Il federalismo secondo Gianfranco Miglio

Quali sono per Gianfranco Miglio i fondamenti di un vero regime federale? Nell’introduzione al volume Federalismi falsi e degenerati (Milano, Sperling&Kupfer 1997), Miglio elencava con grande chiarezza i pilastri su cui deve poggiare un regime fondato su un patto costituzionale in grado di salvaguardare e conciliare l’irriducibile diversità dei territori. Le vere Costituzioni federali sono quelle in cui:

a) il federalismo è interno al sistema politico e ne costituisce l’asse portante.

In tutti i sedicenti sistemi “federali” (Germania, Stati Uniti) o quasi “federali” è la prima Camera a rivestire un ruolo politico decisivo nella legislazione e – nei regimi parlamentari – a controllare il governo dandogli o togliendogli la fiducia. La Camera dei rappresentanti statunitense, il Bundestag tedesco sono collegi in cui dominano i grandi partiti “nazionali”, in cui i parlamentari sono eletti direttamente dal “popolo sovrano”. Quelli per Miglio erano falsi sistemi federali perché il federalismo tende ad essere confinato in una seconda camera (Bundesrat in Germania, Senato negli Stati Uniti) che ha uno scarso potere di controllo nei confronti del governo centrale. Se il federalismo deve essere l’asse portante del sistema, questo significa che per Miglio la Camera politica, quella in grado di controllare il governo federale deve essere l’assemblea in cui siedono i rappresentanti delle maggiori Comunità territoriali in cui si articola la Federazione. Nel modello costituzionale di Miglio l’Assemblea federale sarebbe formata dalla riunione periodica delle Diete (Parlamenti) delle tre Repubbliche i cui membri verrebbero eletti dalle rispettive popolazioni: 100 deputati dalla Padania, 100 dal Centro Italia, 100 dal Mezzogiorno. A questi 300 deputati si aggiungono i delegati dei Consigli delle 5 Regioni a Statuto speciale: 15 deputati siciliani, 10 sardi, 10 friulani, 6 dal Trentino Alto Adige/Sud Tirolo, 5 dalla Valle d’Aosta. In tutto 346 deputati con un taglio di 284 parlamentari rispetto ai 630 del nostro ordinamento.

b) i poteri di governo e amministrazione sono distribuiti (e costituzionalmente garantiti) su almeno due livelli territoriali: Cantoni e Federazione.

La netta separazione di funzioni tra potere centrale e poteri locali era basilare per Miglio. Questo non accade nei falsi federalismi che si sono accennati. Ad esempio la Costituzione tedesca, quantunque stabilisca una separazione di funzioni tra Bund e Länder, non è stata in grado di evitare il netto prevalere dello Stato centrale nella legislazione e – in diversi casi – nella stessa amministrazione, un intervento reso necessario in Germania per assicurare su tutto il territorio i livelli di prestazioni pubbliche dello Stato sociale. Ma lo Stato sociale, scriveva Miglio, “è un sottoprodotto dello Stato unitario e centralizzato di grandi dimensioni” perchè legato a governi che dispongono di ingenti risorse finanziarie. “La falsa idea di trovarsi davanti ‘un corno dell’abbondanza’ di cui non si vede mai la fine, è infatti il fondamento delle politiche di scambio di favori e privilegi, contro sicurezza elettorale e permanenza della classe politica al potere”.

In Germania la revisione costituzionale del 1969 ha fissato i Gemeinschaftsaufgaben, i compiti comuni che, soprattutto in materia finanziaria, hanno finito per amputare l’autonomia dei territori facendo saltare l’originaria coerenza dell’ordinamento tedesco basato sulla divisione di competenze tra Bund e Länder. Una realtà ben presente a Miglio che scriveva: “Se l’equilibrio fra gli almeno due livelli di potere non è solidamente garantito – anche e soprattutto nei confronti degli Stati o Cantoni – è fatale che chi detiene il potere centrale (federale) tenda ad allargarlo fino ad assorbire le prerogative dell’altro livello o a ridurlo a un significato puramente formale. Così deperiscono (e muoiono) le Costituzioni federali. Il maggior problema tecnico di queste ultime è rappresentato dalla necessità di stabilire espedienti i quali rendano molto difficile ai cittadini degli Stati o Cantoni di rinunciare alle loro prerogative. Perciò il miglior presidio di un ordinamento federale sta nella determinazione con cui il popolo è deciso a resistere contro le intimidazioni e, soprattutto, le suasioni dell’autorità centrale” (Federalismi falsi e degenerati, pp.XIV-XV).

c) I Cantoni hanno dimensioni tali da poter assolvere la parte principale dell’attività governamentale, resistendo altresì all’eventuale potere di assorbimento dell’autorità federale.

Le tre macroregioni (Nord, Centro, Sud) fissate dal professore nel Decalogo di Assago presentato nel dicembre 1993 sono individuate in base a criteri etno-linguistici, geo-economici e soprattutto funzionali. Miglio era convinto che non si potesse costruire un vero ordinamento federale partendo dalle venti Regioni attuali. Nel Modello di Costituzione federale per gli italiani scriveva: “Se si creasse una Federazione fra le 20 attuali Regioni, alcune di queste (le più grandi e forti) prenderebbero il volo, e controbilancerebbero validamente l’autorità federale; mentre le più piccole e più deboli, incapaci di assolvere i compiti loro attribuiti, si getterebbero tra le braccia proprio dei poteri federali. Il risultato finale sarebbe quello di una Repubblica squilibrata e dilacerata, e di una restaurazione a furor di popolo del governo centralizzato”. Previsione a un passo dal verificarsi se si pensa alle riforme costituzionali elaborate dal centro-destra (Lega Nord inclusa) e dal centro-sinistra.

d) Tutte le regole che disciplinano il funzionamento del sistema sono ispirate al principio del contratto (negoziato) e della maggioranza qualificata.

