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	<title>L&#039;altra Campana &#187; Economia</title>
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		<title>Tovarish Monti, il liberalizzatore sovietico</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 09:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione attenzione, parla Mosca, l’infobjurò sovietico annuncia che nella giornata odierna il comitato supremo per il “Bene Comune del Popolo Italiano”, guidato dall’illustre e autorevole presidente Mario Monti ha stabilito che il nostro popolo ha l’urgente esigenza di più libertà in campo economico e quindi decreta con effetto immediato una serie di provvedimenti atti a favorire un incremento della competitività. I provvedimenti si intendono immediatamente esecutivi ed inappellabili. Chiunque vi si opporrà, verrà considerato un boicottatore.”</p>
<p>Questo l’ipotetico messaggio di annuncio in epoca sovietica.</p>
<p>Cambiano le epoche e le coordinate geografiche, ma la modalità con cui sono stati intrapresi dal governo i provvedimenti “liberalizzatori” in fretta e furia e senza alcuna consultazione dovrebbe fare riflettere ogni persona che si ritenga dotata di un minimo di analisi critica e lucidità mentale.</p>
<p>Si parla di liberalizzare e si usa un decreto per farlo. Tanti soggetti economici devono sottostare alla volontà di un unico soggetto centrale e autoritario (e aggiungo non eletto da nessuno). Dopo una prima fase di progressivo inasprimento fiscale (gli effetti reali saranno tastati sulla nostra pelle fra pochi mesi), ora si pretende si inoculare nell’organismo qualche provvedimento ridicolo in campo economico (qualche notaio in più, la scatola nera sulle automobili, l’obbligo di fare tre preventivi alle assicurazione e l’imposizione per il medico di famiglia di dire al paziente che esistono i farmaci generici).</p>
<p>Non vedo l’ora di essere competitivo! Per decreto legge! Ma perché non annullano la gravità per decreto legge? Potremmo così fluttuare liberamente nello spazio! C’è poco da ridere. Il cittadino è considerato un mero esecutore della volontà centrale.</p>
<p>La Costituzione, che dovrebbe essere il documento che stabilisce i limiti del Governo, in realtà non ha più alcun valore, ne viene sventolata la presenza soltanto quando fa comodo. La saccenza tipica del pianificatore centralista decreta quanto ognuno di noi debba essere libero, come debba lavorare, muoversi, comunicare, mangiare, come debba essere educato, e così via. Tutto viene imposto dall’alto in modo tale da annullare ogni opposizione e con uno stravolgimento nell’uso delle parole da alterarne il significato di base.</p>
<p>Le libertà vengono emanate per decreto, chi si oppone è un privilegiato egoista, un boicottatore da isolare ed eliminare. Gli spazi di manovra per esprimere una propria opinione sono sempre più limitati alla scelta di dove andare in vacanza d’estate ed il grado di influenza di ogni singolo cittadino è sempre più limitato ed irrisorio. Eppure alla gente viene fatto credere di essere liberi. Il “Corriere della sera” sotto la parolina magica liberalizzazione ha titolato: “Famiglie e professioni, la vita cambia così”. Capito? Per il più importante quotidiano d’Italia, libertà significa vedersi cambiare la vita per legge, per volontà di un bocconiano.</p>
<p>Tutta questa situazione dovrebbe fare rabbrividire e far scattare un qualche meccanismo di difesa o fors’anche una sana rabbia che porti a consapevoli atti di disubbidienza. Altrimenti per decreto legge un giorno fisseranno a che ora dobbiamo lasciare questa Terra.</p>
<p>спокойной ночи! (Che in lingua sovietica significa buonanotte!). Siam passati dal “presidente operaio” a quello “sovietico”.<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Colbacco.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Colbacco-150x150.jpg" alt="" title="Colbacco" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5247" /></a></p>
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		<title>TORNARE AL CONTRATTO LIBERO PER SALVARE LAVORO E IMPRESE</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La legge n. 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, ha compiuto quaranta anni lo scorso anno. È una legge che ha indiscutibilmente segnato la storia dei rapporti di lavoro e ha inciso profondamente sulle dinamiche di mercato. &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/tornare-al-contratto-libero-per-salvare-lavoro-e-imprese/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Cerco-lavoro.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2012/01/Cerco-lavoro-150x150.jpg" alt="" title="Cerco lavoro" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5231" /></a>La legge n. 