Poveri in 9 milioni E il ceto medio sprofonda

Il fronte si allarga, i poveri nel Belpaese aumentano. Secondo il decimo rapporto stilato da Caritas Italiana e Fondazione Zancan sono otto milioni e 370 mila gli italiani indigenti, mezzo milione in più di quanti conteggiati dalle statistiche ufficiali. A cui la ricerca aggiunge altri 800 mila circa definiti “impoveriti” in stato di forte fragilità economica. Si arriva così a 9 milioni. Con l’Istat nessuna polemica, beninteso, ma una differenza di metodo nella lettura delle cifre.

Il dato ufficiale sostiene infatti che la percentuale di poveri si attesta al 10,8% (11,3% nel 2008), mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Secondo Caritas e Fondazione Zancan si tratta, però, di illusione “ottica”. In sostanza, visto che tutti stanno peggio, la linea della povertà relativa si è abbassata, passando dai 999 euro del 2008 ai 983 del 2009 per un nucleo di due persone. Se si aggiornasse la linea di povertà del 2008 sulla base della variazione prezzi tra 2008 e 2009, il valore di riferimento salirebbe a 1.007 euro. Così il calcolo includerebbe altre 560mila persone da sommare ai 7 milioni e 810mila poveri già stimati dall’istat. E in tutto fanno 8 milioni e 370mila poveri nel 2009 con un aumento del 3,7%. Istat e Caritas, che collaborano da anni, confermano comunque stima reciproca.

La povertà nella Repubblica non cambia volto, si conferma fenomeno del Sud e, oltre alle famiglie numerose e monogenitoriali, colpisce chi ha bassi livelli di istruzione. La novità sta nei movimenti tellurici attorno alla classe media, che sta sprofondando. I più vulnerabili sono la fascia di età di mezzo, separati e divorziati, le donne sole con prole, i precari, i licenziati e cassa integrati, le famiglie monoreddito, le donne con difficoltà a rientrare al lavoro dopo la condizione di maternità. Persone in situazione di forte debolezza economica che in questo periodo hanno dovuto privarsi di beni e di servizi precedentemente ritenuti necessari. Così nel 2009 il credito al consumo è sceso dell’11%, i prestiti personali del 13% e la cessione del quinto a settembre 2009 è cresciuta dell’8%. Facendo una media di questi indicatori, secondo i ricercatori, si aggiunge un altro 10% agli oltre 8 milioni stimati. La zona grigia della povertà si allarga così a 9 milioni di persone, quasi un italiano su sei.

Il rapporto sottolinea l’inefficacia degli ammortizzatori sociali, costati l’anno scorso 18 miliardi. La spesa per assistenza sociale nel 2008 (ultimo dato disponibile) è stata di 49 miliardi di euro, l’86% dei quali impiegati per garantire interventi economici e il 14% per attivare servizi più duraturi. Per gli assegni famigliari il Paese ha speso solo 6 milioni e 427mila euro. L’errore, denuncia il rapporto, è dare troppi soldi e pochi servizi, scaricando i costi sulle famiglie. Per contrastare la povertà basterebbe spendere meno di quanto attualmente spendono i comuni. Con riduzioni della metà in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio. In Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Toscana sarebbe sufficiente un terzo della spesa, in Trentino-Alto Adige un quarto. Nelle regioni del Sud, invece, il problema è opposto. La spesa degli enti locali è insufficiente. In Calabria, ad esempio, sarebbe necessario il quadruplo delle risorse, in Campania e Puglia il triplo.

Il rapporto propone di dare impulso agli interventi a monte, in grado di attivare strategie strutturali di equità sociale e territoriale. Iinsomma, stop alla contraddizione che vede lo Stato gestire sei settimi di spesa assistenziale. Se regioni e comuni hanno responsabilità piena nell’affrontare il problema, devono anche avere tutte le risorse. La legge sul federalismo fiscale potrebbe essere un’occasione, forse l’ultima, per ridurre croniche diseguaglianze di welfare e invertire la rotta.

