, proiettando la Turchia verso una meta molto incerta. É possibile che il conflitto tra la politica e alcuni degli alti esponenti militari continui anche in futuro, ma l&#8217;equilibrio delle forze è mutato irrimediabilmente ed è nettamente a sfavore di questi ultimi.</p>
<p>Da adesso noi occidentali dobbiamo guardare con molta attenzione verso Ankara, poiché sono ipotizzabili due scenari diversi che sono in grado di cambiare il paese radicalmente. Sappiamo bene che con la soppressione della supremazia militare in Turchia si aprono numerose possibilità per i politici locali. Una volta ridotte al minimo le interferenze dell&#8217;esercito, la politica sarebbe in grado di far marciare il paese molto più velocemente e di avviare dei cambiamenti importanti in passato ritenuti improponibili.</p>
<p>Le strade sono due, e mentre la prima va verso la possibilità di una democrazia reale (che sarebbe negli interessi dell&#8217;Europa), la seconda ipotizza e prevede un&#8217;ulteriore islamizzazione e radicalizzazione della Turchia. Considerata l&#8217;ambiguità odierna della politica estera di Erdogan, siamo costretti a vedere due diversi scenari di sviluppo. Le vecchie ambizioni «ufficiali» della Turchia e la sua «voglia» d&#8217;Europa sembrano passare sempre più in secondo piano. Ad esempio, ci sono numerosi punti interrogativi che riguardano le intenzioni di Ankara per il suo recente riavvicinamento con il Cremlino e per alcuni accordi bilaterali stretti tra essi, che rischiano di danneggiare la politica unitaria della Nato orientata al supporto politico e morale della Georgia. Inoltre, le relazioni cordiali della Turchia con alcuni degli stati mediorientali molto discutibili (la Siria e l&#8217;Iran in primis!) continuano a creare una certa confusione agli occhi dell&#8217;Europa e degli Usa. Nonostante che la Turchia sia membro della Nato, il suo recente impegno politico nello scacchiere mediorientale e le sue nuove «amicizie» regionali non appaiono quasi mai in linea con la politica e con i piani d&#8217;azione dell&#8217;alleanza nordatlantica.</p>
<p>In questa epoca nuova la Turchia avrà forse un&#8217;ultima possibilità di fare una scelta diversa e coraggiosa e di riuscire a cessare di essere una democrazia incompiuta. Si è parlato spesso di questo paese e della sua ambiziosa agenda internazionale, rivelando le proprie aspirazioni ad aderire all&#8217;Unione europea e a continuare a essere un membro rispettato della Nato. E se questi sono ancora dei progetti principali del governo di Ankara, si può anche sperare nella prima ipotesi. Ma, per poter un giorno raggiungere i suoi obiettvi, la Turchia avrebbe bisogno non solo di un nuovo equilibrio tra politica e forza militare, ma dovrebbe fare ulteriori passi avanti su più fronti contemporaneamente. Si spera che Erdogan sfrutti il momento a lui favorevole e che il vento di cambiamento tocchi al più presto anche altri settori importanti come quelli della giustizia, della libertà civile e religiosa e della lotta alla corruzione. Questi sono dei punti critici per Ankara e, se i tempi di cambiamento saranno veloci ed efficaci, essa potrà ancora avere la possibilità di ritagliarsi un suo posto accanto ai paesi europei democratici e liberali, realizzando almeno in parte i propri obiettivi politici. Nel caso contrario, essa rischierà di assomigliare sempre più ad alcuni dei suoi vicini sud orientali &#8211; illiberali, fondamentalisti e imprevedibili. Si vedrà molto presto&#8230; </p>
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		<title>L&#8217;America che si fa giustizia da sé</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 09:48:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dunque il mostro Osama Bin Laden, il mandante dell&#8217;attentato terroristico più mostruoso della storia dell&#8217;umanità, è stato ucciso con un colpo alla testa, senza pietà, in un blitz della Cia che pare non abbia fatto prigionieri. E&#8217; la faccia feroce &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/lamerica-che-si-fa-giustizia-da-se/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque il mostro Osama Bin Laden, il mandante dell&#8217;attentato terroristico più mostruoso della storia dell&#8217;umanità, è stato ucciso con un colpo alla testa, senza pietà, in un blitz della Cia che pare non abbia fatto prigionieri. E&#8217; la faccia feroce dell&#8217;America. Incarnata per l&#8217;occasione, singolare coincidenza della storia, dal democratico Barack Obama, il raffinato professore di diritto, lo studioso di dottrine umanitarie appassionato di Lincoln, del pensatore radicale garantista Alinsky e del filosofo liberaldemocratico John Rawis, il presidente che ha fatto smantellare Guantanamo e che ha puntato il dito contro le torture in Iraq.</p>
