Ciambetti “La Rai insulta le lingue regionali: un obiezione al pagamento del canone è legittima difesa”

“Come diceva Pier Paolo Pasolini ‘Oggi il dialetto è un mezzo per opporsi all’acculturazione. Sarà, come sempre, una battaglia perduta’. Comunque sia, questa battaglia va combattuta ugualmente se non vogliamo finire nel tritacarne dell’omologazione che inizia con quella programmazione televisiva che la rete pubblica ci propina quotidianamente”.Roberto Ciambetti commenta con estrema durezza “le pubblicità televisive della rete pubblica anticipate dall’Ansa dove vengono canzonate in maniera vergognosa le lingue regionali” come ha spiegato l’assessore regionale al Bilancio e agli enti locali dopo un suo sopralluogo nell’area del recoarese dove non dà tregua la frana del Monte Rotolon. “Personalmente penso che la Regione potrebbe intervenire perché quelle pubblicità non vengano messe in onda – ha spiegato Ciambetti – perché esse insultano i valori del regionalismo, di quel regionalismo in cui credevano gli stessi padri costituenti e che viene riaffermato come tratto ineludibile nel progetto federale, dove ciascun popolo, ciascuna cultura locale, ciascuna identità trovano legittimo ruolo. Nella storia della stessa Rai – ha proseguito Ciambetti – la cultura regionale ebbe un ruolo decisivo; parlo degli anni in cui, invece di mandare in onda amenità del genere reality, quando ancora i lettori dei telegiornali e le annunciatrici non parlavano con cadenze, e grammatiche romane sempre più accentuate, quando la Rai attingeva al teatro popolare: la straordinaria parabola dei fratelli De Filippo, Eduardo e Peppino, Govi e la cultura ligure, per non parlare poi del teatro veneto con l’arte di Goldoni. Poi è passato in televisione un progetto di omologazione culturale tragico, dove non a caso fenomeni straordinari di intrattenimento e cultura sono stati deliberatamente dimenticati, trascurati: penso ai Legnanesi di Felice Musazzi o a teatro ternano di Renato Brugelli, al Piemonte di Gipo Farassino e via dicendo. Ancor oggi le lingue e le culture regionali sono vive: quanti Pitura Freska, quanti Leoni di San Marley, ci sono in Italia? Non lo sappiamo perché è sceso il silenziatore sulla cultura e le lingue dei nostri popoli. Oggi si arriva al culmine: gli advertising spot che la Rai dedica all’Unità d’Italia sono la riprova di questo cammino verso l’omologazione di saperi e culture, di identità e popoli. Il buffo è che questi ‘commercial’ vengano prodotti proprio quando la stessa Unione Europea snobba la lingua italiana, smontando così la tesi di chi vorrebbe la lingua unitaria come strumento di affermazione internazionale dell’identità italiana”. L’assessore regionale poi ha concluso la sua dura presa di posizione invitando ad una sorta di “protesta civile – come ha detto lo stesso Ciambetti – La Rai, quella che insulta la lingue regionali, è la stessa Rai che ha mancato, se non colpevole ritardo, di informare gli italiani e il mondo della tragedia dell’alluvione in Veneto; contro questa, questa Rai, che nega il valore delle culture e lingue locali, dobbiamo prendere una posizione concreta: perché, ad esempio, noi siamo costretti a pagare il cosiddetto canone, in realtà una imposta, per una televisione che insulta quei valori in cui buona parte dell’Italia vera crede e che sono posti nella nostra stessa Costituzione? Io comincio ad avere dei dubbi sul pagamento del canone Rai, credo che un’obiezione al pagamento sia un gesto a questo punto di legittima difesa”

Ciambetti: “La Merkel ha ragione: il multiculturalismo è un fallimento”

