Tovarish Monti, il liberalizzatore sovietico

Attenzione attenzione, parla Mosca, l’infobjurò sovietico annuncia che nella giornata odierna il comitato supremo per il “Bene Comune del Popolo Italiano”, guidato dall’illustre e autorevole presidente Mario Monti ha stabilito che il nostro popolo ha l’urgente esigenza di più libertà in campo economico e quindi decreta con effetto immediato una serie di provvedimenti atti a favorire un incremento della competitività. I provvedimenti si intendono immediatamente esecutivi ed inappellabili. Chiunque vi si opporrà, verrà considerato un boicottatore.”

Questo l’ipotetico messaggio di annuncio in epoca sovietica.

Cambiano le epoche e le coordinate geografiche, ma la modalità con cui sono stati intrapresi dal governo i provvedimenti “liberalizzatori” in fretta e furia e senza alcuna consultazione dovrebbe fare riflettere ogni persona che si ritenga dotata di un minimo di analisi critica e lucidità mentale.

Si parla di liberalizzare e si usa un decreto per farlo. Tanti soggetti economici devono sottostare alla volontà di un unico soggetto centrale e autoritario (e aggiungo non eletto da nessuno). Dopo una prima fase di progressivo inasprimento fiscale (gli effetti reali saranno tastati sulla nostra pelle fra pochi mesi), ora si pretende si inoculare nell’organismo qualche provvedimento ridicolo in campo economico (qualche notaio in più, la scatola nera sulle automobili, l’obbligo di fare tre preventivi alle assicurazione e l’imposizione per il medico di famiglia di dire al paziente che esistono i farmaci generici).

Non vedo l’ora di essere competitivo! Per decreto legge! Ma perché non annullano la gravità per decreto legge? Potremmo così fluttuare liberamente nello spazio! C’è poco da ridere. Il cittadino è considerato un mero esecutore della volontà centrale.

La Costituzione, che dovrebbe essere il documento che stabilisce i limiti del Governo, in realtà non ha più alcun valore, ne viene sventolata la presenza soltanto quando fa comodo. La saccenza tipica del pianificatore centralista decreta quanto ognuno di noi debba essere libero, come debba lavorare, muoversi, comunicare, mangiare, come debba essere educato, e così via. Tutto viene imposto dall’alto in modo tale da annullare ogni opposizione e con uno stravolgimento nell’uso delle parole da alterarne il significato di base.

Le libertà vengono emanate per decreto, chi si oppone è un privilegiato egoista, un boicottatore da isolare ed eliminare. Gli spazi di manovra per esprimere una propria opinione sono sempre più limitati alla scelta di dove andare in vacanza d’estate ed il grado di influenza di ogni singolo cittadino è sempre più limitato ed irrisorio. Eppure alla gente viene fatto credere di essere liberi. Il “Corriere della sera” sotto la parolina magica liberalizzazione ha titolato: “Famiglie e professioni, la vita cambia così”. Capito? Per il più importante quotidiano d’Italia, libertà significa vedersi cambiare la vita per legge, per volontà di un bocconiano.

Tutta questa situazione dovrebbe fare rabbrividire e far scattare un qualche meccanismo di difesa o fors’anche una sana rabbia che porti a consapevoli atti di disubbidienza. Altrimenti per decreto legge un giorno fisseranno a che ora dobbiamo lasciare questa Terra.

спокойной ночи! (Che in lingua sovietica significa buonanotte!). Siam passati dal “presidente operaio” a quello “sovietico”.

LA LEGA E’ UNA POLVERIERA. MILANO PUO’ VALERE UNA RISSA

L’apparente tregua, o pace che dir si voglia, spacciata l’altra sera a Varese in occasione del “Maroni Night”, quando Bobo e Umberto si sono presentati insieme sul palco, non è durata nemmeno lo spazio di un mattino. Ieri, infatti, su vari fronti sono scoppiate continue battaglie che danno l’idea di un movimento seduto su una polveriera, che al Teatro Apollonio ha solo cercato di dare la sensazione di una ritrovata unità, per evitare il rischio che la manifestazione di domenica a Milano contro il governo Monti si trasformi in un ring dove si misureranno le due diverse fazioni.