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, ha compiuto quaranta anni lo scorso anno. È una legge che ha indiscutibilmente segnato la storia dei rapporti di lavoro e ha inciso profondamente sulle dinamiche di mercato. Com’è noto, la sua approvazione è avvenuta a margine del cosiddetto “autunno caldo”, a conclusione di un lungo percorso legislativo, iniziato con il disegno di legge presentato da Giuseppe Di Vittorio nel 1952. Nel corso della III legislatura, lo stesso Di Vittorio, unitamente all’altro parlamentare e sindacalista della CGIL, Fernando Santi, presentarono un nuovo disegno di legge sui diritti dei lavoratori nelle fabbriche, a cui fece seguito quello presentato dal PSIUP e un altro ancora presentato, durante la IV legislatura, dal Partito Comunista. Durante la V legislatura, a cavallo tra il mese di giugno 1968 e il giugno 1969, furono presentati al Senato ben cinque disegni di legge. L’ultimo, che costituiva la sintesi e il superamento dei precedenti, il n. 738 del 24 giugno 1969, fu presentato a nome del governo di centro–sinistra, all’epoca presieduto dal democristriano Mariano Rumor, dal ministro socialista Giacomo Brodolini. Venne approvato dal Senato l’11 dicembre 1969. E fu tramutato in legge, con l’approvazione definitiva della Camera dei Deputati, il 14 maggio 1969. A tale seduta presero parte 352 deputati su 630, 217 votarono a favore, 135 si astennero, non ci fu alcun voto contrario.</p>
<p>Con la legge così approvata, fu regolamentato l’ingresso delle organizzazioni sindacali nelle imprese, furono ampliati i diritti dei lavoratori e, soprattutto, furono posti ulteriori e  penetranti limiti ai licenziamenti. Su quest’ultimo punto, l’articolo 18 ha messo a carico delle imprese, con non più di 15 dipendenti, l’obbligo di riassunzione (e di risarcimento del danno) del dipendente licenziato senza giusta causa o giustificato motivo.</p>
<p>Proprio tale disposizione è quella che, nel corso del quarantennio di vigenza, ha alimentato numerose discussioni e sollevato le maggiori polemiche. C’è chi, muovendo dall’assunto che essa sia ispirata alla necessità di proteggere i lavoratori, ritenuti la parte debole nei rapporti con i datori di lavoro, considera l’articolo 18 un baluardo intoccabile e ritiene che la sua abrogazione significherebbe indebolire anche le altre forme di tutela dei diritti dei lavoratori. E c’è chi invece sostiene che si debba rendere più flessibile il rapporto di lavoro stabile, anche superando il dualismo che caratterizza un diritto del lavoro, troppo generoso con i dipendenti e troppo avaro con i precari.</p>
<p>Non sorprende quindi che molte proposte di riforma siano state avanzate e che siano stati promossi persino due referendum popolari: il primo, nel 2000, da parte dei Radicali, che si proponevano di eliminare la norma; il secondo, nel 2003, promosso da Rifondazione Comunista che, al contrario, proponeva di estendere la tutela a tutti i lavoratori. Entrambi i referendum non hanno raggiunto il quorum.</p>
<p>Qualche riflessione è utile. Le contrapposte argomentazioni sono essenzialmente basate su preconcetti ideologici: perché non tengono conto che nell’ambito del mercato e, in particolare, del mercato del lavoro, i conflitti si svolgono sempre all’interno di un gioco a somma positiva, che produce vantaggi per tutti i contraenti. «Il mercato – ha chiarito Bruno Leoni – non è un campo di battaglia, in cui si cerca di uccidere il nemico; è un’istituzione pacifica, in cui ognuno cerca di assicurarsi gli altrui beni e servizi al minor prezzo possibile, ma col consenso degli interessati». Ne discende che l’imprenditore non gode di una posizione dominante o di un potere economico, che gli consentano di dare libero sfogo ai suoi capricci. E ciò significa che i dipendenti, assertivamente considerati parte debole, non dipendono dall’arbitrio imprenditoriale. In realtà, in un’economia di mercato il potere spetta unicamente ai consumatori, i quali sono sovrani e, con le loro scelte,  orientano l’attività degli imprenditori. Questi sono di conseguenza tenuti a obbedire agli ordini del pubblico acquirente, che deve essere servito al meglio e al minor costo possibile. L’imprenditore che non sia in grado di comportarsi in tal modo viene dai consumatori estromesso dal mercato.</p>
<p>L’attività imprenditoriale deve perciò svolgersi in maniera efficiente: non solo nell’ambito della scelta e della lavorazione dei fattori di produzione, ma anche, e soprattutto, impiegando, e mantenendo al lavoro, il personale più qualificato. Non è un caso che Ludwig von Mises abbia scritto: «Nell’impresa privata l’assunzione di un operaio non è un atto di favore ma una normale transazione commerciale, nella quale entrambe le parti, il datore di lavoro e il prestatore d’opera, trovano il loro tornaconto. Il datore di lavoro deve cercare di pagare la forza-lavoro in misura corrispondente alla sua prestazione lavorativa. Se non lo fa, rischia di vedersi sottrarre l’operaio da un concorrente disposto a pagare di più. Il prestatore d’opera, da parte sua, deve cercare di occupare il suo posto in modo da meritare il salario, per non rischiare di perdere il posto stesso. Poiché l’assunzione non è un favore ma una transazione economica, l’operaio assunto non deve preoccuparsi dell’eventualità di essere licenziato per avversione nei suoi confronti. L’imprenditore che licenzia per avversione un operaio che lavora bene e si guadagna il suo salario, danneggia soltanto se stesso e non l’operaio, il quale finirà comunque per trovare un’occupazione dello stesso livello».</p>
