Geografia dei martiri cristiani nel mondo

«I cristiani martirizzati in Oriente, nel mondo musulmano e nel mondo induista, sono degli sconosciuti per la maggioranza dei francesi e per l’insieme degli europei». Parte da quest’amara riflessione, una lunga inchiesta che ha cercato di rompere Oltralpe il silenzio ancora diffuso sulle persecuzioni anticristiane. Raphael Delpard, giornalista e militante di lungo corso dei diritti umani, ammette fin dall’introduzione di essere ateo.

Ma è stato spinto a scrivere dal bisogno di raccontare l’unica forma di barbarie contemporanea che molti media europei troppo spesso «rifiutano di raccontare». Pubblicata con il titolo La persecuzione dei cristiani oggi nel mondo (edito da Michel Lafon), l’inchiesta è il frutto di numerosi viaggi e di decine d’incontri spesso clandestini in una ventina di Paesi. Dall’Algeria fino alla Corea del Nord, passando per la Bielorussia, l’Iraq o l’Iran.

Delpard sottolinea che in molti Paesi le persecuzioni hanno conosciuto di recente un’accelerazione inquietante. È il caso dell’Egitto, dove «gli attacchi assassini contro le chiese copte s’intensificano di anno in anno». Il volume di Delpard è uscito prima della strage di San Silvestro ad Alessandria e ricorda, fra gli episodi più gravi che continuano a tormentare la memoria della comunità copta, gli assalti avvenuti ad Alessandria nel 2006, una settimana prima della Pasqua ortodossa: «Armati di bastoni e di pietre, delle orde di fanatici musulmani, sotto lo sguardo impassibile dei poliziotti intervenuti solo di fronte ai marciapiedi già cosparsi di morti, hanno attaccato dei cristiani durante i funerali di un copto pugnalato il giorno prima».

Negli ultimi anni, anche l’atteggiamento del potere centrale è parso sempre meno neutro. Delpard ricorda ad esempio che «il Cairo ha sospeso a tempo indeterminato l’istruzione di un caso di minorenni cristiane rapite, violentate, costrette a convertirsi all’islam e sposate a musulmani praticanti». Storie come quelle di Ingy Nagy Edwar e Theresa Ghattass, diciannovenni cristiane rapite e convertite in modo forzato, lasciano scie di dolore difficili da cancellare. È anche l’eco terribile di tanti episodi come questi, racconta Delpard, a spingere negli ultimi anni molti egiziani copti verso l’esilio.

Ma in generale sono ancora tanti i Paesi in cui «occorre divenire temerari per dichiararsi cristiani». In Turchia, ad esempio, «conviene farsi dimenticare», confidano molti cristiani. In regimi comunisti come quello nordcoreano, poi, «i cristiani sono considerati come i peggiori nemici dello Stato». Un atteggiamento ostile che ha dato vita a un’autentica ossessione anticristiana: «In Corea del Nord, circolano per le strade dei poliziotti in borghese. Se si accorgono di un individuo che chiude gli occhi, sembra parlare a se stesso o meditare, si tratta per loro necessariamente di un cristiano che prega. Procedono allora all’arresto immediato senza fornire la minima spiegazione». Nel Paese, vivono almeno 200 mila cristiani e c’è chi parla di mezzo milione.

Ma la stessa Europa non sfugge a forme di discriminazione più o meno gravi. La vita dei musulmani francesi che si convertono al cristianesimo, qualche migliaio ogni anno, «è un calvario». Mantenendo l’anonimato, un ventiseienne nato in Francia confessa che «i suoi genitori, a partire dalla sua conversione, gli voltano le spalle, i suoi amici non gli rivolgono più la parola, e peggio ancora, gli uni e gli altri lo accusano d’apostasia».

Delpard ricorda che esistono solo stime più o meno attendibili sul numero di cristiani ancora in prigione per la loro testimonianza di fede in Paesi come Siria, Giordania, Yemen, Sudan, Etiopia e Cina. Risale solo a 3 anni fa un evento rimasto come una ferita indelebile nella memoria della minoranza cristiana in Eritrea: «Il 12 settembre 2007, dieci donne sono arrestate in piena preghiera e condotte in un campo militare dove dovranno subire quotidianamente sedute di tortura, con l’obiettivo di far loro rinnegare la fede cristiana».

Dopo aver analizzato nel dettaglio una lunga serie di fatti e destini individuali, Delpard non rinuncia a mettere in guardia sui crescenti rischi futuri dell’attuale indifferenza, ancora diffusa in Occidente, verso il «mondo malato d’anticristianesimo». Per l’autore, occorre infrangere rapidamente il muro di gomma, dato che «restare in silenzio significa accettare il crimine come una sorta di fatalità». Del resto, non esistono scusanti: «I cristiani perseguitati sono lontani dal nostro sguardo, pensiamo talora per giustificare la nostra inazione. Che errore. Vivono a due ore appena dal nostro comfort!».

Un giurista Ebreo per difendere il crocifisso in aula

Il professor Joseph Weiler, in Egitto per partecipare all’incontro multiconfessionale Meeting Cairo, il sabato sera, finita la shabbat, è felice di tuffarsi nell’immensa confusione di gente e di rumori della capitale del Paese nordafricano. Avvocato e docente ordinario alla New York University, Weiler ha lasciato la ben più prestigiosa Law School di Harvard solo per il piacere di abitare nella multiforme realtà della Grande Mela. Una passione per la vita e le differenze che spiega la sua decisione di difendere di fronte alla Corte di Strasburgo il ricorso dei Paesi terzi a favore della libertà di affiggere il crocifisso nelle scuole italiane. Si è presentato per l’arringa, di fronte ai quattordici giudici della Grande camera, indossando la kippah, così che, anche visivamente, si sapesse che era lì per il pluralismo di mondi e pensieri; lo stesso che pare attrarlo così tanto anche in Egitto.
“Non ho chiesto soldi per la difesa – confessa – non volevo che si pensasse che c’erano ragioni di denaro. Se si disconosce l’identità religiosa di qualcuno, si disconosce anche l’identità di ogni altra confessione. Anche della mia”. Nel libro Un’Europa cristiana. Un saggio esplorativo, del 2003, Weiler scrive: “È un’Europa che nel discorso pubblico recupera tutta la ricchezza che può venire dal confronto con una delle sue principali tradizioni intellettuali e spirituali: la sua eredità cristiana”. Era proprio necessario che lo dicesse un non cristiano, quanto la cristianità è stata rilevante per le conquiste civili degli europei? “Le giuro – sorride il professore – non ho alcuna intenzione di convertirmi”.