La giornata è stata un fuoco d’artificio continuo. Il deputato maroniano Luca Pini ha disconosciuto la firma sulla mozione di sfiducia personale presentata da Reguzzoni contro il ministro Corrado Passera, facendola sostanzialmente decadere. Mozione per altro considerata un errore dallo stesso Maroni. Durissime le parole usate dal deputato: «Ieri Bossi ha confermato a Maroni che della mozione su Passera non ne sapeva nulla, per questo oggi ho disconosciuto la mia firma telematicamente con la Camera. Non mi faccio prendere per il culo da un soggetto come Reguzzoni. Non ho ritirato la firma perchè semplicemente non ho firmato nulla – spiega il deputato leghista -. Non ero neanche stato avvisato dell’iniziativa. Finchè Reguzzoni non viene rimosso dal suo incarico – aggiunge – a livello collettivo io non firmo nulla se non è una iniziativa di Bossi o di Maroni. Tra l’altro ritengo che in questa fase una mozione di sfiducia ad un ministro serva solo a ricompattare la maggioranza. È inutile che Reguzzoni ed i suoi quattro ‘scalzacan’ dicano che una iniziativa di Bossi perchè non è così ». «Della mozione non ne sapevo nulla – conclude Pini – al punto che quando Reguzzoni ha preso la parola in Aula, immaginavo stesse presentando le sue dimissioni». Replica di Reguzzoni: «Se non si discuterà la mozione contro il ministro dello Sviluppo, a ridere sarà Passera ed il nostro nemico che è il governo Monti. A piangere saranno invece benzinai, camionisti, professionisti, tassisti… la cui voce non troverà adeguata eco parlamentare. Ognuno porta la responsabilità delle proprie azioni».

Sempre i maroniani hanno fatto saltare il relatore della legge comunitaria, il bossiamo Marco Maggioni. E Reguzzoni sempre più sotto tiro che fa? Si limita a dire di aver rimesso il mandato di capogruppo fin da dicembre e che deve essere Bossi a decidere. Ma al riguardo è difficile fare previsioni. Tra Reguzzoni e un maroniano, c’è anche chi non esclude un terzo scenario: Bossi, raccontano, potrebbe andare incontro alla richiesta di togliere l’incarico a Reguzzoni, per darlo però a un altro suo fedelissimo. E infatti è spuntato il nome del presidente della Provincia di Brescia, Daniele Molgora, deputato ed ex sottosegretario e collezionatore di incarichi, che ieri è stato visto in via Bellerio. La notizia avrebbe fatto imbestialire i maroniani in quanto Molgora viene considerato appunto vicino ai cerchisti, essendo nella sua città grande avversario del vicensindaco Fabio Rolfi, eletto di recente segretario provinciale della Lega col sostegno dei maroniani.

E questa la chiamate tregua o peggio ancora pace? Ma andiamo… per non parlare del fatto che il pomeriggio prima del “Maroni Night” al teatro Apollonio pare che Bossi fosse contrariato dall’annunciata grande affluenza di pubblico e abbia accusato qualche dirigente di pagare i pullman per portare a Varese i fans di Maroni. Insomma, quella andata in scena ieri sera è stata una sorta di sceneggiata napoletana, dove è stata sparsa una buona dose di ipocrisia ad uso e consumo dei militanti.

Intanto continuano anche le manovre interne fra i vari schieramenti. Prova ne sia l’incontro di ieri pomeriggio a Palazzo Estense dove è andato in scena un summit tra l’ex ministro dell’Interno e i sindaci di Varese e Verona Attilio Fontana e Flavio Tosi. Se gli incontri tra i primi due fanno parte della routine, l’aggiunta del primo cittadino veronese fa prevedere una linea comune da tenersi domenica a Milano – con il grande raduno della Lega Nord contro il governo Monti -, ma anche a possibili strategie in vista dei congressi del partito.
Infatti l’altre sera Umberto Bossi ha fatto un’apertura alle richieste della base, annunciando che domenica pomeriggio il federale si riunirà in via Bellerio per decidere modi e tempi delle assise che dovranno decidere nuovi dirigenti e linea politica del Carroccio.

I tre esponenti del Carroccio sono rimasti chiusi nell’ufficio del sindaco Fontana per circa un’ora e mezza. All’uscita Tosi ha detto: “I congressi vanno fatti in tempi molto veloci. Bossi è il nostro capo indiscusso, infatti lo scontro è al di fuori di lui. C’è una parte della Lega che ha il consenso e lavora per il territorio. E chi invece non ha il consenso e lavora pro domo sua”. Si tenta cioè di forzare la mano a Bossi, che l’altra sera a Varese ha fatto una vaga apertura sulla stagione dei congressi, annunciando qualche decisione già nel Consiglio federale che si svolgerà domenica in via Bellerio dopo la manifestazione. Ma non sarebbe una novità che si entra nel “gran consiglio” con l’ipotesi di una decisione e se ne esca con quella contraria. Dipende dalle influenze che subirà il capo prima di quel momento e il grado di incazzatura che gli andrà montando nel constatare che ormai Maroni è più popolare di lui fra i militanti. E si sa, una cosa del genere il Senatur non l’ha mai tollerata e quando è avvenuta, le teste degli usurpatori sono rotolate (ricordarsi Miglio). Sarà ancora in grado, il vecchio capo malandato, di attivare la ghigliottina?

