La caduta di Famagosta (Cipro) e il massacro

Il Papa a Cipro ha esortato i cristiani a non abbandonare il Medio Oriente, cercando con parole prudenti di spegnere sul nascere l’incendio che poteva scaturire dalla uccisione rituale con decapitazione del vescovo cattolico in Turchia, da parte di un fedele praticante e osservante musulmano nell’esercizio ortodosso della sua fede. Noi vogliamo ricordare l’episodio avvenuto a Cipro nel 1571, quando altri turchi osservanti e praticanti cercarono di cacciare i cristiani veneti da quelle terre; l’esempio di martirio offerto dall’eroe Bragadin sia di monito per tutti……..

Il 29 luglio i turchi tornarono per la quinta volta all’assalto attaccando la città da tutti i lati. Lungo il muro di cinta furono aperte molte brecce, dalle quali penetrarono gli assalitori. Gli ultimi difensori si erano asserragliati nella cittadella, i viveri erano esauriti, era stato mangiato anche l’ultimo cavallo e restavano appena sette barili di polvere. A questo punto non restava che la resa.

Marcantonio Bragadin era un senatore della Repubblica dotato di grande esperienza politica. E, da buon politico, riteneva di avere in mano ancora qualche carta da giocare. Lui non sapeva se i soccorsi gli sarebbero giunti in tempo, ma anche Lala Mustafà lo ignorava. Il comandante turco aveva perduto moltissimi uomini (circa cinquantamila) e certamente doveva essere assillato dalle pressioni del sultano affinché ponesse fine a quella sanguinosa campagna. Di conseguenza, pur di finirla, forse avrebbe accettato di concedergli condizioni onorevoli. D’altro canto, Bragadin ignorava la perfida slealtà del generale turco e contava sulle convenzioni di guerra che garantivano la vita alla guarnigione della città assediata che accettasse di arrendersi. Una capitolazione negoziata poteva quindi evitare il massacro dei difensori superstiti.

Il 1° agosto, sulla torre della cittadella venne esposta la bandiera bianca e, poche ore dopo, i delegati dei due eserciti si incontrarono per trattare le condizioni di resa. Secondo quanto riferisce Romano Canosa, l’accordo stabiliva quanto segue: Saranno rispettate le vite, le robbe, le armi, le insegne e cinque pezzi d’artiglieria dei migliori. Tre cavalli saranno offerti dai Turchi [quelli dei veneziani erano stati tutti mangiati] uno al chiarissimo senatore Bragadin, l’altro al signor Baglioni e l’altro al magnifico Querini. Sarà assicurato il passaggio sicuro dei soldati in Candia, accompagnati dalle galere, e li greci potranno restare nelle sue case godendo il suo e vivendo da cristiani.

Dopo la firma dell’accordo, i turchi mandarono alcuni vascelli nel porto ed ebbe subito inizio l’imbarco dei soldati italiani per il trasferimento a Creta.

Il 4 agosto, in risposta al cortese invito di Lala Mustafà, che gli aveva espresso il desiderio di conoscerlo di persona, Marcantonio Bragadin si recò nel campo turco. Per l’occasione, egli indossava con solennità la toga rossa di senatore coi simboli del suo rango ed era accompagnato da Astorre Baglioni, Nestore Martinengo e Gianantonio Querini e scortato da un centinaio di archibugieri. L’incontro si svolse nella grande tenda del comandante turco. Lala Mustafà accolse gli ospiti con grande cortesia e li fece accomodare sui cuscini mentre venivano serviti caffè e succhi di frutta. Bragadin, racconterà un testimone oculare, “aveva il volto sereno, senza né paura, né fierezza”, ma dopo i primi convenevoli l’atmosfera si fece subito tesa. Come recitasse un copione già predisposto, Lala Mustafà cominciò rapidamente ad accalorarsi e ad accusare Bragadin di avere ucciso dei prigionieri turchi durante la tregua, l’altro ribatté che queste recriminazioni avrebbero dovuto essere avanzate prima della firma del trattato, ma il turco non volle ascoltare ragioni. Tanto per cominciare, disse che avrebbe trattenuto come ostaggio Gianantonio Querini, ossia il giovane lasciato dal padre coi difensori di Famagosta, sul quale aveva già puntato i suoi occhi libidinosi. Alle proteste di Bragadin, Lala Mustafà ebbe uno scoppio d’ira e senza perdere tempo, con un solo cenno della mano, ordinò ai suoi uomini di arrestare tutti i veneziani. Poi cominciò la carneficina.

Nella loro storia, i turchi hanno sempre usato la crudeltà come strumento di dominio. La loro religione d’altronde non vietava di torturare, decapitare e fare scempio degli infedeli. Per molti di loro, la crudeltà era addirittura un godimento. Quello che accadde ai malcapitati prigionieri lo ricaviamo dal racconto di due giovani paggi che furono risparmiati, forse per la loro avvenenza, e che solo molti anni dopo furono riscattati dai loro familiari.

I prigionieri, che erano circa un centinaio, furono riuniti nello spiazzo antistante la tenda e furono metodicamente fatti a pezzi a uno a uno, mentre Lala Mustafà assisteva impassibile e la folla intorno schiamazzava. Furono uccisi e squartati anche Gianantonio Querini e Astorre Baglioni. Soltanto Marcantonio Bragadin fu risparmiato perché Mustafà si limitò a ordinare che gli fossero tagliati il naso e le orecchie. Mentre lo scempio era in corso, il turco si godeva l’orrendo spettacolo divertendosi a chiedere al malcapitato dove fosse il suo Gesù Cristo che avrebbe dovuto salvarlo. Successivamente, anche tutti i soldati che avevano preso posto sulle navi, convinti di essere ormai in salvo, furono ricondotti a terra e in parte uccisi, in parte incatenati.

Il giorno seguente, Lala Mustafà fece il suo ingresso trionfale a Famagosta e, dopo aver fatto impiccare Lorenzo Tiepolo, cui Bragadin aveva affidato il governo della città prima di recarsi al campo turco, scatenò i suoi soldati contro l’inerme popolazione con le conseguenze che è persino doloroso immaginare.