(Paolo Lambruschi su Avvenire)

NEL NORDEST UN DISOCCUPATO SU 4 E’ STRANIERO!

Nel Nordest dall’inizio della crisi il numero di disoccupati è
aumentato di quasi 65mila unità, di cui 17mila sono stranieri
quindi il 26,3% dei senza lavoro sono stranieri. Il dato è
stato reso noto dalla Fondazione Leone Moressa che ha analizzato
le dinamiche occupazionali degli stranieri nel Nordest dalla
metà del 2008, ossia il periodo da cui si ipotizza l’inizio
della crisi economica. Attualmente il tasso di disoccupazione
degli stranieri si attesta nel Nordest al 13,4%, contro una
media territoriale del 5,5%, quindi poco meno di 10 punti
percentuali in più.

Dunque ci sono circa 17.000 stranieri che vivono qui senza che ce ne sia una ragione. Essi hanno una Patria e in quella devono tornare, se non sono qui per lavorare. La loro Patria non dà prospettive? Nemmeno la nostra, evidentemente; dunque dovrebbero andare dove c’è lavoro. Non ce n’è? Tornino a casa loro, che ce l’hanno una casa. Qui bastano i disoccupati nostrani, tanti e sempre di più purtroppo. Il welfare è già in crisi e non è giusto sottrarre risorse ai cittadini italiani bisognosi per darne a stranieri che non concorrono al benessere comune. Lo Stato non è la Chiesa, non è nemmeno un ente caritatevole: lo Stato è lo Stato, e deve pensare ai suoi cittadini, non a quelli di altri Stati.

Una volta per tutte è sconfessata la bugia delle associazioni imprenditoriali, che continuano a invocare nuovi immigrati per ovviare alla presunta carenza di manodopera. In realtà, la manodopera è di gran lunga sovrabbondante e forse, anzi certamente, è proprio ciò che gli imprenditori vogliono: tanta disoccupazione ovvero poco potere dei lavoratori, dunque salari bassi e maggiori profitti. Quando, viene da chiedere, i sindacati cominceranno a schierarsi dalla parte dei lavoratori, anziché occuparsi di politica sotto la bandiera del terzomondismo internazionalista, e scenderanno in piazza per chiedere di mettere fine all’immigrazione e di provvedere al rimpatrio degli immigrati disoccupati di lungo corso? Poi si domandano perché gli operai votano per la Lega Nord… Ma ci si rende conto che in tutto questo discorso non si è mai parlato di razza, di etnia, di Paese di provenienza? Qui si sta parlando solo di soldi, di lavoro, di benessere da guadagnare, di sovranità, di cittadinanza, di diritti acquisiti e da non perdere. In Italia pensiamo agli italiani, agli altri pensino gli altri. Qui ce n’è già tante di gatte da pelare.

E chi vuol fare il missionario filantropo, può tranquillamente farlo senza pretendere di imporlo a tutta la comunità. Non tutti la pensano alla stessa maniera dei missionari filantropi, non tutti hanno denaro da regalare, non tutti hanno la pancia talmente piena da poter pensare al bene del mondo intero, perché molti devono prima pensare a coniugare il pranzo con la cena, almeno per i propri figli. Son finite le vacche grasse, ora è tempo di vacche magre e bisogna prepararsi pure alla carestia. Non ce n’è più da regalare, la ciccia è finita. Rendiamocene conto, prima che sia troppo tardi.

Effetto crisi: più poveri nell’Italia dei ricchi

Siamo sempre più poveri. Ma non è una notizia; quella vera è che lo è diventato chi, in passato non si sarebbe mai immaginato di doversi rivolgere un giorno, allo sportello della Caritas per chiedere una borsa pasto o sussidi economici per pagare la bolletta della luce in scadenza.

Il nono rapporto sulla povertà, realizzato da Caritas Ambrosiana e presentato ieri a Milano nell’ambito del convegno “Dalla crisi nuove sfide per il territorio” parla chiaro: nel 2009 gli italiani che si sono rivolti agli sportelli della Caritas sono aumentati del 15,7%. Sono invece diminuiti gli stranieri clandestini (-3,7% ) «forse perchè spaventati d’incorrere in denunce da non trovare il coraggio nemmeno di chiedere aiuto alla Caritas» osservano i ricercatori dell’Osservatorio diocesano che hanno redatto il rapporto.