Concordia, i 7+1 responsabili del naufragio

Anche se mancano le informazioni dettagliate relative a quanto sia successo in plancia, direi che a questo punto ci sono abbastanza elementi per capire chi siano i responsabili della tragedia occorsa.

Fermo restando che il responsabile ultimo della nave è e resta sempre il comandante, lo sottolineo onde anticipare critiche inutili a questa mia personale opinione, vediamo un po’ chi sono gli altri corresponsabili della tragedia. A differenza del comandante della nave che è pagato dalla Costa Crociere, si tratta, per i primi sette nomi, di persone pagate dalle nostre tasse, uomini di Stato, quelli che il “servizio pubblico” è fondamentale.

1. Il comandante della Guardia di Finanza di Porto Santo Stefano. Ho avuto modo di incrociare più volte le motovedette della Guardia di Finanza al largo dell’isola del Giglio. Costoro sono in grado di fermare la stessa barca nella stessa settimana anche tre volte, trovando sempre le stesse carte a bordo, ma non credo che abbiano mai fermato la Costa Concordia che passava a 100 metri dall’isola. Sono disposto a ricredemi se qualcuno mi mostrerà i verbali del controllo. Da parte mia posso mostrare dozzine di verbali di controllo, inutili, riguardanti barche dai 10 ai 15 metri, tutte a vela.

2. I comandanti delle suddette vedette. Precisi e puntuali nel conoscere le norme in vigore e spesso anche nell’inventarne di nuove inesistenti, ma sempre riguardanti piccole imbarcazioni da diporto, per lo piu’ a vela. Ricordo che un giorno decisero di controllare per due lunghe ore ogni spillo della barca più piccola che trovarono in porto. Dopo aver perso inutilmente le due ore, dissero che mancava il canone RAI dello stereo.

3. I comandanti delle motovedette dei Carabinieri che perlustrano con continuità le coste del Giglio. Anche loro hanno avuto modo di fermare più volte imbarcazioni a vela di massimo 15 tonnellate, ma non credo abbiano mai fermato la Costa Concordia di circa 10000 tonnellate. Ricordo che, proprio dove e’ successo il fatto, spiegarono a me e ad altri in barca con me che, secondo loro, dovevamo ancorarci molto distanti dall’isola. In pratica ci dicevano che dovevamo stare più distanti dall’isola, fermi all’ancora noi, che non la Costa Concordia a 15 nodi di velocità.

4. Il Comandante della Capitaneria di Porto dell’Isola del Giglio in servizio in occasione dell’unico passaggio ravvicinato documentato del 14 agosto scorso, che non conosco personalmente, ma che immagino come i suoi colleghi sempre solerte nell’indicare alle imbarcazioni da diporto di 10 metri dove possono e non possono ormeggiare, dove possono e non possono transitare. Costui evidentemente non si è accorto di un’imbarcazione di 291 metri che usava passare a pochi metri dalla riva.

5. Il Comandante della Capitaneria di Porto di Porto Santo Stefano, superiore del precedente, che sguazza in quei mari tutti i giorni e che, pur responsabile dell’area di mare in cui la tragedia è avvenuta, non ci può certo raccontare di non aver mai saputo che le navi da crociera passassero così vicine all’isola.

6. Il comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Gregorio De Falco. Si’, proprio lui, l’eroe di oggi (quello del “vadaabordocazzo”). Profondo conoscitore delle normative relative al comando in caso di naufragio, ci vuole spiegare se sapeva che le navi di quella stazza passavano a così poca distanza dall’isola del Giglio? Se non lo sapeva, ci vuole spiegare di cosa parla con i suoi uomini? Di quante imbarcazioni a vela di 10 metri abbiano fermato o meno in settimana? Ho avuto a che fare anche con loro ed ho potuto apprezzare la rigida precisione con la quale si applicano quotidianamente ad indagare se barchini di 2 metri e mezzo, abbiano o meno l’assicurazione. Purtroppo non sto scherzando.

7. Il Sindaco del Giglio, Sergio Ortelli (“grazie per il passaggio ravvicinato”) al quale non è mai passato per la testa che una nave come la Costa Concordia non fosse proprio del tutto in sicurezza a quella distanza dall’isola. Anzi “si faceva interprete di un ringraziamento personale” verso il comandante della Costa Concordia.

Per ultimo, ma citato in testa a questa personale riflessione, l’unico di tutti costoro che non sia pagato dalle nostre tasse: il comandante della nave: Francesco Schettino.