Ma le sofferenze di Marcantonio Bragadin non erano ancora terminate. Dopo alcuni giorni di reclusione, con le atroci ferite sommariamente cauterizzate con pece bollente, il prigioniero fu condotto di nuovo al cospetto di Mustafà che lo sottopose a una serie di crudeli torture. Fu costretto a trasportare delle ceste di terra fino alle batterie e a baciare il terreno ogni volta che passava davanti al suo torturatore. Poi, “per mettere alla prova il suo coraggio” per tre volte gli premettero la testa sul ceppo per delle finte decapitazioni. Successivamente, fu fatto spogliare e messo in berlina legato a una sedia che venne issata sull’albero di una nave affinché potesse essere visto anche dalle altre navi che erano nel porto. Infine, venne ricondotto nella piazza centrale e scuoiato vivo. Bragadin morì, così riferisce un cronista, quando “il coltello del boia era giunto all’altezza dell’ombelico”. Non ancora soddisfatto, Lala Mustafà ordinò che la pelle dello sventurato fosse riempita di paglia e il macabro manichino venne esibito per le vie di Famagosta e quindi appeso al pennone di una galea accanto alle teste mozzate di Baglioni, di Querini e di Nestore Martinengo.

I macabri trofei sarebbero stati in seguito portati da Mustafà a Costantinopoli per essere mostrati al sultano e quindi sepolti nel cimitero degli schiavi. Per magra consolazione, ricorderemo che i resti dell’eroico senatore saranno trafugati nel 1580 da un giovane veneziano di nome Polidoro il quale li riporterà a Venezia dove sono ancora conservati in un’urna situata all’interno del monumento a lui dedicato nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo.

tratto da: Arrigo PETACCO, La croce e la mezzaluna. Lepanto 7 ottobre 1571: quando la Cristianità respinse l’Islam, Mondadori, Milano 2005, p. 141-144.BragadinBragadin

Le statali in pensione a 65 anni dal 2012

Via libera del Consiglio dei ministri all’innalzamento dell’età pensionabile per le donne del pubblico impiego da 61 a 65 anni, come chiesto dall’Ue. “L’impatto di questa norma è molto modesto, si parla di una platea stimata in circa 25mila donne nell’arco temporale da qui al 2012″. Così il ministro del Lavoro, Guglielmo Sacconi, sull’aumento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego. “L’impatto effettivo è molto molto contenuto”, dice il problema con l’Ue “è l’equiparazione” con gli uomini, ha ricordato Sacconi, ma non era percorribile una strada diversa: “Immaginate come verrebbe accolta dai mercati finanziari una riduzione per l’età degli uomini”, rileva.

“L’emendamento non riguarda in alcun modo il settore privato. Non è neanche la premessa”. Lo specifica il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, spiegando in conferenza stampa l’emendamento sull’innalzamento dell’età pensionabile delle donne della P.A. a 65 anni a partire dal 2012, appena approvato in Consiglio dei ministri.”La sentenza della Corte europea – spiega Sacconi – contesta solo la discriminazione salariale tra uomini e donne nella pubblica amministrazione”.

I risparmi che si produrranno dall’innalzamento a 65 anni per la pensione di vecchiaia delle dipendenti pubbliche “saranno utilizzate per misure di ordine sociale”. Lo ha affermato il ministro della P.a.,
Renato Brunetta. In particolare, il ministro ha indicato “asili nido, il settore della non autosufficienza, le politiche di conciliazione”.
soldi

Il crollo del Leviatano statunitense

Premessa sull’espansionismo statunitense
LeviatanoNel libro Terra e Mare (1) il grande giurista e teorico dello Stato Carl Schmitt interpreta la storia del mondo alla luce della centralità dello scontro geostrategico tra l’elemento tellurico e l’elemento marino, dai quali discendono due diverse concezioni della politica, del diritto e della civiltà. Lo scontro tra questi due elementi ha origine con la storia dell’uomo, basti pensare alla rivalità tra Roma e Cartagine, ma è solo con l’avvento della modernità che l’elemento marino, fino ad allora sottomesso a quello tellurico sembra essere in grado di fronteggiarlo alla pari e anche di avere la meglio su di esso.

L’Inghilterra, conquistando le terre al di là dell’oceano ed esercitando la supremazia sui mari, si è affermata come potenza marittima mondiale: essa è il Leviathan, che si oppone alla potenza terrestre (Behemoth) rappresentata dagli Stati continentali, fondati sull’identità collettiva della nazione e sulla difesa della patria e dell’integrità territoriale.

Con il tramonto della potenza inglese sono gli Stati Uniti a prenderne il posto, rivendicando non solo l’egemonia sulle Americhe con la ‘dottrina Monroe’, ma anche la supremazia negli oceani, attraverso la forza aeronavale, e tramite quest’ultima il dominio globale. Nell’affermazione di questa egemonia marittima mondiale si nasconde, secondo Schmitt, il germe della rovina, perché conduce alla trasformazione del diritto fra gli Stati in diritto privato internazionale, cioè in diritto commerciale, e introduce una forma di moralismo universalistico, politicamente pericoloso, perché fa appello al concetto discriminatorio di guerra giusta. Sicché il forte radicamento tellurico caratteristico del Vecchio Mondo (Eurasia e Africa) si confronta con il Nuovo Mondo, il luogo dell’universalismo indistinto e delocalizzato, ricettacolo di progetti messianici e mondialisti. Di qua una visione imperiale tellurica, di là una talassocrazia che mira all’egemonia mondiale; di qua il nomos della terra, di là la ‘tirannia dei valori’, il relativismo e il nichilismo assoluto che derivano dallo sradicamento e dal primato dell’economia sulla politica. Si tratta quindi di due concezioni geopolitiche, giuridiche e spirituali radicalmente opposte. Tale percezione di uno scontro fatale tra due opposte visioni del mondo si giustifica anche con il vissuto contingente e le posizioni assunte da Schmitt, basti pensare che alla fine degli anni Trenta questi applaudì al Patto Ribbentrop-Molotov ed al contempo riconobbe nell’Occidente, Gran Bretagna e Stati Uniti, l’avversario irriducibile dell’Europa.

Gli Stati Uniti infatti, fin dalla loro fondazione, si sono basati su un costrutto ideologico che postula la loro unicità come luogo della giustizia e della pace (Occidente) in contrapposizione all’Europa (Vecchio Mondo) luogo dell’oscurantismo e della tirannia. Tale forma di ideologia con venature messianiche trova il suo fondamento nel calvinismo professato dai Padri Pellegrini fuggiti dal Vecchio Continente per approdare sulle coste dell’America con l’intento di costruire la ‘Nuova Gerusalemme’. Riassumendo gli Stati Uniti si possono definire, per dirla con Damiano, «una nazione ideocratica, ‘aiutata’, nel suo ‘tracciato’ espansionista, da una costellazione iniziale di favorevoli circostanze geostoriche, quali, l’immenso spazio a disposizione; l’isolamento geografico; l’assenza di potenti vicini; una forte immigrazione di popolamento; la conflittualità europea, specie nei primi decenni dopo l’indipendenza; il predominio inglese sui mari. A ciò va aggiunta la circostanza storica probabilmente più importante, ossia la “deriva suicidaria dell’Europa”, a partire dalla prima guerra mondiale» (2).