“Il fallimento dell’idea di multiculturalismo ammesso da Angela Merkel spero indica alla riflessione quanti in Italia sognano un melting pot difficilmente realizzabile”. Così Roberto Ciambetti, assessore regionale al Bilancio e agli Enti locali del Veneto a margine di un convegno sul federalismo municipale al Lido di Venezia ha commentato le dichiarazioni rilasciate dal Cancelliere tedesco durante il congresso di Postdam dei giovani del suo partito, l’Unione Cristiano Democratica. “La Merkel, cito testualmente – ha proseguito Ciambetti – ha detto che ‘L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità ha fallito, fallito completamente’. Nella cultura politica tedesca il pragmatismo è elemento determinante e credo che la Merkel oggi ci abbia dato una lezione di realismo che non può lasciarci indifferenti”. L’assessore regionale poi ha continuato “ E’ anche vero che dopo l’uscita del libro ‘Deutschland schafft sich ab’, (“La Germania si distrugge da sola”), di Thilo Sarrazin, già membro del direttorio della Bundesbank e assessore al bilancio del land di Berlino, secondo il quale la Germania rischia di porre le basi della sua povertà futura a causa dell’eccessiva islamizzazione della sua società – ha continuato l’assessore regionale del veneto – in molti avevano iniziato a guardare alla realtà senza le lenti della demagogia, di un malinteso senso di solidarietà umana o del buonismo ad ogni costo. Pretendere che l’immigrato impari e conosca la lingua del Paese che l’ospita, come vuole la Merkel, è una cosa ragionevole e già nel Regno Unito, dove il dibattito sui lavoratori extra Ue aveva visto posizioni molto rigide, impensabili per la sinistra italiana, già sotto i laburisti, da tempo sono stati posti dei limiti precisi. Ciò che va colto nella dichiarazione della Merkel, che non chiude la porta in faccia ai molti lavoratori stranieri,m in specie Turchi presenti nel suo Paese, – ha sottolineato Ciambetti – è il rilancio del valore dell’identità culturale ed è questo che io colgo nelle sue parole, la necessità di affermare il valore e l’importanza delle nostra cultura europea, del nostro patrimonio di principi ed esperienza che non può essere messo in un angolo nel nome di un melting pot fallimentare. L’immigrato che vuole integrarsi deve dimostrare nei fatti questa sua volontà – ha continuato l’assessore regionale – dimostrando concretamente la sua intenzione di diventare cittadino europeo, accettare le leggi e le norme della civile convivenza europea. Nessuno chiede a chicchessia di rinunciare alla propria fede, ma nemmeno possiamo ammettere che nel nome di una religione si obblighino donne e ragazze a vivere una sottomissione discriminatoria fino al limite della violenza e di un arbitrio inaccettabile o si fomenti e appoggi il terrorismo mascherato da guerra santa teso a rovesciare l’ordine democratico. Da noi in Veneto – ha sottolineato Ciambetti – gli immigrati extracomunitari di molte etnie hanno tentato e tentano di integrarsi in maniera ammirevole e non è un caso se proprio il Veneto sia la terra dove sia maggiore l’indice di integrazione. Chi è venuto da noi per lavorare onestamente parla la stessa lingua della nostra stessa gente e si è integrato nel segno dell’onestà, del sacrificio, del lavoro. Ma ciò è stato possibile sia perché c’era questa volontà, sia perché da noi esiste un forte senso identitario, esiste una forte cultura popolare veneta che è diventata pietra di paragone anche per chi viene qui. Noi Veneti non abbiamo rinunciato ad essere Veneti, non rinunciamo alla nostra cultura, lingua e identità: la vera integrazione – ha concluso Cimabetti – come suggerisce la Merkel e come in tanti hanno iniziato a capire e non solo in Germania, passa per la difesa dei valori di civiltà che l’Occidente cristiano ha saputo conquistare e che non deve assolutamente svendere nel nome di una politica fallimentare che nulla ha a che fare con il pragmatismo politico”