Il federalismo secondo Gianfranco Miglio

Quali sono per Gianfranco Miglio i fondamenti di un vero regime federale? Nell’introduzione al volume Federalismi falsi e degenerati (Milano, Sperling&Kupfer 1997), Miglio elencava con grande chiarezza i pilastri su cui deve poggiare un regime fondato su un patto costituzionale in grado di salvaguardare e conciliare l’irriducibile diversità dei territori. Le vere Costituzioni federali sono quelle in cui:

a) il federalismo è interno al sistema politico e ne costituisce l’asse portante.

In tutti i sedicenti sistemi “federali” (Germania, Stati Uniti) o quasi “federali” è la prima Camera a rivestire un ruolo politico decisivo nella legislazione e – nei regimi parlamentari – a controllare il governo dandogli o togliendogli la fiducia. La Camera dei rappresentanti statunitense, il Bundestag tedesco sono collegi in cui dominano i grandi partiti “nazionali”, in cui i parlamentari sono eletti direttamente dal “popolo sovrano”. Quelli per Miglio erano falsi sistemi federali perché il federalismo tende ad essere confinato in una seconda camera (Bundesrat in Germania, Senato negli Stati Uniti) che ha uno scarso potere di controllo nei confronti del governo centrale. Se il federalismo deve essere l’asse portante del sistema, questo significa che per Miglio la Camera politica, quella in grado di controllare il governo federale deve essere l’assemblea in cui siedono i rappresentanti delle maggiori Comunità territoriali in cui si articola la Federazione. Nel modello costituzionale di Miglio l’Assemblea federale sarebbe formata dalla riunione periodica delle Diete (Parlamenti) delle tre Repubbliche i cui membri verrebbero eletti dalle rispettive popolazioni: 100 deputati dalla Padania, 100 dal Centro Italia, 100 dal Mezzogiorno. A questi 300 deputati si aggiungono i delegati dei Consigli delle 5 Regioni a Statuto speciale: 15 deputati siciliani, 10 sardi, 10 friulani, 6 dal Trentino Alto Adige/Sud Tirolo, 5 dalla Valle d’Aosta. In tutto 346 deputati con un taglio di 284 parlamentari rispetto ai 630 del nostro ordinamento.

b) i poteri di governo e amministrazione sono distribuiti (e costituzionalmente garantiti) su almeno due livelli territoriali: Cantoni e Federazione.

La netta separazione di funzioni tra potere centrale e poteri locali era basilare per Miglio. Questo non accade nei falsi federalismi che si sono accennati. Ad esempio la Costituzione tedesca, quantunque stabilisca una separazione di funzioni tra Bund e Länder, non è stata in grado di evitare il netto prevalere dello Stato centrale nella legislazione e – in diversi casi – nella stessa amministrazione, un intervento reso necessario in Germania per assicurare su tutto il territorio i livelli di prestazioni pubbliche dello Stato sociale. Ma lo Stato sociale, scriveva Miglio, “è un sottoprodotto dello Stato unitario e centralizzato di grandi dimensioni” perchè legato a governi che dispongono di ingenti risorse finanziarie. “La falsa idea di trovarsi davanti ‘un corno dell’abbondanza’ di cui non si vede mai la fine, è infatti il fondamento delle politiche di scambio di favori e privilegi, contro sicurezza elettorale e permanenza della classe politica al potere”.

In Germania la revisione costituzionale del 1969 ha fissato i Gemeinschaftsaufgaben, i compiti comuni che, soprattutto in materia finanziaria, hanno finito per amputare l’autonomia dei territori facendo saltare l’originaria coerenza dell’ordinamento tedesco basato sulla divisione di competenze tra Bund e Länder. Una realtà ben presente a Miglio che scriveva: “Se l’equilibrio fra gli almeno due livelli di potere non è solidamente garantito – anche e soprattutto nei confronti degli Stati o Cantoni – è fatale che chi detiene il potere centrale (federale) tenda ad allargarlo fino ad assorbire le prerogative dell’altro livello o a ridurlo a un significato puramente formale. Così deperiscono (e muoiono) le Costituzioni federali. Il maggior problema tecnico di queste ultime è rappresentato dalla necessità di stabilire espedienti i quali rendano molto difficile ai cittadini degli Stati o Cantoni di rinunciare alle loro prerogative. Perciò il miglior presidio di un ordinamento federale sta nella determinazione con cui il popolo è deciso a resistere contro le intimidazioni e, soprattutto, le suasioni dell’autorità centrale” (Federalismi falsi e degenerati, pp.XIV-XV).

c) I Cantoni hanno dimensioni tali da poter assolvere la parte principale dell’attività governamentale, resistendo altresì all’eventuale potere di assorbimento dell’autorità federale.