Sono aumentati, quindi, gli operai, gli impiegati, gli insegnanti, i liberi professionisti ma anche i dirigenti della Brianza e delle province industriali lombarde che hanno perso il lavoro e si ritrovano dall’oggi al domani senza finanze per poter pagare la rata del mutuo accesa solo pochi anni fa.

«La crisi ha ridisegnato la mappa della povertà. Ha trasformato famiglie modeste ma che avevano sempre goduto di una certa stabilità in soggetti vulnerabili e sospinto i poveri cronici sulle soglie della miseria» spiega il direttore di Caritas ambrosiana, don Roberto Davanzo, sfogliando il rapporto annuale secondo il quale nel 2009 sono stati 17.283 i poveri che si sono presentati nei 56 centri di ascolto della diocesi ambrosiana, con un aumento del 9% rispetto al 2008.

Ma, oltre all’analisi quantitativa, l’indagine evidenzia anche le caratteristiche sociologiche di chi si è rivolto agli sportelli per accedere ai Fondo famiglia lavoro, il fondo istituito dall’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi per le famiglie che perdono lavoro.

«I vulnerabili – ha spiegato il sociologo Aldo Bonomi, che si è occupato della ricerca – non sono marginali in sè. Lo diventano, o rischiano di diventarlo, nella crisi, per la perdita dell’occupazione e l’assenza di ammortizzatori sociali per ampie fasce di lavoratori. Dalle storie del Fondo emergono una nuova questione operaia e sociale, una condizione migrante, una difficoltà degli ammortizzatori che ci interrogano sui ritardi della modernizzazione del nostro welfare».

Un welfare, quindi, secondo gli studiosi dell’osservatorio, che ha funzionato in passato, ben occupandosi di pensionati e lavoratori ma che oggi risulta “vecchio” e non al passo con i tempi e la crisi economica che stiamo vivendo. «Le istituzioni si occupano della crisi finanziaria e non si preoccupano della povertà» ha aggiunto l’economista Alberto Berrini, secondo cui ci vorranno ben otto anni perchè le imprese ritrovino il livello della produzione perduta.

«La crisi ha confermato e purtroppo drammaticamente esplicitato ciò che già si sapeva: l’inadeguatezza del sistema italiano di chi perde protezione – conclude l’economista – Un welfare, che oggi non è in grado di sostenere le fasce più colpite dalla crisi: quelle dei precari, degli artigiani e dei liberi professionisti».

«La crisi ha colpito persone che non sono tutelate e di fronte a questo stato di cose non è possibile che la risposta possa venire solo da noi» aggiunge il direttore di Caritas, Davanzo, che lancia anche un monito: «la politica deve battere un colpo».

Per questo Caritas presenterà in modo più dettagliato (lo aveva già fatto a marzo) entro l’anno la richiesta a regione Lombardia di introdurre il “reddito minimo garantito”. Una forma di sostegno estesa a coloro che oggi non possono godere di alcun aiuto pubblico. Una protezione sociale, già presente in tutti i Paesi dell’Europa a 15 tranne che Grecia e Italia.

Daniela Fassini (articolo pubblicato da Avvenire)

Istat: la crisi ha colpito di più il Nord

Roma – Il calo del pil nel 2009 (-5%) si è concentrato al Nord. Nel Nord Ovest il pil si è ridotto del 6%, nel Nord Est del 5,6%, al Centro del 3,9% e nel Mezzogiorno del 4,3%. Secondo la ricerca Istat Principali aggregati dei conti economici regionali pubblicata oggi, il pil per abitante ai prezzi di mercato (misurato dal rapporto tra Pil nominale e numero medio di residenti nell’anno) segna una flessione del 3,7% a livello nazionale. In valori assoluti il pil a prezzi di mercato per abitante del Centro Nord continua comunque a essere sensibilmente più alto di quello del Mezzogiorno. Nel Nord Ovest è infatti pari a 30.036 euro, nel Nord Est a 29.746 euro, nel Centro a28,204 euro mentre nel Sud crolla a 17.324 euro medi.