Vicenza come in Italia: i preti che tradiscono Cristo

Il tempo passa e al suo passaggio molte cose vengono distrutte perché non più ritenute valide, accade per le cose e anche per le idee, per gli usi e costumi. Il Concilio vaticano II è stata una rivoluzione, la chiesa non poteva più essere quella di prima, esiste una chiesa preconciliare ed una postconciliare. A fatica i pontefici hanno ben evidenziato che non esistono due chiese, una del prima e una del poi. Imperterriti diversi presbiteri e qualche talare, se ancora l’indossa, paonazza, hanno invece insistito sul cambiamento, sulla trasformazione necessaria. Il Concilio ha cambiato la celebrazione eucaristica e continuano a dirlo, anche se il cambiamento è avvenuto nel 1971, ben dopo la chiusura del Concilio stesso. I presbiteri hanno cambiato il modo di vestire e hanno quasi paura a manifestarsi con un abito che li qualifica; vestono alla laica e tra poco anche le superstiti suore lasceranno l’abito. I sacerdoti non sono più riconoscibili, forse son veramente diventati lievito? I cambiamenti poi sono proseguiti, non si va più per le case a benedire, si aspetta in ufficio, parrocchiale ovviamente, che i fedeli vadano a richiedere i servizi, Ma fino a che i cambiamenti sono stati questi, i problemi sono stati abbastanza piccoli. Purtroppo diversi preti intellettuali, hanno preso il vezzo di voler cambiare tutto, di voler fare di testa loro, introducendo nella chiesa un po’di tutto con una fantasia che talora ha rasentato l’immaginario dannunziano, propugnando più un impegno politico di parte che non una vita di fede, dimenticandosi che ai sacerdoti non è lecito, diceva, ma roba vecchia, sant’Ambrogio, militare. La piaga, la sesta, dei presbiteri politicizzati è sotto gli occhi di tutti, reverendi che snobbavano i titoli fino a quando non li hanno ricevuti, hanno fatto cortei e celebrato via crucis e altre funzioni religiose solo per motivi politici, non pacifici, ecc. Hanno fatto proprio il motto che l’obbedienza non è più una virtù, si distinguono dal vescovo, loro pastore, dicono che solo nei dogmi c’è unità, ma poi sostengono che non deve esserci pensiero unico. Sono arrivati addirittura a mettere in discussione il dogma dell’Eucarestia, ridotto a semplice gesto di comunità, relegando il deposito eucaristico in sacrestia. La Messa, secondo il messale del 1971, in latino nel testo originale, con molta ragione anche degli ipertradizionalisti formali, è spesso solo ridotta alle parolette del celebrante, dall’inizio alla fine, con prediche alla comizio o interpretazioni individuali. Ne siano esempi, il celebrante che recitò qualche anno fa a Recoaro, la professione di fede, il Credo, aggiungendo. “ padre di tutte le genti”, oppure quell’altro a Vicenza in una antica abbazia, che addirittura non lo recita nemmeno, forse perché lui, grandissimo teologo e quasi pari al papa, lo ritiene un anticaglia? Ognuno può fare esempi, e ciò allontana anziché avvicinare. Ecco quindi qualche presbitero vicentino, in vena di attualità, trasformare la chiesa, ritenendo che si debba fare nuova architettura e proseguire nelle fantasie liturgiche. Non più “fedeli”, ma “attori” a santa Bertilla a Vicenza. O tempora o mores, avrebbero detto i vecchi presbiteri, che almeno sapevo un po’ di latinorum ed erano vera presenza costante per i fedeli. Dobbiamo rassegnarci forse a vedere come il sacrificio eucaristico sia paragonato ad una recita? Il papa in persona, ma chi è questo da voler comandare o suggerire? dicono sempre i soliti presbiteri, costantemente richiami al valore della Messa, non come esibizione, non come manifestazione comunitaria, ma come autentica preghiera dei cristiani, dei fedeli di fronte al sacrificio della croce, invitando ad inginocchiarsi e a pregare. L’unica cosa che paventiamo ancora in questi moderni presbiteri è che magari si inizi a recitare a soggetto e speriamo che il presbitero non si trasformi in capocomico!

Italo Francesco Baldo

Tosi contro Galan per buco Sanità: “Togliere irpef fu errore”

Il giudizio romano fa paura, la minaccia di un commissario ancora di più. Ma è l’onta a bruciare davvero. Una sanità virtuosa come il Veneto non può permettersi di scivolare nel baratro delle regioni sperperone. La fotografia del momento non promette però nulla di buono: il buco c’è, pesante, anzi pesantissimo se lo si somma ai debiti maturati verso i fornitori. E non è un “buco fresco”. Flavio Tosi, il primo assessore ad aver inaugurato l’era leghista dopo il regno Gava, non ha dubbi: tutta colpa dell’addizionale Irpef, senza la quale la sanità è destinata, malgrado gli sforzi, a scendere negli inferi. Quindi, assolve anche i direttori generali (non tutti, onor del vero, un paio di “sperperoni” a suo dire, ci sono).