Il cristianesimo fa paura?

Tengo a dire che io non parlo mai di “cristianofobia” nei miei libri, bensì di “Cristofobia”, giusto per chiarire che non ce la si può cavare con frasi del tipo “ce l’ho con la Chiesa e la sua storia e magari con i suoi simpatizzanti ma riconosco l’esempio e la grandezza della figura di Gesù Cristo”. Non volere il crocifisso nelle scuole italiane, è prendersela con Gesù. Essere dei laici come si vorrebbe far credere o degli agnostici significa non preoccuparsi della sfera religiosa di chi laico non è.

Si parla tanto di rispetto delle differenze.

La grande lezione della Comunità europea è il principio di tolleranza che è scritto nella Convenzione costitutiva della Ue. Un gruppo di Stati hanno accettato le loro differenze e si sono uniti. C’è una pubblica morale che accetta i musulmani, i buddisti, anche noi ebrei, ma i cristiani non godono di grande simpatia.

Perché siamo così negletti?

Lo spiego nel mio libro Un’Europa cristiana nel paragrafo sulla “Cristofobia”. Otto motivazioni per questa avversione per Cristo e la sua Chiesa: motivi di tipo sociologico, psicologico, emotivo. Per esempio c’è chi attacca Cristo senza alcuna conoscenza degli insegnamenti della Chiesa o basandosi solo su ricordi del catechismo nelle scuole. Poi ci sono casi di invidia: il Papa ha delle folle ad ascoltarlo, folle che non se le sogna neppure una rock star.

Nella sua memoria difensiva davanti alla Corte di Strasburgo lei fa l’esempio di due bambini: uno nato da famiglia non credente, l’altro da famiglia cristiana. Se c’è il crocifisso in classe è discriminato il primo, se non c’è è discriminato il secondo.

La Convezione europea ha il grande pregio di difendere il pluralismo delle identità statali all’interno della comunità e di prevedere che i suoi membri abbiano libertà di religione e libertà dalla religione all’interno dei singoli Paesi. Date queste premesse, è giusto che il non credente si astenga dall’ora di religione, ma è anche giusto che uno Stato mantenga la sua identità se lo vuole. La ricorrente, signora Lautsi, vuole imporre il dovere della laicità all’Italia. Ciò è contrario alla Convenzione che parla di diritto alla laicità ma anche di diritto alla pluralità di culture. I bambini non saranno discriminati se la scuola è capace di insegnare loro la lezione di tolleranza e pluralismo, come la costituzione dell’Europa dovrebbe averla insegnata a tutti.

La prima corte, all’interno del tribunale di Strasburgo, ha stabilito che gli Stati sovrani hanno un dovere di neutralità e imparzialità; quindi non possono valutare la legittimità e l’espressione delle convenzioni religiose. La Corte, secondo lei, ne dedurrebbe che appendere il crocifisso in classe è valutare legittimo un convincimento religioso. In Italia quello dei cattolici.

È così. Però questo concetto di neutralità è basato su due errori concettuali. Ripeto: la Convenzione assicura la libertà, di e dalla religione, ma la controbilancia con un’altra grande libertà per i singoli Stati, quella di decidere autonomamente, quando si tratta dell’eredità religiosa quale identità collettiva della nazione e riguardo ai simboli che sono testimoni di questa identità. In Europa ci sono Paesi dichiaratamente laici come la Francia e Paesi come la Germania, l’Irlanda, la Grecia che nella loro stessa Costituzione fanno riferimento a Dio. La regina Elisabetta è anche capo della Chiesa d’Inghilterra: vogliamo arrivare a dire che non si può mettere l’immagine della regina nelle scuole inglesi perché è anche un’immagine religiosa? Uno Stato non può spogliarsi della sua eredità culturale perché proviene da un’identità religiosa. È la Convenzione europea che lo stabilisce.

Nella sua sentenza, la prima Camera sarebbe in contrasto con il principio di tolleranza e pluralismo sancito dalla Comunità europea al suo nascere.

Sì, la Camera ha deciso adottando solamente i valori dello Stato laico. Questa decisione americanizza l’Europa, ordinando una rigida separazione tra Chiesa e Stato e imponendo una singola regola valida per tutti i Paesi dell’Unione.

Cos’è dunque la laicità?

Viste le premesse, la prima Corte non l’ha intesa come una categoria vuota. Vuota per assenza di fede, la Corte considera la laicità la controparte della principale divisione sociale che riguarda la religione; da una parte i credenti dall’altra i laici. La laicità non è dunque un elemento di neutralità come sostiene la prima Corte nella sua sentenza.

Come andrà a finire?

Difficile dirlo. Il presidente dell’alta Corte rimane lo stesso della prima Corte e anche il giudice italiano, in questo caso. Perdere comunque sarebbe sempre meglio che vincere con una motivazione ambigua, senza riconoscere del tutto, per esempio, l’importanza della storia cristiana come vera costruttrice dell’Europa che noi abitiamo.

