Cambiare? No Grazie! Questa è, a mio avviso, la lettura che è possibile compiere dopo le elezioni a proposito della sinistra in genere e del Partito Democratico in particolare. La sinistra ha tenuto là dove è, si dice, storicamente forte, dove esiste un consolidato tradizionalismo di maniera nel voto, là dove sempre e comunque e in ogni settore è stato possibile, è possibile e sarà possibile, operare solo e soltanto con l’avallo di coloro che detengono i gangli del potere amministrativo e regionale e, insieme a questi, quelli del credito e della finanza. Le cosiddette “regioni rosse” hanno confermato e non potevano fare altrimenti. L’ascesa al comitato centrale come segretario di Bersani aveva già tracciato la linea nella quale la sinistra intendeva muoversi, ossia quella della conservazione delle posizioni di potere. La paura di perderle aveva contrassegnato proprio la lotta tra Veltroni e D’Alema. Certo, si sarebbe andati incontro ad una certa delusione, soprattutto nelle frange più desiderose di movimento, di inseguire almeno nella società quello che viene detto il cambiamento, ossia droghe leggere assolutamente libere, eutanasia attiva e passiva, matrimoni di tutte le specie, e per finire sempre e comunque “panem et circenses”. La storia e i voti del popolo sovrano in una democrazia hanno stabilito diversamente da quello che la sinistra sperava. Ed ecco iniziare immediatamente il giochetto, tipico dei fanciulli, di accusare l’avversario di non essere capace, di non essere intelligente, di avere grane al suo interno. Certo seguiranno la lezione di Mao Ze Dong, l’antico Mao Tse Tung, tanto amato nel 1968 e oltre, ossia l’autocritica verrà, come per il dittatore cinese, lasciata agli avversari e mai rivolta a se stessi.
In ogni caso ciò che emerge è proprio il fatto che la sinistra non intende cambiare. In fondo il programma dettato da Marx e Engels nel 1848 resta valido, con qualche condimento alla russa – Lenin e il “faccio finta di non conoscerlo” Stalin – all’italiana – la famosa via al comunismo di gramsciana e berlingueriana memoria – ed infine il residuo della fantasia al potere dei sessantottini.
Nulla di nuovo a sinistra e non stupisce quindi che in molte zone abbia prevalso almeno l’idea che si debba cambiare. Non se ne può più di visioni statalistiche, dall’alto e che considerano il popolo solo per quello che di immagine teoretica si dà.
Da molto tempo in politica urge una riflessione, un ripensare a quanto si è compiuto dal 1968, del modello di Stato italiano, delle riforme sempre desiderate, sempre esibite e mai approvate. Si cambia strada, le analisi economicistiche alla Marx o sociologistiche alla Lenin e alla Marcuse muoiono, come è morto il vecchio liberalismo. Ma il liberalismo fece come la nobiltà francese, solo quando era troppo tardi si chiese: “Forse abbiamo sbagliato?”
Italo Francesco Baldo