“Togliere l’Irpef è stata una manovra propagandistica della passata amministrazione, alla quale mi ero fermamente opposto – ricorda l’attuale sindaco di Verona – Non dimentichiamoci che ci portava in casa 120-130 milioni ogni anno, proprio quelli che sono mancati lo scorso anno. La sanità ha sempre chiuso più o meno in pari, 100 milioni di euro di passivo su un bilancio di 8 miliardi fanno ridere. Ma il problema era in prospettiva: togli oggi e togli domani, i soldi non sono infiniti”. Ma Tosi di sassolini da togliersi ne ha più di uno: se all’Irpef si aggiungono anche alcune scelte sbagliate, il gioco al massacro è fatto. “Penso al project financing fatto per l’ospedale dell’Angelo di Mestre che avrà costi futuri enormi, – aggiunge – O penso ancora alla procedura che si sta definendo per costruire un centro per la terapia protonica, sempre a Mestre, che vale 150 milioni di euro. Una scelta insensata allora, che contestai, e che contesto a maggior ragione adesso: la stanno facendo in Trentino dove c’è il bacino d’utenza giusto e ci sono i soldi. Sarebbe l’ennesimo project che poi si deve pagare con le prestazioni. Per fortuna non è decollato il progetto del nuovo ospedale di Padova, che avrebbe definitivamente soffocato la sanità veneta. Si devono fare gli investimenti rispetto alla capacità che si ha”.

Del resto la sanità nel Veneto ha vissuto alterni momenti di splendore a ere più buie. Un andamento inevitabile, secondo l’ex assessore Fabio Gava, se non si fa un monitoraggio costante dell’esistente e si pongono in atto i correttivi al momento in cui servono. “Premesso che non c’è una regola, si deve mettere a frutto l’esperienza che deve orientarci nelle scelte future. – sottolinea il parlamentare del Pdl – Il problema del bilancio non lo si affronta da un lato solo: ristrutturiamo, aumentiamo le tasse e riduciamole immediatamente non appena i conti sono tornati a posto. Secondo me è ovvio che avendo vissuto di rendita per diversi anni, oggi i problemi si presentino. Sicuramente c’è un problema di tassazione che è stata tolta forse quando i conti non erano ancora in ordine, ora intervenire è d’obbligo”. Ma Gava, da amministratore navigato quale è, non si scandalizza: dopo 5 o 6 anni di ordinaria amministrazione capita che di polvere sotto i tappeti ne finisca un po’. “Ricordo quando affiancai l’allora assessore Iles Braghetto perché la situazione non era delle più rosee: si fecero dei provvedimenti tampone. Nella legislatura successiva ci fu una riforma più strutturale, che è in parte riuscita e in parte no: l’area grigia del Veronese ad esempio è rimasta. – sottolinea Gava- Secondo me nella legislatura successiva si è un po’ vissuto di rendita confidando negli effetti positivi della legge del riordino della rete ospedaliera. Ma servono interventi continui, dal punto di vista dell’adeguamento dei servizi è una messa a punto quotidiana”.

Ma a piangere sul latte versato non si riempiono le casse. E per la sanità veneta, che si trova anche il coordinamento nazionale è tempo di interventi. Il primo è senza dubbio l’arrivo del nuovo segretario generale per la sanità e sociale Domenico Mantoan (che ha guidata una delle due Asl in pareggio). L’altro è un ritorno, non ancora ufficializzato: quello dell’ex segretario generale Franco Toniolo, allontanato per le ben note vicende giudiziarie, ma unanimemente riconosciuto come uno delle “menti” della sanità veneta. Non ultimo, il rimboccarsi le maniche, come sottolinea l’assessore Luca Coletto: “Stiamo facendo le verifiche contabili Asl per Asl, e le faremo settimanalmente se serve – sottolinea –. Non possiamo retrocedere di posizione: abbiamo un dovere verso gli oltre 4 milioni e mezzo di veneti che dalla regione si aspettano prestazioni d’eccellenza. Diciamo però, che come sempre, i conti si fanno alla fine: i bilanci li voglio vedere a gennaio. Allora saremo in grado di dire se sono rossi o meno”. E a quanti paventano la cacciata di qualche direttore generale (il mandato dura ancora l’anno prossimo) ricorda che “li nomina il presidente e che sarà semmai il presidente a decidere il loro destino”. Resta comunque anche per lui lo strumento della reintroduzione dell’Irpef. “L’unico, il ticket andrebbe a colpire i più deboli”