<p>A ben vedere, l&#8217;umanista Obama ha fatto peggio del suo predecessore, il falco George W. Bush, che almeno un processo, al feroce dittatore Saddam Hussein e ai suoi accoliti, lo aveva concesso, istituendo l&#8217;Iraqui Special Tribunal. Certo, Bush, aveva evitato che a giudicare fosse un tribunale del  Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite, sul modello delle corti che avevano giudicato i criminali della Jugoslavia e del Rwanda. Ma almeno una parvenza di processo c&#8217;era stata. Per Osama Bin Laden, che con la sua morte chiude il decennio iniziato l&#8217;11 settembre 2001, nessuna pietà. Né per lui né per le persone che si trovavano vicino a lui, donne comprese, al momento del blitz delel forze speciali dell&#8217;intelligence Usa.</p>
<p>Si parlerà a lungo di questo Obama trasformato nell&#8217;ispettore Callaghan, anche se a ben vedere non ci sono molte novità sotto il cielo a stelle e strisce. L&#8217;America, come aveva teorizzato la dottrina Monroe, non concepisce il limite della sovranità, tranne che per sé stessa, si riserva il diritto di intervenire dove vuole anche oggi che la Guerra Fredda è finita e di fare ciò che vuole. Restano le considerazioni di un eventuale processo, che forse sarebbe servito a smantellare la rete di Al Qaeda e di rivelarne molti segreti. Ma forse, tra i segreti dell&#8217;aguzzino Bin Laden, ce n&#8217;era qualcuno scomodo anche per l&#8217;America, fin dai tempi in cui la Cia lo finanziava durante la guerriglia in Afghanistan contro l&#8217;l'Unione sovietica. Per non parlare dei rapporti di Osama con alcuni potenti dell&#8217;Arabia Saudita. Anche per questo Obama ha preferito parlare alla pancia dell&#8217;America e tirare fuori la Colt. Anche per questo non ci sarà una Norimberga di Al Qaeda. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/05/ObamaOsama1a0.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/05/ObamaOsama1a0-150x150.jpg" alt="" title="ObamaOsama1a0" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5051" /></a></p>
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		<title>L&#8217;ennesimo tradimento del governo francese</title>
		<link>http://www.laltracampana.com/lennesimo-tradimento-del-governo-francese/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 14:17:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 31 marzo 2011, con una semplice legge organica l&#8217;isola africana di Mayotte è diventato il 101esimo dipartimento francese, spostando così la frontiera sud delle Francia… nel Oceano Indiano! Lo Stato francese &#8211; che bombarda attualmente la Libia per “esportare &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/lennesimo-tradimento-del-governo-francese/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 31 marzo 2011, con una semplice legge organica l&#8217;isola africana di Mayotte è diventato il 101esimo dipartimento francese, spostando così la frontiera sud delle Francia… nel Oceano Indiano!</p>
<p>Lo Stato francese &#8211; che bombarda attualmente la Libia per “esportare il suo modello democratico” &#8211; ha una concezione tutta sua della democrazia, che non passa a quanto pare per la consultazione dei propri cittadini.</p>
<p>La dipartimentizzazione di Mayotte, operata all’oscuro del popolo, è una decisione irrevocabile che avrà sulla società francese pesanti conseguenze.</p>
<p>La manna degli abbondantissimi aiuti sociali francesi e i fondi strutturali europei hanno presto convinto i maoriani a votare al 95% all&#8217;annessione con la Francia (con 39% di astensione).</p>
<p>I francesi, loro, non hanno goduto della stessa fiducia da parte dei tecnocrati al potere &#8211; sempre pronti a tradire la volontà del popolo per qualche voto in più &#8211; negando loro il diritto di scegliere con chi vogliono condividere il proprio destino. Forse perché la risposta ad un doveroso referendum sarebbe stato “NO Mayotte non è francese”?</p>
<p>L’isola è popolata da circa 200.000 abitanti di origine africana, di confessione musulmana, di cui il 60% non parla il francese, e dove poligamia, ripudio delle donne, matrimoni a 15 anni, e orari di lavoro conforme al ramadan ricordano più la Sh&#8217;aria del nostro diritto romano. Per non parlare di un’economia devastata, con un tasso di disoccupazione che supera il 30% e di interi quartieri che sembrano favelas.</p>
<p>Ma la catastrofe demografica così provocata sta nell’aver creato una vera porta d’ingresso tra i continenti africano e europeo, come se avessimo il lusso di poter accogliere ulteriori entrate legali accanto ad un numero già incontrollabile di regolarizzazioni forzate.</p>
<p>In effetti, a Mayotte, che conta più del 25% di clandestini, l&#8217;immigrazione illegale è completamente incontrollata. L’assenza di stato civile e l’attrazione verso i vantaggi sociali dei territori francesi aggravano ancora il fenomeno di migliaia di donne africane che vengono a partorire clandestinamente sull’isola. Queste famiglie saranno ormai naturalizzate francese grazie al suicida diritto del suolo in vigore nel paese di Sarkozy.</p>
