Spagna in crisi: ecco i frutti di Zapatero

Madrid – Quando si vota bisogna pensare al futuro. In Spagna, dopo il miracolo creato da Aznar e da 10 anni di governo liberaldemocratico, i neoarricchiti cittadini iberici pensarono solo al presente e di potersi guardare l’ombelico, di poter pensare a soddisfare le brame del ventre e del basso ventre, magari fino al canale rettale – secondo la deviante movida almodovariana; votarono per Zapatero, per i “matrimoni” dei gay, per lo sperpero del tesoro accumulato attraverso politiche sociali miopi e quantomeno discutibili. Oggi si godono il risultato, lo stesso che è toccato all’Italia dopo i 5 anni di fine millennio dominati dalla nostra Sinistra, che hanno messo in ginocchio il nostro Paese ancora oggi incapace di superare quel danno.

Ma parliamo della Spagna. Ieri il Paese era bloccato. Oggi la mazzata di Moody’s che taglia il rating di Madrid abbassandolo ad Aa1 dal precedente Aaa. Lo riporta l’agenzia Bloomberg aggiungendo che l’outlook resta stabile.

Sciopero Decine di voli cancellati, treni, bus, metro, ospedali e scuole in servizio minimo, e perfino il re si è fermato, in segno di neutralità. La Spagna ha vissuto ieri il primo sciopero generale dell’era Zapatero, convocato dai due grandi sindacati del paese, Ugt e Ccoo, contro la riforma del mercato del lavoro e la manovra antideficit decise dal governo. La protesta è stata largamente pacifica, ma ci sono stati incidenti soprattutto a Barcellona e Madrid, con duri scontri fra picchetti di sciopero nella capitale, giovani antisistema nella città catalana, con la polizia. Il bilancio della giornata è di circa 30 feriti e 80 arresti.

Le misure anti-deficit Lo sciopero interviene in un momento delicato per la Spagna, alla vigilia della presentazione in parlamento della finanziaria anti-deficit da parte del premier Zapatero. I sindacati hanno parlato di un “grande successo”, valutando nel 70% circa l’adesione allo sciopero. Ugt e Ccoo, finora vicini al governo socialista, hanno proclamato lo sciopero con riluttanza, spinti anche dalla drammatica situazione dell’occupazione, con un esercito di 4 milioni di senza lavoro, il 20% della popolazione attiva. Il governo ha assunto toni concilianti, attento a evitare un vero strappo con i suoi alleati naturali. Il ministro del Lavoro Celestino Corbacho ha salutato “il senso di responsabilità” dei leader sindacali. Per Corbacho lo sciopero ha avuto “una adesione diseguale” con un “effetto moderato”.

Gli incidenti Gli incidenti più seri si sono verificati nella capitale e a Barcellona. A Getafe, alla periferia di Madrid, la polizia ha sparato per aria per liberare due agenti rimasti rinchiusi dietro i cancelli dell’impresa aeronautica Eads presidiati da circa 200 manifestanti, e poi ha caricato. Scontri anche nel cuore di Madrid, sulla Gran Via. A Barcellona decine di giovani anti-sistema si sono scontrati con i reparti antisommossa attorno a Piazza della Università, a due passi dalla Rambla, hanno bruciato una autopattuglia, lanciato sassate. Circa 20 gli arrestati. Gli scontri sono poi ripresi vicino alla cattedrale. A fine pomeriggio circa 80 persone erano state fermate in tutto il Paese, una trentina i feriti negli scontri.

I sit in Circa 100 manifestazioni pacifiche hanno chiuso la giornata di sciopero in tutto il Paese, con la partecipazione di decine di migliaia di persone. La più importante a fine pomeriggio a Madrid, fra Paseo del Prado e Puerta del Sol. Per rispetto al diritto di sciopero scritto nella Costituzione, oggi si è fermato anche il re. Juan Carlos ha annullato tutti gli impegni ufficiali esterni. E’ stato, hanno precisato da Casa Reale, un gesto di neutralità istituzionale, non una adesione.

Berlusconi chiede la fiducia: la avrà solo per poco….

Berlusconi ha tenuto un discorso di routine davanti al Parlamento. I contenuti, che pure ci sarebbero, passano in secondo piano perché la politica in Italia è ormai ridotta a una volgare conta di numeri avulsa dal dibattito su di essi. Ormai si fa il tifo, a priori; non si ragiona più, né si discute.

Questo rende sostanzialmente inutile sottolineare i passaggi importanti su quanto finora fatto dal Governo in materia economica e soprattutto in materia di lotta all’immigrazione incontrollata e alla criminalità organizzata, perché tanto non interessa a nessuno il Bene Comune. Ciò che importa sembra ormai solo il potere, da conquistare o da mantenere.