Non c’è più legge se non c’è religione

«La religione dà alla legge il suo spirito e ispira la sua adesione alla tradizione e alla giustizia. La legge dà alla religione il senso dell’ordine, dell’organizzazione e dell’ortodossia». Parla John Witte jr., direttore del Centro per lo studio della Legge e della Religione all’Emory University di Atlanta, negli Stati Uniti, considerato uno dei maggiori esperti nel mondo anglosassone di relazioni tra Stato e Chiesa. E osservatore attento, pur essendo di formazione calvinista e lavorando in un ateneo metodista, del contributo cattolico al dibattito sulla laicità.

Professor Witte, la sua posizione su religione e legge non sembra lontana da quella espressa dal Papa a Londra, alla Camera dei Lords, quando ha parlato del contributo della religione al dibattito politico.
«Ho trovato quel discorso del Papa molto efficace, una ripresa sintetica di punti cardinali della Dignitatis Humanae e della Veritatis Splendor. Il magistero e in particolar modo la dottrina sociale della Chiesa cattolica sono un riferimento importante nel nostro Centro alla Emory University, da diversi anni. Molti dei nostri ricercatori, per quanto non cattolici, sono particolarmente versati sull’argomento. Questo perché se il mondo protestante ha abbandonato una visione organica del rapporto tra fede e diritto, fede e politica, agli inizi non è stato così. Riandando al XVI secolo, ai padri della Riforma, si può vedere come in loro fosse presente un’elaborata visione di questo rapporto. Il nostro sforzo è stato di tornare a queste origini, cercando di far capire come per la scienza giurisprudenziale sia necessario studiare le fonti spirituali che hanno orientato il diritto per come lo conosciamo oggi. E come per la fede sia necessario confrontarsi in modo serio con i problemi del diritto contemporaneo. Sviluppando una capacità di argomentazione che le permetta di essere una risorsa per il dibattito pubblico. Ed è quello che invita a fare il Santo Padre».

Benedetto XVI, pur senza citarlo esplicitamente, ha fatto riferimento al diritto naturale quando ha detto che «le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione». È questa il punto di mediazione e di raccordo con la laicità. E nella tradizione protestante il diritto naturale non gode di buona fama…
«Su questo punto siamo stati “ingannati” dai grandi pensatori protestanti dell’800 e ’900, in particolare Karl Barth, secondo cui i protestanti non avrebbero mai creduto nella legge naturale. Grandi e brillanti teologi, ma che hanno distorto la tradizione protestante. In realtà, se uno torna alle fonti che citavo prima – da Melantone a Lutero a Calvino – può notare in tutti una riflessione sul diritto naturale, improntata a un forte senso dell’ordine della creazione. La riscoperta di questa tradizione, per chi la compie, ha tra l’altro spesso come conseguenza un riavvicinamento al mondo cattolico».

Detto da un protestante che lavora in Georgia, in quel Sud dove l’anticattolicesimo è ben radicato, fa quasi effetto…
«L’anti-cattolicesimo negli Stati Uniti si basava sull’immagine e sulle posizioni della Chiesa pre-conciliare. Dopo il Concilio, gradatamente, molti pregiudizi sono scomparsi. Ad aiutare questo processo, attualmente, c’è poi un ritorno di interesse per la patristica, latina e greca, da sant’Agostino a san Giovanni Crisostomo. E chi legge questi Padri della Chiesa tra l’altro, soprattutto Agostino, capisce l’importanza che aveva per loro il diritto naturale. Tutto questo costituisce un’opportunità per un ecumenismo oggi quanto mai necessario: di fronte a una civilizzazione che si fa sempre più ostile ai cristiani in quanto tali, è necessario che costoro mettano in secondo piano le divisioni e prima di tutto riscoprano il loro far parte dello stesso corpo di Cristo, in secondo luogo trovino una sorta di alleanza per difendere la propria fede e i propri valori».

Lei sottolinea con forza il contributo della religione e del cristianesimo particolarmente alla democrazia. Condivide il famoso «ditkum» del giurista tedesco Ernst- Wolfgang Böckenförde, quello secondo cui «lo Stato liberale, secolarizzato vive di presupposti normativi che non può garantire»?
«Per dirla in estrema sintesi: sì. Il moderno liberalismo vive effettivamente di postulati teologici formulati da cattolici e protestanti nei secoli. Molti dei fondamenti delle istituzioni democratiche – dall’ordine costituzionale, al ruolo della legge, ai diritti dell’individuo, eccetera – si reggono su un substrato teologico. I diritti umani si reggono su un’ontologia dell’uomo, da cui deriva la sua dignità. L’individuo è sovrano e di conseguenza il popolo è sovrano perché riflette la sovranità di Dio».

Omosessualità mai moralmente giustificabile

Dopo quella sui preservativi anche questa riflessione del Papa farà discutere, e non poco. Ma anche in questo caso il Papa non fa che ribadire posizioni che la Chiesa conferma fin dalla Parola originante del Cristo. Stiamo parlando di quanto ha detto Benedetto XVI a proposito dell’omosessualità nel libro-intervista “Luce del mondo” del giornalista tedesco Peter Seewald. L’omosessualità è “una grande prova” di fronte alla quale una persona può trovarsi, “così come una persona può dovere sopportare altre prove”. Ma “non per questo diviene moralmente giusta”. Nel capitolo 14 del libro si legge: “Se qualcuno presenta delle tendenza omosessuali profondamente radicate – ed oggi ancora non si sa se sono effettivamente congenite oppure se nascano invece con la prima fanciullezza – se in ogni caso queste tendenze hanno un certo potere su quella data persona, allora questa è per lui una grande prova, così come una persona può dovere sopportare altre prove”.