Segnali inequivocabili di decadenza

L’espansionismo statunitense, che ha avuto diverse fasi, arriva al suo culmine nel ventesimo secolo, quando Washington decide di superare la dottrina Monroe di egemonia continentale per passare alla fase ulteriore dell’egemonia globale imponendosi come agente di ‘sovversione’ mondiale (con, a partire dal 1948, Israele quale sub-agente di destabilizzazione regionale nel Mediterraneo e Vicino Oriente). Si badi bene che l’opera di ‘distruzione creativa’ messa in atto dagli Stati Uniti, parte essenziale del suo moto espansionistico, ha agito ed agisce ancora in tutti i campi: economico, culturale, giuridico, spirituale, ma soprattutto a livello politico e geopolitico. A partire dal 1945, l’emisfero occidentale, coincidente fino a quel momento con le Americhe secondo l’originaria formulazione della dottrina Monroe, si espande fino ad includere prima l’Europa occidentale ed il Giappone, sconfitti ed occupati militarmente, poi, con il crollo dell’Unione Sovietica, il mondo intero. La fine del bipolarismo est-ovest ha, difatti, prodotto un vuoto nel continente eurasiatico che, data l’estrema debolezza e mancanza di obiettivi degli Stati europei, gli Stati Uniti, come unica superpotenza rimasta, hanno cercato velocemente di colmare prima che nuovi attori sorgessero a contrastarla. All’interno di questa strategia americana rientra il fenomeno della globalizzazione, esso non rappresenta altro che il tentativo estremo da parte degli Stati Uniti di estendere al mondo la propria Ordnung. Nasce, infatti, proprio in questa fase il Project for the New American Century (PNAC, Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank americano, fondato nel 1997, che delineerà la politica americana negli anni successivi. Tra i fondatori del PNAC, in prevalenza ebrei americani, ci sono personaggi che durante i due mandati presidenziali di Bush Jr. assumeranno incarichi di governo, basti pensare a Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz. Il PNAC non è altro che un progetto scaturito dal filone neoconservatore che, preso il sopravvento nella seconda metà degli anni ‘90, fa l’esaltazione fanatica e millenarista dei predetti miti fondatori degli Stati Uniti e del ‘destino manifesto’ quale missione affidata da Dio di civilizzare il mondo, uniti alla crociata ideologica trockista per l’‘esportazione della democrazia’ e la ‘guerra permanente’. Proprio negli anni ‘90 si assiste ad una politica estremamente aggressiva e unilateralista di Washington che tuttavia nel mentre continua attivamente a stimolare negli altri Paesi, specialmente in Europa, il multilateralismo e l’interconnessione finanziaria, da utilizzare come leve per indebolire ulteriormente la loro sovranità. Tuttavia la ‘fine della storia’ pronosticata da Francis Fukuyama e il trionfo definitivo del capitalismo di stampo americano che avrebbe portato la globalizzazione e l’americanizzazione del mondo, non si sono verificati. La fase unipolare dell’espansionismo americano, iniziata approssimativamente nel 1991 e terminata approssimativamente nel 2001, rappresenta non l’inizio del “Nuovo Secolo Americano”, come auspicato dagli americanisti di tutte le risme, ma bensì la sua conclusione, il tentativo estremo da parte degli Stati Uniti di preservare l’egemonia globale e frenare la nuova fase multipolare subentrante. A ben vedere il momento di massimo unipolarismo americano ha coinciso con il culmine della globalizzazione.

Il processo della globalizzazione, le cui origini risalgono al periodo 1944-1947 (Istituzione degli accordi di Bretton Woods, creazione del Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e accordi GATT), rappresenta la proiezione mondiale del sistema statunitense in una logica unipolare egemonica. Si può delimitare la fase ascendente della globalizzazione propriamente detta nel periodo che va dai primi anni ‘80 (1980: elezione di Reagan, 1982: morte di Brezhnev) al 1995, quando raggiunge il suo culmine con la creazione dell’OMC ovvero l’Organizzazione Mondiale del Commercio, attestando l’apparente trionfo dell’ideologia liberista che necessita della libera circolazione di capitali, beni e persone. Non è un caso che proprio in questo breve periodo di trionfo statunitense avviene quella che per Vladimir Putin è stata «la peggior tragedia geopolitica del XX secolo», ovvero il crollo e lo smembramento dell’Unione Sovietica. Un’altra ‘tragedia geopolitica’ avverrà in piena Europa con la dissoluzione della Jugoslavia nel 1991, la conseguenti guerre separatiste e l’apice dell’aggressività anti-europea statunitense raggiunto nel 1999, con i bombardamenti sulla Serbia dietro il paravento della NATO. Tuttavia oggi possiamo affermare che il culmine del ‘momento unipolare’ degli Stati Uniti raggiunto negli anni ‘90 piuttosto che rappresentarne il trionfo ne segna già l’inizio della discesa nel baratro.