Dunque parliamo di numeri e strategie: sembra di capire che il Governo andrà avanti, perché il gruppo di Fini e Pomp…Bocchino ritiene di aver conquistato il ruolo di “terza gamba” dell’esecutivo, con il diritto di dettare l’agenda a PdL e Lega Nord. Naturalmente i partiti di Berlusconi e Bossi non ci pensano nemmeno a riconoscere questo ruolo e, di conseguenza, la vera verifica è solo rimandata. A quando? Ma naturalmente a quando si discuterà del bene del Nord, cioè dei decreti attuativi del “federalismo fiscale”. Da quando è stato calendarizzato il voto dei decreti attuativi Fini e Pomp….Bocchino si sono scatenati, messi di traverso, hanno fatto ostruzione al Governo e opposizione dall’interno della maggioranza.

Pomp…Bocchino ha da tempo fatto capire che mai e poi mai voterà una riforma del Fisco che sposti un solo centesimo di Euro dal Sud verso la redistribuzione più equa in tutta Italia. Cosi i suoi commilitanti, tutti appartenenti a quell’Alleanza Meridionale che per anni si è fatta chiamare Alleanza Nazionale rubando voti anche al Nord.

Perciò oggi non si decide niente, ma si rimanda solo il problema. Nel frattempo i pompiniani (o bocchiniani, o finiani, è lo stesso) continueranno a cercare di logorare il PdL e ad attaccare la Lega Nord; anche gli organi di stampa del PdL tenteranno di attaccare la Lega Nord in vista di future elezioni sempre più probabilmente imminenti, per arginarne il consenso. Delle riforme necessarie, invece, forse non importa più a nessuno. Forse non è mai interessato ad altri che ai leghisti, che in tutti i modi cercano di fare gli interessi delle regioni del Nord togliendo i privilegi da decenni mantenuti dalle regioni rosse del Centro e da quelle assistite del Sud; regioni dove la popolazione vota compatta per i propri interessi, mentre al Nord ancora più di metà della popolazione vota contro il partito che difende i suoi interessi e combatte dentro le istituzioni per il bene della sua gente, anche di quella che si ostina a votare per il partito delle regioni centrali – il PD – e per quello delle regioni meridionali – il PdL.

Crediamo che a primavera si andrà a votare, a meno che qualche elemento importante a livello internazionale non riduca tutti a più miti o a diversi consigli.

Istat: la crisi ha colpito di più il Nord

Roma – Il calo del pil nel 2009 (-5%) si è concentrato al Nord. Nel Nord Ovest il pil si è ridotto del 6%, nel Nord Est del 5,6%, al Centro del 3,9% e nel Mezzogiorno del 4,3%. Secondo la ricerca Istat Principali aggregati dei conti economici regionali pubblicata oggi, il pil per abitante ai prezzi di mercato (misurato dal rapporto tra Pil nominale e numero medio di residenti nell’anno) segna una flessione del 3,7% a livello nazionale. In valori assoluti il pil a prezzi di mercato per abitante del Centro Nord continua comunque a essere sensibilmente più alto di quello del Mezzogiorno. Nel Nord Ovest è infatti pari a 30.036 euro, nel Nord Est a 29.746 euro, nel Centro a28,204 euro mentre nel Sud crolla a 17.324 euro medi.

La spesa delle famiglie La spesa delle famiglie italiane nel 2009 è diminuita dell’1,9% rispetto all’anno precedente ma, se nel Nord Est ha «tenuto» con un -1%, nel Mezzogiorno ha segnato un calo più consistente rispetto alla media con un -2,8%. Lo rileva l’Istat nel suo studio sui «Principali aggregati dei conti economici regionali», nel quale sottolinea che la spesa delle famiglie è invece diminuita dell’1,7% nel Nord Ovest e del 2,1% nel Centro. La Regione che ha segnato la diminuzione più consistente della spesa delle famiglie è la Calabria (-4,1%), seguita dalla Puglia (-3,5%) e dalla Sicilia (-3,1%). La Campania ha segnato un -2,9%. Le spese delle famiglie hanno invece tenuto in Friuli (-0,1%), In Emilia Romagna (-0,3%), in Basilicata (-0,4%) e in Abruzzo (-0,5%).

Tosi contro Galan per buco Sanità: “Togliere irpef fu errore”

Il giudizio romano fa paura, la minaccia di un commissario ancora di più. Ma è l’onta a bruciare davvero. Una sanità virtuosa come il Veneto non può permettersi di scivolare nel baratro delle regioni sperperone. La fotografia del momento non promette però nulla di buono: il buco c’è, pesante, anzi pesantissimo se lo si somma ai debiti maturati verso i fornitori. E non è un “buco fresco”. Flavio Tosi, il primo assessore ad aver inaugurato l’era leghista dopo il regno Gava, non ha dubbi: tutta colpa dell’addizionale Irpef, senza la quale la sanità è destinata, malgrado gli sforzi, a scendere negli inferi. Quindi, assolve anche i direttori generali (non tutti, onor del vero, un paio di “sperperoni” a suo dire, ci sono).