Il principio della maggioranza semplice, in una repubblica federale in cui vivono popolazioni diverse per storia, costumi, tradizioni, è una violenza intollerabile perché attenta i diritti delle minoranze. Nel volumeFederalismo e Secessione (Milano, Mondadori 1997, pp.118-122) il professore rivolgeva una critica radicale al principio di maggioranza: “Cosa ha di più saggio la metà più uno degli uomini? Come si può accettare un criterio tanto rozzo, fondato in definitiva su quell’uno, cioé su di un numero talvolta piccolissimo, in una divisione del mondo nella quale da una parte vi è la metà, che soccombe, e dall’altra la metà più uno che vince? Quell’uno finisce per diventare l’arbitro, il signore della Comunità”. Il principio del contratto, tipico del diritto privato – in base al quale i territori decidono su un piano di parità, sforzandosi di convincere le controparti per raggiungere una mediazione che possa garantire le ragioni di ciascuno – è cosa ben diversa dalla legge o dal regolamento approvato a maggioranza semplice. Ogni atto giuridico dovrebbe essere il prodotto di un negoziato tra le parti. Questo spiega per quale motivo, nel modello di costituzione federale redatto da Miglio il governo è non solo direttoriale – composto dai governatori delle maggiori Comunità in cui si compone la Federazione – ma esercita le sue funzioni secondo la regola della maggioranza qualificata. “Stabilirei come regola generale la maggioranza dei due terzi e, nel caso in cui non si raggiunga, richiederei il sorteggio. Si presuppone che una scelta condivisa da una larga maggioranza sia ‘più vera’ di quella condivisa soltanto da una minoranza, perché se riduciamo la minoranza ad un terzo o ad un quarto è evidente che esiste una qualche giustificazione al fatto che l’opinione dei pochi, eventualmente dei pochissimi, sia messa da parte” (Federalismo e Secessione, pag122). Il professore proponeva addirittura che il Direttorio federale approvasse all’unanimità materie cruciali quali l’introduzione di nuovi tributi a livello federale, il sostegno economico alle aree svantaggiatate, la legge di bilancio. Il ridotto numero dei membri che compongono il Direttorio (nel suo progetto non più di cinque o sei persone) renderebbe assai facile il raggiungimento dell’accordo in tempi certi e ridotti. Il professore aveva infatti abbozzato una regola d’oro che nel suo modello era in grado di garantire la governabilità: egli lasciava al Direttorio federale otto giorni di tempo per approvare un provvedimento, un Regolamento o un Decreto oggetto di controversie, al termine dei quali sarebbe scattata la “procedura di emergenza”: se entro una settimana il governo non fosse pervenuto a una decisione, i membri sarebbero decaduti dall’incarico e non avrebbero potuto ripresentarsi agli elettori per due legislature. “La minaccia efficace di togliere ai politici la poltrona su cui siedono – diceva nel presentare il suo modello – è un ottimo strumento per farli andare d’accordo nell’interesse del Paese!”.

e) La Costituzione contiene procedure che rendano sempre certa e rapida la decisione degli affari di governo: per esempio la presenza di un Presidente coordinatore del Direttorio, eletto da tutti i cittadini della Federazione.

Qui Miglio mostrava di accettare il presidenzialismo: pensava a un Presidente federale eletto direttamente dai cittadini, erede in parte delle funzioni esercitate oggi dal Capo dello Stato e dal Presidente del Consiglio. Il Presidente federale avrebbe nominato i ministri, che per entrare in carica avrebbero dovuto godere della fiducia del Direttorio. Il Presidente federale dovrebbe essere “ingabbiato” nel Direttorio. E’ precisamente quest’ultimo il vero e unico governo della Confederazione: composto, oltre che dal Presidente federale, dai Governatori dei tre Cantoni (eletti direttamente dalle rispettive popolazioni) e da un Presidente (a turno annuale) di Regione a Statuto Speciale.

f) La struttura fiscale, coordinata dal Direttorio federale, poggia su due livelli: municipale e cantonale”. Come si vede, un principio completamente estraneo al “federalismo fiscale” italiano, che assegna allo Stato centrale la completa gestione delle imposte (dirette e indirette).

E il creativo pigro e blasfemo s’inventò il bacio tra Papa e Imam

Si chiama guerrilla marketing e, in genere, vi ricorre chi vuole promuovere un prodotto o un’idea ma non possiede i soldi per farlo con i mezzi tradizionali. Due azioni eclatanti di mordi-e-fuggi da guerriglieri pubblicitari sono state perpetrate ieri mattina in Italia. Alcuni militanti dell’azienda, costretta a mezzi estremi per acquisire una visibilità altrimenti negata, hanno srotolato due enormi manifesti con i fotomontaggi di un appassionato bacio omosessuale tra personaggi famosi: Obama e Hu Jintao, presidenti americano e cinese, davanti alla Borsa e al Duomo a Milano; Benedetto XVI, Pontefice della Chiesa cattolica, e Ahmed Mohamed el-Tayeb, imam della moschea di Al-Azhar al Cairo (considerato da molti la più importante autorità religiosa dei sunniti), a due passi da Castel Sant’Angelo. È annunciato anche il bacio tra Netanyahu e Abbas, primo ministro isareliano e presidente palestinese: l’attesa è spasmodica.