Al volgere del Terzo Millennio gli USA erano in forte difficoltà sul piano politico-economico, entrando in una vera e propria recessione dopo circa 10 anni di crescita economica forzata e drogata, sorretta da un fortissimo indebitamento interno, da un grande passivo della bilancia dei pagamenti con forte indebitamento esterno, da una tendenza fortemente al ribasso sulla quota imputabile di commercio internazionale. Anche sul piano internazionale la loro egemonia era messa in discussione dall’emersione del potenziale polo geopolitico e geoeconomico rappresentato dall’Unione Europea. La recessione ed il declino della superpotenza USA, la fine delle forme specifiche della globalizzazione, stavano, infatti, avvenendo da diversi anni prima dell’11 settembre 2001, ed evidenti ne erano i segnali. La situazione interna degli USA, già dagli inizi degli anni ‘90, presentava dei problemi: basti ricordare che nel 1992 il debito nazionale generale era di oltre 4.000 miliardi di dollari (3), l’assistenza sanitaria era carente e una gran parte della popolazione americana si ritrovava a non avere una minima protezione sociale, il livello degli investimenti e dei risparmi erano inferiori a quelli dei paesi europei, e dal punto di vista produttivo vi era una bassa competitività con minimi tassi di crescita di produttività. La distanza esistente tra ricchi e poveri negli USA è aumentata a dismisura negli ultimi 30 anni; se nel 1969 infatti, l’1% della popolazione possedeva il 25% di ricchezza nazionale, nel 1999 questa percentuale è salita a circa il 40%, mentre l’indebitamento finanziario interno è passato da 12 a 22 trilioni di dollari tra il 1995 e il 2000. Se a ciò si aggiunge l’enorme indebitamento degli USA nei confronti del resto del mondo, coperto da appena il 4% delle riserve di valuta, e il sempre più alto disavanzo commerciale, si comprende quanto diventano forti le debolezze dell’economia americana negli anni ‘90, in piena era della globalizzazione. Inoltre, l’eccedenza degli investimenti attuati da un esagerato afflusso di capitali esteri e da una politica monetaria troppo espansiva ha portato a valori artificialmente gonfiati in Borsa con la conseguente crisi che ne è seguita; i livelli di profitto sono scesi, così come i consumi, ed è evidente che gli Stati Uniti erano in una seria fase di difficoltà economica, ben nascosta dai media e dalle istituzioni internazionali compiacenti, fino a giungere alla recessione, molto prima dei tragici eventi dell’11 settembre. Un falso grande boom americano sostenuto da un decennio in cui le famiglie e le imprese hanno speso molto di più di quanto guadagnavano e un indebitamento non più sostenibile che, con la successiva moderazione dei comportamenti economici, porta ad un forte rallentamento dell’economia, fino alla recessione. Ecco quindi che, nella seconda metà degli anni ‘90, attraverso la guerra del dollaro contro l’euro, la crisi petrolifera a guida americana e la gestione della New Economy nel contesto generale della finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti hanno cercato di nascondere la loro crisi ed hanno giocato le loro carte per soffocare le mire di affermazione ed espansionistiche innanzitutto del nuovo polo dell’Unione Europea e in misura via via maggiore anche degli altri poli geopolitici mondiali emergenti. Il gioco del caro dollaro e del caro petrolio si accompagna, quindi, alla ‘bolla finanziaria’ sui titoli della “Net Economy”; questo è uno specifico aspetto del modello complessivo neoliberista imposto dalla globalizzazione americana, una speculazione finanziaria che fa sì che società con scarso fatturato, o appena quotate, nel giro di un mese triplichino, quadruplichino il loro valore. Una globalizzazione finanziaria che da una parte crea forti condizioni e aspettative di guadagno facile e dall’altra determina in continuazione paure di disastrosi crolli. Un NASDAQ, il mercato azionario dei titoli tecnologici, continuamente sbalzato fra eccessi rialzisti ed eccessi ribassisti. E questi terremoti del NASDAQ trovano i loro mandanti proprio negli Stati Uniti, capaci di attirare attraverso i titoli della Net Economy enormi capitali europei sottoposti poi al rischio di continui ed improvvisi crolli. Tuttavia nemmeno la guerra contro l’Euro, l’imposizione del neoliberismo globale e la finanziarizzazione dell’economia sono riusciti ad impedire il declino della potenza americana e l’ascesa di poli geopolitici alternativi, già percepibile all’inizio del terzo millennio. A questo punto, persa la partita per imporre ‘con le buone’, attraverso la globalizzazione dei mercati e la finanziarizzazione speculativa, il loro dominio sul mondo e la ‘fine della storia’, gli Stati Uniti sono costretti a ricorrere ‘alle maniere cattive’, alla guerra, ultima risorsa per uscire dalla crisi sistemica. Dal cilindro viene tirato fuori Bin Laden e il terrorismo islamico, diviene vitale per evitare il disastro che sarebbe anche solo il rallentarsi dei movimenti di capitale verso New York, un attacco al cuore dell’Eurasia con il pretesto della “guerra infinita contro il terrorismo”.

Il declino della potenza americana nel mondo

La fase finale e irreversibile del declino americano inizia nel 2001, volendo fare riferimento ad un evento spartiacque si può prendere l’attacco alle torri gemelle avvenuto l’11 settembre del 2001 come simbolo del ‘crollo’ del ‘sogno americano’ e della fine del dominio assoluto della sola superpotenza fino a quel momento.

L’estrema aggressività e l’avventurismo di Washington nel periodo 1995 – 2001 sono stati una disperata reazione alla consapevolezza della fine della fase unipolaristica che ha subito un colpo mortale grazie a due eventi fondamentali: l’adozione dell’Euro nel 1999 e l’elezione di Vladimir Putin alla presidenza russa nel 2000. Come detto in precedenza, tramontato il sogno di egemonia mondiale non restava che la guerra quale extrema ratio per impedire o ritardare l’avvento del multipolarismo.

Il periodo 2001 – 2003 è il colpo di coda dell’unipolarismo morente, nel quale gli USA camuffandosi dietro una riesumata NATO si impadroniscono dell’Afghanistan e mettono piede nel Kirghisistan e dell’Uzbekistan, per poi passare all’occupazione dell’Iraq. Nel frattempo la NATO si espande all’inverosimile e attraverso le ‘rivoluzioni colorate’ finanziate da Soros in Ucraina e Georgia arriva a minacciare i confini della Russia. In questo periodo la dottrina della ‘stabilità’ politico-economica internazionale diventa elemento propagandistico prioritario nel tentativo di aggressione all’Eurasia e di dominio manu militari del mondo, dominio imposto attraverso il nuovo ruolo dell’ONU depotenziato e sostituito in pieno dalla NATO. In questo periodo la situazione interna degli USA si aggrava. La disoccupazione ha registrato un notevole aumento, dall’inizio del 2001 si sono avuti oltre 1 milione e 200.000 di disoccupati in più ed il tasso di disoccupazione nell’agosto di quell’anno è arrivato al 4,9%; si è registrata una diminuzione nei consumi di oltre lo 0,5% mentre il PIL nel secondo semestre del 2001 cresce solo dello 0,2%, e il terzo trimestre è addirittura negativo (-0,4%) segnalando, anche ufficialmente, la fase recessiva. Negli anni successivi la situazione si aggrava a causa del drammatico legame fra disoccupazione e logiche liberiste di precarizzazione del vivere sociale. Si aggiunga un mercato di capitali ‘pompato’, dove anche i rialzi e le piccole riprese sono imputabili ai giochi a sostegno dei titoli delle imprese meglio proiettate nei nuovi scenari di economia di guerra post-globale. Si decide di marciare secondo i parametri del sostenimento della domanda e della produzione attraverso una sorta di keynesismo militare come tentativo di risolvere, o almeno gestire, la crisi; per questo l’economia di guerra dell’era Bush Jr. aveva carattere strutturale, cioè ampio respiro e lunga durata sostituendo il Warfare al Welfare, con continui tagli al sistema pensionistico, alla sanità e allo Stato sociale.