“Togliere l’Irpef è stata una manovra propagandistica della passata amministrazione, alla quale mi ero fermamente opposto – ricorda l’attuale sindaco di Verona – Non dimentichiamoci che ci portava in casa 120-130 milioni ogni anno, proprio quelli che sono mancati lo scorso anno. La sanità ha sempre chiuso più o meno in pari, 100 milioni di euro di passivo su un bilancio di 8 miliardi fanno ridere. Ma il problema era in prospettiva: togli oggi e togli domani, i soldi non sono infiniti”. Ma Tosi di sassolini da togliersi ne ha più di uno: se all’Irpef si aggiungono anche alcune scelte sbagliate, il gioco al massacro è fatto. “Penso al project financing fatto per l’ospedale dell’Angelo di Mestre che avrà costi futuri enormi, – aggiunge – O penso ancora alla procedura che si sta definendo per costruire un centro per la terapia protonica, sempre a Mestre, che vale 150 milioni di euro. Una scelta insensata allora, che contestai, e che contesto a maggior ragione adesso: la stanno facendo in Trentino dove c’è il bacino d’utenza giusto e ci sono i soldi. Sarebbe l’ennesimo project che poi si deve pagare con le prestazioni. Per fortuna non è decollato il progetto del nuovo ospedale di Padova, che avrebbe definitivamente soffocato la sanità veneta. Si devono fare gli investimenti rispetto alla capacità che si ha”.

Del resto la sanità nel Veneto ha vissuto alterni momenti di splendore a ere più buie. Un andamento inevitabile, secondo l’ex assessore Fabio Gava, se non si fa un monitoraggio costante dell’esistente e si pongono in atto i correttivi al momento in cui servono. “Premesso che non c’è una regola, si deve mettere a frutto l’esperienza che deve orientarci nelle scelte future. – sottolinea il parlamentare del Pdl – Il problema del bilancio non lo si affronta da un lato solo: ristrutturiamo, aumentiamo le tasse e riduciamole immediatamente non appena i conti sono tornati a posto. Secondo me è ovvio che avendo vissuto di rendita per diversi anni, oggi i problemi si presentino. Sicuramente c’è un problema di tassazione che è stata tolta forse quando i conti non erano ancora in ordine, ora intervenire è d’obbligo”. Ma Gava, da amministratore navigato quale è, non si scandalizza: dopo 5 o 6 anni di ordinaria amministrazione capita che di polvere sotto i tappeti ne finisca un po’. “Ricordo quando affiancai l’allora assessore Iles Braghetto perché la situazione non era delle più rosee: si fecero dei provvedimenti tampone. Nella legislatura successiva ci fu una riforma più strutturale, che è in parte riuscita e in parte no: l’area grigia del Veronese ad esempio è rimasta. – sottolinea Gava- Secondo me nella legislatura successiva si è un po’ vissuto di rendita confidando negli effetti positivi della legge del riordino della rete ospedaliera. Ma servono interventi continui, dal punto di vista dell’adeguamento dei servizi è una messa a punto quotidiana”.

Ma a piangere sul latte versato non si riempiono le casse. E per la sanità veneta, che si trova anche il coordinamento nazionale è tempo di interventi. Il primo è senza dubbio l’arrivo del nuovo segretario generale per la sanità e sociale Domenico Mantoan (che ha guidata una delle due Asl in pareggio). L’altro è un ritorno, non ancora ufficializzato: quello dell’ex segretario generale Franco Toniolo, allontanato per le ben note vicende giudiziarie, ma unanimemente riconosciuto come uno delle “menti” della sanità veneta. Non ultimo, il rimboccarsi le maniche, come sottolinea l’assessore Luca Coletto: “Stiamo facendo le verifiche contabili Asl per Asl, e le faremo settimanalmente se serve – sottolinea –. Non possiamo retrocedere di posizione: abbiamo un dovere verso gli oltre 4 milioni e mezzo di veneti che dalla regione si aspettano prestazioni d’eccellenza. Diciamo però, che come sempre, i conti si fanno alla fine: i bilanci li voglio vedere a gennaio. Allora saremo in grado di dire se sono rossi o meno”. E a quanti paventano la cacciata di qualche direttore generale (il mandato dura ancora l’anno prossimo) ricorda che “li nomina il presidente e che sarà semmai il presidente a decidere il loro destino”. Resta comunque anche per lui lo strumento della reintroduzione dell’Irpef. “L’unico, il ticket andrebbe a colpire i più deboli”

Fini come Scajola: non c’ero, e se c’ero dormivo!