<p>Non c’è pertanto alcuna rapporto da riequilibrare attraverso una speciale tutela come quella apprestata dall’articolo 18, che rende “forte” una delle parti del rapporto a discapito dell’altra, non tenendo conto che la parte imprenditoriale è già tenuta a rispondere alle esigenze dei consumatori, orientati nelle scelte unicamente dalle preferenze individuali e pronti a penalizzare gli imprenditori per ogni deviazione, anche minima, rispetto alla loro domanda. Il che si traduce in un gravoso onere che comprime la richiesta di lavoro, distorce l’allocazione ottimale delle risorse e frena la crescita delle imprese.</p>
<p>E non solo. Proprio accordando una speciale tutela al dipendente, la normativa vigente finisce per burocratizzare le aziende private e, nel contempo, per rendere meno produttivo il lavoro dal quale viene rimossa l’alea insita in ogni attività umana. Altra considerazione può pure essere fatta in ordine agli stessi motivi di recesso del datore, per i quali il giudizio, nel non infrequente caso di contestazione del licenziamento, è sottratto alle parti. È infatti rimesso alla discrezionalità, forse maggiore di quanto non accada in altri settori, del magistrato.</p>
<p>I tempi sono ormai maturi per rimuovere l’articolo 18, la cui vigenza si è dimostrata una norma illiberale e demagogica. Occorre estromettere lo Stato e la sua legislazione dalla libera negoziazione sociale, tra chi domanda e chi offre lavoro. È così che si può restituire alle parti la libertà di regolamentare autonomamente i propri interessi, anche perfezionando contratti diversi da quello a tempo indeterminato, che avrebbero «valore di legge tra le parti» (art. 1321 c.c.). E queste sarebbero tenute ad adempiere alle obbligazioni assunte per non incorrere nelle sanzioni eventualmente già inserite nell’accordo contrattuale e comunque previste per i casi di inadempimento.</p>
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		<title>Crisi, piano anti contagio per Italia e Spagna</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 10:53:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un contingency plan, una rete di sicurezza per prevenire le conseguenze di un contagio di Italia e Spagna e gli effetti globali che ne deriverebbero, nel caso in cui dovessero fallire le misure studiate finora. Ne discutono da giorni, in &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/crisi-piano-anti-contagio-per-italia-e-spagna/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un contingency plan, una rete di sicurezza per prevenire le conseguenze di un contagio di Italia e Spagna e gli effetti globali che ne deriverebbero, nel caso in cui dovessero fallire le misure studiate finora.  Ne discutono da giorni, in quelli che al momento sono soltanto «contatti informali», i vertici del Fondo monetario internazionale e quelli dell&#8217;Unione europea con le controparti a Washington e nelle capitali europee. Obiettivo: evitare l&#8217;onda d&#8217;urto globale che potrebbe innescarsi in questa fase di particolare instabilità sui mercati.</p>
<p>A riferire all&#8217;Ansa dell&#8217;ipotesi allo studio, che non prevede al momento misure concrete ma è semplicemente un tema in discussione per essere pronti nell&#8217;emergenza, è una fonte internazionale bene informata e vicina al dossier, confermata a livello di banche centrali. Nessun commento, intanto, da Palazzo Chigi.</p>
<p>L&#8217;input a discutere una rete di sicurezza sarebbe arrivato dagli Usa. Ma l&#8217;esigenza di avere una rete di protezione, aggiuntiva rispetto alle misure decise a livello europeo, è avvertita anche a Parigi e in particolare &#8211; fa presente una fonte &#8211; Berlino. E il tema potrebbe essere oggetto di un giro di tavolo al G20 di Cannes la prossima settimana.</p>
<p>«I negoziati ufficiali in atto sono quelli sotto gli occhi di tutti», spiega la fonte riferendosi alla sequenza di vertici culminati nel rafforzamento del fondo di salvataggio Efsf e nella lettera d&#8217;intenti dell&#8217;Italia alla Ue. Ma accanto allo scenario principale, che non prevede un contagio vero e proprio di Italia e Spagna e che si sta affrontando con le misure in corso, le istituzioni finanziarie internazionali starebbero ragionando su uno scenario pessimistico, in via esclusivamente preventiva, «per approntare misure d&#8217;emergenza».</p>