Le tre macroregioni (Nord, Centro, Sud) fissate dal professore nel Decalogo di Assago presentato nel dicembre 1993 sono individuate in base a criteri etno-linguistici, geo-economici e soprattutto funzionali. Miglio era convinto che non si potesse costruire un vero ordinamento federale partendo dalle venti Regioni attuali. Nel Modello di Costituzione federale per gli italiani scriveva: “Se si creasse una Federazione fra le 20 attuali Regioni, alcune di queste (le più grandi e forti) prenderebbero il volo, e controbilancerebbero validamente l’autorità federale; mentre le più piccole e più deboli, incapaci di assolvere i compiti loro attribuiti, si getterebbero tra le braccia proprio dei poteri federali. Il risultato finale sarebbe quello di una Repubblica squilibrata e dilacerata, e di una restaurazione a furor di popolo del governo centralizzato”. Previsione a un passo dal verificarsi se si pensa alle riforme costituzionali elaborate dal centro-destra (Lega Nord inclusa) e dal centro-sinistra.

d) Tutte le regole che disciplinano il funzionamento del sistema sono ispirate al principio del contratto (negoziato) e della maggioranza qualificata.

Il principio della maggioranza semplice, in una repubblica federale in cui vivono popolazioni diverse per storia, costumi, tradizioni, è una violenza intollerabile perché attenta i diritti delle minoranze. Nel volumeFederalismo e Secessione (Milano, Mondadori 1997, pp.118-122) il professore rivolgeva una critica radicale al principio di maggioranza: “Cosa ha di più saggio la metà più uno degli uomini? Come si può accettare un criterio tanto rozzo, fondato in definitiva su quell’uno, cioé su di un numero talvolta piccolissimo, in una divisione del mondo nella quale da una parte vi è la metà, che soccombe, e dall’altra la metà più uno che vince? Quell’uno finisce per diventare l’arbitro, il signore della Comunità”. Il principio del contratto, tipico del diritto privato – in base al quale i territori decidono su un piano di parità, sforzandosi di convincere le controparti per raggiungere una mediazione che possa garantire le ragioni di ciascuno – è cosa ben diversa dalla legge o dal regolamento approvato a maggioranza semplice. Ogni atto giuridico dovrebbe essere il prodotto di un negoziato tra le parti. Questo spiega per quale motivo, nel modello di costituzione federale redatto da Miglio il governo è non solo direttoriale – composto dai governatori delle maggiori Comunità in cui si compone la Federazione – ma esercita le sue funzioni secondo la regola della maggioranza qualificata. “Stabilirei come regola generale la maggioranza dei due terzi e, nel caso in cui non si raggiunga, richiederei il sorteggio. Si presuppone che una scelta condivisa da una larga maggioranza sia ‘più vera’ di quella condivisa soltanto da una minoranza, perché se riduciamo la minoranza ad un terzo o ad un quarto è evidente che esiste una qualche giustificazione al fatto che l’opinione dei pochi, eventualmente dei pochissimi, sia messa da parte” (Federalismo e Secessione, pag122). Il professore proponeva addirittura che il Direttorio federale approvasse all’unanimità materie cruciali quali l’introduzione di nuovi tributi a livello federale, il sostegno economico alle aree svantaggiatate, la legge di bilancio. Il ridotto numero dei membri che compongono il Direttorio (nel suo progetto non più di cinque o sei persone) renderebbe assai facile il raggiungimento dell’accordo in tempi certi e ridotti. Il professore aveva infatti abbozzato una regola d’oro che nel suo modello era in grado di garantire la governabilità: egli lasciava al Direttorio federale otto giorni di tempo per approvare un provvedimento, un Regolamento o un Decreto oggetto di controversie, al termine dei quali sarebbe scattata la “procedura di emergenza”: se entro una settimana il governo non fosse pervenuto a una decisione, i membri sarebbero decaduti dall’incarico e non avrebbero potuto ripresentarsi agli elettori per due legislature. “La minaccia efficace di togliere ai politici la poltrona su cui siedono – diceva nel presentare il suo modello – è un ottimo strumento per farli andare d’accordo nell’interesse del Paese!”.

e) La Costituzione contiene procedure che rendano sempre certa e rapida la decisione degli affari di governo: per esempio la presenza di un Presidente coordinatore del Direttorio, eletto da tutti i cittadini della Federazione.