La spesa delle famiglie La spesa delle famiglie italiane nel 2009 è diminuita dell’1,9% rispetto all’anno precedente ma, se nel Nord Est ha «tenuto» con un -1%, nel Mezzogiorno ha segnato un calo più consistente rispetto alla media con un -2,8%. Lo rileva l’Istat nel suo studio sui «Principali aggregati dei conti economici regionali», nel quale sottolinea che la spesa delle famiglie è invece diminuita dell’1,7% nel Nord Ovest e del 2,1% nel Centro. La Regione che ha segnato la diminuzione più consistente della spesa delle famiglie è la Calabria (-4,1%), seguita dalla Puglia (-3,5%) e dalla Sicilia (-3,1%). La Campania ha segnato un -2,9%. Le spese delle famiglie hanno invece tenuto in Friuli (-0,1%), In Emilia Romagna (-0,3%), in Basilicata (-0,4%) e in Abruzzo (-0,5%).

Unicredit: Profumo alle strette per scalata Gheddafi

Il regno di Alessandro Pro­fumo in Unicredit sembra giunto al tramonto. La resa dei conti con i grandi soci si consu­merà alle sei di questo pome­ri­ggio in un consiglio di ammi­nistrazione straordinario, quando Profumo rassegnerà le dimissioni che, salvo sorpre­se, verranno accettate. Estre­mi tentativi di mediazione so­no ritenuti improbabili. Tanto che è già deciso che le deleghe siano trasferite al presidente Dieter Rampl che avrà il com­pito di traghettare la superban­ca insieme con i quattro vice amministratori delegati (Ro­berto Nicastro, Sergio Ermot­ti, Federico Ghizzoni e Paolo Fiorentino) in attesa che i soci trovino la quadra sull’assetto. Questa soluzione ponte non è però gradita a Bankitalia che propende per avere un unico referente dell’operatività del­la banca. Per guidare il futuro Unicredit si fanno i nomi di Gianpiero Auletta Armenise, Matteo Arpe, Fabio Gallia e Claudio Costamagna.

La palla è dunque nelle ma­ni del consiglio e di Profumo che comunque ieri sera non aveva ancora lasciato e avreb­be accarezzato l’idea di anda­re alla conta. La necessità di andare alla resa dei conti è sbocciata dopo un’altra gior­nata di tensioni in cui la mag­gioranza dei soci avrebbero apertamente chiesto l’avvi­cendamento al vertice. I gran­di azionisti, si sfogava ieri uno di loro con il Giornale , non so­no più disposti «a essere tratta­ti alla stregua di Bancomat, ad approvare gli aumenti di capi­tale quasi al buio o comunque con spiegazioni sommarie». Il riferimento è all’operazione cashes con cui Profumo aveva puntellato Piazza Cordusio, al culmine della crisi dell’econo­mia mondiale. É probabilmen­te questo l’inizio della crisi del «modello Unicredit», che oggi sarà sul tavolo del cda insieme agli equilibri di governance.