<p>Mayotte francese, Kosovo indipendente, Turchia in Europa, Cipro del Nord, l’immigrazione-invasione consentita … le nostre finte democrazie calpestano senza più nessuna vergogna il diritto dei popoli europei. </p>
<p>(Audrey D&#8217;Aguanno)<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/04/MAYOTTE.gif"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/04/MAYOTTE-150x150.gif" alt="" title="MAYOTTE" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5034" /></a></p>
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		<title>Il tramonto della sinistra spagnola, Zapatero: &#8220;Lascio nel 2012&#8243;</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 16:20:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sondaggi disastrosi e popolarità a picco. Zapatero ha deciso di ritirarsi: l&#8217;enfant prodige della sinistra europea va in panchina. Il premier spagnolo, Josè Luis Zapatero, ha annunciato che non si ricandiderà alle elezioni del 2012. Per il leader del Partito &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/il-tramonto-della-sinistra-spagnola-zapatero-lascio-nel-2012/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sondaggi disastrosi e popolarità a picco. Zapatero ha deciso di ritirarsi: l&#8217;enfant prodige della sinistra europea va in panchina. Il premier spagnolo, Josè Luis Zapatero, ha annunciato che non si ricandiderà alle elezioni del 2012. Per il leader del Partito socialista (Psoe) si chiude quindi un’era, dopo aver guidato ininterrottamente il governo iberico dall’aprile 2004. Nel marzo 2008 era stato nuovamente eletto alla guida dell’esecutivo. &#8220;È una decisione definitiva, non sarò candidato alle prossime elezioni generali&#8221; ha detto Zapatero davanti al Consiglio federale del suo partito, il Psoe. &#8220;Già nel 2004 pensavo che due legislature fossero il periodo più ragionevole. Otto anni. Pensavo fosse il periodo più conveniente per il paese e per la mia famiglia. Era la mia convinzione sette anni fa. Da allora il mio modo di pensare si è solo rafforzato&#8221; ha detto all’esecutivo socialista. Il premier socialista spagnolo ha precisato che rimarrà alla guida del governo fino alle politiche di marzo. &#8220;Eserciterò le funzioni di presidente del governo fino all’ultimo giorno della legislatura&#8221; ha affermato. Ed ha auspicato che ora &#8220;vengano avviate le procedure fissate dagli statuti del partito per nominare il candidato&#8221; socialista alla guida del governo per le prossime elezioni. Il premier, che è anche segretario generale del Psoe, ha proposto che il prossimo consiglio federale, dopo le elezioni amministrative e regionali del 22 maggio, fissi il calendario delle primarie per l’elezione del suo successore. Secondo la stampa due candidati sono già pronti per la corsa alla successione di Zapatero: il vicepremier Alfredo Rubalcaba e il ministro della difesa Carme Chacon. Ma altri dirigenti socialisti potrebbero presentarsi alle primarie, come il leader del Ps di Madrid Thomas Gomez, il governatore basco Patxi Lopez o il presidente della camera dei deputati Josè Bono<br />
<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/04/Zapatero.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/04/Zapatero-150x150.jpg" alt="" title="Zapatero" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5029" /></a></p>
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		<title>Sul confine tunisino lo «tsunami dei migranti»</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 09:08:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tutto trafelato, Fuad Younnus si fa largo nella bolgia umana che la frontiera con la Libia espelle come un magma informe, disordinato, ma soprattutto dolente. L’egiziano, che è basso di statura, ondeggia di qua e di là, per via del &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/sul-confine-tunisino-lo-%c2%abtsunami-dei-migranti%c2%bb/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto trafelato, Fuad Younnus si fa largo nella bolgia umana che la frontiera con la Libia espelle come un magma informe, disordinato, ma soprattutto dolente. L’egiziano, che è basso di statura, ondeggia di qua e di là, per via del fatto che sulla testa trasporta una valigia che quasi è larga come un letto matrimoniale. Dentro ci ha messo tutto quello che poteva. Per lo più vestiti e scarpe.</p>
<p>Una radio a batterie, qualche provvista di carne in scatola, biscotti secchi per il viaggio e una bambola. Il regalo di compleanno, «il 12 giugno», per la figlia più piccola, Aisha: «Il dono lo riceverà in anticipo, ma quando non lo so dire, se mi guardo attorno. Ma quanti siamo qui? Come pensano di portarci via? Ma dove? Tutto mi sembra più complicato e impossibile adesso che quando sono scappato dalla Libia». «Non è stato difficile raggiungere Ras Jedir – sottolinea Younnus –. Però quanta paura.</p>