Non tocca ai sindaci regolare i rapporti con l’Islam

A Vicenza il Sindaco Variati vorrebbe dare un’area del cimitero ai musulmani per consentire loro di seppellire i morti secondo le loro usanze. In tutta Italia ci sono sindaci o amministratori che discutono di come, quando e dove costruire moschee per i musulmani. Tutti si fanno forti dell’ideale di apertura progressista, parlano di società multiculturale, non ammettono repliche e tacciano ogni voce discorde come xenofoba o razzista. Ma siamo sicuri che non si tratti invece di un vranco di ignoranti, nella migliore delle ipotesi? Cosa dice la Costituzione della repubblica Italiana in proposito, Costituzione di uno Stato laico (è bene ricordarlo proprio a codesti signori che spesso se ne riempirono la bocca, sempre a vanvera, in altre circostanze).

I rapporti dello Stato con le diverse confessioni religiose si svolgono o, meglio, si dovrebbero svolgere per legge, nel quadro dell’art. 8 che recita:
“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.”

E’ evidente a ogni somaro, e qui c’è da chiedersi cosa siano questi signori invece, che in assenza di intese pattuite tra le rappresentanze religiose e lo Stato non esiste il riconoscimento della comunità religiosa. I singoli appartenenti alla tale confessione, qual che sia, avranno garantiti i diritti concernenti allo status di persona e, nel caso di possesso della cittadinanza, anche di quelli relativi allo status di cittadino. Persona e cittadino che, in uno Stato laico, sono sottoposti alla Legge che è uguale per tutti.
Le comunità musulmane hanno sempre rifiutato di sottoscrivere intese con lo Stato per il semplice fatto che questo comporterebbe il riconoscimento da parte loro della superiorità della Legge Civile sul Corano per quanto attiene alla sfera temporale, lasciando all’ambito religioso solo la sfera spirituale. Del resto, la separazione delle due sfere è uno dei fondamentali cardini della democrazia, che infatti per l’Islam è un tabù. Dunque coerentemente con la loro confessione religiosa, i musulmani non accettano di sottoscrivere intese di questo tipo, poiché per essi la Shari’ia deve sempre prevalere su ogni altro ordinamento, giuridico o morale che sia.

Ed eccoci al punto: con quale diritto i sindaci, quasi sempre di area progressista, contrastano il sacrosanto principio della laicità dello Stato? Con quale diritto si sostituiscono allo Stato nei rapporti con le confessioni religiose, quando la Costituzione riserva appunto allo Stato centrale l’esclusiva competenza nel rapporto con le confessioni religiose? Ancora, con quale diritto pensano di destinare denaro pubblico in favore di gruppi religiosi non riconosciuti e recalcitranti di fronte ai fondamenti normativi della nostra civiltà, per favorire le loro attività ontologicamente antidemocratiche e dunque eversive? E poi… Non si rendono conto che per l’Islam tutto è religione? Anche le compravendite, le successioni ereditarie, i contratti matrimoniali, ogni negozio giuridico… Cosa facciamo: siccome siamo multiculturali e aperti, ognuno si fa la legge che vuole?

Sarebbe ora di spiegare a tutti che lo stato laico è una grande conquista, giacché si fonda sul riconoscimento dei diritti di ogni persona e sul rispetto del sentimento religioso di tutti, e proprio per questo prevede un atteggiamento neutro dello Stato in materia di fede; lo Stato multireligioso sarebbe invece una dannazione, perché si fonderebbe sull’idea che tutte le religioni sono uguali per il solo fatto di essere religioni, cioè su un atteggiamento non neutro ma sincretistico e sostanzialmente ipocrita, se non apertamente ottuso. Soprattutto, nel secondo malaugurato caso, la Legge verrebbe sottomessa ai capricci delle più disparate superstizioni esotiche di sparute minoranze, perdendo la sua stessa funzione.

Ma si riesce a far capire questo tipo di concetto alle teste sinistrate dei nostri progressisti?