Che figura che ha fatto, il povero Fini! Dopo aver proclamato che con il suo intervento avrebbe seppellito sotto una risata colossale tutte le polemiche relative all’appropriazione privata di un bene lasciato al suo partito, eccolo venire fuori con un messaggio che alla fine suona così: “Non so niente di questa vicenda, può darsi pure che mi abbiano fatto fesso, per piacere smettete di svergognarmi, non sono disonesto ma al massimo stupido, torniamo “a magnare” tutti assieme e facciamo finta di niente “per il bene degli italiani”.

Ma va…..!!!

Come Scajola, che disse di non sapere che l’appartamento comprato aveva una parte del prezzo in nero (come tutte le case in Italia, e nessuno faccia l’anima bella per piacere…) e che, se fosse stato vero che “qualcuno ha pagato al posto mio”, si sarebbe dimesso…. Anche Fini ha dichiarato di essere pronto alle dimissioni se risultasse proprietario della casa a Montecarlo non un passante qualsiasi, ma suo cognato! Già, perché un bene immobile a Montecarlo lasciato al suo partito in eredità potrebbe essere diventato di proprietà, ma guarda che caso incredibile e sorprendente, di suo cognato! E Fini non ne sa nulla, è sorpreso, se fosse vera una cosa del genere si dimetterebbe da Presidente della Camera.

Da Presidente della Camera? Ma se fosse vera una cosa del genere i casi sono due: o Fini è un ladro e un mentitore spudorato, oppure è un colossale idiota. Altro che colossale risata! Uno che si fa buggerare e rubare sotto il naso un bene da oltre un milione di euro non è degno di fare il politico, ma andrebbe interdetto perfino dalle normali attività e necessiterebbe di un tutore. Oppure, appunto, è un ladro. Tertium non datur, non c’è proprio una terza possibilità!

Ebbene, questo è il principale nemico del leghismo negli ultimi 15 anni. Il principale avversario della riforma federale. Il principale affossatore della riforma costituzionale del 2006. Questi sono gli avversari del leghismo, una volta messi alle strette e con le spalle al muro: o delinquenti, o idioti! E purtroppo sono la grande maggioranza della popolazione, essendo il consenso leghista al 12%

Ancora polemica sull’inno? Ma andate a ca….

Non se ne può più! La politica reazionaria e conservatrice si sta schierando tutta contro la Lega Nord per impedire le riforme necessarie alla modernizzazione della Repubblica, e fin qua lo avevamo capito da tempo. Ma i contenuti della polemica reazionaria stanno diventando ridicoli….

Adesso è scoppiata la “innomania” o “Mamelite acuta e cronica”. Fino a 30 anni fa toccava agli snob della sinistra comunista, detta ironicamente “radical-chic”, reclamare la superiorità artistica del “Va’ Pensiero” e denunciare la bruttezza della marcetta di Novaro e Mameli, retorica e non priva di doppi sensi filomassonici. Oggi che invece la polemica sull’inno caratterizza la Lega Nord, ecco che si scatenano le truppe cammellate di vetero-fascisti ministeriali e di neo-garibaldini al caviale e champagne, tutti ormai incravattati e con camicie azzurre o bianche, ma con quelle nere e rosse ripiegate in qualche cassetto dell’armadio di casa.

La paura del successo leghista origina reazioni scomposte e ormai vediamo assessori, consiglieri, esponenti del PdL e del PD pretendere che l’inno nazionale venga suonato non solo quando previsto dalla legge, ma anche a ogni pié sospinto. Oramai manca solo che venga chiesto l’inno anche in occasione di pranzi, riunioni informali, telefonate tra diversi uffici e perfino quando un assessore si reca al cesso e si appresta a tirare lo sciacquone!! Immaginare la scena, per favore…. Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa…..

Siamo seri, per favore. E discutiamo di contenuti, di cosa è bene per la Repubblica e per il suo popolo. Delle priorità sociali, politiche, economiche e istituzionali. Formuliamo proposte, elaboriamo progetti coerenti con le rispettive culture di provenienza (se ancora i partiti si riconoscono in sistemi culturali strutturati e ordinati….) e mettiamoli in relazione. Nel dopoguerra liberali, comunisti e cattolici riuscirono a scrivere insieme la Costituzione e la Prima Parte è ancor oggi un capolavoro.

Possibile che oggi dal PdL e dal PD venga solo la pretesa di imporre ai leghisti di cantare l’inno 50 volte al giorno, e di arrabbiarsi se questi rispondono facendo spallucce?

Ora basta, mi ritiro pure io perché questo argomento è stimolante solo nel doppio senso attribuito alla parola “ritirata”. E devo pure sbrigarmi, perché ricordare l’inno in continuazione aggredisce lo sfintere e rischio di non arrivare in tempo per la seconda strofa…. “le porga la chioooo-ma!” Quello è proprio il momento in cui lo stimolo viene soddisfatto e anche l’immagine evocata acquisisce una nota di colore appropriata.