E l’azienda guerrigliera, povera ma creativa e combattiva, costretta a mezzi estremi per rendersi visibile? È Benetton. Quell’azienda che ieri all’Eliseo il presidente Sarkozy ha insignito, nella persona del suo storico “capitano” Gilberto Benetton, dell’onorificenza di Cavaliere della Legione d’Onore. Quella che ieri, sempre a Parigi, ha presentato la Campagna universale ‘Unhate’ (contro l’odio) con proclami da comicità involontaria: «Abbiamo deciso di dare visibilità mondiale a un’idea alta di tolleranza, per invitare i cittadini di tutti i Paesi a riflettere su come l’odio nasca soprattutto dalla paura dell’altro e di ciò che non si conosce». Proprio così. I cervelloni benettoniani non conoscono. Non sanno. Il Papa non odia proprio nessuno e abbiamo la sensazione che un collega musulmano potrebbe scrivere lo stesso dell’imam egiziano. I benettoniani, tutti presi dalla loro compiaciuta frenesia creativa, ignorano che pochi giorni fa ad Assisi il Papa cattolico ha convocato capi di tutte le religioni, musulmani compresi, e anche autorevoli non credenti, per un pellegrinaggio verso la verità e la pace: l’esatto contrario dell’odio. I benettoniani ignorano la sensibilità dei credenti, moltissimi dei quali si sono sentiti profondamente offesi dalla provocazione gratuita, in cui non hanno visto un messaggio di amore, ma di odio nei confronti della loro fede. Credenti cattolici – bastava navigare ieri nel web per trovare dozzine di appelli al boicottaggio dei prodotti Benetton – e, ne siamo sicuri, credenti musulmani. L’atto blasfemo è dunque grave. Non a caso ieri sera il portavoce della Sala Stampa Vaticana, padre Lombardi, informava che “la Segreteria di Stato sta vagliando i passi da fare presso le autorità competenti per garantire una giusta tutela del rispetto della figura del Santo Padre”.

Poiché non è la prima volta che l’immagine del Papa viene irrisa o utilizzata per far denaro, conosciamo l’obiezione: nessuna censura, nessun limite alla satira, nessun laccio alla libertà d’espressione. Davvero? Pochi giorni fa era sempre il popolo del web a insorgere contro Luciana Littizzetto, e Fabio Fazio che l’ha lasciata fare, per una infelice battuta sugli alluvionati liguri (‘È come se uno a Natale avesse fatto il presepe dentro al water e si lamentasse se qualcuno tira l’acqua’: i familiari dei morti avranno riso?). Non essendoci la religione, e tanto meno il Papa, di mezzo, nessuno ha gridato alla censura liberticida. Il problema è davvero il solito e sta nel senso del limite e del sacro o, se si preferisce, nel buon gusto e nel rispetto dei sentimenti altrui. Buon gusto e rispetto o li hai o non li hai. In questa occasione, Benetton non li ha avuti, anzi ha dichiarato guerra – una guerra cialtrona – al buon gusto e al rispetto.

Provocare è arte raffinata che richiede la delicatezza e la sensibilità del bisturi da chirurgo, non la mannaia del macellaio. In passato, Benetton ha saputo usare il bisturi, a volte; ma è spesso scivolata nella bassa macelleria. Come oggi. Pasticciare con i simboli e i sentimenti religiosi è sintomo non di creatività ma di grossolana pigrizia dell’intelligenza.

Devono averci pensato, i Benetton, pur a frittata ormai fatta, se nella tarda serata di ieri un «portavoce» del gruppo comunicava l’intenzione di «ritirare l’immagine», ormai disseminata sul web. Oggi, se ne sono capaci, porgano le loro scuse.

(Umberto Folena su “Avvenire”)

Un’alunna è musulmana Il quadro della Madonna sparisce dai muri dell’aula

Niente preghiere in aula. Niente festività religiose. Niente quadri della madonna in aula. La stretta laica arriva anche all’istituto Andrea Sole di Borgo Molara, nel palermitano.

A causare l’eliminazione di ogni simbolo religioso dalla scuola materna ed elementare di Palermo le rimostranze di una famiglia musulmana, preoccupata che la figlia potesse essere discriminata religiosamente dalla presenza dei simboli cristiani nell’istituto. Una decisione che per accontentare una singola famiglia, scontenta di fatto tutti gli altri genitori della scuola, che oppongono alla decisione sostanzialmente la stessa motivazione. Non è giusto discriminare nessuna posizione religiosa. Sia essa islamica o cristiana. Passi l’abolizione delle preghiere all’inizio delle lezioni, forse eccessive, ma la rimozione del quadro della vergine dai muri dell’istituto, decisa dalla dirigente del plesso scolastico, si scontra con le idee dei genitori che commentano il fatto e fanno presente che i loro figli hanno diritto a mantenere l’identità religiosa e culturale con la quale sono cresciuti.

Dal canto suo la preside, a capo di di una direzione didattica che comprende 5 plessi, e quindi un migliaio di alunni, spiega che “la mamma della bambina musulmana ha soltanto rivendicato il diritto di non aver impartiti insegnamenti cattolici. Sono garante di un’istituzione che deve vedere tutti egualmente rappresentati. Avevo persino pensato di realizzare un angolo interreligioso”.

Nessun problema, almeno in questo caso, è stato avanzato invece per la presenza in aula del crocifisso, anche perché, spiega sempre la dirigente scolastica, “ci sono sentenze europee che lo consentono” e dell’albero di Natale.

E anche la richiesta di togliere l’immagine della Madonna dalla classe desta non pochi dubbi, dato che Maria, nonostante non sia considerata madre di Dio nella religione musulmana, è comunque venerata per la sua verginità e come madre di un profeta. Il Corano infatti le dedica la XIX sura.

La crisi demografica italiana: un lento suicidio

In Italia nascono ogni anno tra 500 e 600 mila bambini (561.944 nel 2010, secondo l’Istat), 150mila in meno di quanto sarebbe necessario “solo per garantire” nel tempo “l’attuale dimensione demografica”, mentre la fecondità” si è attestata attorno alla media di 1,4 figli per donna”. Urge dunque “far entrare nell’intero corpo sociale la consapevolezza della sfida demografica con cui l’Italia deve inevitabilmente misurarsi”. Il cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato Cei per il Progetto Culturale, spiega così l’iniziativa di un “Rapporto-proposta” sul tema del calo delle nascite in Italia, al quale hanno lavorato, afferma il porporato, “alcuni dei maggiori demografi italiani di varie matrici culturali insieme a studiosi di altre discipline”.

“Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia”: questo il titolo del volume edito da Laterza, presentato nel pomeriggio a Roma presso la sede dell’editore (in via di Villa Sacchetti 17) dallo stesso Ruini con il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e suo successore quale presidente della Cei, insieme ai professori Giancarlo Blangiardo, Francesco D’Agostino e Antonio Golini. Il Rapporto Cei si articola in tre parti: la prima è orientata a fornire una oggettiva lettura del cambiamento, attraverso l’analisi della dinamica dei fenomeni demografici e delle trasformazioni strutturali della popolazione e delle famiglie; la seconda si spinge alla riflessione sulle sue cause e sulle relative conseguenze di ordine economico e socio-culturale; la terza apre la via al difficile terreno delle proposte e affronta la questione del governo del cambiamento demografico.

Lo scopo dell’iniziativa è quello di offrire “elementi di consapevolezza e spunti di riflessione per mantenere vivo il dibattito” sulla crisi demografica che sta segnando il nostro Paese, “con l’auspicio” di vedere finalmente tradotte in fatti concreti le “iniziative di contrasto ai risvolti negativi delle tendenze in atto che da tanto, forse troppo, tempo vengono inutilmente richieste”. Il volume presenta dati e analisi delle trasformazioni sociali degli ultimi anni, riflessioni, sfide e proposte; sottolinea il ruolo centrale della famiglia e, soprattutto, la necessità di “una maggiore consapevolezza” del “profondo significato simbolico-culturale collegato alla messa al mondo dei figli. Ogni bambino che nasce – afferma il testo – è infatti un segno di speranza, di fiducia nei riguardi del mondo e della vita”.

BAGNASCO: STIAMO ANDANDO VERSO UN LENTO SUICIDIO DEMOGRAFICO
Il cardinale Angelo Bagnasco è intervenuto questo pomeriggio a Roma alla presentazione del secondo rapporto-proposta sul cambiamento demografico. “Stiamo andando verso un lento suicidio demografico – ha detto Bagnasco – il presente rapporto-proposta, per il quale desidero ringraziare sentitamente il comitato per il progetto culturale della Chiesa italiana e segnatamente il suo instancabile presidente, il cardinale Camillo Ruini, offre molteplici dati che confermano questa ipotesi, tentando una interpretazione non emotiva e tantomeno ideologica, ma aderente alla realtà. Soprattutto aiuta ad andare oltre la semplice analisi dei dati perché disegna una cornice interpretativa del fenomeno del ‘cambiamento demografico’, che chiama in causa la nostra società ed è destinato a segnare profondamente il nostro Paese”.

Bagnasco: è urgente la questione morale

“C’è bisogno di una grande conversione culturale e sociale, e coloro che hanno particolari responsabilità rispetto alla vita pubblica, in qualunque forma e a qualunque livello, ma anche quanti hanno poteri e interessi economici, ne hanno il dovere impellente più degli altri, sapendo che, attraverso il loro operare, propongono modelli culturali destinati a diventare dominanti. Anche per questa ragione la questione morale in politica, come in tutti gli altri ambiti del vivere pubblico e privato, è grave e urgente, e non riguarda solo le persone ma anche le strutture e gli ordinamenti”.

Sono le parole pronunciate stamani dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, durante la messa celebrata in occasione della festa della Madonna della Guardia. “Nessuno può negare l’impegno generoso e la rettitudine limpida di molti che operano nel mondo della politica e della pubblica amministrazione, dell’economia, della finanza e dell’impresa; a loro va rinnovata stima e fiducia” ha proseguito il cardinale. “Ciò non di meno, la questione riguarda tutti come un problema non solo politico, ma culturale ed educativo. Non si tratta in primo luogo di fare diversamente, ma di pensare diversamente, in modo più vero e nobile se si vuole purificare l’aria, e i nostri giovani non siano avvelenati nello spirito. So bene che il compito è arduo perchè si tratta di intaccare consuetudini e interessi vetusti – ha ribadito il card. Bagnasco -, stili e prassi lontani dall’essenziale e dalla trasparenza, dal sacrificio e dal dovere, ma è possibile perchè la gente lo chiede e perchè è giusto”.

Da qui l’appello a quanti hanno responsabilità in ogni campo ed a tutti i livelli. “Chi ha responsabilità pubbliche oggi e domani – ha affermato il cardinale – ha questo primario dovere e onore: mettere in movimento delle decisioni puntuali e coraggiose perchè la ‘cultura della vita facilè ed egoista ceda il passo alla ‘cultura della serietà’”.

Nel pomeriggio, in un’altra celebrazione, il cardinale ha toccato il tema della carità.

Domenica sera, alla vigilia della solennità, il cardinale aveva toccato il tema della famiglia. “Lo Stato, che di per sè deve difendere e costruire il bene comune, ha il compito grave di salvaguardare e di promuovere il bene primario della famiglia”. “Ci si sposa per se stessi in forza del proprio amore”, ha aggiunto il porporato, “ma anche per la comunità intera, nella quale ognuno – individuo e nucleo – vive con legami virtuosi di reciprocità solidale, e verso la quale ha diritti e doveri”. Per questo, “chi ha responsabilità della cosa pubblica”, ha affermato il cardinale Bagnasco, “deve saper guardare lontano, alle conseguenze delle proprie decisioni, se non vuole porre premesse disgregative della stabilità futura, sia delle persone sia della società”.