A provocare la frattura con Pro­fumo sia il blitz con cui la Li­bia, all’insaputa dello stesso Rampl, è diventata di gran lun­ga i­l principale socio di Unicre­dit con il 7,6%, sia i risultati tri­mestrali non brillanti. La re­cessione insieme alla capaci­tà del banchiere di macinare profitti e versare dividendi ne­l­le casse delle Fondazioni ha in pratica ridotto anche il suo fa­scino. Da più parti, tuttavia, si assicura che Piazza Cordusio rimarrà indipendente e che non ci sono sorprese in bilan­cio: secondo un report di Equi­ta, Unicredit prevede accanto­namenti tra i 6 e i 9 miliardi nei prossimi 18 mesi. Altre avvisaglie dello scon­tro con i soci erano emerse in primavera, quando il Profu­mo era dovuto scendere a pat­ti sulla governance pur di fare digerire il riassetto della Ban­ca Unica agli enti locali. A gui­dare la fronda è stata in questi mesi CariVerona (cui fa capo il 4,6%), mentre il sindaco del­la città Flavio Tosi invocava la crociata contro la grande avan­zata nel capitale degli emissa­ri di Gheddafi: «Chi sbaglia, pa­ga », ha detto ieri Tosi aggiun­gendo che Profumo ha gestito la vicenda «un po’ in proprio». Le altre Fondazioni grandi azioniste sono Crt (3,3%) e Ca­rimonte (3%) mentre tra i soci privati spicca Allianz (2%). Il pacchetto libico resta comun­que uno nodo per i consiglieri di Unicredit: ieri si è inoltre ap­preso che la Lia, il fondo sovra­no con cui Gheddafi investe i proventi del petrolio, era sali­to al 2,59% già a fine agosto. La Banca centrale libica si è detta «molto soddisfatta» dell’inve­stimento in Piazza Cordusio e ha ribadito di muoversi sul lungo termine.

Il destino della quota di Tripoli resta tuttavia appeso al verdetto della Con­sob, chiamata ad accertare l’effettiva indipendenza dei singoli investitori e, in caso contrario, a fare scattare il con­gelamento dei diritti di voto. Il 30 settembre Unicredit rispon­derà, invece, ai rilievi sulla go­vernance avanzati da Bankita­lia.

Evasione fiscale più forte della ripresa

La ripresa rallenta al contrario dell’evasione fiscale che ha raggiunto «cifre sbalorditive». Questa l’analisi del Centro studi Confindustria nel suo ultimo rapporto in cui si evidenzia che la ripresa italiana e internazionale «perde slancio dopo l’accelerazione superiore alle attese nella prima metà dell’anno». In particolare, il Pil nel 2010 viene confermato all’1,2%, mentre la stima del 2011 viene rivista al ribasso dall’1,6% all’1,3%.

Secondo l’associazione degli industriali, inoltre, l’ammontare delle risorse sottratte ogni anno alle casse pubbliche ha raggiunto «cifre sbalorditive», valori molto superiori a 125 miliardi. E il sommerso ha registrato un grande balzo: l’incremento è bruscamente accelerato nel 2009, tanto che il suo peso ha oltrepassato il 20% del pil (al Sud al doppio che al Nord).

A causa dell’evasione anche la pressione fiscale effettiva, prosegue il Centro studi, va rivista e posta ben sopra il 54% nel 2009, contro il 51,4% indicato a giugno e il 42,2% di quella apparente contenuta nei documenti ufficiali.

A preoccupare è anche la situazione riguardante l’occupazione: il 2010 si chiuderà con 480mila persone occupate in meno rispetto a inizio 2008, al netto degli effetti statistici derivanti dalla regolarizzazione degli immigrati. E in questa cifra 30 mila posti sono a rischio solo negli ultimi sei mesi dell’anno. La disoccupazione inoltre resterà alta anche nel 2011: il tasso salirà terminando il prossimo anno al 9,3%.

Secondo la presidente Emma Marcegaglia il peggio «è alle spalle», la »recessione non c’è più», ma in Italia c’è ancora il problema della bassa crescita, dunque non sono più rinviabili le riforme. E a tale proposito la leader degli industriali si è soffermata sulla situazione politica sottolineando che «andare a elezioni sarebbe inaccettabile in questo momento, questo governo ha il diritto e anche il dovere di governare».

Sulla stessa linea il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni che chiede al governo più fatti e meno chiacchiere. Per i consumatori, invece, senza interventi il 2010 sarà vicino allo zero mentre l’opposizione con Pd e Idv affermano come le previsioni dell’associazione degli industriali stanno a dimostrare il fallimento dell’azione del governo.