Zaia: “Bisogna esporre la bandiera del Veneto nelle scuole”

Quando era ancora un ministro della Repubblica, portò in omaggio il vessillo di San Marco al neo nominato presidente del tribunale di Treviso, Giovanni Schiavon, affinché sventolasse sul palazzo di giustizia. Ne venne fuori una specie di caso di Stato, con condimento di alte polemiche, ma alla fine persino il Csm – che, con straordinaria solerzia, aprì un procedimento disciplinare a carico del magistrato – se ne fece una ragione: quella esposta sulla facciata del tribunale era la bandiera della Regione Veneto, che perciò garriva al vento con piena legittimità. Ora che è governatore del Veneto, Luca Zaia vuole fare di quello stendardo l’emblema delle rivendicazioni autonomiste della Regione nei confronti dello Stato centrale. La Bandiera, con la B maiuscola. «Certo, mi rendo conto – mette le mani avanti Zaia – che in una fase come l’attuale ci sono problemi stringenti da affrontare e io non mi sottraggo. Ma quello dell’identità, anche se non verrà al primo posto, è un problema autentico».

Lo è a maggior ragione, secondo il governatore, nel passaggio cruciale che il Paese sta attraversando: «In un processo che porta al federalismo e all’autonomia regionale, anche i simboli diventano particolarmente importanti. E noi abbiamo un simbolo di identità, la bandiera del Veneto, che si deve vedere di più». Questo è il cruccio di Zaia: «Sentir dire dai cittadini che mi incontrano che sulla scuola del loro paese la bandiera veneta non c’è. Percepire che, in qualche caso, il gonfalone veneto viene volutamente occultato, magari perché qualcuno pensa – aggiunge il governatore – che la bandiera abbia un significato politico o, addirittura, possa fare pubblicità a un partito politico, la Lega. Ma quando mai? Il nostro gonfalone ha più di mille anni di storia – si infervora Zaia -, è descritto come il “triumphale vexillum” in una cronaca di Giovanni Diacono dell’anno Mille. E quella frase riportata nel libro aperto, “pax tibi marce evangelista meum”, rimanda alle radici cristiane della nostra gente. Trovo assolutamente disdicevole – sottolinea il presidente della Regione – che negli edifici pubblici ci sia chi si vergogna di esporre la bandiera del Veneto. Dirò di più: un veneto che si vergogna della sua bandiera non è un veneto e non merita di ottenere quel federalismo e quell’autonomia per i quali ci stiamo impegnando ». C’è una legge regionale, la 56 del 1975, a sancire ufficialmente la trasmigrazione del Leone alato dalla bandiera della Serenissima a quella della Regione Veneto.

E c’è un decreto del presidente della Repubblica che regola, per gli edifici pubblici, l’esposizione delle bandiere: nazionale, europea e locale. «Sì, la normativa esiste e non c’è bisogno di fare nuove leggi – argomenta Zaia -. Piuttosto, si tratta di spingere di più affinché venga rispettata l’esposizione del gonfalone veneto. In molte scuole io non lo vedo, a volte manca anche la bandiera dell’Unione Europea ma, nella grande maggioranza dei casi, se c’è un vuoto sui pennoni è quello lasciato dallo stendardo di San Marco. Lo ripeto: premesso che deve sempre essere esposta quella italiana, trovo deplorevole che qualcuno vada ad occultare, più o meno volontariamente, la nostra bandiera ». All’atto pratico, la Regione cosa potrebbe fare? «Se c’è un problema di fornitura o di reperimento delle bandiere – risponde il governatore – si rivolgano pure a noi: la Regione è pronta a distribuirle a chi le chiederà. Domandino e provvederemo. Non è nostalgia della Serenissima, è un fatto di identità. E il federalismo che avanza deve ancorarsi anche agli aspetti identitari».

Alessandro Zuin (Corriere del Veneto 8-8-2010)Zaia 2

Statua di Gandhi a Vicenza. Disse “Paròni a casa nostra”

Un busto di Gandhi e uno “speaker’s corner” saranno da sabato prossimo 17 luglio presenza fissa a Campo Marzo. I due simboli della democrazia e della non violenza verranno inaugurati alle 17, a partire dal busto bronzeo del Mahatma Gandhi (1869-1948). Donato alla città di Vicenza dal Consiglio indiano per le relazioni culturali (Iccr) lo scorso 2 ottobre per celebrare il 140° anniversario della nascita del noto uomo politico e guida spirituale, fondatore della nonviolenza e padre dell’indipendenza indiana, il busto è alto 80 centimetri e pesa 80 chili ed è stato finora conservato a Palazzo Chiericati.