<p>Nel caso dell&#8217;ipotetico scenario B, un ruolo di pronto intervento lo svolgerebbero le banche centrali, in grado di convogliare ampia liquidità e tamponare emergenze nel settore bancario ricorrendo agli swap già usati negli anni recenti della crisi. Anche il Fmi, che fra l&#8217;altro sarà coinvolto nel potenziamento del fondo salva-Stati deciso mercoledì al vertice di Bruxelles, sarebbe in prima linea nel caso in cui dovesse scattare il contingency plan. Ma il capitale dell&#8217;istituzione di Washington potrebbe dover essere rafforzato da parte dei Paesi &#8220;soci&#8221;: «Per i tre programmi relativi a Grecia, Irlanda e Portogallo non ci sono stati problemi», spiega la fonte, mentre nel caso di un allargamento ad altri beneficiari «ci sarebbe un problema di risorse».<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/10/FMI.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/10/FMI-150x150.jpg" alt="" title="CRISI: CAMBI E RIPRESA AL CENTRO LAVORI G7 E FMI" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5186" /></a></p>
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		<title>Caritas: in Italia 8,3 milioni di poveri Allarme giovani: il 20% è under 35</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 19:52:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Hanno casa, macchina, lavoro. Eppure non riescono ad arrivare alla fine del mese. Il fenomeno dei nuovi poveri, in Italia, continua ad allargarsi e la conferma arriva dal rapporto Caritas-Fondazione Zancan. In quattro anni (2007-2010) le richieste di aiuto economico &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/caritas-in-italia-83-milioni-di-poveri-allarme-giovani-il-20-e-under-35/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hanno casa, macchina, lavoro. Eppure non riescono ad arrivare alla fine del mese. Il fenomeno dei nuovi poveri, in Italia, continua ad allargarsi e la conferma arriva dal rapporto Caritas-Fondazione Zancan. In quattro anni (2007-2010) le richieste di aiuto economico rivolte ai Centri di Ascolto delle Caritas Diocesane sono aumentate dell’80,8%. Fra gli italiani, con un +42,5% &#8211; afferma il rapporto dall’emblematico titolo ’Poveri di dirittì &#8211; si è registrato l’incremento maggiore delle persone che si sono rivolte ai centri mentre fra gli stranieri si è avuto il +13,9%. Al primo posto fra i problemi segnalati c’è la povertà economica, seguono i problemi occupazionali ed abitativi; al quarto posto, i problemi familiari.</p>
<p>Nel complesso, in 4 anni è aumentata dell’83,1% la richiesta di coinvolgimento di soggetti esterni (come gruppi di volontariato, enti pubblici o privati, persone o famiglie, parrocchie). Forte anche l’aumento delle richieste di sussidi economici (+80,8%) e di consulenze professionali (+46,1%). Diminuiscono invece le richieste di sostegno socio-assistenziale (-38,6%) ma anche quelle di lavoro (-8,5%). Rispetto alle risposte fornite dalla Caritas, aumenta il coinvolgimento di soggetti terzi (+90%) come anche l’erogazione di sussidi economici e di beni primari: rispettivamente, +70% e +40,8%.</p>
<p>Dalla fotografia del rapporto cambia il volto della povertà che ora coinvolge «pesantemente l’intero nucleo familiare: tutti si trovano a vivere, in modo diversi, una condizione di stress e di sofferenza, anche se le donne e i giovani pagano il prezzo più alto». Ad esempio, nel 2004 il 75% dei problemi si riferiva ai bisogni di carattere primario (casa, cibo, sanità, ecc.), nel 2010 tale valore ha raggiunto l’81,9% mentre le problematiche post materiali (come disagio psicologico e dipendenze) passano dal 25 al 18,1%. La questione abitativa diventa «un’emergenza» i cui problemi in 4 anni sono aumentati del 23,6%. Altro dato in forte aumento: dal 2005 al 2010, il numero dei giovani che si è rivolto ai centri è aumentato del 59,6%; il 76,1% (era il 70% 5 anni prima) di questi non studia nè lavora.</p>
<p>Particolarmente vulnerabili si confermano gli stranieri che rappresentano il 70% delle persone che si rivolgono ai centri. Secondo un campione degli operatori della Caritas, il disagio maggiore è fra gli immigrati che vivono da soli in Italia, quelli di sesso maschile, con età compresa fra i 25 e 44 anni. In genere hanno problemi di lavoro (66,4%) e situazioni di povertà economica (62,5%).<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/10/poveri-in-mensa.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/10/poveri-in-mensa-150x150.jpg" alt="" title="poveri in mensa" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5161" /></a></p>