Perso mezzo milione di posti di lavoro

La ripresa economica rallenta, c’è “un’evasione fiscale sbalorditiva” e iniziano a soffiare “venti contrari”. In più, in tre anni, ci sono 480mila occupati in meno. Lo sostiene il centro studi di Confindustria (Csc) nel rapporto d’autunno sugli scenari economici: «L’estate – spiega il Csc – ha accumulato nuovi dubbi sugli sviluppi nell’immediato futuro. La messe di statistiche congiunturali è stata più scarna di notizie positive e fa presagire un rallentamento. È legittimo il timore che la frenata sia determinata dal prevalere di venti contrari che impediscono il consolidamento e l’autostenibilità della fase espansiva». Tuttavia, il centro studi «ritiene tuttora più probabile uno scenario ispirato a un prudente ottimismo, dove i rischi al ribasso sono bilanciati da possibili sorprese positive, le forze negative non sono destinate a prevalere e la frenata resta confinata a un paio di trimestri, essendo il frutto del naturale succedersi di strappi in avanti e momenti di riposo».

Il Centro studi Confindustria stima che il 2010 si chiuderà con 480mila persone occupate in meno rispetto a inizio 2008, al netto degli effetti statistici derivanti dalla regolarizzazione degli immigrati. E in questa cifra 30 mila posti sono a rischio solo negli ultimi sei mesi dell’anno. La disoccupazione inoltre resterà alta anche nel 2011: il tasso salirà terminando il prossimo anno al 9,3%. «La creazione di posti di lavoro – si legge nel rapporto “Le Sfide della politica economica per rafforzare la crescita italiana” – si rafforzerà progressivamente nel 2011, ma anche allora la variazione netta dell’occupazione sarà negativa a causa degli esuberi rimandati grazie al ricorso alla cig durante la crisi. A frenare la risalita dell’occupazione contribuiranno inoltre frizioni nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro». Sull’andamento del tasso di disoccupazione incideranno inoltre secondo Confindustria «le decisioni di partecipazione al mercato del lavoro della popolazione in età lavorativa. Dopo a flessione del 2009 dovuta agli effetti di scoraggiamento (-0,5%), la forza lavoro è risultata in crescita nella prima metà del 2010 (+0,3% rispetto alla seconda parte del 2009). Assumendo che continui ad aumentare nei prossimi trimestri tanto da determinare un +0,5% e un +0,3% in media d’anno nel 2010 e nel 2011, il tasso di disoccupazione raggiungerà l’8,7% a fine 2010 (8,6%) in media d’anno e il 9,3% a fine 2011 (9,1% in media d’anno)».

L’evasione fiscale è ormai a livelli “sbalorditivi” e vale molto più di 125 miliardi di euro. «L’ammontare delle risorse sottratte ogni anno alle casse dello Stato – afferma il centro studi di Confindustria nel rapporto d’autunno sugli scenari economici – ha raggiunto cifre sbalorditive: 125 miliardi secondo i calcoli del Csc elaborati a giugno, che alla luce dei nuovi dati sul sommerso diffusi nel frattempo dall’Istat appaiono nettamente sottostimati».

Secondo Confindustria bisognerà aspettare il 2013 per vedere l’economia italiana tornare a correre come nel 2007, prima della crisi. Nel rapporto si dice che, «tenendo conto delle statistiche estive meno brillanti dell’atteso anche per l’economia italiana, e di un tasso di cambio più sfavorevole, le previsioni di crescita vengono ritoccate all’ingiù nel 2011, quando la frenata globale si farà sentire in Eurolandia e in Italia». Alla fine del biennio 2010-11, quindi, «sarà del 3,7% il minor prodotto da recuperare e di questo passo i valori medi del 2007 non si raggiungeranno prima del 2013».

Tremonti: «L’Italia non è in emergenza e non ha bisogno di guardare la Germania»

L’Italia non è in emergenza e non ha bisogno di guardare all’esempio tedesco per rinnovarsi e sciogliere i nodi che ne frenano lo sviluppo. Lo ha sostenuto il ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti chiudendo ieri nel suo intervento a una platea di imprenditori, economisti e politici riuniti a Cernobbio per il workshop Ambrosetti.