Il Papa che aveva fede anche nella scienza

Per i ragazzi che nel maggio 2011 assisteranno alla beatificazione di Giovanni Paolo II, la data del crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989) può sembrare lontana. Ventidue anni sono molti anche per coloro che ragazzi non sono. Ma per i tempi della Storia due decenni sono ancora «cronaca». Un fatto che occuperà diverse pagine nei libri di Storia dei millenni a venire sarà l’irrompere di Giovanni Paolo II nella Storia del mondo. Su quei libri sarà scritto che il Muro di Berlino è crollato nel secondo millennio; non nel quarto. Eppure le previsioni dei summit scientifici che si tenevano a Erice negli anni settanta – i più duri della lunga Guerra Fredda – erano catastrofiche. Ecco i punti salienti. In Usa – per motivi di fisiologia democratica – prima o poi sarebbe stato eletto un Presidente debole. Purtroppo – anche senza l’arrivo di un criminale a capo dell’Urss – la debolezza tipica del sistema libero e democratico era (ed è) inevitabile.

Il capo dell’Urss, niente affatto criminale irresponsabile ma politico educato al Leninismo e allo Stalinismo, avrebbe senz’altro deciso di cogliere l’occasione al volo. E tirare – prendendo una qualche scusa costruita ad arte – il primo colpo. Nello scontro nucleare, primo colpo vuol dire vittoria sicura.

L’Urss aveva quarantamila Bombe H da un Megaton l’una. Gli Usa ventimila. Un Megaton di tritolo-equivalente corrisponde a una potenza distruttiva pari a cento volte Hiroshima. La conclusione fu che bisognava a tutti i costi evitare lo scontro Usa – Urss.
Purtroppo però era inevitabile che l’Urss – prima o poi – si sarebbe appropriata dell’Europa. E avremmo avuto molti secoli di «socialismo reale». Gli Stati Uniti d’America avrebbero accettato il modus-vivendi, così come avevano accettato che l’Europa orientale finisse sotto l’Imperialismo sovietico. La nostra Cultura sarebbe rinata – non come risultato di una liberazione da parte Usa – bensì come conseguenza dello sviluppo lento, lentissimo del «socialismo reale» verso la Democrazia e la Libertà. Tempi stimati: diversi secoli; forse mille anni. L’Europa non sarebbe uscita da questa tenaglia politica in tempi brevi. Le discussioni a porte chiuse tenute a Erice nel corso di tanti anni – in piena Guerra Fredda – mi hanno dato conferma dell’importanza che ha un fatto totalmente inaspettato e imprevedibile: l’irrompere nella storia del mondo di Giovanni Paolo II.
Doveva toccare a un Sant’uomo «venuto da lontano» il compito straordinario di aprire le porte della Chiesa alla Scienza (30 marzo 1979), proprio nell’èra dominata dalla Tecnica agli ordini della violenza politica ed economica.

E doveva toccare al simbolo della Scienza che ha il coraggio di opporsi alla violenza politica – Pëtr Kapitza (Nobel per la scoperta della Superfluidità) che seppe dire no a Stalin mettendosi in un mare di guai – definire quel Sant’uomo «Luce del Mondo accesasi per cacciare le tragiche tenebre del nazismo e dello stalinismo».
Nessuno aveva previsto che sarebbe arrivato Giovanni Paolo II e che sarebbe crollato il Muro di Berlino.
Questo Papa «venuto da lontano» ha fatto rinascere la nostra Cultura con i suoi valori e le conquiste della sua Scienza già oggi, all’inizio del terzo millennio, non nel quarto.

In questa rinascita, anche se ancora storicamente in fasce, c’è, in prima fila, la Scienza Galileiana. Ecco cosa essa ci dice per capire il primo maggio 2011. La Scienza, fonte di certezze, ha scoperto che l’Immanente non è retto dal caso ma da una Logica Rigorosa il cui Autore ha permesso a un uomo, che sarebbe poi diventato Santo, Giovanni Paolo II, di sfuggire tre volte alla morte e di essere nel terzo millennio la sorgente di una nuova fortissima speranza affinché non sia la violenza politica a dominare il nostro futuro ma l’Amore, la Carità e il Perdono: valori che sono in perfetta sintonia con quelli della Scienza.

Non dobbiamo scoraggiarci se nella Cultura di questi anni la componente scientifica su cui si è impegnato Giovanni Paolo II sia ancora per i tempi storici «in fasce». Sono i vent’anni dal crollo del Muro di Berlino la testimonianza che siamo ancora in «cronaca».

Senza fede l’universo è un sepolcro senza futuro

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno. Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).

1. Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010). San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro. Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie forze. La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.

L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.

Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che salva. I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost. Sacrosanctum Concilium, 109). Da sempre, infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11). Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.

2. Per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua e prepararci a celebrare la Risurrezione del Signore – la festa più gioiosa e solenne di tutto l’Anno liturgico – che cosa può esserci di più adatto che lasciarci condurre dalla Parola di Dio? Per questo la Chiesa, nei testi evangelici delle domeniche di Quaresima, ci guida ad un incontro particolarmente intenso con il Signore, facendoci ripercorrere le tappe del cammino dell’iniziazione cristiana: per i catecumeni, nella prospettiva di ricevere il Sacramento della rinascita, per chi è battezzato, in vista di nuovi e decisivi passi nella sequela di Cristo e nel dono più pieno a Lui.

La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra condizione dell’uomo su questa terra. Il combattimento vittorioso contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via, verità e vita (cfr Ordo Initiationis Christianae Adultorum, n. 25). E’ un deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi, sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12), nel quale il diavolo è all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.

Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore pone davanti ai nostri occhi la gloria di Cristo, che anticipa la risurrezione e che annuncia la divinizzazione dell’uomo. La comunità cristiana prende coscienza di essere condotta, come gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1), per accogliere nuovamente in Cristo, quali figli nel Figlio, il dono della Grazia di Dio: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (v. 5). E’ l’invito a prendere le distanze dal rumore del quotidiano per immergersi nella presenza di Dio: Egli vuole trasmetterci, ogni giorno, una Parola che penetra nelle profondità del nostro spirito, dove discerne il bene e il male (cfr Eb 4,12) e rafforza la volontà di seguire il Signore.

La domanda di Gesù alla Samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4,7), che viene proposta nella liturgia della terza domenica, esprime la passione di Dio per ogni uomo e vuole suscitare nel nostro cuore il desiderio del dono dell’ “acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14): è il dono dello Spirito Santo, che fa dei cristiani “veri adoratori” in grado di pregare il Padre “in spirito e verità” (v. 23). Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità e di bellezza! Solo quest’acqua, donataci dal Figlio, irriga i deserti dell’anima inquieta e insoddisfatta, “finché non riposa in Dio”, secondo le celebri parole di sant’Agostino.

La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo. Il Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi voce di ogni credente. Il miracolo della guarigione è il segno che Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore. Egli illumina tutte le oscurità della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”.

Quando, nella quinta domenica, ci viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, siamo messi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita… Credi questo?” (Gv 11,25-26). Per la comunità cristiana è il momento di riporre con sincerità, insieme a Marta, tutta la speranza in Gesù di Nazareth: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (v. 27). La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte, per vivere senza fine in Lui. La fede nella risurrezione dei morti e la speranza della vita eterna aprono il nostro sguardo al senso ultimo della nostra esistenza: Dio ha creato l’uomo per la risurrezione e per la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all’economia. Privo della luce della fede l’universo intero finisce rinchiuso dentro un sepolcro senza futuro, senza speranza.

Il percorso quaresimale trova il suo compimento nel Triduo Pasquale, particolarmente nella Grande Veglia nella Notte Santa: rinnovando le promesse battesimali, riaffermiamo che Cristo è il Signore della nostra vita, quella vita che Dio ci ha comunicato quando siamo rinati “dall’acqua e dallo Spirito Santo”, e riconfermiamo il nostro fermo impegno di corrispondere all’azione della Grazia per essere suoi discepoli.

3. Il nostro immergerci nella morte e risurrezione di Cristo attraverso il Sacramento del Battesimo, ci spinge ogni giorno a liberare il nostro cuore dal peso delle cose materiali, da un legame egoistico con la “terra”, che ci impoverisce e ci impedisce di essere disponibili e aperti a Dio e al prossimo. In Cristo, Dio si è rivelato come Amore (cfr 1Gv 4,7-10). La Croce di Cristo, la “parola della Croce” manifesta la potenza salvifica di Dio (cfr 1Cor 1,18), che si dona per rialzare l’uomo e portargli la salvezza: amore nella sua forma più radicale (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Attraverso le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera, espressioni dell’impegno di conversione, la Quaresima educa a vivere in modo sempre più radicale l’amore di Cristo. Il digiuno, che può avere diverse motivazioni, acquista per il cristiano un significato profondamente religioso: rendendo più povera la nostra mensa impariamo a superare l’egoismo per vivere nella logica del dono e dell’amore; sopportando la privazione di qualche cosa – e non solo di superfluo – impariamo a distogliere lo sguardo dal nostro “io”, per scoprire Qualcuno accanto a noi e riconoscere Dio nei volti di tanti nostri fratelli. Per il cristiano il digiuno non ha nulla di intimistico, ma apre maggiormente a Dio e alle necessità degli uomini, e fa sì che l’amore per Dio sia anche amore per il prossimo (cfr Mc 12,31).

Nel nostro cammino ci troviamo di fronte anche alla tentazione dell’avere, dell’avidità di denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita. La bramosia del possesso provoca violenza, prevaricazione e morte; per questo la Chiesa, specialmente nel tempo quaresimale, richiama alla pratica dell’elemosina, alla capacità, cioè, di condivisione. L’idolatria dei beni, invece, non solo allontana dall’altro, ma spoglia l’uomo, lo rende infelice, lo inganna, lo illude senza realizzare ciò che promette, perché colloca le cose materiali al posto di Dio, unica fonte della vita. Come comprendere la bontà paterna di Dio se il cuore è pieno di sé e dei propri progetti, con i quali ci si illude di potersi assicurare il futuro? La tentazione è quella di pensare, come il ricco della parabola: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni…”. Conosciamo il giudizio del Signore: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12,19-20). La pratica dell’elemosina è un richiamo al primato di Dio e all’attenzione verso l’altro, per riscoprire il nostro Padre buono e ricevere la sua misericordia.

In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo. La preghiera ci permette anche di acquisire una nuova concezione del tempo: senza la prospettiva dell’eternità e della trascendenza, infatti, esso scandisce semplicemente i nostri passi verso un orizzonte che non ha futuro. Nella preghiera troviamo, invece, tempo per Dio, per conoscere che “le sue parole non passeranno” (cfr Mc 13,31), per entrare in quell’intima comunione con Lui “che nessuno potrà toglierci” (cfr Gv 16,22) e che ci apre alla speranza che non delude, alla vita eterna.

In sintesi, l’itinerario quaresimale, nel quale siamo invitati a contemplare il Mistero della Croce, è “farsi conformi alla morte di Cristo” (Fil 3,10), per attuare una conversione profonda della nostra vita: lasciarci trasformare dall’azione dello Spirito Santo, come san Paolo sulla via di Damasco; orientare con decisione la nostra esistenza secondo la volontà di Dio; liberarci dal nostro egoismo, superando l’istinto di dominio sugli altri e aprendoci alla carità di Cristo. Il periodo quaresimale è momento favorevole per riconoscere la nostra debolezza, accogliere, con una sincera revisione di vita, la Grazia rinnovatrice del Sacramento della Penitenza e camminare con decisione verso Cristo.