<p>Si sentiva sparare, soprattutto di sera. Finalmente, quando con gli altri sono arrivato alla frontiera, i libici prima di farmi passare mi hanno portato via il telefonino. E così è successo a tanti egiziani come me che sono scappati da Tripoli per rifugiarsi in Tunisia sperando ti tornare in Egitto». E adesso? «Adesso non lo so. Quello che so è che io ho perso tutto quello che avevo di più grande per me e per la mia famiglia che aiutavo in Egitto: il mio lavoro di cameriere. Adesso di professione faccio il profugo che dovrà andare a cercarsi un mestiere da un’altra parte nel mondo. Durante la fuga, con i miei amici, si parlava tanto di Europa».</p>
<p>Sudata di dolore e sofferente per un futuro incerto, sboccia come un fiore, già malato nelle sue drammatiche dimensioni destinate ad aumentare ancora, l’emergenza dei profughi che lasciano quella Libia che giorno dopo giorno si decompone nell’attesa dello scontro finale tra chi deve vincere e chi deve morire. La portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), Liz Eyster, l’ha definita uno «tsunami di migranti».</p>
<p>Nel punto di frontiera tunisino di Ras Jedir, sono centinaia di migliaia che si addensano sulla nuda terra, spossati dal viaggio, dalle privazioni, dal non sapere che cosa fare e dove andare. Senza gabinetti, e da giorni senza acqua per lavarsi. Centinaia di persone che vengono spinte dentro gli autobus di linea oppure nei pullman turistici tunisini come sardine in scatola per essere portati da qualche parte.</p>
<p>Tantissimi si radunano per amicizia o per provenienza di città e villaggio, con la schiena stanca gettata su montagne di valigie, scatole e cartoni sigillati con nastro adesivo o pezzi di cavi elettrici come fosse spago da viaggio. Sfollati che vagano disordinatamente, mentre sui loro volti protetti da pastrani e caftani tirati fin sulla fronte, per ripararsi dal freddo del primo mattino, sembra di scorgere già l’ombra dell’incertezza per il loro futuro prossimo.</p>
<p>C’è anche chi gioisce davanti alle telecamere di decine di troupe televisive e giornalisti internazionali, ma negli occhi di molti sembra di cogliere lo sguardo pudico di un bambino rimasto solo nel buio, quando di colpo è privato dei genitori. Quando è sradicato dalle sue certezze per essere gettato nel buio della strada e di fronte a una sola domanda: «Che cosa ne sarà della mia vita?». In un istante sospinta sul ciglio dell’incertezza dal vento della paura, della guerra. Come il passato ci ha fatto vedere, purtroppo, tante volte. E sono immagini che ricordano gli esodi del Kosovo, del Ruanda. Della povera gente, resa ancora più povera e sola.</p>
<p>Mentre si fa molto preoccupato l’allarme lanciato dagli operatori umanitari sulla situazione dei profughi. Domenica al confine tunisino si parlava di 50.000 sfollati, quasi la metà egiziani. Senza alcun tipo organizzazione, se non quella scaturita dalle mani e dalla spontanea buona volontà espressa da decine e decine di civili tunisini nel nome «della solidarietà araba». Un aiuto schiamazzato dai clacson delle auto lanciate a tutta velocità sulla strada per Ras Jedir, con le bandiere tunisine e quella della Libia insorta, con il loro carico umanitario fatto di coperte, materassi e tante ceste di baguette per farne panini imbottiti di tonno. Una incredibile solidarietà, una “Protezione civile dei poveri” che andava incontro ad altri poveri che ancora non sono di nessuno, come tanti egiziani, abbiamo sentito, lamentavano nei confronti delle distratte e lontane autorità del Cairo.</p>
<p>Per la portavoce dell’Acnur, Liz Eyster, «la priorità è provvedere per ognuno a cibo e accoglienza e per questo sono in arrivo 10.000 tende e cibo altamente proteico. Il passo successivo sarà spostare la gente dalle frontiera e per questo si stanno organizzando navi e aerei». Ma sono già 100.000, in particolare tra Tunisia ed Egitto, le persone che hanno abbandonato la Libia, secondo una stima dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati: «Facciamo appello perché la comunità internazionale risponda rapidamente e generosamente per aiutare i governi a fronteggiare l’emergenza», ha detto l’Alto commissario Antonio Guterres.</p>
<p>Un messaggio d’aiuto che i tunisini non sono stati ad aspettare atteso pur di andare in soccorso subito alla massa di disperati in fuga dalla Libia. Nonostante anche la Tunisia si trovi ancora in alto mare. Nel pieno di una crisi politica del dopo Ben Ali che domenica sera ha portato alle dimissioni del governo di Mohammad Gannouchi. Dimissioni a cui si è arrivati con i continui disordini di piazza repressi con morti e feriti. Una situazione dagli sviluppi imprevedibili, per un Paese che è diventato un test per la democrazia nei Paesi arabi insorti contro i loro despoti. Tanto che l’Alto commissario Guterres ha voluto elogiare i tunisini per gli sforzi fatti nel fornire soccorso agli sfollati dalla Libia: «È encomiabile quello che sono stati capaci di fare». <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/03/Profughi.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/03/Profughi-150x150.jpg" alt="" title="Profughi" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5002" /></a></p>