Separatamente, in una video-intervista con il Financial Times registrata sabato, prima del discorso del presidente della Camera Gianfranco Fini sulle sorti della coalizione di governo, e resa disponibile sul sito del quotidiano ieri pomeriggio, il ministro dell’Economia ha detto che “anche se ci fossero elezioni, questa maggioranza vincerebbe la politica economica di questo governo”.

Parlando alla platea di Cernobbio ieri, Tremonti ha difeso l’operato del governo guidato da Silvio Berlusconi dalle sollecitazioni giunte negli ultimi giorni da Confindustria, dal presidente della Repubblica, come da diversi economisti.

Il ministro ha sottolineato che la nomina o meno di un responsabile del dicastero dello Sviluppo economico è solo uno dei tasselli della politica di sviluppo di un paese, che va elaborata e discussa con la più ampia base possibile di protagonisti della società. Tremonti ha, poi, rimancato l’importanza della riforma del Patto di stabilità, che introdurrà una sessione di bilancio europea, e ha affermato che, nonostante i diversi accenti, tutti i paesi della zona euro sono diventati consapevoli, dopo la crisi, della necessità di una politica di bilancio più responsabile.

“Per Italia non c’è un’emergenza, ma l’esigenza di cambiare, e di redigere un programma di riforma”, ha detto ieri il ministro dopo aver escluso, sabato, la necessità di varare misure di bilancio aggiuntive in autunno. “C’è la necessità di definire quale sia il bene comune per questo paese nei prossimi dieci anni… e io assumo che il governo duri dieci anni”.

Con tono deciso il responsabile dell’Economia ha rispedito al mittente molti dei suggerimenti giunti da autorità ed economisti in questi giorni per rinvigorire la crescita del paese, dopo aver sottolineato sabato le peculiarità del tessuto economico dell’Italia fatto in maggioranza da imprese di piccole dimensioni.

“Dire che bisogna fare come la Germania mi sembra roba da bambini”, ha detto Tremonti dopo che, nei giorni scorsi l’esempio tedesco su sviluppo, politica di bilancio e relazioni tra capitale e lavoro era stato suggerito dal suo predecessore all’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e oggi anche dal presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia.
“Questo è un paese curioso: ad agosto i politici vanno in vacanza in agosto e gli altri si mettono a fare politica”, ha detto ironico il ministro. “Conosciamo tutti i problemi di competitivi del paese, abbiamo ben chiaro quello che si deve fare”, ha rintuzzato.

A questo proposito il ministro ha elencato, tra i nodi da sciogliere, le piccole dimensioni delle imprese italiane – nani che faticano a dialogare con i giganti – l’eccessiva burocrazia, la scarsa crescita – “dobbiamo avere anche noi il nucleare” – i rapporti tra capitale e lavoro da rinnovare.

“Il ministro dello Sviluppo economico? Certo che è necessario, ma anche se c’è un ministro… il documento di programmazione lo deve discutere tutto il parlamento, il governo”, e tutti i protagonisti della vita del paese, ha detto Tremonti.

Nella video-intervista al Financial Times registrata sabato il ministro, parlando delle sorti del governo Berlusconi, ha detto: “Noi abbiamo un enorme sostegno popolare nel Paese e quindi la politica di consolidamento fiscale proseguirà perchè lo vogliono i cittadini e noi rappresentiamo la maggioranza”.

Marchionne: superare la lotta di classe con nuovo patto sociale

Sergio Marchionne, l’A.D. del gruppo FIAT, ieri a Rimini ha parlato davanti all’assemblea del meeting di Comunione e Liberazione dove ha dichiarato che è tempo di «abbandonare un modello che pensa solo a difendere il passato», ma ha detto che intende accogliere l’invito di Napolitano «a cercare di trovare una soluzione a questo problema e mandare avanti le cose». È ancora irritato per la «gravità delle accuse» che hanno bersagliato la società automobilistica in queste settimane e puntualizza che i diritti dei lavoratori «non sono patrimonio di tre persone».