Gandhi è una straordinaria figura spirituale e non può venire preso in considerazione solo per la sua straordinaria azione politica, dapprima come avvocato immigrato in Sudafrica e poi come capo carismatico della secessione e indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Sicuramente l’amministrazione comunale di Vicenza crede di dire qualcosa di antileghista, quando proclama la cultura della pace e dell’accoglienza, ma sbaglia in pieno. Inoltre non considera che Gandhi fu un leghista ante litteram, perché di fatto creò i presupposti per l’emancipazione non violenta e democratica dell’India dal dominio straniero degli inglesi. Proprio ciò che i veneti vorrebbero fare con gli italiani…..

Nessuno si sognerebbe mai di definire Gandhi un becero razzista ignorante e xenofobo per aver detto che l’India doveva essere governata dagli indiani, e che gli inglesi avrebbero dovuto tornare in Inghilterra. Onore a Gandhi, dunque, e grazie al sindaco Variati per aver dato a Vicenza la statua del più elevato punto di riferimento per il sogno indipendentista veneto. Anche se non gli è nemmeno passato per la testa….

“UN BUON PADRE DI FAMIGLIA PRIMA PENSA A SFAMARE I PROPRI FIGLI”

“Dare la priorità ai lavoratori Veneti e Italiani non è inutile né discriminatorio, ma rispecchia la volontà di agire con buon senso in un momento di crisi che ci impone di fare delle scelte politiche precise”. Così il capogruppo della Lega Nord in Consiglio regionale, Federico Caner, replica alle dichiarazioni del segretario generale della camera del lavoro di Treviso, Paolino Barbiero, che ritiene inutile la proposta di creare liste di collocamento differenziate avanzata sul palco di Pontida dal presidente del Veneto Luca Zaia.

“Dobbiamo ragionare come farebbe un buon padre di famiglia, che in un momento di crisi ha il dovere di pensare prima ai propri figli e poi a tutti gli altri. Zaia vuol essere un padre per i Veneti e sfamare prima degli altri i suoi concittadini – ha detto Caner, che annuncia l’impegno del Gruppo Lega Nord per presentare proposte legislative volte a favorire prima i Veneti -. Creare liste di collocamento differenziate non è un concetto razzista. Non siamo più in grado di offrire lavoro, perché non ce n’è: è quindi giusto e logico privilegiare i nostri lavoratori, senza per questo essere accusati di discriminare. Non dimentichiamo, infatti, che ci sono extracomunitari con cittadinanza italiana che hanno lo stesso diritto di precedenza rispetto ai loro connazionali arrivati da poco in Italia. Inoltre, – chiude l’esponente del Carroccio – questo principio rientra nella logica di favorire chi si è integrato nel nostro paese, accettando le nostre regole e rispettando il nostro stile di vita”.zaia_maifesto

La lingua veneta irrompe nelle istituzioni

“Bona sera, ben rivà al consilio comunae. Femo l’apelo par i siori consilieri”. Il presidente del consiglio comunale di Montecchio, Claudio Meggiolaro, potrebbe aprire in questa maniera la prossima seduta, cioè in lingua veneta. Montecchio quindi è il primo Comune vicentino a poter usufruire di una discussione bilingue, dove i consiglieri potranno tranquillamente passare dall’italiano al veneto e viceversa senza esser invitati ad usare esclusivamente la lingua nazionale.
Ma l’adozione dell’idioma veneto è giunta dopo un’aspra battaglia fra richieste della minoranza di emendamamenti soppressivi, all’introduzione dell’articolo 50 (rigettato dalla maggioranza), proteste e botta e risposta. L’approvazione è giunta con i voti della maggioranza e Giuseppe Ceccato.

L’adozione del veneto fa parte delle 12 modifiche del regolamento del Consiglio comunale, studiate dalla commissione statuto e regolamenti, alla cui redazione cui hanno partecipato tutte le forze politiche presenti fra maggioranza e minoranza. Proprio sulla questione della lingua la discussione è durata oltre due ore.