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		<title>Cristianofobia: l’Europa rompe il suo silenzio</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 09:35:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Ue nomina finalmente i cristiani come vittime delle violenze che minoranze religiose subiscono in Medio Oriente e altrove. Dopo settimane di esitazioni, denunciate dal ministro Franco Frattini come manifestazioni di «laicismo esasperato che nuoce alla credibilità dell’Europa», i ministri degli &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/cristianofobia-l%e2%80%99europa-rompe-il-suo-silenzio/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Ue nomina finalmente i cristiani come vittime delle violenze che minoranze religiose subiscono in Medio Oriente e altrove. Dopo settimane di esitazioni, denunciate dal ministro Franco Frattini come manifestazioni di «laicismo esasperato che nuoce alla credibilità dell’Europa», i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno approvato ieri un documento ufficiale in cui «condannano fermamente gli attacchi contro i cristiani ed i loro luoghi di culto, i pellegrini musulmani e le altre comunità religiose» ed esprimono «profonda preoccupazione per il numero crescente di manifestazioni di intolleranza e discriminazione fondate sulla religione, di cui sono testimonianza le violenze e gli atti di terrorismo condotti recentemente in diversi Paesi».</p>
<p>Presiedendo la riunione dei ministri, la rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton, ha rivolto un appello ai dirigenti tunisini perché consegnino alla giustizia gli assassini di Marek Rybinsky, il prete cattolico polacco ucciso la settimana scorsa, e perché garantiscano la libertà di praticare la propria religione, al riparo da aggressioni e manifestazioni di intolleranza.</p>
<p>La dichiarazione del Consiglio dei ministri degli Esteri sottolinea poi che «la libertà religiosa è un diritto umano universale che deve essere dovunque garantito e che riguarda tutti: tutte le persone appartenenti a comunità e a minoranze religiose dovrebbero poter praticare la loro religione ed il loro culto liberamente, individualmente o in comunità, senza timore di essere obiettivo di manifestazioni di intolleranza o di aggressioni».</p>
<p>Un primo testo era stato bloccato da Frattini il 31 gennaio perché mancavano riferimenti chiari alle minoranze religiose, in particolare alle comunità cristiane vittime di recenti stragi ad Alessandria d’Egitto (21 morti e 79 feriti ) e a Baghdad (58 morti e 75 feriti il 31 ottobre). La bozza tra l’altro ignorava le sollecitazioni venute nei giorni precedenti dal Parlamento europeo e dall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa con risoluzioni votate alla quasi unanimità per chiedere ai governi non solo di esprimere condanna ma di ricordare le vittime delle comunità cristiane, di indicare i Paesi in cui le violenze si verificano, di prendere misure concrete ad esempio inserendo il tema della libertà religiosa nelle trattative e nella gestione degli accordi di cooperazione politica ed economica tra l’Ue e altri Paesi.</p>
<p>Su questo piano i ministri degli Esteri si sono limitati ieri a un impegno generico a collaborare con gli altri Paesi per promuovere la tolleranza religiosa come parte essenziale dei diritti dell’uomo. La Conferenza dei vescovi cattolici europei (Comece) ha commentato la dichiarazione dei Ventisette definendola «un passo nella buona direzione». «Tuttavia – ammonisce la Comece – la sicurezza e la sopravvivenza delle comunità cristiane, soprattutto nel Medio Oriente, richiedono un’azione concreta».</p>
<p>Franco Serra <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/UE.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/UE-150x150.jpg" alt="" title="UE" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4982" /></a></p>
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		<title>Padre Khalil Samir spiega la crisi egiziana</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 16:46:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Padre Samir Khalil Samir, gesuita nato nel 1938 al Cairo, è docente di storia della cultura araba e di islamologia all&#8217;Università Saint Joseph di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Ha fondato il Centre de documentation et de &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/padre-khalil-samir-spiega-la-crisi-egiziana/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Padre Samir Khalil Samir, gesuita nato nel 1938 al Cairo, è docente di storia della cultura araba e di islamologia all&#8217;Università Saint Joseph di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Ha fondato il Centre de documentation et de recherches arabes chrétiennes (CEDRAC) ed è presidente dell&#8217;International Association for christian arabic studies. In questa intervista Padre Samir analizza la situazione egiziana alla luce dei fatti accaduti in queste ultime settimane.</p>