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		<title>Il rischio non remoto di una nuova crisi mondiale</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 09:05:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;economia mondiale non cresce abbastanza ed è &#8220;entrata in una nuova fase pericolosa&#8221;: il rischio è che &#8220;la fragile ripresa deragli; dobbiamo agire&#8221;. Il direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), Christine Lagarde, da Jackson Hole ammonisce l&#8217;Europa: &#8220;c&#8217;è bisogno &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/il-rischio-non-remoto-di-una-nuova-crisi-mondiale/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;economia mondiale non cresce abbastanza ed è &#8220;entrata in una nuova fase pericolosa&#8221;: il rischio è che &#8220;la fragile ripresa deragli; dobbiamo agire&#8221;. Il direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), Christine Lagarde, da Jackson Hole ammonisce l&#8217;Europa: &#8220;c&#8217;è bisogno di un&#8217;azione forte e decisa per rimuovere le incertezze sulle banche e sui debiti sovrani; basta con messaggi confusi e poco chiari&#8221;, l&#8217;Europa deve avere &#8220;una visione comune per il futuro&#8221;.<br />
Per la Lagarde sono tre i passi che l&#8217;Europa deve compiere per ripristinare la fiducia verso la sua economia e il suo sistema finanziario. Il primo &#8211; ha spiegato &#8211; è che &#8220;i debiti sovrani devono essere riportati ad un livello sostenibile&#8221;. Questo &#8220;non significa solo stringere la cinghia&#8221;, ma affrontare il problema dell&#8217;aumento della spesa pubblica nel lungo termine, come quella per le pensioni e quella per la sanità. Da lì possono arrivare le risorse per rilanciare l&#8217;occupazione.<br />
Secondo passo da compiere, per Lagarde, è &#8220;l&#8217;urgente ricapitalizzazione delle banche&#8221; che &#8220;devono essere forti abbastanza per reggere ai rischi legati ai debiti sovrani e a una crescita debole&#8221;. Questa &#8211; ha aggiunto &#8211; &#8220;è la chiave per tagliare la catena del contagio&#8221;.<br />
Terzo passo per l&#8217;Europa deve essere quello di cominciare a parlare davvero con una sola voce, &#8220;senza più equivoci e incertezze sulla direzione da prendere&#8221;. Questa è la sola via per riconquistare la giusta credibilità. E anche gli Stati Uniti &#8211; ha detto Lagarde &#8211; devono trovare &#8220;il giusto equilibrio fra risanamento dei conti e sostegno alla crescita, con misure che affrontino la disoccupazione e le difficoltà del mercato immobiliare, sul quale pesano il protrarsi del crollo dei prezzi e i pignoramenti&#8221;. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/08/Lagarde-FMI.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/08/Lagarde-FMI-150x150.jpg" alt="" title="Bernanke Jackson Hole" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-5097" /></a></p>
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		<title>Oltre il Pil: anche la Gran Bretagna opta per la «felicità interna lorda»</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 09:21:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto sono felici gli inglesi? Da Aprile l’Office of National Statistics (ONS) stilerà un questionario da sottoporre ai sudditi di Sua Maestà per capire il grado di soddisfazione generale del paese. Le prime stime arriveranno nella seconda metà del 2012 &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/oltre-il-pil-anche-la-gran-bretagna-opta-per-la-%c2%abfelicita-interna-lorda%c2%bb/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto sono felici gli inglesi? Da Aprile l’Office of National Statistics (ONS) stilerà un questionario da sottoporre ai sudditi di Sua Maestà per capire il grado di soddisfazione generale del paese. Le prime stime arriveranno nella seconda metà del 2012 e aiuteranno il Governo ad attuare misure economiche e sociali più mirate e vicine alle esigenze dei cittadini e a dare un’impronta più dinamica al sistema politico. Dopo l’esperimento francese voluto da Nicolas Sarkozy, l’iniziativa britannica è l’ultima tappa di un movimento internazionale in materia di valutazione del benessere nazionale al di là delle tradizionali misure economiche. </p>
<p>È evidente che la felicità non è solo un fatto privato e che le scelte di policy possono influenzarla, ma non è solo &#8220;questione di PIL&#8221;. Paul Allin, il Direttore dell’ONS, anticipa alcune dei questiti che verranno sottoposti a 200.000 persone con risposte che andranno in una scala da 0 a 10: Quanto sei soddisfatto della tua vita? Quanto sei stato felice ieri? Quanta ansia hai provato ieri? Fino a che punto credi che le cose che fai nella tua vita sono utili?</p>
<p>L’Inghilterra come il Buthan quindi, dove già negli anni Ottanta il Re Jigme Singye Wangchuck coniò il termine Felicità Interna Lorda (in Inglese gross national happiness – GNH) per cercare di stabilire una politica del wellfare vicina ai propri sudditi. Secondo un’indagine del 2002, condotta da studiosi dell’Università di Stanford, i buoni propositi non hanno ottenuto i risultati sperati  dal sovrano: i cittadini Bhutanesi ripropongono modelli di consumo occidentali in contrasto con gli obiettivi di FIL. Cosa succederà nel regno di Elisabetta II? <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/Bhutan.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/Bhutan-150x140.jpg" alt="" title="Bhutan" width="150" height="140" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4994" /></a></p>