«Sono modifiche importanti per lo svolgimento delle sedute – ha evidenziato il presidente della commissione, Carlo Colalto di Lega Nord – in particolare chi vorrà potrà parlare in italiano o dialeto». Perplessità invece da parte del Pdl: «Siamo d’accordo sulla tutela e valorizzazione delle tradizioni – ha detto il capogruppo Emanuele Festival – vogliamo però precisare che è importante che in un momento istituzionale qual è una seduta del consiglio comunale sia utilizzata la lingua italiana». Festival ha spiegato che lo svolgimento del consiglio comunale deve essere «iImmune da critiche e possibili interpretazioni cavillose. E gli interventi devono essere interpretabili e fruibili da tutti i consiglieri e da chi ascolta».

La lingua è l’elemento fondamentale nell’identificazione di una comunità rispetto a un’altra e la battaglia per riappropriarsi dell’autonomia non può che passare anche per questa strada. Così è stato fatto in Galles, così in Catalogna e nei Paesi Baschi, così in Sudtirolo (o Alto Adige che dir si voglia). Così deve essere fatto anche in Veneto per ridare dignità a una nazione che da troppo tempo è chinata sotto il giogo dell’oppressione e dell’oblio delle proprie radici.

Villa Cordellina

BITONCI: A PADOVA SPESE RECORD PER GIUNTA, CONSIGLIO E STAFF.

“Nell’edizione del quotidiano “Il Sole 24 Ore” di lunedì scorso sono stati pubblicati i dati riguardanti le spese sostenute dalle amministrazioni comunali per i costi della politica. Padova si è nettamente distinta tra tutte le città del Nord, con un piazzamento “a sorpresa” all’undicesimo posto dietro realtà come Napoli, Reggio Calabria, Cosenza, Bari, Catania, Messina, Brindisi. Più volte i consiglieri della Lega Nord avevano denunciato le spese decisamente troppo elevate per la gestione della macchina comunale, senza ottenere alcun riscontro concreto: ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Il Deputato della Lega Nord Massimo Bitonci propone un’attenta disamina dei dati pubblicati dal quotidiano economico, ponendo l’attenzione su cifre particolarmente significative: “I costi per la gestione di sindaco, giunta, consiglio comunale, circoscrizioni e quant’altro ammontano a 52 euro per abitante, contro gli 11 di Treviso, gli 8 di Milano, i 24 di Verona. Interessante classifica, con una eloquente dimostrazione delle capacità di governare una città come Padova da parte di Zanonato, in tempi così difficili e delicati per l’economia delle pubbliche amministrazioni da consigliare una ben diversa gestione delle risorse economiche, con una drastica riduzione delle spese inutili (tagli di nastri, inaugurazioni, pubblicità varie, costosi affitti di capannoni per compiacere alleati politici e molto altro), in un’ottica di risparmio volta a portare una boccata d’ossigeno ai padovani, arrivando anche ad allentare la pressione fiscale a loro carico. Il sindaco Zanonato, d’altronde, non può nemmeno lamentarsi, dal momento che Padova spicca anche quanto a proventi da entrate tributarie (imposte, tasse, diritti e tributi speciali) compresa la compartecipazione IRPEF e l’addizionale comunale pari allo 0,6% (diversamente da altri comuni che non l’hanno prevista), con ben 391 euro per abitante contro i 288 di Belluno ed i 291 di Verona, oltre che per le entrate extratributarie che piazzano Padova al 46mo posto con ben 249 euro/abitante.

Non dimentichiamo infine il costo per il personale: anche in questo ambito Padova sa distinguersi con l’ottimo, si fa per dire, piazzamento al 26mo posto tra tutte le città d’Italia. C’è da riflettere a lungo e da meditare seriamente su certi numeri. Giovano forse ai padovani le quotidiane incursioni nei media locali, con tanto di passerella per Sindaco ed Assessori? Quanto costa lo staff e l’entourage che si muove intorno a Zanonato ed alla sua giunta? Una buona amministrazione – conclude Bitonci – prevede, soprattutto di questi tempi, un’attenzione particolare nell’evitare spese inutili di denaro pubblico, con la cura del “buon padre di famiglia” che non sperpera i soldi del cittadino per stare in vetrina a far bella mostra di sè”.