Dopo l’iniziale apparente successo dell’avventurismo militare americano, nel periodo 2001 – 2003, dovuto all’incertezza internazionale che caratterizzava l’alba della nuova fase multipolare e alla disorganizzazione delle nazioni emergenti, il successivo periodo 2004 – 2009 sancisce la definitiva sconfitta del modello Bush–neocon di attacco al cuore dell’Eurasia quale misura estrema per uscire dall’impasse della crisi. Nel 2006 il PNAC chiude i battenti, attestando il fallimento del progetto di egemonia mondiale.

La guerra russo-georgiana del 2008 o, meglio, la fallita aggressione alla Russia perpetrata per il tramite dell’esercito georgiano armato da Israele e Stati Uniti, ha definitivamente posto la pietra tombale sull’unipolarismo statunitense ed ha sancito e reso effettivo il sistema geopolitico multipolare.

Cause del declino americano

In un saggio del 2007 il giornalista Luca Lauriola afferma che l’attuale crisi dell’egemonia americana va imputata ad una molteplicità di cause quali: il ridimensionamento geopolitico del ruolo USA dovuto alla crescita economica e tecnologica dei poli rivali russo, cinese ed indiano; la crisi economica e finanziaria degli USA dovuta a cause sistemiche e non reversibile perché connaturata alla forma del capitalismo americano; il castello di menzogne su cui si basa la strategia di dominio americana per legittimare il proprio espansionismo ha ormai oltrepassato la soglia di tollerabilità ed è sul punto di crollare; le condizioni di vita di gran parte della popolazione statunitense sono simili a quelle di molti paesi sottosviluppati; il ruolo politico sempre maggiore ricoperto dalla lobby sionista. Per quanto riguarda l’aspetto economico e finanziario, esaminando il periodo 2001 – 2010 praticamente non c’è un solo dato che non indichi una crisi irreversibile del sistema americano. Basti dire tra il 2005 ed il 2010 il numero di disoccupati in USA è praticamente raddoppiato così come, tra questi, è più che quadruplicato il numero di quelli a lungo termine (6 mesi o più) (4). Giova ricordare che gli americani hanno già rischiato la bancarotta e la dissoluzione come entità statale nel 2008 con lo scoppio della ‘bolla immobiliare’ dalla quale si sono salvati in extremis solo grazie all’intervento di Giappone e Cina, timorosi di perdere il mercato di sbocco principale per i loro prodotti. Ma i dati che illustrano in maniera devastante la crisi americana sono quelli del debito pubblico e della bilancia commerciale.

A cominciare dagli anni ‘80 (durante l’amministrazione Reagan) gli Stati Uniti hanno iniziato ad avere sia un grande debito pubblico sia un disavanzo commerciale. Il debito pubblico era intorno ai 50-75 miliardi di dollari alla fine degli anni ‘70 e crebbe a oltre 200 miliardi nel 1983. Il disavanzo della bilancia commerciale era attorno allo zero all’inizio degli anni ‘80 ma superò i 100 miliardi di dollari nel 1985. Oggi analizzando il disavanzo commerciale dei vari Paesi gli USA si situano all’ultimo posto della lista con un disavanzo che è piu’ del doppio rispetto a quello della Cina che è in surplus e si situa al primo posto. Inoltre, il debito pubblico americano ha superato la quota record dei 12 mila miliardi di dollari e non accenna a diminuire risultando essere il più alto al mondo.

Ma come mai gli Stati Uniti dopo un ventennio di apparente prosperità, nel quale hanno guidato il processo di globalizzazione, sono oggi sul punto di collassare? Come mai gli Stati Uniti non sono stati in grado di imporre la propria Ordnung al mondo intero? La risposta, più che nell’economia, va ricercata nella natura e nella geopolitica degli USA: « Gli Stati Uniti d’America – potenza talassocratica mondiale – hanno sempre perseguito, fin dalla loro espansione nel subcontinente sudamericano, una prassi geopolitica che in altra sede abbiamo definita “del caos”, vale a dire la geopolitica della “perturbazione continua” degli spazi territoriali suscettibili di essere posti sotto la propria influenza o il proprio dominio; da qui l’incapacità a realizzare un vero ed articolato ordine internazionale, quale ci si dovrebbe aspettare da chi ambisce alla leadership mondiale» (5).

La natura talassocratica degli USA e l’incapacità di governare e amministrare il territorio sono l’origine del loro declino, perciocché non è dato loro il potere di esercitare una funzione regolatrice ed equilibratrice dei vari popoli ed etnie che vivono in un territorio delimitato e di fornire quel senso di unità spirituale basato sulla coscienza di appartenere ad una medesima ecumene, quali invece sono i tratti caratteristici di un impero propriamente detto.

Dopo l’America

Ricapitolando, l’ultimo ventennio del XX secolo (1980 – 2001), ha visto la potenza degli Stati Uniti raggiungere il suo picco massimo. Quella che oggi viene definita ‘era della globalizzazione’, che ha raggiunto il suo culmine nella metà degli anni ‘90, non è stata altro che il tentativo di egemonizzare il mondo, attraverso gli strumenti della finanza speculativa e del soft power (diffusione dei concetti di ‘esportazione della democrazia’, ‘diritti umani’, liberismo, utilizzando anche Hollywood, la musica pop-rock e i ‘nuovi media’, internet in testa), messo in campo dagli USA nel loro ‘momento unipolare’.