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		<title>Disoccupazione giovanile da record: è al 29%</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 17:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a dicembre è salito al 29% dal 28,9% di novembre, segnando così un nuovo record, si tratta, infatti, del livello più alto dall&#8217;inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio del 2004. Lo &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/disoccupazione-giovanile-da-record-e-al-29/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a dicembre è salito al 29% dal 28,9% di novembre, segnando così un nuovo record, si tratta, infatti, del livello più alto dall&#8217;inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio del 2004. Lo comunica l&#8217;Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie. Il tasso di disoccupazione giovanile aumenta così di di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,4 punti percentuali rispetto a dicembre 2009, spiega sempre l&#8217;Istat.</p>
<p>DISOCCUPAZIONE DICEMBRE STABILE A 8,6%<br />
Il tasso di disoccupazione a dicembre resta stabile all&#8217;8,6%, lo stesso livello già registrato a novembre (rivisto al ribasso dall&#8217;8,7%). Lo comunica l&#8217;Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie.</p>
<p>A DICEMBRE CALA NUMERO PERSONE IN CERCA POSTO<br />
Il numero delle persone in cerca di occupazione a dicembre risulta, rispetto a novembre, in diminuzione dello 0,5%, ovvero di 11 mila unità, una discesa dovuta esclusivamente alle donne. Lo rileva l&#8217;Istat, in base a stime provvisorie e a dati destagionalizzati. Inoltre, il numero di occupati a livello congiunturale rimane invariato, con un tasso di occupazione stabile al 57% su base mensile. I tecnici dell&#8217;Istat spiegano che &#8220;a chiusura del 2010 le condizioni del mercato del lavoro appaiono un po&#8217; più serene, da autunno l&#8217;occupazione ha smesso di scendere e la disoccupazione nell&#8217;ultimo bimestre, novembre e dicembre, ha preso a calare. L&#8217;unico elemento che stona &#8211; aggiungono &#8211; è la disoccupazione giovanile, che ancora una volta torna a scalare posizioni, segnando un nuovo record&#8221;. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/disoccupati.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/02/disoccupati-150x120.jpg" alt="" title="disoccupati" width="150" height="120" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4949" /></a></p>
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		<title>Tremonti: «La crisi non è finita»</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jan 2011 13:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[«La crisi non è finita». Lo ha detto il ministro dell&#8217;Economia Giulio Tremonti a un convegno dal titolo: Nuovo mondo, nuovo capitalismo, organizzato a Parigi dall&#8217;Ocse, l&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, riferendosi complessivamente alla situazione internazionale. «È come &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/tremonti-%c2%abla-crisi-non-e-finita%c2%bb/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«La crisi non è finita». Lo ha detto il ministro dell&#8217;Economia Giulio Tremonti a un convegno dal titolo: Nuovo mondo, nuovo capitalismo, organizzato a Parigi dall&#8217;Ocse, l&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, riferendosi complessivamente alla situazione internazionale. </p>
<p>«È come vivere in un videogame, compare un mostro, lo combatti, lo vinci, ti rilassi e subito spunta un altro mostro più forte del primo». Insomma: «Si dice che va tutto bene, ma ne siamo proprio sicuri?», si è chiesto il ministro.</p>
<p>«Che l&#8217;Europa risorga», ha detto ancora Tremonti, citando il discorso di Winston Churchill del 1946 che guardava alle macerie lasciate dalla Seconda guerra mondiale. «Se si guarda al futuro geopolitico è evidente che la competizione &#8211; ha sottolineato il ministro &#8211; è tra i continenti e per questo è necessario che l&#8217;Europa abbia un ruolo nel suo insieme». «La crisi &#8211; ha detto Tremonti parlando ancora dei suoi effetti sull&#8217;Europa &#8211; ha mantenuto i confini politici ma non ha mantenuto i confini economici e il rischio è senza confini».</p>
<p>Sottolineando poi che negli anni passati si è posto troppo l&#8217;accento sui budget e i debiti pubblici «quando poi invece la crisi è arrivata dal settore privato», Tremonti ha affermato che non è più possibile pensare che «se un business va bene è ok e ci sono i dividendi mentre se non va bene la responsabilità è limitata». <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/01/Tremonti.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2011/01/Tremonti-150x150.jpg" alt="" title="Tremonti" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4917" /></a></p>
