4 Novembre: la Leggenda del Piave

Se in Italia non fosse penetrata la bestemmia socialista prima, e fasciocomunista poi, le cose sarebbero andate diversamente. I valori su cui l’Italia si poteva fondare come Patria erano stati cementati dal sangue versato per difendere il suolo natìo dall’invasione dello straniero e se la canzone del fiume Piave fosse diventata inno nazionale, al posto della banale marcetta di Novaro e Mameli, difficilmente il “grande tanghero” Mussolini detto “er puzzone” avrebbe potuto fare ciò che ha fatto; men che meno i suoi fratelli gemelli cadetti di rosso ideologico vestiti, ammantati e ottenebrati, si sarebbero eretti a paladini di ogni virtù, contribuendo a disgregare quanto la sofferenza stava unendo anche contro la Storia delle diverse Nazioni confluite forzosamente nell’Italia. Oggi, forse, varrebbe ancora la pena perseguire il “Progetto Italia”, anziché giustamente guardare a un futuro che restituisca l’indipendenza a quei popoli che all’Italietta squallida e mafiosa sono stati soggiogati e dalla quale non vedono l’ora di fuggire.

Pur tuttavia, in memoria e per rispetto a quei nostri nonni, o bisnonni, o prozii che hanno sacrificato la vita per la nostra libertà sui fronti del Carso, del Piave, del Monte Grappa, del Cauriol, dell’Isonzo, mandati a morire come carne da macello ma morti con onore e coraggio, nel giorno del 4 Novembre pubblichiamo il testo della canzone che più degnamente li rappresenta, l’unica cosa davvero degna di rispetto prodotta dall’Italia in un secolo e mezzo di Storia unitaria.

LA LEGGENDA DEL PIAVE

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!”

Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
poiché il nemico irruppe a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i tuoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l’onde.
Come un singhiozzo in quell’autunno nero
il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero!”

E ritornò il nemico per l’orgoglio e per la fame
voleva sfogar tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l’onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: “Indietro va’, straniero!”

Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l’ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l’italico valore
le forze e l’armi dell’impiccatore!
Sicure l’Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l’onde.
Sul patrio suol vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

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