Q.F.

Immigrati a scuola, rallenta la grande corsa

Non è più la rivoluzione “colorata” di qualche anno fa, con classi che cambiavano volto da un anno con l’altro grazie all’arrivo di bambini provenienti da mezzo mondo. Ora l’immigrazione arriva sui banchi di scuola a ritmi sempre più graduali, addirittura rallentati rispetto al recente passato, e richiede una politica non più dettata dalla logica dell’emergenza, ma da un piano di integrazione effettiva.

Secondo dati riservati del ministero dell’Istruzione, nel 2010 il numero complessivo degli studenti stranieri in Italia si è attestato a quota 675mila, circa 45mila unità in più rispetto a un anno prima. Nell’anno scolastico 2008-2009 l’incremento era stato di 55mila, comunque in calo rispetto ai +70mila registrati nel periodo 2007-2008.

La crescita dei giovani immigrati è dunque confermata, ma si assiste nello stesso tempo a una progressiva stabilizzazione del fenomeno. Un rallentamento è in atto, dunque, mentre non accenna a diminuire la presenza degli immigrati di seconda generazione, sempre più alta nelle scuole dell’infanzia e nella scuola primaria, dove il 70% degli stranieri frequentanti ormai è nato in Italia. In media, i ragazzi nati in Italia da coppie straniere che oggi popolano le nostre classi sono oltre il 40% del totale: oltre quota 270mila. Consolidato, invece, è il quadro delle nazionalità più presenti, relativo all’ultimo dato disponibile dell’anno 2008/2009: in testa, secondo i numeri dell’ultimo dossier Caritas, ci sono i ragazzi romeni (105mila) seguiti dagli albanesi (92mila) dai marocchini (83mila) e dai cinesi (30mila). «La spiegazione più immediata è legata agli effetti della crisi economica» spiega Vinicio Ongini, che da tempo studia il fenomeno e che sul tema dell’integrazione nelle scuole ha scritto per Vallardi editore “Una classe a colori”.

«Ci sono molte famiglie straniere che, per far fronte alle difficoltà della recessione, hanno preferito tornare nei propri Paesi d’origine». Un fatto non prevedibile solo tre anni fa, quando non a caso l’incremento delle presenze straniere ha toccato l’apice. «È una forma di immigrazione di ritorno, tipica peraltro in alcune comunità come quella marocchina, dove è abitudine rimandare a casa il figlio in età scolare proprio per ragioni economiche» osserva Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. «Poi c’è un problema di minor attrattività del nostro Paese, dovuto sempre alla difficile congiuntura economica». Trovare lavoro, da un lato, e ottenere poi il permesso al ricongiungimento familiare con moglie e figli, dall’altro, sono considerati ostacoli enormi da affrontare, tali da rendere poco appetibile l’ingresso in Italia.

Quanto alla quota del 30% fissata dal ministro Mariastella Gelmini, con una circolare che chiariva il livello massimo consentito di stranieri per classe, va detto che con l’inizio del nuovo anno scolastico si è assistito a un vero e proprio boom di deroghe. A Milano, ad esempio, su 130 istituti che andavano oltre questo limite, nessuno ha rispettato l’obiettivo e lo stesso discorso vale anche per molte altre zone d’Italia. Le interpretazioni, poi, sono state diverse: in certi casi si è ritenuto di fissare questa soglia tenendo conto degli alunni non italofoni, cioé di chi non sapeva la lingua. «Il panorama effettivamente non è molto cambiato – osserva Ongini – ma uno sforzo di riequilibrio c’è e si concretizza nel tentativo di uniformare verso l’obiettivo del 30% scuole che sin qui hanno avuto presenze di stranieri assai differenti».

La strada da compiere resta lunga anche sul versante dell’apprendimento della lingua italiana, il cosiddetto “L2″. Dopo l’anno dei mille progetti in altrettante scuole italiane, ora tutto si è fermato, ufficialmente per mancanza di fondi. Ora si attende un progetto strutturale, in grado di responsabilizzare i dirigenti scolastici (i presidi) e di far nascere collaborazioni virtuose sul territorio con gli enti locali.