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		<title>L&#8217;Italia controlla bene il debito pubblico. Parola della Bce</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 22:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo la Banca centrale europea l&#8217;Italia sarà con la Germania l&#8217;unico paese dell&#8217;area euro in cui nel 2012 non aumenterà il passivo del debito pubblico. È tutta in questo dato incontrovertibile la sintesi della politica economica del governo Berlusconi: davanti &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/litalia-controlla-bene-il-debito-pubblico-parola-della-bce/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo la Banca centrale europea l&#8217;Italia sarà con la Germania l&#8217;unico paese dell&#8217;area euro in cui nel 2012 non aumenterà il passivo del debito pubblico. È tutta in questo dato incontrovertibile la sintesi della politica economica del governo Berlusconi: davanti a una congiuntura mondiale che ha messo in ginocchio le economie più grandi dell&#8217;Occidente, l&#8217;Italia ha tenuto i conti in ordine riuscendo peraltro a invertire la rotta verso la crescita. Si possono contestare, con le più diverse argomentazioni, le misure di sostegno alla ripresa che l&#8217;esecutivo ha attuato dal 2008. Si può guardare ammirati agli incentivi alla crescita predisposti dagli altri governi europei, che non hanno sulle spalle il nostro debito. Tirando le somme finali delle analisi non si può non riconoscere però, quello che gli arbitri europei &#8211; da Bruxelles e Francoforte &#8211; continuano a ribadire: nel Vecchio Continente l&#8217;Italia è con la Germania il paese che meglio ha fronteggiato la crisi senza aumentare la sofferenza del proprio bilancio.</p>
<p>E se è vero che il Belpaese resta &#8211; con Irlanda, Belgio e Grecia &#8211; nel gruppo dei quattro stati Ue con il debito pubblico oltre il 100% in rapporto al Pil, ciò rende tanto più meritoria e responsabile la scelta del governo di non interrompere il percorso previsto da Maastricht e tenere stretta la cinghia. La chiusura dei cordoni del Tesoro non ha poi, a ben vedere, compromesso la capacità dell&#8217;Italia di allinearsi con la pur timida ripresa europea. Secondo il bollettino di fine anno pubblicato dalla Bce questa mattina, i maggiori tassi di disoccupazione sono stati infatti registrati altrove, Spagna e Irlanda innanzitutto, mentre in Italia l&#8217;aumento è stato moderato. Certo, come sempre, il senso dei numeri può cambiare se si fa, per esempio, notare che il nostro tasso di disoccupazione non è mai stato così alto dal 1998. Ma davanti alla congiuntura attuale quale comparazione è più indicativa: il rapporto rispetto alla situazione di dodici anni fa o quello con le altre economie dell&#8217;eurozona con cui siamo sempre più interconnessi?</p>
<p>A preoccupare la Bce, del resto, non è tanto il dato temporaneo sulla disoccupazione, quanto la capacità dei governi di varare riforme strutturali che favoriscano l&#8217;introduzione di maggiore flessibilità sul mercato del lavoro: una domanda cui l&#8217;Italia ha saputo rispondere da tempo con la riforma Biagi, senza rinunciare peraltro ad ammortizzatori sociali che hanno permesso di ritardare gli effetti negativi sull&#8217;occupazione della crisi.</p>
<p>Francoforte richiama inoltre l&#8217;attenzione sull&#8217;esigenza di attuare «piani di risanamento credibili della spesa pubblica». Non basta cioè tenere i conti sotto controllo, ma servono tagli strutturali. Un obiettivo particolarmente cruciale per l&#8217;Italia che soltanto in questo modo può riuscire a ridurre il proprio debito, frutto di decenni di assistenzialismo. Un obiettivo che richiede però stabilità politica per portare a regime riforme, come quella federale, che soltanto possono consentire modelli di spesa più efficienti e trasparenti. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/12/BCE.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/12/BCE-150x150.jpg" alt="" title="BCE" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4877" /></a></p>
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		<title>Marchionne: «Senza l&#8217;Italia la Fiat farebbe meglio»</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 07:42:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l&#8217;Italia&#8221;. &#8220;Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell&#8217;utile operativo previsto per il 2010 &#8211; ha concluso &#8211; arriva dall&#8217;Italia. Fiat non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre&#8221;. &#8230; <a href="http://www.laltracampana.com/marchionne-%c2%absenza-litalia-la-fiat-farebbe-meglio%c2%bb/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l&#8217;Italia&#8221;. &#8220;Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell&#8217;utile operativo previsto per il 2010 &#8211; ha concluso &#8211; arriva dall&#8217;Italia. Fiat non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre&#8221;. &#8220;Io in politica? Scherziamo? Faccio il metalmeccanico, produco auto, camion e trattori&#8221;.</p>