<p>Padre Samir, quali sono a suo avviso le ragioni che stanno all&#8217;origine di quanto sta accadendo in Egitto?</p>
<p>Quello che è avvenuto in queste settimane è sicuramente in collegamento con quanto accaduto in Algeria e soprattutto in Tunisia. Ma da tempo, già da alcuni anni, c&#8217;era in Egitto un desiderio di cambiamento.<br />
La rivolta egiziana non è nata da un movimento politicamente organizzato. Si è trattato, piuttosto, di un&#8217;iniziativa assunta dagli abitanti delle città, perché è lì che i problemi, come la povertà ed il sottosviluppo, sono più sensibili. Si stima che siano più di 30 milioni gli egiziani che vivono nella povertà, con circa un euro e mezzo al giorno a persona. Inoltre vi è tra i giovani, molti dei quali sono diplomati e laureati, una grande percentuale di disoccupati, ed anche questa è un&#8217;altra fonte di scontento. Al Cairo, ad Alessandria e nelle altre grandi città, come dicevo, la situazione era divenuta veramente insostenibile, mentre nelle campagne vi è una struttura sociale diversa, in cui ognuno trova sempre qualcosa per sopravvivere.<br />
C&#8217;è poi un altro motivo fondamentale di malcontento, che è l&#8217;assenza di libertà, la mancanza di democrazia: tutti sanno che vi è corruzione, tutti sanno che vi sono persone ricchissime accanto a questo grande numero di poveri. Sono questi i motivi per cui diverse classi sociali hanno chiesto e chiedono a gran voce un cambiamento, dopo trent&#8217;anni di regime e soprattutto nel momento in cui Mubarak stava organizzando la successione ad uno dei suoi figli.</p>
<p>Nel quadro che lei ci ha descritto, quale ruolo giocano i Fratelli Musulmani?</p>
<p>In partenza i Fratelli Musulmani non hanno ispirato questa ribellione. Nei primi quattro giorni della rivolta sono stati a guardare, non sono intervenuti, e solo in seguito si sono aggregati al movimento. E&#8217; vero che anche una piccola parte di loro che protesta è più visibile della grande massa scesa in piazza, ma è chiaro che il movimento che ha lanciato questa reazione, e la gente che ad essa partecipa, è un movimento laico. Ciò non significa che i Fratelli Musulmani non siano presenti, ma è innegabile che essi si siano aggiunti alla rivolta in un secondo tempo.</p>
<p>E i copti?</p>
<p>Anche loro all&#8217;inizio della rivolta sono rimasti alla finestra. Nei primi giorni della protesta, infatti, il patriarca Shenouda III aveva dato la consegna di non intervenire. La ragione di ciò sta nel fatto che i copti si sentono più sicuri quando vi è stabilità. Per questo il patriarca era meno favorevole a un cambiamento: perché con un governo stabile, che conoscono, i copti sanno come possono rapportarsi con il potere, mentre la preoccupazione nata in seguito all&#8217;attuale situazione di instabilità è che l&#8217;Egitto viri verso qualcosa di più islamista. Questo mi sembra il motivo per il quale il patriarca Shenouda, il patriarca cattolico Naguib (ma la comunità cattolica è piccolissima, 250 mila a fronte di 8 milioni di copti ortodossi) e i cristiani hanno preso un po&#8217; di tempo prima di entrare nel movimento.<br />
Ma ora non c&#8217;è più distinzione. La speranza è che i Fratelli Musulmani, che si sono aggregati al movimento, non cerchino di prendere il potere. Io penso che ciò non accadrà: saranno certamente rappresentati; cercheranno, come hanno cercato di fare nel passato e fino ad ora, di introdurre delle norme più islamiche in conformità con la shari&#8217;a, ma questa non è la tendenza generale della popolazione.</p>
<p>Padre Samir, abbiamo sentito qualche giorno fa la dichiarazione del leader iraniano Khamenei, il quale ha auspicato che anche in Egitto possa prendere forma una Repubblica islamica, sull&#8217;esempio di quanto accaduto in Iran con la rivoluzione khomeinista. Qual è la sua valutazione in proposito?</p>
<p>L&#8217;Iran non gioca nessun ruolo in Egitto. Dobbiamo ricordare che nel Paese egiziano i musulmani, che rappresentano circa il 90% della popolazione, sono praticamente tutti sunniti, se non una piccolissima percentuale sciita che non ha alcun peso. La Repubblica islamica iraniana non è assolutamente un modello per gli egiziani.<br />