(Diego Motta su “Avvenire”)

islam (minuscolo), Renzi e le donne: il femminismo del PD

Ecco cosa vuole il PD quando difende l’islam contro la civiltà occidentale. Ecco cosa Renzi e la Serracchiani propongono per il futuro delle donne d’Italia. Fate le moschee, date soldi all’islam, contrastate il cattolicesimo e Gesù Cristo servendovi di preti che parlano di pace e di solidarietà pelosa dei miei stivali e delle mie mutande, ma soprattutto seguite Mao Tze Tung nel comandamento del Libretto Rosso: “Contrastate ciò che sostengono, sostenete ciò che contrastano”. La Sinistra oggi è ridotta a una manica di bastardi, perché solo così possono venire definiti coloro che appoggiano – anche lontanamente – posizioni di questo tipo. Viva il PD filoislamico!!!! Viva Renzi! Viva La Serracchiani! Ecco a voi una lezione di islam per i maschi che vogliono vivere felici con le loro donne (le “loro” donne, beninteso….. Viva Renzi e la moschea a Firenze! W “La ruota della fortuna” di Mike Bongiorno che lo rese famoso…..)

****************
Pestatela, ma non sfiguratela. Bastonatela, ma non rompetele le ossa. Ficcatevi in testa queste due regolette e vivrete felici con la vostra signora ed in pace con il Signore. Lei, onorata di tante attenzioni, vi considererà un autentico maschio. Lui, soddisfatto per la vostra fede, vi aprirà la strada per il Paradiso dei sant’uomini. Uomini musulmani ovviamente. Uomini tutti d’un pezzo. Uomini ben diversi da quei rammolliti di cristiani sempre pronti a discutere con la moglie prima ancora di averla randellata a dovere.

Non ci credete? Andate su You Tube, regalatevi i tre imperdibili minuti e mezzo d’intervista in cui il predicatore Saad Arafat, ospite della televisione egiziana Al Naas, chiarisce come suonarle alla gentile consorte, quando farlo e perché quello sfogo risulterà sacrosanto sia agli occhi di lei che a quelli di Allah. Incominciamo dalla premessa. Dalla statistica, spiattellata dal presentatore in studio, secondo cui il 90 per cento delle donne britanniche si lamenta per l’eterna indecisione di quelle mammolette dei loro mariti. E il giornalista si chiede perché il mondo continui a riversare «accuse a non finire sui musulmani», perché tutti mettano in croce la santa abitudine di «bastonare le consorti». Per il pio Saad Arafat è come andar a nozze. «Allah istituendo la punizione delle bastonate – spiega serafico – ha voluto rendere un onore e privilegio alle donne». Vi chiedete come le mazzate possano essere un onore? Non siete i soli. Persino quel buon musulmano d’un giornalista nello studio sembra esitare. Ma son tentennamenti degni d’un infedele. Saad Arafat ha già pronta la citazione, il verbo capace di rendere sacra e incontrovertibile ogni spiegazione.

«Il Profeta Maometto ha detto: “non colpitele in faccia e non sfiguratele”. Ecco il modo in cui vanno onorate». Per andar d’accordo con il Corano insomma basta far attenzione, colpire con metodo e precisione. Potete riempirla di calci nel sedere, scudisciarla sulla pancia o farle nera la schiena. L’importante è che non si veda. La poveretta il giorno dopo potrà anche camminar piegata in due, ma dovrà esibire una faccia bella e pulita. La regola numero due del pestaggio familiare è altrettanto fondamentale. «Anche quando la sta colpendo il marito non deve mai insultarla, mai maledirla perchè – illustra quel sant’uomo d’un Saad Arafat – non la batte per farle del male, ma per regalarle disciplina». Come con gli asini insomma. Ci discutereste mentre gli raddrizzate la schiena a forza di scudisciate? Certo che no. Con la mogliettina va allo stesso modo. Cambiano solo le precauzioni. Ad un asino potete dargliele dove volete e quante volete. Alla consorte è meglio di no. «Mi raccomando non potete mai andar oltre i dieci colpi e non potete nemmeno rompergli le ossa, spaccargli i denti, insultarla o ficcarle le dita negli occhi», chiarisce il premuroso Arafat. Anche perché «esiste un’etichetta persino per le percosse…Se il marito bastona la moglie per renderla più disciplinata dovrà sempre ricordarsi di non calcar troppo la mano e di colpirla dal petto in giù… queste son le uniche botte che onorano le donne».

Donna onorata mezza salvata verrebbe da pensare, ma il galateo delle busse benedette dal Profeta non finisce qui. Ci sono anche i ragguagli sugli strumenti da usare. Sarà meglio conciarla a pugni e schiaffi o sarà meglio usare un bel bastone nodoso? Davanti alla domanda dall’intervistatore il buon Arafat si dichiara fermo ed irremovibile. «Quando si colpisce non di deve mai colpire troppo duro e soprattutto non si devono lasciar segni». La cosa migliore, spiega, «è colpirla con un corto bastone… i colpi devono arrivare sul corpo e non devono mai arrivare uno di seguito all’altro». Per educare al meglio la mogliettina è meglio dunque picchiarla con metodo, lentamente, centellinando uno dopo l’altro i dieci colpi concessi. E ovviamente farlo per una santa ragione. Se non vi ha aperto il frigo per offrirvi qualcosa da bere, se non vi ha fatto trovare la cena in tavola le bastonate son eccessive. Se invece non vi vuole più, fa la neghittosa e si rifiuta di soddisfarvi a letto allora ecco la sacrosanta occasione per educarla e onorarla.