<p>&#8220;Qualsiasi debito verso lo Stato è stato ripagato in Italia, non voglio ricevere un grazie, ma non accetto che mi si dica che chiedo assistenza finanziaria&#8221;. Lo ha detto l&#8217;amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, intervistato da Fabio Fazio, che gli aveva fatto osservare come in Italia la Fiat è sempre stata considerata alla stregua di una azienda pubblica. &#8220;La Fiat &#8211; ha spiegato Marchionne &#8211; ha collaborato con lo Stato per costruire il futuro industriale del Paese, e oggi ha collaborato con il governo Usa per salvare Chrysler&#8221;. Secondo Marchionne, quel tipo di collaborazione Stato-Industria esiste in tutti i Paesi del mondo, l&#8217;importante é ripagare i prestiti e che lo Stato non diventi gestore delle società&#8221;. </p>
<p>&#8220;Se la Fiat dovesse smettere di fare auto in Campania, avremmo, credo, un problema sociale immenso, specialmente in una zona dove la Camorra è molto attiva&#8221;. Ha aggiunto l&#8217;ad del Lingotto, parlando dello stabilimento di Pomigliano d&#8217;Arco. &#8220;Considerando l&#8217;indotto lavorano 20 mila persone&#8221;, ha spiegato per indicare la dimensione del problema. Riferendosi alla missione de Lingotto in zona, Marchionne ha criticato l&#8217;atteggiamento &#8220;dei sindacati che ci criticano&#8221;. Riguardo alle richieste sindacali di conoscere il piano dei nuovi modelli previsti, l&#8217;ad di Fiat ha replicato: &#8220;Di nuovi modelli ne abbiamo quanti se ne vuole, dobbiamo però dare ai nostri stabilimenti la possibilità di produrre ed esportare, gli impianti devono essere competitivi, altrimenti non possono produrre e vendere niente&#8221;. Marchionne ha poi confrontato l&#8217;Italia con la Polonia, dove: &#8220;I nostri 6.100 dipendenti producono oggi le stesse auto che si producono in tutti gli stabilimenti italiani&#8221;.</p>
<p>La proposta che abbiamo fatto è dare alla rete industriale di Fiat la capacità di competere con i Paesi vicini a noi, in cambio io sono disposto a portare il salario dei dipendenti a livello dei nostri Paesi vicini&#8221;. &#8220;Se cambierà il sistema di produzione in Italia, può darsi che sia un cambiamento difficile da sopportare, ma vogliamo migliorare i 1.200 euro di stipendio ai dipendenti&#8221;.</p>
<p>Le reazioni&#8230; Marchionne parla &#8220;come se la Fiat fosse una multinazionale straniera che deve decidere se investire in Italia&#8221;, attacca Giorgio Airaudo, responsabile del settore auto della Fiom Nazionale. Anche gli altri sindacati, con sfumature e toni diversi, non apprezzano le parole dell&#8217;amministratore delegato della Fiat. &#8220;Marchionne &#8211; dice Rocco Palombella, segretario generale della Uilm &#8211; deve evitare di continuare ad umiliare i lavoratori e il sindacato che si è assunto la responsabilità di gestire anche accordi difficili&#8221;. Per Bruno Vitali, responsabile Auto della Fim, &#8220;Marchionne deve credere di più nell&#8217;Italia e smettere di tenere tutti appesi. Ha sempre detto che qui perde, ma se investirà anche l&#8217;Italia genererà profitti come avveniva prima della crisi. Gli impianti sono nuovi e i lavoratori sono pronti a fare la loro parte&#8221;.</p>
<p>&#8220;L&#8217;Italia è un Paese che già ha dimostrato l&#8217;attitudine ad evolvere verso una maggiore competitività nel rispetto dei diritti dei lavoratori incluso il diritto ad incrementi salariali legati a una maggiore produttività&#8221;. Così il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, commenta le parole dell&#8217;amministratore della Fiat, Sergio Marchionne, ricordandogli che se &#8220;é legittimo da parte sua invocare maggiore produttivita&#8221;, è anche vero che &#8220;la maggioranza delle organizzazioni sindacali e le istituzioni si sono già rese concretamente disponibili ai necessari cambiamenti&#8221;. &#8220;Marchionne &#8211; commenta Sacconi &#8211; ci ha ricordato che Fiat oggi è un Gruppo multinazionale con stabilimenti distribuiti in diverse dimensioni economiche e sociali. Noi ricordiamo a lui che l&#8217;Italia è il Paese di storico insediamento del Gruppo automobilistico ove ha depositato impianti e soprattutto un grande patrimonio di esperienze e professionalita&#8221;.<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/10/Marchionne.jpg"><img src="http://www.laltracampana.com/wp-content/uploads/2010/10/Marchionne-150x150.jpg" alt="" title="Marchionne" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4712" /></a></p>
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