Fallito il tentativo di imporsi come soggetto egemone a livello mondiale attraverso l’esportazione dei propri ‘valori’ gli USA nel periodo 2001 – 2008 hanno deciso di puntare tutto in un attacco disperato all’Heartland con tutto il volume di fuoco di cui sono stati capaci, ma anche questa mossa dopo una iniziale serie di successi viene bloccata dalle potenze continentali emergenti. Sempre più si profila all’orizzonte il conflitto aperto, multipolare, tra la ormai ex superpotenza in declino degli USA e i nuovi poli emergenti costituiti dal BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) con in più l’Iran in crescita strepitosa. Non bisogna però sottovalutare l’attuale potenza degli USA ne la residua capacità di reazione al declino in corso, per due ordini di motivi: come detto all’inizio la natura dell’espansionismo talassocratico americano non si basa sulla sovranità e sul controllo del territorio, perché questo avviene sospinto da forze non-statali, finanziarie ed economiche, che ne costituiscono il vero motore. Sono forze ‘liquide’ come liquido è il mezzo che storicamente hanno prediletto per espandersi, cioè il mare. Questa ‘liquidità’ che contraddistingue l’impalcatura economica e geopolitica degli USA comporta una seria difficoltà a batterli sul loro terreno, che è quello, in senso fisico, dei mari e dei cieli, in senso lato, della finanza e del soft power. In secondo luogo gli USA sono riusciti negli anni addietro ad acquisire posizioni di predominio nel settore finanziario (attraverso il controllo di organismi quali lo SWIFT), in quello della sicurezza mondiale e nel controllo dei ‘nuovi media’, internet in testa. Dal punto di vista militare la NATO, strumento di accerchiamento della massa eurasiatica, è ancora vitale ed in grado di esercitare la sua funzione antieuropea e antieurasiatica, inoltre restano le centinaia di basi militari e avamposti che gli statunitensi sono riusciti a installare in giro per il mondo e attraverso i quali sono in grado di esercitare ancora una capacità di deterrenza e di controllo sugli Stati ‘ospitanti’. In conclusione pur se in una fase di declino gli Stati Uniti sono ancora capaci di esercitare una residua forma di egemonia, soprattutto nelle zone sotto la loro influenza diretta (Europa e Giappone, in quanto ‘colonizzati’ a tutti gli effetti), piuttosto l’attuale fase è da ritenersi potenzialmente più pericolosa della precedente fase unipolare perché è proprio quando l’animale è ferito mortalmente che la sua reazione diventa più sconsiderata e furente come dimostrano l’avventurismo in Georgia e le recenti esplicite minacce di attacco nucleare nei confronti di Iran e Corea del Nord.

Tali minacce saranno scongiurate solo da una decisa azione di concerto tra le potenze del blocco eurasiatico e quelle dell’america indiolatina.Leviatano

Bitonci: trappola su Facebook per destabilizzare la Lega Nord

“Da mesi siamo sotto attacco mediatico perchè abbiamo una sola, grande
colpa, quella di far crescere il consenso della gente nei nostri confronti
giorno dopo giorno”. Ha le idee ben chiare il Deputato leghista Massimo
Bitonci in merito alle scritte razziste messe in rete da un utente facebook
la cui paternità era stata in un primo tempo attribuita alla Lega Nord di
Mirano (VE).

“Innanzitutto va spiegato, per chi non ha dimestichezza col social network
in questione, che una cosa è  “dare l’amicizia” a qualcuno (e cioè avere la
possibilità di interloquire con il contatto), altra cosa è aderire ad un
gruppo di discussione, dove si approfondisce un determinato tema. E’
arcinoto agli iscritti a facebook che l’amicizia si concede a tutti senza
riserve (nel mio caso ho oltre 4.000 “amicizie”). Ciò non significa però
essere responsabili di ciò che gli utenti mettono in rete, soprattutto
quando il presunto “amico” sta ingannevolmente mettendo in atto una trappola
mirata a destabilizzare il nostro partito. Un tentativo per la verità
maldestro ed infruttuoso, che svela tuttavia fin troppo bene la paternità
dei suoi autori: quella frangia di catto-comunisti che ben si sposa con
alcuni ex fascisti – alcuni dei quali collocati ancora in posizioni
strategicamente rilevanti – che pur di rifarsi una verginità
irrimediabilmente perduta, rilasciano dichiarazioni che non starebbero in
bocca nemmeno alla sinistra più estrema e radicale”.
“Infastidita dal crescente successo della Lega Nord – prosegue l’Onorevole
Bitonci – certa parte politica cerca in ogni modo – e l’attacco informatico
di ieri è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo – di screditarci agli
occhi degli elettori, dimenticando che il nostro consenso si sviluppa
proprio nel territorio, tra operai, imprenditori, artigiani, lavoratori
dipendenti, pensionati e giovani; siamo attenti ai loro bisogni e per il
loro soddisfacimento lavoriamo e ci battiamo.>
La diminuzione dei reati, la politica severa in tema di immigrazione

clandestina che già sta dando riscontri positivi, grazie agli efficaci
provvedimenti del Ministro Maroni, la conquista del federalismo fiscale, la
semplificazione normativa, sono tutte battaglie che abbiamo combattuto e che
stiamo vincendo.  Ci rendiamo conto che tutto ciò crea problemi agli
avversari politici che, non riuscendo a partorire idee, cercano di
accalappiare consensi con mezzi e mezzucci vergognosi e miserabili”.
“Invito gli autori di questa ennesima fesseria – conclude Massimo Bitonci –
a creare un account intitolato “Circolo Comunista Emiliano”, recante una
bella foto avente a didascalia “Seviziamo i clandestini”. Vedranno quante
inconsapevoli, illustri, improbabili iscrizioni riceveranno! Ma questo – of
course – non fa notizia…”

Manzato replica a Fini: “La Lega ha una storia popolana, non è razzista”

Franco Manzato, esponente della Lega e vice presidente del Veneto, interviene sulle accuse di razzismo rivolte dalla Chiesa e da Fini al Carroccio. ”In Veneto – sottolinea – nell’ultimo anno sono raddoppiati gli ingressi in mobilita’ degli immigrati, che ormai rappresentano il 48% degli espulsi dal mondo del lavoro. Di fronte a queste cifre, non ha piu’ senso parlare di razzismo o ideologie”.

”Il presidente della Camera – aggiunge – potra’ raccogliere tutte le delibere dei municipi o delle Province amministrate dal Carroccio e non trovera’ nemmeno un’azione contro gli stranieri o bocciata da qualche tribunale. La Lega, avendo una storia ‘popolana’ e non ‘da salotto’, non si arrocca su ideologie. Ed infatti anche l’Ue ha dovuto rigettare ogni eccezione sul decreto Maroni, dopo aver additato l’Italia, con mille polemiche, come Paese razzista. E siamo i primi in Europa ad aver organizzato un provvedimento sensato per regolarizzare colf e badanti sia dal punto di vista giuridico che lavorativo”. ”Cio’ per cui lavoriamo – aggiunge Manzato – e’ che si pensi ad una carta dei doveri, e non solo a quella dei Diritti dell’uomo. Le riforme che la Lega sta portando avanti sono soltanto a tutela degli italiani e non contro l’immigrazione, perche’ il tempo dell’accoglienza indiscriminata e’ finito: se uno straniero vuole restare in Italia, lo fara’ con un lavoro regolare e pagando le tasse per avere servizi uguali agli italiani. Altrimenti capitera’ che discriminati saranno i nostri anziani che dopo 40 anni di lavoro si troveranno a mettersi in fila alla mensa dei poveri mentre i disoccupati immigrati ricevono un sostanzioso assegno sociale”.