Qui Miglio mostrava di accettare il presidenzialismo: pensava a un Presidente federale eletto direttamente dai cittadini, erede in parte delle funzioni esercitate oggi dal Capo dello Stato e dal Presidente del Consiglio. Il Presidente federale avrebbe nominato i ministri, che per entrare in carica avrebbero dovuto godere della fiducia del Direttorio. Il Presidente federale dovrebbe essere “ingabbiato” nel Direttorio. E’ precisamente quest’ultimo il vero e unico governo della Confederazione: composto, oltre che dal Presidente federale, dai Governatori dei tre Cantoni (eletti direttamente dalle rispettive popolazioni) e da un Presidente (a turno annuale) di Regione a Statuto Speciale.

f) La struttura fiscale, coordinata dal Direttorio federale, poggia su due livelli: municipale e cantonale”. Come si vede, un principio completamente estraneo al “federalismo fiscale” italiano, che assegna allo Stato centrale la completa gestione delle imposte (dirette e indirette).

TORNARE AL CONTRATTO LIBERO PER SALVARE LAVORO E IMPRESE

La legge n. 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, ha compiuto quaranta anni lo scorso anno. È una legge che ha indiscutibilmente segnato la storia dei rapporti di lavoro e ha inciso profondamente sulle dinamiche di mercato. Com’è noto, la sua approvazione è avvenuta a margine del cosiddetto “autunno caldo”, a conclusione di un lungo percorso legislativo, iniziato con il disegno di legge presentato da Giuseppe Di Vittorio nel 1952. Nel corso della III legislatura, lo stesso Di Vittorio, unitamente all’altro parlamentare e sindacalista della CGIL, Fernando Santi, presentarono un nuovo disegno di legge sui diritti dei lavoratori nelle fabbriche, a cui fece seguito quello presentato dal PSIUP e un altro ancora presentato, durante la IV legislatura, dal Partito Comunista. Durante la V legislatura, a cavallo tra il mese di giugno 1968 e il giugno 1969, furono presentati al Senato ben cinque disegni di legge. L’ultimo, che costituiva la sintesi e il superamento dei precedenti, il n. 738 del 24 giugno 1969, fu presentato a nome del governo di centro–sinistra, all’epoca presieduto dal democristriano Mariano Rumor, dal ministro socialista Giacomo Brodolini. Venne approvato dal Senato l’11 dicembre 1969. E fu tramutato in legge, con l’approvazione definitiva della Camera dei Deputati, il 14 maggio 1969. A tale seduta presero parte 352 deputati su 630, 217 votarono a favore, 135 si astennero, non ci fu alcun voto contrario.

Con la legge così approvata, fu regolamentato l’ingresso delle organizzazioni sindacali nelle imprese, furono ampliati i diritti dei lavoratori e, soprattutto, furono posti ulteriori e penetranti limiti ai licenziamenti. Su quest’ultimo punto, l’articolo 18 ha messo a carico delle imprese, con non più di 15 dipendenti, l’obbligo di riassunzione (e di risarcimento del danno) del dipendente licenziato senza giusta causa o giustificato motivo.

Proprio tale disposizione è quella che, nel corso del quarantennio di vigenza, ha alimentato numerose discussioni e sollevato le maggiori polemiche. C’è chi, muovendo dall’assunto che essa sia ispirata alla necessità di proteggere i lavoratori, ritenuti la parte debole nei rapporti con i datori di lavoro, considera l’articolo 18 un baluardo intoccabile e ritiene che la sua abrogazione significherebbe indebolire anche le altre forme di tutela dei diritti dei lavoratori. E c’è chi invece sostiene che si debba rendere più flessibile il rapporto di lavoro stabile, anche superando il dualismo che caratterizza un diritto del lavoro, troppo generoso con i dipendenti e troppo avaro con i precari.

Non sorprende quindi che molte proposte di riforma siano state avanzate e che siano stati promossi persino due referendum popolari: il primo, nel 2000, da parte dei Radicali, che si proponevano di eliminare la norma; il secondo, nel 2003, promosso da Rifondazione Comunista che, al contrario, proponeva di estendere la tutela a tutti i lavoratori. Entrambi i referendum non hanno raggiunto il quorum.

Qualche riflessione è utile. Le contrapposte argomentazioni sono essenzialmente basate su preconcetti ideologici: perché non tengono conto che nell’ambito del mercato e, in particolare, del mercato del lavoro, i conflitti si svolgono sempre all’interno di un gioco a somma positiva, che produce vantaggi per tutti i contraenti. «Il mercato – ha chiarito Bruno Leoni – non è un campo di battaglia, in cui si cerca di uccidere il nemico; è un’istituzione pacifica, in cui ognuno cerca di assicurarsi gli altrui beni e servizi al minor prezzo possibile, ma col consenso degli interessati». Ne discende che l’imprenditore non gode di una posizione dominante o di un potere economico, che gli consentano di dare libero sfogo ai suoi capricci. E ciò significa che i dipendenti, assertivamente considerati parte debole, non dipendono dall’arbitrio imprenditoriale. In realtà, in un’economia di mercato il potere spetta unicamente ai consumatori, i quali sono sovrani e, con le loro scelte, orientano l’attività degli imprenditori. Questi sono di conseguenza tenuti a obbedire agli ordini del pubblico acquirente, che deve essere servito al meglio e al minor costo possibile. L’imprenditore che non sia in grado di comportarsi in tal modo viene dai consumatori estromesso dal mercato.