Benedetto XVI sottolinea che gli omosessuali vanno rispettati come persone che “non devono essere discriminate perché presentano quelle tendenze. Il rispetto per la persona è assolutamente fondamentale e decisivo. E tuttavia – osserva il Papa – il senso profondo della sessualità è un altro. Si potrebbe dire, volendosi esprimere in questi termini, che l’evoluzione ha generato la sessualità al fine della riproduzione”. “Si tratta – prosegue più oltre Benedetto XVI – della profonda verità di ciò che la sessualità significa nella struttura dell’essere umano”.

Parlando poi della l’omosessualità come di “una grande prova” che una persona può trovarsi a sopportare, il Papa rimarca che “non per questo l’omosessualità diviene moralmente giusta, bensì rimane qualcosa che è contro la natura di quello che Dio ha originariamente voluto”.

Benedetto XVI pellegrino a Santiago de Compostela

Andare in pellegrinaggio non è semplicemente visitare un luogo qualsiasi per ammirare i suoi tesori di natura, arte o storia. Andare in pellegrinaggio significa, piuttosto, uscire da noi stessi per andare incontro a Dio là dove Egli si è manifestato, là dove la grazia divina si è mostrata con particolare splendore e ha prodotto abbondanti frutti di conversione e santità tra i credenti. I cristiani andarono in pellegrinaggio, anzitutto, nei luoghi legati alla passione, morte e resurrezione del Signore, in Terra Santa. Poi a Roma, città del martirio di Pietro e Paolo, e anche a Compostela, che, unita alla memoria di san Giacomo, ha accolto pellegrini di tutto il mondo, desiderosi di rafforzare il loro spirito con la testimonianza di fede e amore dell’Apostolo.

In questo Anno Santo Compostelano, come Successore di Pietro, ho voluto anch’io venire in pellegrinaggio alla Casa del “Señor Santiago” [san Giacomo ndt.], che si appresta a celebrare l’anniversario degli ottocento anni dalla sua consacrazione, per confermare la vostra fede e ravvivare la vostra speranza, e per affidare all’intercessione dell’Apostolo i vostri aneliti, fatiche e opere per il Vangelo. Nell’abbracciare la sua venerata immagine, ho pregato anche per tutti i figli della Chiesa, che ha la sua origine nel mistero di comunione che è Dio. Mediante la fede, siamo introdotti nel mistero di amore che è la Santissima Trinità. Siamo, in un certo modo, abbracciati da Dio, trasformati dal suo amore. La Chiesa è questo abbraccio di Dio nel quale gli uomini imparano anche ad abbracciare i propri fratelli, scoprendo in essi l’immagine e somiglianza divina, che costituisce la verità più profonda del loro essere, e che è origine della vera libertà.

Tra verità e libertà vi è una relazione stretta e necessaria. La ricerca onesta della verità, l’aspirazione ad essa, è la condizione per un’autentica libertà. Non si può vivere l’una senza l’altra. La Chiesa, che desidera servire con tutte le sue forze la persona umana e la sua dignità, è al servizio di entrambe, della verità e della libertà. Non può rinunciare ad esse, perché è in gioco l’essere umano, perché la spinge l’amore all’uomo, “il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa” (Gaudium et spes, 24), e perché senza tale aspirazione alla verità, alla giustizia e alla libertà, l’uomo si perderebbe esso stesso.

Permettetemi che da Compostela, cuore spirituale della Galizia e, allo stesso tempo, scuola di universalità senza confini, esorti tutti i fedeli di questa cara Arcidiocesi, e tutti quelli della Chiesa in Spagna, a vivere illuminati dalla verità di Cristo, professando la fede con gioia, coerenza e semplicità, in casa, nel lavoro e nell’impegno come cittadini.

Che la gioia di sentirvi figli amati di Dio vi spinga anche ad una amore sempre più profondo per la Chiesa, collaborando con essa nella sua opera di portare Cristo a tutti gli uomini. Pregate il Padrone della messe, perché molti giovani si consacrino a questa missione nel ministero sacerdotale e nella vita consacrata: oggi, come sempre, vale la pena dedicarsi per tutta la vita a proporre la novità del Vangelo.

Non voglio concludere senza prima esprimere felicitazione e ringraziamento a tutti i cattolici spagnoli per la generosità con la quale sostengono tante istituzioni di carità e di promozione umana. Non stancatevi di mantenere queste opere, che apportano beneficio a tutta la società, e la cui efficacia si è manifestata in modo speciale nell’attuale crisi economica, così come in occasione delle gravi calamità naturali che hanno colpito vari Paesi.

Con questi sentimenti, prego l’Altissimo che conceda a tutta l’audacia che ebbe san Giacomo per essere testimone di Cristo Risorto, e così rimaniate fedeli nei cammini della santità e vi spendiate per la gloria di Dio e il bene dei fratelli più abbandonati.

Il Disegno buono che abbraccia la santità e la morte

Le festività di Ognissanti e dei Defunti
Le due festività cristiane, quella di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti dei primi giorni di novembre, presentano un contenuto antropologico spesso vissuto intensamente a livello personale e collettivo, a volte senza rendersene conto. Entrambe le ricorrenze hanno radici remote, la prima nel cristianesimo orientale e recepita già da papa Bonifacio IV quando, nel 609, trasforma il Pantheon, dedicato agli dei dell’Olimpo, e consacra la nuova chiesa in onore della Vergine e tutti i Santi. Ma la festività universalizza la svolta storica e spirituale che il cristianesimo aveva realizzato sin dagli inizi nei confronti delle mitologie pagane.