L’uomo che sta rivoluzionando le relazioni sindacali ieri ha proposto «un patto sociale» che superi la lotta padroni-operai. Unica condizione: che sia «condiviso da tutte le organizzazioni sindacali e datoriali, non solo da Fiat, e venga realmente rispettato». Marchionne è pronto a discuterne con Epifani. Anzi, è «totalmente aperto a parlare» con il leader Cgil anche se probabilmente sarà un confronto «chiaro e diretto» come ha detto di voler parlare ieri, «a costo di passare per rude».
Lo è stato, a tratti. Sicuramente Marchionne non molla e non solo per il tifo della pattuglia teatina che ha risalito la riviera adriatica per sostenere l’illustre concittadino, o per l’entusiasmo degli imprenditori della Cdo, che già vedono nel top manager un leader capace di ispirare un cambiamento radicale delle relazioni industriali. Lui, del resto, non si sottrae a descrivere l’accordo di Pomigliano come una svolta irreversibile, quasi un manifesto fondativo: «Non siamo più negli anni ’60» è tornato a ripetere ieri, sostenendo che è in atto «la contrapposizione fra due modelli, uno che guarda al futuro e uno che difende il passato». Fiat «ha fatto la propria scelta», di «stare al passo con la realtà» in un «mondo complicato» ed è «l’unica azienda disposta ad investire 20 miliardi in Italia»; eppure, ha lamentato, «questi sforzi non vengono compresi o non vengono apprezzati intenzionalmente».

Decisioni come quella di Melfi – ha ammesso – «non sono popolari» ma «non si può fare finta di niente» ha sottolineato difendendo l’accordo – rigettato dalla sola Fiom – che ha introdotto i 18 turni settimanali (sabato sera compreso), raddoppiati gli straordinari che la società può imporre senza alcuna consultazione preventiva, previste penalizzazioni in caso di assenteismo abnorme e una tregua sindacale.

«Gli accordi stipulati devono essere applicati – ha ammonito –. Se no, sarà il caos. Non credo sia onesto usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti», ha detto tra gli applausi. «Non è giusto per l’azienda, ma soprattutto non è giusto per gli altri lavoratori», ha aggiunto, ribadendo che la società «ha dato pieno seguito al primo provvedimento della magistratura», che ha ordinato il reintegro dei tre operai licenziati. Il secondo giudizio è atteso per il 6 ottobre: «Ci auguriamo che sia meno condizionato del primo dall’enfasi mediatica» ha concluso l’Ad di Fiat e Chrysler.

FED: economia USA depressa, tassi fermi

WASHINGTON – La ripresa americana rallenta, perciò i tassi restano fermi al minimo storico. Lo scenario disegnato dalla Federal Reserve, nella nota diffusa dal Comitato di Politica Monetaria che si è riunito martedì a Washington, non è incoraggiante. tanto più che la Banca centrale americana ha sottolineato che riprenderà a comprare titoli di Stato a lungo termine, così investendo gli introiti delle mortgage backed security (Mbs), per contribuire alla ripresa in un contesto di stabilità dei prezzi e garantire comunque la liquidità al mercato. Il primo effetto delle parole della Fed è stato quello registrato sul mercato monetario: l’euro si è subito riportato sopra quota 1,32 contro dollaro.

TASSI FERMI – La Federal Reserve ha così annunciato che terrà i tassi al livello record attuale vicino allo zero mentre lancia l’allarme: la ripresa economica del paese è più lenta di quanto fosse nelle attese. L’organo decisionale della Fed ha dichiarato che «il passo della ripresa economia è probabile che sará più lento nel breve termine di quanto anticipato». «Il ritmo della ripresa della produttività e dell’occupazione – si legge nel documento – è rallentato nei mesi recenti. La spesa per consumi sta gradualmente aumentando ma rimane frenata dall’alta disoccupazione, la crescita modesta dei redditi, il minor benessere delle famiglie e la restrizione nella concessione di credito».

MERCATO IMMOBILIARE DEPRESSO – Altra indicazione è quella sul mercato immobiliare statunitense, che resta depresso. Mentre i prestiti bancari hanno continuato a contrarsi.