«In un caso come questo cosa – sostiene Arafat – un marito non ha scelta. Lui la vuole e lei si rifiuta… lui la chiama e lei si nega… potrebbe riprenderla e minacciarla, ma quei metodi van bene quando ci sono di mezzo il mangiare o il bere. Quando arriviamo a cose di cui il marito non può far a meno allora le botte sono concesse». Alla fine insomma la regola è semplice: la moglie onorata è quella prima bastonata e poi violentata.

Bravo Renzi! Tu che sei fine conoscitore dell’islam, tu che potresti sostenere una disputa con Ratzinger, tu che sei un genio come tutti gli elettori del PD…. Fai la moschea, Renzi. Fai la moschea…..

Il PD è finito, lo dicono loro stessi…

Autobiografia di un omicidio. Il Pd è un partito senza speranza. Putrefatto. Rottamato. In decomposizione. Questo non lo dice Capezzone. Il racconto del partito morto è scritto da leader e comprimari del Pd. Dicono che i sondaggi lo danno sotto il 25 per cento. Non c’è da stupirsi. Chi voterebbe un partito che fa schifo perfino ai loro iscritti? Come diceva Groucho Marx: «Non vorrei mai far parte di un club che accetti fra i suoi membri un tipo come me». Bene. Il Pd è finalmente un partito marxista. Basta ascoltare capi, sottocapi e affini. Eccoli.

Beppe Fioroni «Il Pd è nato troppo presto».

Enrico Letta «I sondaggi dicono che siamo sotto il 25 per cento. Si decide adesso se il Pd ha un futuro. Gli elettori ci stanno dicendo “avete l’ultima chance“, se non la cogliete non c’è più speranza“».

Giorgio Merlo «Trovo stucchevole e anche un po’ patetico chi continua, come Bettini, a dipingere un partito dove i cattivi sono sempre gli altri, cioè quelli che appartengono alle correnti organizzate. Le correnti, o le aree di pensiero, ci sono. Eccome ci sono. Ci sono persino le correnti generazionali, quella dei quarantenni e credo, tra qualche tempo, anche quella dei trentenni».

Paolo Giaretta «Profumo leader del Pd? Va bene che il centrosinistra ama perdere, ma affidarsi ad un banchiere mi sembrerebbe troppo: c’è un limite anche all’autolesionismo».

Ermete Realacci «Mi dispiace per Profumo, ma non ha il phisique du role del leader politico».

Marco Minniti «Adesso diranno che i 75 firmatari del documento Veltroni hanno fatto cacciare Profumo e ora lo candidiamo a leader del Pd. Magari con i milioni sequestrati allo Ior…».

Giulio Santagata «Ma chi mai si affiderebbe a un banchiere?».

Dario Franceschini «È sempre capitato così. Eletto un leader, dal giorno dopo calci nelle caviglie. A Veltroni, Occhetto, Prodi, Amato… Dico basta».

Walter Veltroni «L’appello per stare uniti? Se stiamo uniti al 24,6 per cento non andiamo da nessuna parte».

Arturo Parisi «Veltroni sembra Totò quando lo schiaffeggiano: pensa che le sberle degli elettori siano per gli altri».

Rosy Bindi «Veltroni vuole impegnarsi per il successo del Partito Democratico? Ben venga. Peccato che il suo contributo per ora abbia solo lacerato la minoranza e riproposto l’immagine distorta di un partito nella bufera».

Massimo Cacciari «Penso che la morte del Pd fosse una cosa assolutamente scontata e inevitabile da almeno un anno. È un esperimento fallito, come del resto il Pdl. Il Nuovo Ulivo? Sarebbe un’accozzaglia senza senso, una puttanata».

Matteo Renzi «Rottamerò il Pd».

Massimo D’Alema «Ho un’agenda molto fitta di impegni in Europa e nel mondo, se vogliono rottamarmi dovranno inseguirmi».

Piero Fassino «Massimo, guarda che anche tu sei tra gli sconfitti».

Nichi Vendola «Il centro-sinistra non ha bisogno di un Papa straniero, di una conferenza episcopale, ma di un vangelo, di un vocabolario per poter parlare alla gente».

Franco Marini «Basta altrimenti ci prendono per pazzi».

Ignazio Marino «Le divisioni sono un film già visto. Basta battibecchi dentro il partito e balbettii fuori di esso».

Debora Serracchiani «Il logo del Pd è asettico. Serve trovare un nuovo simbolo identitario. Nel nostro campo simboli identitari di fortissimo impatto come lo scudo, la falce e il martello, sono stati sostituiti prima da gentili e rassicuranti simboli vegetali, poi da un asettico marchio-logo».