La visione beatifica, riservata a coloro che fanno la volontà del Padre, irrompe nella storia del pensiero e cancella la mestizia e la malinconia dell’oltretomba pagano. Chi conclude la propria esistenza camminando sulle vie del Signore non è più una pallida ombra dell’Ade, destinata a peregrinare in territori sconosciuti e tristi, fin quasi a far rimpiangere la terra, ma realizza il compimento dell’essere ricongiungendosi con il Dio creatore e la visione beatifica che non avrà fine. In questo modo l’uomo si riempie di speranza, sente dentro di sé una nuova spinta ad agire bene perché così facendo pone le basi per il proprio destino eterno, e secondo le parole di Teilhard de Chardin ciascuno di noi costruisce la propria anima tutti i giorni nel corso dell’esistenza terrena.

Movendo dalle radici ebraiche, il cristianesimo porta in cielo le anime dei giusti, e la santità, come esercizio sommo delle virtù cristiane, testimonia nel tempo la possibilità di realizzare la “vita buona” annunciata dal Vangelo, e raggiungere la meta celeste promessa dalle Scritture. L’evento cristiano nella sua totalità sta a dimostrare che la santità è possibile, e riflette una delle più alte motivazioni dell’homo faber che è si è fatto costruttore di storia, di spiritualità, di traguardi umani ed etici in ogni campo della conoscenza e dell’azione.

Anche la ricorrenza dei defunti ha origini orientali, ma si è concretizzata soprattutto per merito dell’Abbazia di Cluny, protagonista della rinascita cristiana tra il IX e il X secolo, e che si era quasi “specializzata” nella preghiera e nella liturgia a favore dei familiari dei fedeli, che erano scomparsi. È Odilone, quinto abate di Cluny, che istituisce nel 988 la preghiera per tutti i defunti, aprendo la strada al successivo riconoscimento della Chiesa di una ricorrenza che stabilisce un rapporto intenso tra i cristiani viventi e quanti hanno superato la soglia dell’aldilà. La commemorazione dei defunti è, per se stessa, intrisa di una umanità densa che mischia il dolore alla memoria, il ricordo personale e familiare alla speranza di un ricongiungimento che ha radice nell’intimo della coscienza anche se non sa esprimersi in modo compiuto. Rispetto alle religioni naturali e alle tante consuetudini di memoria sparse nel mondo e in ogni cultura, il cristianesimo opera una delle più grandi trasformazioni spirituali e antropologiche, e trasfigura la morte impedendole di annientare l’uomo. Per i cristiani, l’esperienza della morte non cancella il dolore, ma lo sublima in un cammino fatto di speranza e di preghiera, tiene saldi il ricordo e il legame con coloro che ci hanno dato la vita e ci hanno preceduti, e ce li fa sentire come presenze vere che non frantumano il filo delle storie individuali e familiari, ma lo collocano a un livello più alto ed evitano il rischio che si spezzi. È difficile calcolarlo in astratto, ma gli scienziati della psiche sanno quanto queste convinzioni di fede diano forza interiore a chi crede.

Con la festa di Ognissanti e la ricorrenza dei defunti il cristianesimo conferma che l’esistenza individuale e i rapporti che si stabiliscono tra le persone non sono frutto della casualità e non periscono insieme con la fine della materialità, ma sono parte integrante di un disegno più ambizioso che merita di essere preso sul serio. Ogni volta che ricordiamo coloro che abbiamo perso pensiamo, quasi istintivamente, al significato complessivo della loro vita e delle loro opere, ci sentiamo protagonisti di un impegno decisivo per il nostro destino. Anche per questo motivo, i cristiani vivono le ricorrenze di questi giorni con un amore e una umanità di cui non v’è traccia in altre celebrazioni chiassose e senza storia che assumono sapore neo-pagano e mancano dell’afflato spirituale proprio dei sentimenti che nascono dal profondo dell’animo.
Carlo Cardia (“Avvenire”)

Ce ne vorrebbero di don Camillo

Esistono nel corso della millenaria storia del cristianesimo figure di grande rilevanza umana e religiosa, alcuni sono state persone in carne, ossa e anima, altre sono uscite dalla penna di illustri scrittori. Come non ricordare, per non andare a tempi lontani, il Curato d’Ars, considerato anche dall’attuale pontefice Benedetto XVI, un modello di vita sacerdotale, tanto che il presbitero francese è il simbolo di una vita dedicata al prossimo e alla cura delle anime in ogni loro aspetto. Un curato che era tale non per sé, non per realizzarsi, ma per essere autenticamente servizio. Non disdegnava certo la tonaca, anche in un’epoca in cui qualche sacerdote ne avrebbe fatto volentieri a meno, non si curava che di mezzi, spirituali e materiali, adeguati al fine proprio dell’uomo, che è un fine più alto dell’orizzonte terreno. Visse in un’epoca, quella del primo Ottocento, in cui si considerava spesso la religione un fatto negativo, la rivoluzione francese con il suo carico di incredulità e di ateismo era ancora attiva e si preparavano ulteriori movimenti negatori della dimensione spirituale dell’uomo, ossia il positivismo con la sua pretesa che la scienza risolva tutti i problemi e il comunismo che, considerando l’uomo solo come un essere che mangia, proiettava la vita della persona umana nella lotta sociale e nell’economia. Il curato d’Ars seppe indicare nella sua piccola parrocchia una via spirituale attenta: ogni messa, confessione, predica, penitenza erano vissute sempre con intensità e freschezza di spirito. Un esempio di cui si sente la mancanza, di fronte a liturgie inventate e frettolose, talora con qualche connotazione di esibizionismo individuale, e, ahimè, considerando la liturgia solo un culto e non un autentico modo di manifestare la fede in Dio.