L’attività imprenditoriale deve perciò svolgersi in maniera efficiente: non solo nell’ambito della scelta e della lavorazione dei fattori di produzione, ma anche, e soprattutto, impiegando, e mantenendo al lavoro, il personale più qualificato. Non è un caso che Ludwig von Mises abbia scritto: «Nell’impresa privata l’assunzione di un operaio non è un atto di favore ma una normale transazione commerciale, nella quale entrambe le parti, il datore di lavoro e il prestatore d’opera, trovano il loro tornaconto. Il datore di lavoro deve cercare di pagare la forza-lavoro in misura corrispondente alla sua prestazione lavorativa. Se non lo fa, rischia di vedersi sottrarre l’operaio da un concorrente disposto a pagare di più. Il prestatore d’opera, da parte sua, deve cercare di occupare il suo posto in modo da meritare il salario, per non rischiare di perdere il posto stesso. Poiché l’assunzione non è un favore ma una transazione economica, l’operaio assunto non deve preoccuparsi dell’eventualità di essere licenziato per avversione nei suoi confronti. L’imprenditore che licenzia per avversione un operaio che lavora bene e si guadagna il suo salario, danneggia soltanto se stesso e non l’operaio, il quale finirà comunque per trovare un’occupazione dello stesso livello».

Non c’è pertanto alcuna rapporto da riequilibrare attraverso una speciale tutela come quella apprestata dall’articolo 18, che rende “forte” una delle parti del rapporto a discapito dell’altra, non tenendo conto che la parte imprenditoriale è già tenuta a rispondere alle esigenze dei consumatori, orientati nelle scelte unicamente dalle preferenze individuali e pronti a penalizzare gli imprenditori per ogni deviazione, anche minima, rispetto alla loro domanda. Il che si traduce in un gravoso onere che comprime la richiesta di lavoro, distorce l’allocazione ottimale delle risorse e frena la crescita delle imprese.

E non solo. Proprio accordando una speciale tutela al dipendente, la normativa vigente finisce per burocratizzare le aziende private e, nel contempo, per rendere meno produttivo il lavoro dal quale viene rimossa l’alea insita in ogni attività umana. Altra considerazione può pure essere fatta in ordine agli stessi motivi di recesso del datore, per i quali il giudizio, nel non infrequente caso di contestazione del licenziamento, è sottratto alle parti. È infatti rimesso alla discrezionalità, forse maggiore di quanto non accada in altri settori, del magistrato.

I tempi sono ormai maturi per rimuovere l’articolo 18, la cui vigenza si è dimostrata una norma illiberale e demagogica. Occorre estromettere lo Stato e la sua legislazione dalla libera negoziazione sociale, tra chi domanda e chi offre lavoro. È così che si può restituire alle parti la libertà di regolamentare autonomamente i propri interessi, anche perfezionando contratti diversi da quello a tempo indeterminato, che avrebbero «valore di legge tra le parti» (art. 1321 c.c.). E queste sarebbero tenute ad adempiere alle obbligazioni assunte per non incorrere nelle sanzioni eventualmente già inserite nell’accordo contrattuale e comunque previste per i casi di inadempimento.

SECESSIONE SCOZZESE E CRISI DELL’EUROZONA

Quando una coppia divorzia, ci sono sempre i parenti pronti a ficcare il naso nella separazione. Passando dal micro al macro, quando due nazioni si separano, ci sono sempre conseguenze nelle organizzazioni internazionali di cui entrambe facevano parte, quando erano sotto un unico Stato. Il Regno Unito, oltre a essere membro dell’Onu, lo è anche della Nato e dell’Unione Europea. Se la Scozia dovesse salutare Londra e separarsi, chi erediterà i seggi in questi prestigiosi club internazionali? Il dibattito, non solo teorico, si sta intensificando proprio in questi giorni.

Ieri, per esempio, fonti anonime europee confidavano ai reporter dell’Agence France Presse che, in caso di secessione, sia Londra che Edimburgo dovrebbero rinegoziare da capo l’appartenenza all’Ue. Ma fonti legali confidavano sempre all’Agence France Presse che: i due nuovi Stati, una volta separati, verrebbero automaticamente considerati come “successori” del Regno Unito e verrebbero considerati come Paesi membri. Basta solo un voto di maggioranza degli altri governi appartenenti al club europeo.