I cattolici marciani spiegano il senso del digiuno

L’inizio del mese di Ramadan durante il quale la comunità musulmana pratica il digiuno rituale nei modi prescritti dalla religione, per la quale tale esercizio pratico costituisce uno dei cosiddetti “5 pilastri dell’Islam”, ha ottenuto ampia risonanza sui media. Tuttavia l’informazione ci è parsa sempre interessata ad elementi di costume, oppure ad aspetti sociali di vario tenore. A noi invece interessa evidenziare come la società occidentale sia stranamente incuriosita da questa pratica religiosa, degna del massimo rispetto, quasi come se fosse una pratica esotica e non un elemento comune a tutte le tradizioni dove la spiritualità è un elemento determinante del comune sentire e, quindi, della cultura.

Infatti tutte le religioni conoscono il digiuno come pratica di ascesi, cioè di elevazione spirituale, e di estasi personale, cioè di distacco dalla materialità quotidiana alla ricerca di una dimensione più consona alla piena umanità. Ma tra tutte le tradizioni religiose ce n’è una, tra tutte, che vive il digiuno in una dimensione specialissima, e questo è per noi l’elemento di stupore per l’amnesia dell’Occidente: si tratta della religione cristiana.

Nel periodo della Quaresima che precede la Pasqua, come ancora qualcuno ricorderà, è  raccomandata la pratica di digiuno e astinenza a tutti i membri della Chiesa, cioè a tutti i battezzati che vivono in comunione con Cristo. La differenza qualificante del digiuno cristiano consiste proprio nel fatto che non si tratta di una prassi, se non accidentalmente; infatti le modalità della pratica possono variare secondo le situazioni, giacché ciò che importa nel cristianesimo è sempre l’incontro e la comunione con Cristo, nella Chiesa.

Mentre in tutte le altre pratiche religiose l’aspetto formale è fondamentale, compresi i casi di dispensa dall’obbligo, nel cristianesimo esso è solo il mezzo, il segno esteriore con il quale il fedele a Gesù Cristo sceglie liberamente di condividerne la passione, riflettendo sul dolore causato dal peccato, in attesa della gioia della Risurrezione conquistata dal Cristo per tutti coloro che non la rifiuteranno deliberatamente con estrema superbia.

In tutte le pratiche religiose, in tutte le forme liturgiche, in tutti i modi concreti attraverso i quali il fedele vive il cristianesimo anche nella quotidianità, la centralità è sempre l’incontro con il Cristo di Dio; quello che l’uomo fa, sente e vive, riceve valore solo grazie a questa dimensione di grazia senza la quale tutto si riduce a mera prassi umana, degna appunto di rispetto per la finalità che si pone ma anche circoscritta all’esperienza del singolo individuo e quindi infeconda dal punto di vista relazionale, che è il solo a rendere l’uomo un essere compiuto.

La pratica del digiuno deve poi essere condotta con sobrietà, nel segreto della preghiera, senza forme di esibizionismo che ne squalificano il contenuto, come ebbe a insegnare lo stesso Gesù: ”Quando digiunate non fate i tristi come gli ipocriti che si imbruttiscono la faccia, per mostrare agli altri che essi digiunano. In verità vi dico che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi la faccia. In modo che non agli uomini appaia che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto: e il Padre vostro, che vede nel segreto, vi ricompenserà” (Vangelo di Matteo 6, 16-18)

Sappiamo pure che nel mondo è invalsa anche la pratica del digiuno come strumento di protesta politica, che non contestiamo in ambito laico. Tali pratiche però, quand’anche effettuate da esponenti del clero cattolico che così contravvengono alle indicazioni della Costituzione Conciliare “Gaudium et Spes” (Cartella n.42), nulla hanno di specificamente cristiano in quanto il loro orizzonte è strettamente politico e temporale. Ci teniamo a dirlo ad alta voce, come riferimento culturale di quei membri della Chiesa che non accettano la deriva politicante di taluni esponenti del clero e che continuano a voler essere membri della Chiesa intesa come comunità dei credenti e corpo mistico di Cristo (Lettera di S.Paolo ai Corinzi) secondo i dettami del Concilio Vaticano II, secondo la millenaria Tradizione, secondo il magistero del Pontefice, secondo gli insegnamenti delle Sacre Scritture e particolarmente dei Vangeli, nonché secondo il sensus fidei del quale anche i cattolici veneti, ai quali più direttamente ci rivolgiamo, sono storicamente permeati.

ASSOCIAZIONE CULTURALE CATTOLICI MARCIANI

Il sindaco di Piovene alle ambasciate straniere: “Pensate voi ad aiutare i vostri connazionali in difficoltà economiche a causa della crisi”

Il sindaco di Piovene Rocchette, Maurizio Colman, ha scritto alle ambasciate straniere invitandole a farsi carico del sostegno economico dei cittadini loro connazionali, residenti nel Comune di Piovene, trovatisi in difficoltà anche a causa della crisi economica in atto. “Questa iniziativa – precisa il sindaco – vuole affermare un tratto distintivo di questa Amministrazione, ossia che costituisce titolo di priorità nei nostri interventi l’utilizzo di risorse economiche a favore dei cittadini vicentini e veneti, che con il loro lavoro hanno reso possibile il livello si assistenza che oggi siamo ad offrire”.

Manzato: “Gabbie salariali primo esempio di federalismo: istituiamo contratti regionalizzati legati al costo della vita”

“Chiamiamoli gabbie salariali o contratti regionalizzati, ma da un aspetto non si può prescindere: al Nord uno stipendio da 1000 euro è una miseria, al Sud ci si vive dignitosamente. Per questo chiediamo che da subito si lavori a una riforma degli stipendi e che questi siano legati al reale costo della vita nelle regioni, così come avviene in Germania e Francia”.