Di manzoniana memoria non certo don Abbondio, curato, pensato dallo scrittore proprio nell’epoca del’attività di quello di Ars, ma fra Cristoforo, che nella fede comprende il valore dell’impegno sempre e comunque. Un fede attiva che di fronte ai soprusi sa essere tale, ma non per una missione sociale, ma per quella divina. Altri sacerdoti e religiosi sono frutto della penna ispirata dei scrittori. In Italia particolarmente uno è caro, don Camillo, parroco, frutto della fantasia e della riflessione di Giovannino Guareschi. Un presbitero che sa impegnarsi nella vita dei propri fedeli, e quando molti anche della Democrazia Cristiana, occhieggiavano, ci si ricordi di Dossetti e di qualche discorso dello stesso De Gasperi, alla sinistra comunista, don Camillo è lì a ricordare le ragioni di Dio, della Chiesa, senza paura, con attività che fanno sorridere, ma nel sorriso anche la verità. Don Camillo, che ha un rapporto speciale, che ognuno dovrebbe avere, con Gesù Cristo, desidera che il suo paesello, viva bene e non si abbandoni alle illusioni di un comunismo ateo che nega il valore della persona. Questa, come diceva la beata Ildegarda di Bingen è carne, ossa e anima. Se neghiamo, infatti l’anima, che cosa resta di un uomo, solo il suo cibo, come afferma il comunismo. Don Camillo, combatte questa ideologia, purtroppo ancor presente e attiva, e opera per la salvezza delle persone, con umanità e fede. Peppone, il sindaco comunista, che ha in testa i problemi sociali, nel momento in cui la sua vita, quella dei suoi familiari e dei suoi amministrati è in pericolo, sa dove rivolgersi, sa che nella materia non si risolve il destino dell’uomo e trova sempre vero accordo con la fede, talora magari recalcitrando, ma lo trova. Non agisce, dicendo di rispettarla, come oggi fanno molti laicisti,, e poi la combatte fin dalle aule della scuola elementare e magari nei Licei, sostenendo, in modo insipiente direbbe Anselmo d’Aosta, l’ateismo. Ecco don Camillo, il quale non disdegna la tonaca, perché sa che essa è simbolo sensibile del suo impegno e servizio nella comunità, e non si veste “alla laica”, è sempre disponibile, non in orario d’ufficio, per le persone che gli sono affidate, Egli è un modello che vorremo vedere in molti sacerdoti, che impiegano più tempo a coltivare i loro interessi, magari anche culturali, ma talora, purtroppo politicanti. Di molti don Camillo abbiamo bisogno, di sacerdoti che si impegnano, che non temono le ideologie ancora persistenti, che non si lasciano abbindolare dalle polemiche di piccola politica, ma fanno missione e vicini al popolo, sanno indicare la via del benessere umano, che è sempre un benessere spirituale, dal quale dipende anche quello della vita associata, non condizionata da falsi slogan che tutto considerano “economia”.

Italo Francesco Baldo

Il vescovo libanese: «Il Corano ordina di imporre la religione con la spada»

«Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, nè per loro nè per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i diritti umani sanciti dalle Nazioni Unite».

IL DIALOGO – Questo duro atto di accusa è stato pronunciato nell’aula del Sinodo da monsignor Raboula Antoine Beylouni, vescovo di Curia di Antiochia dei Siri (Libano). Nonostante queste difficoltà, ha però aggiunto mons. Beylouni, «non dobbiamo eliminare il dialogo ma scegliere i temi da affrontare e gli interlocutori cristiani capaci e ben formati, coraggiosi e pii, saggi e prudenti che dicano la verità con chiarezza e convinzione. Dato che il Corano ha parlato bene della Vergine Maria dobbiamo ricorrere a lei in ogni dialogo e in ogni incontro con i musulmani. Voglia Dio che la festa dell’Annunciazione, dichiarata in Libano festa nazionale per i cristiani e i musulmani, divenga festa nazionale anche negli altri paesi arabi».

IL DOCUMENTO FINALE – In proposito il presule siriaco ha suggerito che il documento finale del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente faccia riferimento alla figura della vergine Maria«, rispettata dall’Islam, come chiave del dialogo con i musulmani, per superare le difficoltà che rendono inefficaci gli incontri con i musulmani. Tra queste difficoltà l’arcivescovo ha citato anche il fatto che «il Corano inculca al musulmano l’orgoglio di possedere la sola religione vera e completa. Il musulmano fa parte della nazione privilegiata e parla la lingua di Dio, l’arabo. Per questo affronta il dialogo con questa superiorità e con la certezza della vittoria. Nel Corano, poi, non c’è uguaglianza tra uomo e donna, né nel matrimonio stesso in cui l’uomo può avere più donne e divorziare a suo piacimento, né nell’eredità in cui l’uomo ha diritto a una doppia parte, né nella testimonianza davanti ai giudici in cui la voce dell’uomo equivale a quella di due donne».

Il laicismo antistorico di Veronesi

«La religione è l’oppio dei popoli». La celeberrima, ma quanto mai obsoleta espressione di Karl Marx, che per decenni ha rappresentato la formula magica dei rituali ateistici ed antiecclesiastici del socialismo reale italiano e mondiale, sembra aver perduto, sotto il peso della storia, esattamente sotto il crollo del muro di Berlino che con sé ha sepolto i resti delle utopie totalitarie del XX secolo, la propria capacità di slancio nel trascinare i cuori delle masse per iniziarle al pensiero del materialismo storico. La storia, già da un ventennio, avrebbe dovuto ridestare il mondo dal sonno dogmatico del socialismo reale (e del germe ateistico che in esso trova un accogliente alveo), e di fatto così è stato, ma non per tutti.