Invece l&#8217;influsso fondamentalista viene dall&#8217;Arabia Saudita. Vi sono infatti parecchi milioni di egiziani che sono andati a lavorare lì mossi dalla povertà, e lì, ad esempio, si sono abituati a vedere le donne velate. Così, se il velo integrale è entrato in Egitto nell&#8217;ultimo decennio, ciò è dovuto proprio a questo influsso proveniente dall&#8217;Arabia Saudita. Se vi è un pericolo di islamizzazione, esso viene da questa parte, accompagnato anche da un certo finanziamento dall&#8217;Arabia, che aiuta l&#8217;Egitto, e aiutando mette delle condizioni. Per esempio, circa venti anni fa l&#8217;Arabia è riuscita a far introdurre in Egitto il divieto delle bevande alcoliche, almeno il divieto pubblico. Ricordo che spesso nei ristoranti egiziani mi sono sentito dire che le bevande alcoliche sono vietate perché l&#8217;Arabia Saudita lo ha imposto al governo. Dunque il pericolo islamista viene dall&#8217;islam sunnita, perché il movimento dei Fratelli Musulmani è nato in Egitto nel 1928 ed è lì che ha la sua forza, sostenuto dall&#8217;appoggio dell&#8217;Arabia sotto forma di finanziamenti.</p>
<p>Vi è quindi la possibilità concreta di una deriva islamista dell&#8217;Egitto?</p>
<p>La prospettiva dell&#8217;islamizzazione del Paese è rigettata dalla maggioranza dei cittadini. La Fratellanza Musulmana era nata con lo scopo di attuare un progetto islamista al cento per cento, poi i suoi rappresentanti si sono accorti che la società e i governi egiziani non tollerano tutto ciò. I Fratelli Musulmani sanno che non possono fare qualcosa di simile a ciò che è avvenuto in Arabia Saudita o, per altri versi, in Iran. Così provano a introdurre per legge alcuni aspetti esteriori del fondamentalismo, come il velo integrale, un certo tipo di barba per gli uomini, un certo tipo di vestiti. Giocano sulla visibilità, mentre la religiosità reale e profonda è nel cuore, e non si vede.</p>
<p>Padre Samir, quale futuro ipotizza dunque per l&#8217;Egitto?</p>
<p>Il ritiro di Mubarak è sicuro. Non mi sembra vi siano dubbi su questo. Penso che egli si ritirerà al più presto per consentire la nascita di un governo provvisorio che permetta poi di passare ad una nuova situazione di stabilità. Da ciò che possiamo vedere attualmente, vi sono tre persone in pista per la successione: il vice presidente nominato da Mubarak, Omar Suleiman, il capo della Lega araba, Amr Moussa, e infine il premio Nobel per la pace ed ex capo dell&#8217;Aiea, Mohamed El Baradei.</p>
<p>Analizziamo queste tre figure&#8230;</p>
<p>Suleiman è un militare che è stato responsabile della sicurezza interna, è un anti-islamista che ha introdotto le leggi di sicurezza contro i Fratelli Musulmani. Non è molto ben visto perché spesso ha usato la tortura e metodi violenti contro gli oppositori. A livello internazionale ha una politica soft con l&#8217;America, e non cambierebbe la politica estera di Mubarak: è un moderato e un laico.<br />
Seconda possibilità è quella di Amr Moussa, che già fu ministro nel governo di Mubarak, che poi lo ha escluso. E&#8217; un diplomatico gradito all&#8217;opinione pubblica internazionale. Sulla questione israelo-palestinese ha assunto sempre una posizione moderata, ed è comunque anche&#8217;egli un anti-islamista.<br />
La terza figura, El Baradei, è quella meglio vista dal popolo, anche se non ha esperienza politica. Anch&#8217;egli è un laico, non è per un governo religioso né per l&#8217;islamizzazione dell&#8217;Egitto. E&#8217; un fautore della democrazia ed ha affermato che accetterebbe di essere un presidente di transizione per permettere il ritorno alla calma e la nascita di un governo eletto democraticamente. Questa è la situazione.</p>
<p>Che cosa accadrà, secondo lei?</p>
<p>Per i cristiani la scelta tra una di queste tre figure è in sostanza indifferente, anche se le maggiori simpatie ricadono su El Baradei. Israele sarebbe più contenta se niente cambiasse. L&#8217;Europa ha preso una posizione intermedia dopo le dichiarazioni di Obama che ha chiesto un cambio immediato al Cairo. A livello mondiale, la stabilità dell&#8217;Egitto è la priorità, ma a livello locale il cambiamento è una necessità assoluta. Tutti vorrebbero che questo cambiamento non avvenisse nel disordine.<br />
Le tre figure presenti sulla scena (Suleiman, Moussa, El Baradei) garantiscono comunque una prospettiva di stabilità. Suleiman ha già avuto modo di dimostrarlo; Moussa è un diplomatico e politico navigato; El Baradei, pur non avendo esperienza diretta, se sceglierà le persone giuste potrà garantire anch&#8217;egli la stabilità. Il popolo egiziano non è un popolo ribelle per natura. L&#8217;essenziale, ripeto, è avere democrazia, libertà, stabilità e una certa laicità. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/Cairo.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/Cairo-150x150.jpg" alt="" title="Cairo" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4966" /></a></p>