Cari fratelli e sorelle, mediante l’incontro personale col nostro Redentore e attraverso il digiuno, l’elemosina e la preghiera, il cammino di conversione verso la Pasqua ci conduce a riscoprire il nostro Battesimo. Rinnoviamo in questa Quaresima l’accoglienza della Grazia che Dio ci ha donato in quel momento, perché illumini e guidi tutte le nostre azioni. Quanto il Sacramento significa e realizza, siamo chiamati a viverlo ogni giorno in una sequela di Cristo sempre più generosa e autentica. In questo nostro itinerario, ci affidiamo alla Vergine Maria, che ha generato il Verbo di Dio nella fede e nella carne, per immergerci come Lei nella morte e risurrezione del suo Figlio Gesù ed avere la vita eterna.

Il nuovo libro, Benedetto rilegge la Passione

Fra una settimana esatta uscirà in libreria l’attesissimo volume di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione (pp. 348, euro 20). Quasi come aperitivo a questo ghiotto appuntamento la Libreria editrice vaticana, d’intesa con Herder di Friburgo che ha curato l’edizione principe del volume, ha diffuso ieri tre parti del libro, di cui pubblichiamo ampi stralci in queste pagine. Da alcuni giorni sul sito dell’editore americano del volume, la Ignatius Press, è stato messo in rete l’intero indice. L’opera risulta strutturata in 9 capitoli più un epilogo.

Completano il volume anche un’introduzione scritta dal Papa, una bibliografia, un glossario e due indici (di riferimenti biblici e di nomi). I capitoli a loro volta sono suddivisi in più punti. Il primo capitolo tratta dell’ingresso a Gerusalemme e della purificazione del Tempio. Il secondo è dedicato al discorso escatologico di Gesù e si compone di tre parti: la distruzione del Tempio; i tempi dei Gentili e profezia e apocalisse. Il terzo capitolo è dedicato alla lavanda dei piedi ed è diviso in 5 parti: l’ora di Gesù; siete stati lavati; sacramento ed esempio: dono e missione: il nuovo comandamento; il mistero del traditore; due conversazioni con Pietro; lavanda dei piedi e confessione dei peccati. Il quarto capitolo «Preghiera sacerdotale di Gesù», è dedicato alla festa ebraica dell’espiazione come antecedente biblico della preghiera sacerdotale. Il quinto capitolo, come già visto, è su «L’ultima cena».

«Getsemani», il sesto capitolo, comprende: nell’Orto degli Ulivi; la preghiera di Gesù; la volontà di Gesù e la volontà del Padre; la preghiera di Gesù nel Giardino degli Ulivi e nella Lettera agli Ebrei. Il già citato settimo capitolo, su «Il processo a Gesù», si compone di: discussioni preliminari nel Sinedrio; Gesù davanti al Sinedrio e davanti a Pilato. L’ottavo capitolo approfondisce la «Crocifissione e sepoltura di Gesù». Il nono, «La risurrezione di Gesù dai morti», si divide in: che cosa significa la Risurrezione di Gesù?; i due tipi differenti di testimonianza della risurrezione (la tradizione confessionale); la morte di Gesù; la questione della tomba vuota; il terzo giorno; i testimoni (La tradizione narrativa). Le apparizioni di Gesù a Paolo; le apparizioni di Gesù agli evangelisti; la natura della risurrezione di Gesù e il suo significato storico. L’epilogo è infine titolato: «Gesù ascende al cielo – Siede alla destra del Padre e di nuovo verrà nella gloria».

Il volume è il seguito del primo, Gesù di Nazaret, uscito nell’aprile 2007 e pubblicato in Italia da Rizzoli, dove in dieci capitoli Joseph Ratzinger aveva presentato la prima parte della vita di Cristo ribadendo che il Gesù dei Vangeli è quello storico. Anche il nuovo volume non è un atto di magistero; nel primo anzi lo stesso Pontefice aveva aveva scritto esplicitamente: «Ognuno è libero di contraddirmi».

Il primo testo ebbe una presentazione ufficiale nell’aula nuova del Sinodo, in Vaticano, a cui parteciparono il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, il pastore valdese Daniele Garrone e il filosofo Massimo Cacciari.

Questa volta il libro, che uscirà in contemporanea inizialmente in 7 lingue (tedesco, italiano, inglese, spagnolo, francese, portoghese e polacco), sarà ufficialmente presentato a Roma giovedì 10 marzo alle 17, presso la sala stampa della Santa Sede. Interverranno questa volta il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi e Claudio Magris, docente di Letteratura tedesca all’università di Trieste.

Con questo libro, Benedetto XVI raggiunge quota tre in 5 anni di pontificato: oltre al primo e al secondo dedicati alla vita di Gesù, infatti, lo scorso novembre ha visto la luce anche il libro-intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi (Lev), frutto di una settimana di colloqui avvenuti nel luglio 2009 a Castel Gandolfo. Senza contare poi, che, secondo quanto confermato da padre Federico Lombardi la scorsa estate, Benedetto XVI ha in cantiere la scrittura di una terza parte del «Gesù», dedicata ai cosiddetti Vangeli dell’infanzia.

Bagnasco: «L’ora della saggezza e della virtù»

Nuvole scure al di là delle ampie vetrate dell’albergo che domina il porto di Ancona. Nuvole come quelle che il cardinale Angelo Bagnasco evoca in apertura della sua prolusione e che, sottolinea, «preoccupanti si addensano sul nostro Paese». Infatti «si respira un evidente disagio morale», afferma il presidente della Cei, che parla anche di «debolezza etica», «fibrillazione politica e istituzionale» e di «comportamenti contrari al pubblico decoro», ma non nasconde che molti si chiedono «a cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine».