Vi è qualcuno, infatti, che sembra ancora così profondamente assopito nel torpore ideologico, da apparire come un vero e proprio «sonnambulo della storia», cioè come colui che decide di ignorare pervicacemente la realtà storica e i mutamenti di quest’ultima, pur volendosi in essa aggirare con la medesima presunta disinvoltura di chi ambisse di correre bendato e al buio una gara ad ostacoli. Ad una simile tipologia potrebbero ascriversi coloro che dopo i disastri dell’Unione Sovietica, della Cina, di Cuba o della Cambogia comuniste sostenessero ancor oggi la validità del comunismo; coloro che dopo i genocidi del XX secolo, figli naturali dei regimi ateistici di destra e di sinistra, professassero la loro fede ateistica tentando perfino di porla a fondamento (grottesco) di una amorfa dimensione morale; coloro che, dopo le macabre esperienze maturate all’ombra del regime nazionalsocialista – ben prima di qualunque accanimento antisemita – contro i malati, i disabili, gli anziani, sostenessero qualunque forma di relativismo etico o l’esistenza di vite indegne di essere vissute. Tutti costoro hanno un così pessimo rapporto con il mero dato storico – senza considerare quello filosofico, etico o giuridico – quanto coloro che decidessero nel XXI secolo di fondare un movimento politico-militare in difesa di Cartagine contro le frenesie espansionistiche della Roma consolare.

Tra i «sonnambuli della storia» – ahinoi – si ritrovano anche molti volti illustri del mondo culturale italiano che, prescindendo dai propri eventuali meriti nei rispettivi campi di specifica competenza, sembrano sempre più spesso del tutto estranei alle più semplici risultanze storiche. Tra codesti intellettuali, una parte di rilievo è recitata da Umberto Veronesi che, sebbene sia senza alcun dubbio stimabile come medico, è del tutto biasimabile come storico. Il noto oncologo, infatti, lo scorso 4 febbraio, ha rilasciato una intervista in cui ha affrontato i rapporti tra fede e ragione, nella specificità di quelli che coinvolgono scienza e religione. Secondo Veronesi la religione impedisce di ragionare, mentre solo la scienza può ricercare la verità in quanto pone sempre tutto in dubbio. La problematica senz’altro affascinante è davvero articolata, ma delle osservazioni critiche possono essere mosse contro questa visione piuttosto ingenua e semplicistica.

In primo luogo: sostenere una sorta di manicheismo epistemologico che vede contrapporsi, fino allo scontro mortale, la religione e la scienza significa non aver compreso né la natura di una simile logica manicheistica e delle sue conseguenze, né il significato dell’epistemologia, né l’essenza della religione, né tanto meno quella della scienza. Questa specie di manicheismo si pone in un’ottica di aut-aut, che mette gli enti in contrasto tra loro; questa è la logica che non è connaturata all’esistenza umana, la quale, invece, per natura è coesistenza – e spesso perfino sintesi – degli opposti: è il giorno e la notte, l’uomo e la donna, il corpo e l’anima, la menzogna e la verità, l’omicidio e il sacrificio, il terreno e l’ultraterreno, me e chi è come me, me e chi è diverso da me. Se si accettasse soltanto la logica dell’aut-aut, invece di quella dell’et-et, la conseguenza non potrebbe che essere quella del conflitto, in cui il più forte domina, ed il più debole soccombe.

Per il resto sembra quanto meno paradossale questa competizione epistemologica che molti, come Veronesi, si ostinano a sostenere, in quanto già sul piano strettamente etimologico si evince il contrario, essendo la radice di epistemologia (che letteralmente significa «discorso sulla conoscenza») episteme, cioè conoscenza; episteme, infatti, condivide nel proprio intimo il concetto stesso di fede, avendo nella propria radice la medesima di pistis, che per l’appunto significa fede. L’antica saggezza greca, evidentemente, era ben consapevole che la fede è una forma di conoscenza, di ciò che non è materiale, e che la conoscenza implica, in un certo senso, una dimensione di fede; si pensi, per esemplificare quest’ultima affermazione, alla circostanza che tutti conoscono l’esistenza dei buchi neri, ma nessuno ne ha mai toccato uno, a testimonianza che non tutta la conoscenza si può basare sulla mera empiricità, e che la stessa scienza necessita di una condizione di fiducia ad essa presupposta, non fosse altro che per rendersi accessibile all’uomo comune, al quivis de populo. Del resto, si vive immersi nell’universo pur senza essere in grado di entrare in contatto fisico con esso, ma solo con una parte; simbolismo naturale di stampo socratico, si potrebbe osare, che indica quanto la verità possa essere conosciuta, ma non totalmente posseduta: labile confine tra il nichilismo e la verità, o, per utilizzare la brillante formula di Luigi Pareyson, sottile perimetro che separa il misticismo dell’ineffabile da un lato e l’ontologia dell’inesauribile dall’altro.

Brevemente sull’essenza della scienza e della religione. La scienza, soprattutto quella delineatasi dal periodo positivista in poi, cioè a grandi linee dal XIX secolo, disancorata dalla sua origine filosofica e teologica, ha finito per specializzarsi sempre più, fino a diventare la risposta ad un’unica domanda, cioè il «come» delle cose. Come funziona il sole? Come si verifica una combustione? Come evapora l’acqua? Come guarisce il corpo umano? Come nasce una stella? La religione, invece, rappresenta la risposta ad una domanda del tutto diversa, cioè il «perché». Infatti, se anche avessimo tutte le risposte sull’universo, cominciando da come esso sia nato – fino ad ora sono solo ipotesi più o meno sostenute da qualche sparuto e sempre ricorretto dato osservativo – non ci si potrebbe esimere dal chiedersi il perché esso esista, cioè perché c’è questa vita, questo essere, questo albero, questo mio vicino di casa al posto del nulla. Qui la scienza non può che arrestarsi, subentrando la religione. Le due, quindi, possono coesistere, anzi, in un’ottica veramente aperta ed intelligente, devono coesistere, in quanto sono risposte diverse a domande diverse. Come la madre che dapprima chiedesse al figlio «perché esci?» («Per andare a scuola»), per chiedere poi «come?» («Con l’autobus»).