Tutto sommato, come ricorda alla Bbc il professor Andrew Scott (docente di Studi Europei presso l’università di Edimburgo), “l’Ue è infinitamente creativa quando ha a che fare con un gioco costituzionale che non ha mai visto prima. Ha già gestito l’unificazione tedesca e l’ammissione di Cipro Sud”.

Tutte le fonti interne all’Ue restano rigorosamente anonime. E si può anche capire il perché: nonostante siano stati affrontati casi difficili in passato, una secessione britannica può mettere in discussione l’Abc dell’Unione Europea. Nonostante sia rimasto privo di un governo centrale per più di un anno, nemmeno il Belgio si è formalmente diviso in due Stati distinti. Una secessione all’interno di un membro dell’Ue può creare un precedente che fa paura a molti governi unitari. Se la Scozia se ne va e non paga un prezzo altissimo, poi chi trattiene i catalani e i baschi nella Spagna? E i fiamminghi nel Belgio? E il Nord Italia non ne trarrà alcuna lezione? C’è dunque da attendersi una notevole resistenza fra i governi dell’Ue (quasi tutti) che hanno problemi di separatismo e autonomismo nei loro territori.

Un altro organismo che potrebbe ficcare il naso nella secessione britannica è sicuramente la Nato. Alex Salmond ha fatto capire a chiare lettere che del deterrente nucleare (presente anche nelle basi navali scozzesi) non sa che farsene. Non ha bisogno dell’atomica e non intende avere un esercito che vada oltre i compiti dell’autodifesa. E d’altra parte, chi potrebbe mai attaccare il nuovo Stato? Se l’Inghilterra accetta la separazione e la Regina Elisabetta non è Edoardo I (l’invasore della Scozia ai tempi di Braveheart), gli highlander non hanno alcun nemico, né la Norvegia, né, tantomeno, la piccola Islanda. La Nato potrebbe fare storie, però, se la Scozia non dovesse essere in grado di sostenere la spesa militare necessaria a far parte dell’Alleanza. E, per di più, sottrarrebbe forze (convenzionali) anche al Regno Unito, che finora è stato uno dei principali pilastri del club atlantico. Quindi aspettiamoci di veder opporre resistenza anche sul fronte della Nato.

Ma è proprio necessario appartenere a queste organizzazioni?

Per ora sì. Perché la Scozia, proprio come l’Irlanda, avrebbe la possibilità di trattare con il governo di Londra su un piano di parità. L’adesione all’Ue “…ha cambiato le relazioni dell’Irlanda con il Regno Unito dalla sera alla mattina” – spiega Tony Brown, dell’Institute of European Affairs di Dublino – “si raggiunge un piano di parità. Non occorre più attendere mesi per combinare un incontro il premier britannico, basta sollevare il telefono”.

Per ora, dunque, l’appartenenza all’Ue è quasi un percorso obbligatorio. Per ora… Ma la crisi dell’eurozona, certificata anche dal suo declassamento da parte delle maggiori agenzie di rating, significa una sola cosa: che nel prossimo futuro dobbiamo attenderci che l’Ue non conterà più molto. O non conterà più nulla, se l’eurozona dovesse sciogliersi. E’ altrettanto necessario appartenere alla Nato?

L’Irlanda è neutrale, ma vive benissimo. E intrattiene regolarmente rapporti con tutti gli Stati che vuole, Usa per primi. La Nato, dopo la fine della Guerra Fredda, non ha più l’urgenza di difendere l’Europa dall’Urss e non ha ancora trovato una sua nuova identità, né una missione comune. Basti vedere che si è spaccata in due fronti, al suo interno, in tutte le crisi dall’Iraq (2003) ad oggi.

E quindi, di cosa dovrebbero preoccuparsi gli scozzesi? In questi giorni stanno comparendo articoli catastrofisti, come quello a firma di Andrew Roberts, sul Mail Online del 14 gennaio, in cui si prevedono scenari di collasso, subito dopo l’indipendenza: isolamento diplomatico, giacimenti di petrolio venduti ai cinesi, una secessione interna delle isole Shetland e un’economia in bancarotta. Ma questi articoli sono scritti sempre seguendo la logica del “Big is Beautiful”: più si è grandi, più “si conta”. Nazioni piccole, nate da secessioni, come Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Estonia, dimostrano invece che “Small is Beautiful”, perché il piccolo si organizza meglio.

La crisi dell’eurozona è, al contrario, la prova del 9 della fragilità dei grandi sistemi.