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		<title>Cristianofobia, salta il tavolo dei ministri Ue</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 17:04:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non c’è accordo tra i ministri de­gli Esteri dell’Ue su una di­chiarazione che condanni le persecuzioni contro le comunità cri­stiane, in particolare in Medio Oriente, senza però nominarle, senza indicare quali sono i Paesi in cui avvengono per persecuzioni e &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/cristianofobia-salta-il-tavolo-dei-ministri-ue/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è accordo tra i ministri de­gli Esteri dell’Ue su una di­chiarazione che condanni le persecuzioni contro le comunità cri­stiane, in particolare in Medio Oriente, senza però nominarle, senza indicare quali sono i Paesi in cui avvengono per persecuzioni e gli eccidi, e senza indi­care un minimo di impegni concreti in difesa delle comunità perseguitate, cri­stiani o meno. Di questo tenore era la bozza che i di­plomatici avevano preparato per i mi­nistri che si sono riuniti ieri a Bruxelles: dopo un’ora e mezza di aspra discus­sione per ottenere qualche significati­va modifica, la bozza è stata bocciata innanzitutto dal ministro degli Esteri Franco Frattini (era stata sua l’iniziati­va per far mettere la questione all’ordi­ne del giorno della riunione), che è sta­to poi spalleggiato dai colleghi france­se e polacco, come lui preoccupati an­che di non infliggere un affronto pla­teale alle richieste di tutt’altro tenore approvate a larghissima maggioranza nei giorni scorsi prima dall’Europarla­mento e poi rafforzandole ancora dal­l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, massima organizzazione del nostro continente per la difesa dei di­ritti umani.</p>
<p>«Oggi è stata scritta una pa­gina non bella», ha commentato Frat­tini alla fine della riunione e ha spiega­to che con un testo che non nominas­se i cristiani «l’Europa non sarebbe sta­ta credibile» e che «il laicismo esaspe­rato » emerso da più parti in sede di con­siglio dei 27 ministri «è certamente dan­noso per la credibilità dell’Unione Eu­ropea ». «Ci siamo trovati davanti a un testo su cui avevamo lungamente di­scusso con i ministri del Ppe – ha detto ancora il ministro – e riteniamo indi­spensabile che si menzionino le comu­nità cristiane e una larghissima mag­gioranza dei Paesi aveva condiviso la mia proposta di menzionare gli atten­tati terroristici contro le comunità cri­stiane e contro quella sciita a Kerbala».</p>
<p>Ma era necessaria l’unanimità e contro la proposta di Frattini di modificare in quel senso la bozza di dichiarazione «un certo numero di Paesi ha votato contro scontatamente come il Lussemburgo e il Portogallo e altri, come Irlanda e Spa­gna, sorprendentemente: a questo pun­to ho chiesto e ottenuto che il testo fos­se ritirato». L’alto rappresentante della politica e­stera e di sicurezza dell’Ue, Catherine A­shton, ha promesso che presenterà u­na nuova bozza in tempo per una pros­sima riunione dei ministri degli Esteri e cercherà di fare in modo che il nuovo testo sulle libertà religiose «tenga con­to della situazione delle singole comu­nità che rischiano di essere oggetto di violenze e discriminazione nelle diver­se parti del mondo». Sconfitta su tutta la linea (la bozza ritirata era stata pre­parata dai diplomatici sotto la sua di­rezione e rispondeva al suo approccio molto reticente in simili questioni), lady Ashton si è consolata affermando che «è stata una buona discussione» e che «c’è la volontà di mandare un segnale forte».</p>
<p>Le parole dell’alto rappresen­tante non sembrano aver convinto monsignor Rino Fisichella. Per il presi­dente del dicastero vaticano per pro­muovere l’evangelizzazione, sembra che troppi dirigenti dell’Ue siano ormai convinti come la Ashton «che il nome &#8216;cristiano&#8217; non possa entrare in una ri­soluzione ». Nella bozza bloccata da Frattini, i mi­nistri dell’Ue condannano «intolleran­za, discriminazione e violenze per mo­tivi religiosi» ma ancora una volta solo in termini generici. Confermando in modo esplicito un testo quanto mai ge­nerico approvato dal Consiglio nel no­vembre 2009, nella bozza che lady A­shton ha promesso di rivedere si espri­me la consueta «preoccupazione profonda per il moltiplicarsi di episodi di intolleranza e discriminazione reli­giosa » come «recenti violenze a atti di terrorismo contro luoghi di culto e pel­legrini ». Nel testo si legge che «il Consiglio riaf­ferma il forte impegno dell’Ue a pro­muovere e proteggere la libertà di reli­gione e di fede senza alcuna discrimi­nazione » ma non si dice in che modo quel «fermo impegno» verrebbe messo in pratica. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/parlamento-europeo.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/parlamento-europeo-150x150.jpg" alt="" title="parlamento europeo" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4953" /></a></p>
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