In secondo luogo: la religione, storicamente, non solo non è stata un ostacolo – diversamente da quanto sostiene Veronesi – ma addirittura ha rappresentato spesso la musa ispiratrice dei più fervidi geni dell’umanità. Nell’ambito umanistico sia sufficiente ricordare Dante, Jacopone da Todi, Manzoni, Michelangelo, Raffaello, Beato Angelico, Vivaldi, Mozart. Nell’ambito scientifico non si è da meno, del resto: il teatino Padre Giuseppe Piazzi (lo scopritore del primo asteroide, Cerere), il sacerdote cattolico Pierre Gassendi (che per primo osservò e spiegò il fenomeno delle aurore polari), il genetista cattolico Jerome Lejeune (scopritore dei motivi genetici della sindrome di Down), il matematico Ennio de Giorgi (uno dei padri della matematica italiana del XX secolo), il cattolico Enrico Medi (uno dei padri della fisica italiana del XX secolo), il gesuita Angelo Secchi (primo fondatore della spettroscopia astronomica), e anche nomi più altisonanti come Max Planck, Copernico, Keplero, e lo stesso Galileo Galilei.

Ritenere dunque che i credenti siano afflitti da una sorta di menomazione mentale significa non avere contezza del dato filosofico e storico. Del resto, forse è per questo che Veronesi è un oncologo e non uno storico. Peccato, dunque, che Veronesi e quanti come lui conoscano a menadito i meandri più reconditi (il «come») del corpo umano, ingabbiati in un pregiudizio materialistico ed in una ideologia empiristica, ignorino del tutto le profondità vertiginose (il «perché») dello spirito umano.

Sembra allora doversi concludere con le parole di una delle più grandi menti della letteratura europea, Francois Renè de Chateaubriand, che, nel suo Il genio del cristianesimo, ebbe laconicamente e magistralmente a precisare una incontestabile verità: «Senza religione si può avere intelligenza, ma è difficile avere genialità».

«Sui cristiani discriminati un silenzio che assorda»

Diritti umani, libertà religiosa, proclami e documenti da un lato. Sempre più numerose violazioni di questi diritti dall’altro. Nell’Europa del “dopo-Muro” si vive una sorta di schizofrenia. E a farne le spese sono molto spesso i cristiani, discriminati a motivo della loro fede. Incredibile? No, affatto. E la casistica parla chiaro. Al punto che il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) ha istituito un «Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europea», al fine di documentare un fenomeno purtroppo in aumento. «Le segnalazioni – conferma padre Duarte Da Cunha, 42 anni, portoghese, segretario generale del Ccee – sono aumentate in maniera esponenziale negli ultimi anni. E proprio per questo abbiamo deciso di studiare meglio sia i singoli casi, sia l’andamento generale».

Quali sono i casi più frequenti?
C’è di tutto. Dalle discriminazioni sul luogo di lavoro o nell’acquisizione di cariche pubbliche ad episodi di intolleranza, e talvolta anche violenza, verso istituzioni e aggregazioni cristiane. Da espressioni offensive verso la fede a vere e proprie profanazioni. Mi ha colpito, qualche tempo fa, il caso di una radio ungherese che mandava in onda un messaggio del genere: «Due sono oggi i pericoli per la gioventù, la pornografia e la Chiesa cattolica. Dunque i cristiani devono essere estromessi da compiti educativi». Un accostamento e una conclusione che si commentano da soli.

Sono stati segnalati casi di discriminazioni che derivano da direttive delle Istituzioni Ue o da leggi dei singoli parlamenti nazionali?
L’Osservatorio servirà, anche a registrare questi casi, nel momento in cui si verifichino. Anche se devo precisare che non è uno strumento politico per cercare di influire nella formazione delle leggi a livello comunitario o degli Stati. Sarà piuttosto una struttura per registrare le denunce di violazione da parte di singoli e di gruppi. E per verificarle. In altri termini il fine non è quello di creare tensioni, ma di difendere quanti soffrono qualche sorta di discriminazione, facendo appello ai valori e ai diritti umani comunemente accettati da tutte le società.

Come funzionerà in concreto l’Osservatorio?
Il Ccee ha deciso di sostenere il lavoro dell’«Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa» realizzato dall’agenzia austriaca «Kairòs Consulting». C’è un vescovo nominato dalla presidenza del nostro Consiglio, monsignor Andràs Veres, ungherese, che coordinerà il progetto, ma tutte le Conferenze episcopali del continente sono invitate a informare l’Osservatorio sui casi che si verificano nel proprio Paese. E anche i singoli cittadini possono farlo, consultando il sito www.intoleranceagainstchristians.eu.

Ma secondo lei una vicenda come quella del crocifisso nelle scuole potrebbe rientrare tra le discriminazioni?
Diciamo che è il classico caso in cui la pretesa non discriminazione di uno o di pochi soggetti, finisce per diventare una discriminazione del diritto alla espressione delle idee religiose da parte di tutti gli altri. Dietro a questa mentalità c’è il tentativo laicista di ridurre la religione, e in primis il cristianesimo, a fatto privato senza alcuna rilevanza pubblica. Ma questo apre la strada a forme subdole di totalitarismo.

Non a caso il Papa parla sempre più spesso di «dittatura del relativismo».
Esattamente. E nel viaggio di 15 giorni fa in Gran Bretagna ha detto anche di più: e cioè che oggi le persecuzioni per i cristiani non sono solo quelle fisiche, ma l’essere ridicolizzati e marginalizzati. La sfida del relativismo, con la sua pretesa di eliminare ogni certezza di verità, è radicale. E può anche sfociare in ostilità aperta contro il cristianesimo e i cristiani. L’Osservatorio servirà anche a documentare questi casi, cosicché non ci abituiamo a situazioni che costituiscono vere e proprie forme di discriminazione e rischiano di degenerare in autentico odio.

(Mimmo Muolo su “Avvenire”)