Giovanna Melandri «Ma dico, avete visto gli ultimi sondaggi? Il Pd continua a non essere percepito come un’alternativa al governo di centrodestra».

Pierluigi Castagnetti «Il problema del Pd è la letargia morale che affligge la società italiana».

Romano Prodi «Il Pd ritrovi le sue radici».

Sergio Chiamparino «Il Pd è fallito, serve altro».

Unicredit: Profumo alle strette per scalata Gheddafi

Il regno di Alessandro Pro­fumo in Unicredit sembra giunto al tramonto. La resa dei conti con i grandi soci si consu­merà alle sei di questo pome­ri­ggio in un consiglio di ammi­nistrazione straordinario, quando Profumo rassegnerà le dimissioni che, salvo sorpre­se, verranno accettate. Estre­mi tentativi di mediazione so­no ritenuti improbabili. Tanto che è già deciso che le deleghe siano trasferite al presidente Dieter Rampl che avrà il com­pito di traghettare la superban­ca insieme con i quattro vice amministratori delegati (Ro­berto Nicastro, Sergio Ermot­ti, Federico Ghizzoni e Paolo Fiorentino) in attesa che i soci trovino la quadra sull’assetto. Questa soluzione ponte non è però gradita a Bankitalia che propende per avere un unico referente dell’operatività del­la banca. Per guidare il futuro Unicredit si fanno i nomi di Gianpiero Auletta Armenise, Matteo Arpe, Fabio Gallia e Claudio Costamagna.

La palla è dunque nelle ma­ni del consiglio e di Profumo che comunque ieri sera non aveva ancora lasciato e avreb­be accarezzato l’idea di anda­re alla conta. La necessità di andare alla resa dei conti è sbocciata dopo un’altra gior­nata di tensioni in cui la mag­gioranza dei soci avrebbero apertamente chiesto l’avvi­cendamento al vertice. I gran­di azionisti, si sfogava ieri uno di loro con il Giornale , non so­no più disposti «a essere tratta­ti alla stregua di Bancomat, ad approvare gli aumenti di capi­tale quasi al buio o comunque con spiegazioni sommarie». Il riferimento è all’operazione cashes con cui Profumo aveva puntellato Piazza Cordusio, al culmine della crisi dell’econo­mia mondiale. É probabilmen­te questo l’inizio della crisi del «modello Unicredit», che oggi sarà sul tavolo del cda insieme agli equilibri di governance.

A provocare la frattura con Pro­fumo sia il blitz con cui la Li­bia, all’insaputa dello stesso Rampl, è diventata di gran lun­ga i­l principale socio di Unicre­dit con il 7,6%, sia i risultati tri­mestrali non brillanti. La re­cessione insieme alla capaci­tà del banchiere di macinare profitti e versare dividendi ne­l­le casse delle Fondazioni ha in pratica ridotto anche il suo fa­scino. Da più parti, tuttavia, si assicura che Piazza Cordusio rimarrà indipendente e che non ci sono sorprese in bilan­cio: secondo un report di Equi­ta, Unicredit prevede accanto­namenti tra i 6 e i 9 miliardi nei prossimi 18 mesi. Altre avvisaglie dello scon­tro con i soci erano emerse in primavera, quando il Profu­mo era dovuto scendere a pat­ti sulla governance pur di fare digerire il riassetto della Ban­ca Unica agli enti locali. A gui­dare la fronda è stata in questi mesi CariVerona (cui fa capo il 4,6%), mentre il sindaco del­la città Flavio Tosi invocava la crociata contro la grande avan­zata nel capitale degli emissa­ri di Gheddafi: «Chi sbaglia, pa­ga », ha detto ieri Tosi aggiun­gendo che Profumo ha gestito la vicenda «un po’ in proprio». Le altre Fondazioni grandi azioniste sono Crt (3,3%) e Ca­rimonte (3%) mentre tra i soci privati spicca Allianz (2%). Il pacchetto libico resta comun­que uno nodo per i consiglieri di Unicredit: ieri si è inoltre ap­preso che la Lia, il fondo sovra­no con cui Gheddafi investe i proventi del petrolio, era sali­to al 2,59% già a fine agosto. La Banca centrale libica si è detta «molto soddisfatta» dell’inve­stimento in Piazza Cordusio e ha ribadito di muoversi sul lungo termine.

Il destino della quota di Tripoli resta tuttavia appeso al verdetto della Con­sob, chiamata ad accertare l’effettiva indipendenza dei singoli investitori e, in caso contrario, a fare scattare il con­gelamento dei diritti di voto. Il 30 settembre Unicredit rispon­derà, invece, ai rilievi sulla go­vernance avanzati da Bankita­lia.