Invece l’Italia ha bisogno di «saggezza e virtù», di «sobrietà, disciplina e onore» da parte di chi ha cariche pubbliche; e necessita di investimenti sui giovani, sulla famiglia, sulla solidarietà e il lavoro. Così di un nuovo atteggiamento di legalità verso il fisco: «È il momento di pagare tutti le tasse».

Come era nelle attese, dunque, il discorso con cui l’arcivescovo di Genova ha aperto la riunione del Parlamentino della Cei (Ancona è stata scelta in vista del Congresso eucaristico nazionale che si terrà a settembre, proprio qui), tocca tutti i punti più caldi dell’attualità, cercando inoltre di risalire alle cause ultime di quell’«evidente disagio morale», di cui si diceva. Nel testo, che Avvenire pubblica integralmente, c’è infatti un illuminante riferimento al pensiero del beato Henry Newman, che già ai suoi tempi metteva in guardia dal sostituire la coscienza con «il diritto ad agire a proprio piacimento». Una tendenza, annota il presidente della Cei, che sembra «d’incanto prolungata fino ad oggi».

Nelle quasi 14 cartelle della prolusione, Bagnasco (che sabato era stato ricevuto in udienza dal Papa, proprio in vista di questo Consiglio permanente) parla anche di libertà religiosa e cristianofobia, una piaga che in zone come il Medio Oriente sta diventando «una vera e propria pulizia etnica». A questo proposito chiede che la questione venga posta nelle sedi internazionali (Onu ed Ue soprattutto) ed apprezza i «passi molto importanti compiuti dall’Italia in questo senso».
Quando poi il cardinale passa a parlare delle vicende italiane, pur non facendo mai esplicita menzione del caso Ruby, pronuncia parole che non possono essere equivocate.

«Bisogna che il nostro Paese superi, in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale, per la quale i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni», ricorda il presidente della Cei. Il quale, quando parla delle «notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza», si riferisce chiaramente anche al caso che coinvolge il presidente del Consiglio.

Ma quando poi sottolinea che «qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine», sembra mandare un preciso segnale anche ai magistrati di Milano. Non certo per quella che qualcuno potrebbe definire una scelta in qualche modo “cerchiobottista”, ma per la profonda convinzione che «la vita di una democrazia» comporta la capacità da parte di ciascuno «di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative».

In ogni caso, ricorda il cardinale, per tutti «gli attori della vita pubblica», cui «la collettività guarda sgomenta», vale la regola d’oro sancita dall’articolo 54 della Costituzione. «Chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta». Il pericolo, infatti, è che «dalla presente situazione nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi, né per ritenersi vincitore».

La confusione e «la reciproca delegittimazione» sono veleni che «inquinano» l’intero tessuto sociale. «È necessario fermarsi tutti in tempo – esorta Bagnasco – fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia, senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro».

Una parte rilevante della prolusione è perciò dedicata alle responsabilità degli adulti verso le nuove generazioni. «Se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale».

Il presidente della Cei punta il dito anche contro la mentalità che tende a «preservare i giovani» dalle «difficoltà e dalle durezze dell’esistenza». Così facendo si rischia di «far crescere persone fragili, poco realiste e poco generose». «Se a questo si aggiunge – prosegue il cardinale – una rappresentazione fasulla dell’esistenza, volta a perseguire un successo basato sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé, ecco che il disastro antropologico in qualche modo si compie a danno soprattutto di chi è in formazione». Parole che vengono sicuramente avvalorate dai fatti della cronaca.

Che fare, dunque? Per Bagnasco bisogna che i giovani «sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell’onestà verso se stessi, scartando insidie e complicità». Sono dunque i «valori perenni» quelli che il porporato invoca. Quei valori religiosi sui quali l’identità italiana è stata edificata e che devono tornare a rischiararne il panorama. «Cambiare in meglio si può», conclude il porporato. E così sarà possibile scacciare anche le nubi all’orizzonte.

Bertone: “Solo la morale impegna a rispettare la legge”

“Per vivere in una società serena e ordinata occorre un riferimento puntuale alla legalità”. Durante la Santa Messa per l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, ha spiegato che “la legalità si ottiene riscoprendo il significato positivo e liberante della legge morale e, nello stesso tempo, la sua incidenza sociale”.

La centralità della legalità “La legge morale infatti – ha spiegato il porporato – non si pone contro la persone e le sue esigenze, ma piuttosto è al suo servizio, in quanto la aiuta a non essere dissociata al proprio interno tra la verità più profonda, che Dio ha impresso nel suo cuore, e il comportamento concreto che assume nel corso della vita”. “A tale proposito – ha continuato il segretario di stato – grande è il compito della comunità cristiana: essa, in ogni sua articolazione, è chiamata a educare alla legge di Dio, ai Comandamenti. In una situazione culturale confusa e spesso sconcertante come quella attuale – ha inoltre osservato – ci accorgiamo che il riferimento alla chiesa è vivo e forte, perchè le si riconosce la capacità e l’autorevolezza per pronunciare una parola di incoraggiamento e di speranza”.

Libertà assoluta senza morale “Le radici dell’illegalità risiedono soprattutto nella mancanza di una morale secondo verità – ha continuato il segretario di stato vaticano – è la moralità, infatti, che responsabilizza e impegna a rispettare la legge, in quanto fa sorgere nella persona una forza interiore che la spinge a osservare le norme”. Secondo Bertone, “se però non si sceglie la morale che parte dalla verità stampata dentro ogni uomo e dunque per tutti criteri del bene e del male, si cade nella morale soggettivistica, che ha come criterio di riferimento l’individuo e la sua assoluta libertà di definire i confini del lecito e dell’illecito, del giusto e dell’ingiusto”. “Questa impostazione – ha concluso il cardinale – che attribuisce all’individuo una libertà assoluta, va contro il disegno di Dio”.