La richiesta arriva dal vicegovernatore Franco Manzato, che entra nella discussione sulle gabbie salariali in seguito alla pubblicazione da parte di Bankitalia dei dati sul costo della vita nelle varie zone d’Italia. “Qui non si tratta – afferma il vicepresidente della Giunta veneta – di calare gli stipendi al Sud, ma di aumentarli al Nord. Il punto di partenza della questione dev’essere se uno con un migliaio di euro vive o no nel suo territorio. Per questo dobbiamo garantire a tutti un minimo stipendiario che poi andrebbe integrato su base regionale da un’aggiunta calibrata sul costo della vita. Come Gruppo Lega a palazzo Ferro Fini, abbiamo fatto svolgere uno studio che ha rivelato come al Nord il costo della vita sia superiore del 30% rispetto al Meridione. Ovvero: per la stessa mansione, un operaio specializzato in Veneto percepisce 1400 euro, così come in Campania dove però la vita costa decisamente meno. Sbaglia Franceschini quando a Marghera dice che le retribuzioni al Sud calerebbero con le gabbie salariali, mentre al Nord resterebbero stabili. Basterebbe garantire a tutti una base e poi lasciare la contrattazione alle Regioni in base a dati reali e certificati. Ciò che fa gridare allo scandalo i più, in questi giorni, è facilmente constatabile, basta andare in un ristorante in Veneto e in uno pugliese, o anche in un supermercato, o provare ad affittare una casa. Ci si renderebbe conto di come esistano due Italie con costi della vita sproporzionati”.

“Il Veneto – conclude Manzato – è ricco in relativo, non in assoluto; il Pil è alto ma la gente comune vive con 1000 euro al mese e non ce la fa. Questa non è ideologia o politica, ma la realtà effettuale. A breve si andranno a ridefinire molti contratti, e se non si vogliono ammazzare i lavoratori e le piccole-medie imprese del Nord si dovrà tenere conto di differenze territoriali ormai evidenti a tutti. E’ la miglior Cassa del Mezzogiorno che si possa pensare e realizzare senza cadere in politiche nazionali dannose”.

(TABELLE A SEGUIRE TRATTE DALLO STUDIO “FAMIGLIA VENETA E COSTO DELLA VITA EFFETTUATO DAL GRUPPO CONSILIARE LEGA NORD VENETO su fonte Eurispes)

Costo della vita su base annua in 10 località italiane

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Città

Alimentari Non alimentari Totale
Capodimonte

(Viterbo)

€     9.996,84 €   24.668,59 €  34.665,43
Torino €     9.342,12 €   25.727,16 €    35.069,28
Noci

(Bari)

€     8.972,64 €   26.260,48 €    35.233,12
Genova €     9.312,60 €   27.252,85 €    36.565,45
Caserta €     8.365,56 €   28.430,72 €    36.796,28
S. Benedetto del T. €   10.512,12 €   27.066,00 €    37.578,12
Cosenza €   10.681,44 €   27.284,63 €    37.966,07
Roma €     9.296,28 €   30.431,81 €    39.728,09
Treviso €   12.129,00 €   28.459,58 €    40.588,58
Bologna €     9.843,00 €   33.695,05 €    43.538,05
Italia €     9.913,44 €   26.615,95 €    36.529,39

Spesa media familiare mensile nelle varie regioni italiane

REGIONI Spesa mensile
Piemonte €  2.613,00
Valle d’Aosta €  2.549,00
Lombardia €  2.801,00
Trentino-Alto Adige €  2.632,00
Veneto €  2.716,00
Friuli-Venezia Giulia €  2.483,00
Liguria €  2.252,00
Emilia-Romagna €  2.762,00
Toscana €  2.468,00
Umbria €  2.470,00
Marche €  2.432,00
Lazio €  2.314,00
Abruzzo €  2.161,00
Molise €  2.003,00
Campania €  1.928,00
Puglia €  2.012,00
Basilicata €  1.766,00
Calabria €  1.939,00
Sicilia €  1.678,00
Sardegna €  2.174,00
Italia €  2.381,00

Rimanenza mensile utile al risparmio familiare

REGIONI Rimanenza mensile utile al risparmio
Dipendente Autonomo Trasf. pubblici Media
Piemonte €     228,17 €     587,08 -€        793,67 -€  129,00
Valle d’Aosta €        53,58 €  1.575,58 -€        670,67 -€     65,83
Lombardia €     202,58 €  1.176,33 -€     1.035,33 -€  127,75
Trentino-Alto Adige €     213,42 €  1.037,25 -€     1.103,33 -€  136,50
Veneto €        67,33 €     337,67 -€      1.062,17 -€  286,00
Friuli-Venezia Giulia €     194,83 €  1.072,58 -€        706,67 -€     87,00
Liguria €     225,25 €     508,25 -€        572,33 -€  129,58
Emilia-Romagna €        96,17 €     870,08 -€        873,00 -€  141,00
Toscana €     364,33 €     654,50 -€        633,42 -€       2,33
Umbria €     236,50 €     542,42 -€        721,33 -€  146,17
Marche €     246,17 €     693,50 -€        695,58 -€     57,42
Lazio €     471,08 €     478,33 -€        203,50 €   187,58
Abruzzo €     413,67 €     784,42 -€        576,67 €     71,58
Molise €     356,92 -€       25,58 -€        559,33 -€  116,00
Campania €     347,50 €     709,00 -€        362,17 €     53,17
Puglia €     269,92 -€     274,00 -€        492,00 -€  168,33
Basilicata €     530,08 €        79,67 -€        370,58 €     40,17
Calabria €     160,42 €     352,33 -€        550,67 -€  133,25
Sicilia €     273,08 €     564,08 -€        279,42 €     51,58
Sardegna €     297,92 €     480,33 -€        328,92 €     69,42
Italia €     261,00 €     666,00 -€         665,67 -€      63,08

Confindustria interpella il governo

Prima l’On. Calearo del PD, ex esponente di spicco di Confindustria, dichiara che entro fine anno molte imprese venete saranno costrette a chiudere i battenti se non cambiano le condizioni congiunturali e in assenza di provvedimenti mirati.

Poi la presidente nazionale di Confindustria, Emma Marcegaglia, rientra dalle ferie agostane chiedendo al Governo una serie di misure in favore delle imprese, per tutelare il lavoro e non dissestare il sistema produttivo. In particolare si chiedono la proroga degli ammortizzatori sociali finora attivati, una serie di agevolazioni finanziarie e un intervento deciso per creare condizioni incentivanti.

Ma non stavamo ascoltando il coro trionfante di tutti gli economisti che predicano la felice conclusione della crisi?

Staremo a vedere, ma già  su queste pagine abbiamo manifestato la nostra profonda perplessità  sia sulle effettive capacità dei sedicenti economisti, sia sulla loro sincerità che secondo noi è condizionata dall’esigenza di comunicare ottimismo imposta dai politici di tutto l’Occidente.

La sensazione è che le vacche grasse dell’ultimo trentennio siano proprio finite, non solo nascoste, e che ci aspetti un periodo altrettanto lungo di vacche magre. Ma, ottimisticamente, speriamo di sbagliare.